Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


lunedì 21 aprile 2014

L’UNICITA’ DELLA SPECIE UMANA NE DETERMINA IL FATO? Parte 4 – Spes, ultima Dea.

Parte quarta (e conclusiva) della serie di Jacopo Simonetta sul destino della specie umana


Prima parte.
Seconda parte.

Terza parte




         

di Jacopo Simonetta



Come reagiremo, collettivamente, alla situazione di carenza di risorse e crescita esplosiva della popopolazione - come delineato nei post precedenti?  In altri termini, come potranno quattro caratteristiche fondamentali della specie umana ci porteranno ad agire e con quali presumibili conseguenze?

Ricordiamole:


1 – Estrema polifagia.   Indubitabilmente continuerà lo sfruttamento di risorse qualitativamente peggiori, man mano che quelle migliori diverranno insufficienti. Già oggi lo vediamo, ad esempio,  con lo sfruttamento dei cosiddetti “petroli non convenzionali” e del carbone, oppure con l’allevamento industriale di insetti e batteri a scopo alimentare.   Sicuramente ciò sta contribuendo a posticipare il collasso globale che incombe, ma solo al prezzo di aggravarlo in quanto ogni giorno che passa la popolazione aumenta, mentre la capacità di carico globale diminuisce.   In pratica, è come ottenere una rateizzazione di un debito impagabile a fronte di un ulteriore incremento degli interessi passivi.

2 – Evoluzione culturale.   La totalità delle risorse disponibili è dedicata ad uno sforzo letteralmente titanico per sviluppare tecnologie più aggressive ed efficienti, ma sempre sulla base di scoperte e brevetti di base datati, perlomeno, di parecchi decenni.  Ad esempio, le tecnologie fondamentali per l'informatica contemporanea sono brevetti militari degli anni '50; il fracking deriva da un brevetto degli anni '40; l'Ucg (recupero di gas da carbone bruciato in posto) data addirittura dalla fine del XIX° secolo. Sembra che siamo in grado di perfezionare anche di molto quello che abbiamo, ma che non siamo capaci di inventare qualcosa di veramente innovativo come furono, ai loro tempi, il motore a vapore o quello a scoppio.   In parte, forse perché la scoperta “cornucopia” che cerchiamo non esiste, mentre la ricerca di un approccio radicalmente diverso alla situazione è lasciato a settori marginali della società.

In parte, certamente, perché il progresso tecnologico è in buona misura una funzione dell'energia disponibile al netto delle attività economiche vitali, in primis l'estazione e raffinazione dell'energia.   Un margine che si sta rapidamente erodendo con il peggioramento qualitativo delle fonti disponibili.
Inoltre, l’aumento vertiginoso dei volumi e della velocità di informazione pongono problemi crescenti di sintesi, di comprensione e di reazione anche a personale altamente qualificato.    Gran parte della classe dirigente (sia politica che economica) pare aver già raggiunto un livello di “overflow” oltre il quale prevalgono comportamenti istintuali e/o abituali sulla capacità di analisi razionale.   Questo potrebbe spiegare almeno in parte perché, pur essendo perfettamente informati dei danni, dei rischi e delle principali cause della crisi attuale da almeno 40 anni, non abbiamo intrapreso alcuna azione efficace per evitarla.   Di fatto, il comportamento complessivo dell’umanità non si sta dimostrando più “intelligente” di quello di una muffa; è  come se la sommatoria di 7 miliardi di cervelli pensanti fosse tendente a zero.

3 – Incremento della complessità.   Finora è stata una strategia vincente perché la disponibilità di risorse e la stabilità degli ecosistemi erano sufficienti a sostenere strutture progressivamente più costose in termini di risorse ed inquinamento.   Ma dal momento in cui la disponibilità di energia ha cominciato a declinare (perlomeno in termini qualitativi) la complessità ha cominciato a divenire sempre meno sostenibile.   D'altronde, la disarticolazione dei mega-sistemi in sub-sistemi  più semplici e meno interconnessi abbasserebbe drasticamente la capacità di fronteggiare problemi ordinari, come pure di estrarre ed utilizzare le risorse residue.   Si pensi, ad esempio alle capacità terapeutiche dei grandi ospedali universitari rispetto a quella degli ospedalini di provincia.   Oppure si pensi al livello iperbolico di complessità organizzativa necessario per costruire e mantenere operativa una piattaforma petrolifera artica e confrontiamolo con il livello organizzativo ed economico che permise al “colonnello” Drake di trivellare i suoi pozzi.

Inoltre, la complessità dei problemi da affrontare richiede oramai l’impiego di personale troppo specializzato per potersi efficacemente coordinare, col risultato che le risposte imbastite da governi e grandi organizzazioni in genere si stanno dimostrando frammentarie ed inefficaci,   spesso producendo danni imprevisti a latere di risultati deludenti. Un effetto probabilmente dovuto anche al fatto che la dimensione dei sistemi sociali è divenuta tale da impedire alle persone di riconoscervisi e, dunque, di collaborare efficacemente alla sopravvivenza collettiva.  In altre parole, pare che i livelli di complessità stiano raggiungendo livelli ingestibili.

4 – Costruzione sociale di modelli mentali di riferimento.    Il modello attualmente dominante e’ stato elaborato nel periodo in cui il tesoro nascosto delle energie fossili diventava disponibile e sembra incapace di adattarsi ad un contesto di progressiva carenza energetica, sia qualitativa che quantitativa.  Ma quando un modello ampiamente accettato e profondamente radicato viene posto sotto stress dalla forza di fatti che questo non è in grado di spiegare, si crea una situazione di grave sofferenza nei soggetti coinvolti.   Sofferenza tanto più forte quanto più brusco e profondo è il contrasto e, normalmente, la risposta alla sofferenza è la violenza.   Ne sono testimonianza il fiorire di movimenti integralisti in più meno tutte le grandi religioni, come il risorgere di ideologie già costate milioni di morti che rappresentano altrettanti tentativi di ricreare dei modelli mentali ad un tempo esplicativi della realtà ed identitari del gruppo.   Certo, è teoricamente possibile una revisione del modello o la sua sostituzione con uno più adeguato, ma questo tipo di processo richiede tempi relativamente lunghi che non abbiamo più a disposizione.    Di fatto, le classi dirigenti continuano a pensare sulla base di paradigmi elaborati in contesti completamente diversi dall'attuale e questo ne spiega il sistematico fallimento, anche a prescindere dai pur reali e diffusi fenomeni di stupidità, corruzione ed ignoranza.

E dunque?  Personalmente, ritengo che i livelli organizzativi superiori (organizzazioni internazionali, stati, grandi imprese, ecc.) non potranno materialmente elaborare alcuna strategia efficace e dunque si limiteranno a tamponare via via le falle maggiori, di solito aprendone altre.   Una cosa che potranno fare ancora per un periodo relativamente lungo (probabilmente un paio di decenni, forse di più) poiché la disponibilità di mezzi a loro disposizione è davvero molto elevata.   Il problema è che così facendo posticiperanno sì eventi particolarmente dolorosi come le carestie, ma eroderanno nel contempo le riserve ancora presenti in termini di risorse, di resilienza degli ecosistemi, di capacità di adattamento delle popolazioni.

Al momento, alcuni tentativi di elaborare strategie alternative si vedono a livelli organizzativi del tipo di piccole cittadine di provincia o piccole imprese, ma sono molto pochi, mentre molto più numerosi sono gli esempi di micro-comunità auto selezionate, oppure di singoli individui o famiglie.   Il problema è che tanto più basso è il livello organizzativo, tanto minori sono i mezzi a disposizione e le possibilità operative.
 
Inoltre, occorre tener presente che ogni tentativo di modificare la strategia ad un determinato livello organizzativo, sottrae risorse ai livelli superiori, una cosa autenticamente, profondamente sovversiva. Per adesso questo tipo di iniziative non provoca alcuna particolare reazione, se non un passivo boicottaggio derivante dall'incompatibilità di queste strategie con il sistema di norme e consuetudini esistenti.   Questa comoda situazione potrebbe però cambiare se iniziative di questo tipo si moltiplicassero, oppure se il degenerare della situazione sociale portasse a governi più autoritari.   Già in molti paesi del mondo le possibilità di scelta dei cittadini sono fortemente limitate non solo dai paradigmi mentali comuni e dalla propaganda, ma anche da apparati repressivi molto efficaci.   Ed anche nei paesi di tradizione più liberale, esigenze di ordine pubblico e fiscale stanno portando alla creazione di sistemi di spionaggio e controllo della popolazione assolutamente capillari.Se ne potrebbe trarre la facile conclusione che un Fato funesto attende la nostra specie e, probabilmente, l’intero pianeta. Effettivamente, in una prospettiva plurisecolare, questa è una possibilità concreta, ma assolutamente non una certezza.

A conclusione del suo ultimo (e più amaro) libro, “Il declino dell’uomo”, Konrad Lorenz illustra come il comportamento dell’uomo contemporaneo continui ad essere condizionato da paradigmi istintuali che per almeno 100.000 anni hanno fatto di noi la specie vincente in assoluto.   Questo li ha radicati profondamente nella nostra mente e, probabilmente, anche nei nostri geni, cosicché non riusciamo a liberarcene, malgrado nel contesto odierno siano diventati, a tutti gli effetti, degli istinti suicidi. Conclude, tuttavia, dicendo che una speranza comunque c'è e e risiede nel fatto che la caratteristica principale dei sistemi viventi rimane l’imprevedibilità.   E le società umane sono sistemi viventi estremamente complessi, all'interno delle quali evolvono contemporaneamente numerose tendenze diverse, talvolta contrastanti.  

In pratica, se il destino della società industriale globalizzata appare effettivamente segnato per motivi geologici, termodinamici ed ecologici, il futuro delle società che si formeranno dalla sua disintegrazione rimane del tutto imperscrutabile.  Curioso che dopo tanti sforzi per dominare e controllare  completamente la Natura, ci troviamo a riporre ogni nostra speranza nel fatto che non ci siamo riusciti.    

 “Sento dunque che l’improbabile al quale mi dedico rischia di diventare davvero impossibile.   Ma sento anche che, se il Titanic naufraga, forse una bottiglia gettata in mare giungerà sulla riva di un mondo in cui tutto sarebbe da ricominciare …    Non si sa mai se e quando è troppo tardi.”   (E. Morin, La via, 2012).




28 commenti:

  1. quello che dici fu detto da Gesù 2000 anni fa, anche se Lui parlava più che altro di cose di un altro mondo (imperscrutabili per noi) e meno volentieri di cose di questo mondo (anche queste abbastanza imperscrutabili per noi, anche se riuscire ad applicarci una scienza esatta come la matematica ci ha dato la falsa convinzione di essere divenuti i padroni di un mondo che ci si sta rivoltando contro). Ma queste sono considerazioni valide per chi ha fede o fiducia in Dio. Poi ognuno cercherà di fare del suo meglio, anche se come insegnano i grandi della storia, da Platone, a Seneca, a Dante, a S.Paolo, a Freud, almeno umanamente non è possibile fare tutto bene, sia personalmente, che, come illustrano i 4 punti del post, come specie. Forse nemmeno se uno è in stato di grazia, riesce a fare tutto bene, se è vero, come è vero che S.Bernardo da Chiaravalle sponsorizzò su richiesta papale la 2° crociata, dopo la quale cadde in uno stato di profonda prostrazione per l'esito infausto. Ma come detto nel post i fanatismi e gli integralismi sono sempre alla porta nelle religioni. Probabilmente S.Bernardo ha seguito sempre Gesù nella sua vita e l'unica volta che ha seguito una richiesta papale, il diavolo ci ha messo lo zampino.

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  2. Tutto molto interessante, anche i commenti che propongono qualche raddrizzamento dei dati portati a dimostrazione. Qualche consiglio di lettura non sarebbe stato male, oltre a quei pochi già indicati. Certo che non è un bel quadretto e in effetti, a pensarci, se non siamo in grado di stabilizzare la popolazione, non c'è soluzione (anche andando su Kepler 186f ripeteremmo lo stesso errore). Tra l'altro entriamo in un periodo evolutivo nel quale il conflitto violento tra diversi gruppi di umani non consente di andare oltre alle forme organizzative sociali odierne, ma solo di retrocedere ai nazionalismi e campanilismi del passato con le sofferenze immani che abbiamo conosciuto. Il ruolo evolutivo del conflitto, tuttavia, se inteso come competizione tra ipotesi culturali diverse, credo che andrebbe preso in considerazione di più, anche perchè i cambiamenti introdotti dai conflitti sono stati molto repentini. In una pax democratica globale, non sottovaluterei la forza dirompente dei sostenitori di una transizione ecologica, che non sono una setta il cui unico collante è sopravvivere alla catastrofe - nelle sette, poi, gli individui tendeno a eliminarsi tra loro, una volta appreso il metodo - ma un movimento d'opinione mondiale molto esteso (osservazioni solelcitate dalla lettura di Samuel Bowles, Homo sapiens, ostile e solidale, in Micromega 2/2014).

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  3. Sono convinto che i governanti degli stati dominanti hanno già le soluzioni pronte ai problemi mondiali.
    Sono bombe chimiche e batteriologiche con cui stermineranno le masse umane non a loro gradite.

    Gianni Tiziano

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  4. Claudio DV: possibile che si spendano tante parole senza affrontare l'unica cosa veramente importante? ossia l'esistenza di un mercato capitalistico globale che puo' esistere solo continuando a CRESCERE? il senso di base del capitalismo è la crescita, l'abolizione del capitalismo come modo di produzione e quindi l'abolizione della proprietà privata della terra, delle industrie e delle banche è LA SOLUZIONE. limiti al giadagno netto pro capite, limiti alla possibilità di lasciare ricchezze agli eredi, assicurazione sociale per tutti gli uomini e donne, istruzione generalizzata, cose semplici ma basate su una rivoluzione sociale, che l'autore non prende nemmeno in considerazione, che delusione, dopo la sciocchezza di ieri sul rapporto 40:1 fra energia spesa e contenuta nel cibo che violerebbe il 1 principio della termodinamica perchè l'eergia totale supererbbe di gran lunga quella effettivamnete impiegata, questo post finale è la ciiegina sulla torta: banalità piccolo borghesi! si individua con una certa imprecisione un problema ma non vi si sa porre rimedio; per forza jacopo è anche lui figlio del pensiero unico, peccato perchè il punto di partenza è condiviisbile, ma l'analisi si arena quasi subito

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    1. anche i miei compagni di liceo di lotta continua erano utopici, infatti i sessantottini sono finiti quasi tutti o in galera o a fare i professionisti. Ma i sogni sono belli, però solo se dormi. Il 40:1 non è una sciocchezza, se conosci un minimo di fisica. e poi che c'entra il 1° principio della termodinamica? Qui la violazione della conservazione dell'energia non ce la vedo. Forse pensi che per quel principio 40 j di energia debbano produrre 40 j di cibo, ma le trasformazioni sono quasi sempre irreversibili (con grande perdita di energia sotto forma di calore e attriti) e se lo fossero questo post non avrebbe alcun senso, perchè poi 40j di cibo si ritrasformerebbero in 40 di energia e così via all'infinito.

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    2. Mago l'errore è banale; se fai due conti semplici basati sul consumo metabolico di ciascun uomo (sui 2000 cal a testa cioè 2000x1000x4.18J)trovi che in un anno il consumo essenziale di energia dovuto al cibo è dell'ordine di 2x 10^19J; il consumo totale di energia primaria dell'umanità è 50x10^19J; la conclusione è che se fosse vera la bubbola di 40:1 ci vorrebbero 80 x10^19J SOLO per il cibo; un po' troppo non credi? ecco perchè si viola il primo principio non ne consumiamo abbastanza d energia per arrivare a 40:1: ne segue che Jacopo ha preso un 'abbaglio; semplice no? bastano due calcoletti che jacopo non si è fatto; il rapporto per motivi ovvii non puo' essere superiore a 5.1 più o meno e è tale solo per certi tipi di carne mentre per il cibo vegetale è inferiore a 1. il 40:1 non è solo una sciocchezza è la prova che sti discorso fatti alla raffa non servono, occorre farli con criterio e capacità critica; e mi spiace per Ugo che stimo molto ma stavolta ha toppato

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    3. Sul 40:1 ti ho già risposto. Sulla questione politica, in fase di energia crescente il capitalismo (fra i sistemi sperimentati) si è dimostrato quello più efficace, tanto è vero che ha travolto tutti gli altri (non solo quelli socialisti). Il problema è che hai ragione: richiede crescita e non ha potuto (saputo, voluto?) adattarsi ad una fase di energia calante. Così adesso ci rimane da pagare il conto. Ci sono alternative al capitalismo? Io sono sicuro di si e gli storici del futuro le studieranno, ma non potranno esimerci dal pagare il conto che già abbiamo in sospeso.
      Jacopo

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    4. un piccolo macro errore dopo quasi 50 anni dai tempi in cui studiavo fisica. Guardati l'ultima chiamata domenica su mamma rai storia alle ore 2115.

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  5. complimenti Jacopo!!
    un approccio multidimensionale e col giusto rapporto fra rigore scientifico e spirito divulgativo.
    l'unico punto della tua visione in cui mi trovo in parziale disaccordo (nella parte 2) è quando tracci un parallelismo fra gli squilibri causati dall'uomo moderno e dai cacciatori-raccoglitori del passato: nessuno può avere la verità in mano credo, ma io sono convinto esista una netta differenza, nonostante alcuni parallelismi;
    anche gli uomini del neolitico hanno causato l'estinzione di varie specie, ma poi, diffusi nei vari continenti, hanno creato una stabilità con l'ambiente circostante, centinaia di culture "primitive" e stabili, anche demograficamente;

    ogni specie che colonizza un nuovo ambiente è uno stress più o meno forte per l'ambiente che viene colonizzato, al punto di causare anche l'estinzione di specie preesistenti in quell'ambiente; poi si ricreerà un nuovo equilibrio dinamico, con estinzioni, speciazioni, migrazioni, ecc.
    questo è un processo naturale, e ogni specie è in grado di insediarsi in nuovi ambienti con differente energia ed effetti; alla fine l'equilibrio si ricrea in ogni caso;

    diverso è il caso dell'uomo stanziale agricoltore-pastore, che si tira fuori dai cicli naturali, modifica la produzione dell'ambiente a suo uso esclusivo, ottenendo dall'ambiente più di quello che l'ambiente è in grado di fornire NATURALMENTE nelle varie stagioni (tanto c'è il latte, la carne del bestiame e altre riserve di cibo come grano ecc.); questo è il surplus di cibo che permette un INNATURALE flusso di energia verso una sola specie, che ne determina un incremento demografico innaturale, e alla fine l'alterazione degli ambienti (e di sempre più ambienti) verso una situazione di sempre minor resilienza;
    poche culture con questa impostazione, oltre a sterminare un numero incalcolabile di specie animali e vegetali, hanno cancellato centinaia di piccole culture umane ormai in equilibrio col loro ambiente (dopo averlo modificato, certo);

    per farla breve, io vorrei portare una leggera ventata di ottimismo, convinto non sia nel destino dell'uomo di devastare quello che lo circonda, ma il risultato di scelte disastrose, radicate secolo dopo secolo nella cultura dominante (in tutti i sensi);

    grazie x gli spunti interessanti!!
    Guido Massaro

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    1. Sono completamente d'accordo, non a caso alcuni dei "red spot" della biodiversità globale sono proprio aree agricole di antica colonizzazione (non sempre però..)
      Un fattore critico, secondo me, è la velocità con cui avvengono i cambiamenti, per questo la rapidità evolutiva della tecnologia ha effetti così destabilizzanti.
      Un altro fattore è, naturalmente, la pressione demografica: se e di quanto supera la capacità di carico della zona abitata.
      Jacopo

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    2. d'accordo con te!!
      dal mio punto di vista tecnologia e pressione demografica sono: l'una un fattore moltiplicativo, l'altra sia un fattore moltiplicativo che una conseguenza.. degli effetti della madre di tutti gli squilibri di oggi: l'abbandono dello stato di cacciatore-raccoglitore x diventare stanziale-allevatore-coltivatore..
      solo da poco, x tecnologia, continuo aumento demografico, utilizzo di energie fossili, la cosa ha portato a conseguenze evidenti.. secondo me non ci si rende conto di questo nesso causale perchè scelte lontane hanno portato a conseguenze migliaia di anni dopo, e di questo non abbiamo, a livello globale, una chiara consapevolezza;
      però questo volersi affrancare dalla disponibilità energetica ciclica dei flussi naturali, e quindi dando il via alla cultura dell'accumulo e della "stabilità" è il punto, la radice, x me; so che può sembrare estremista ma ne sono sempre più convinto.. questo è quello che ha cominciato a renderci innaturali, e distonici coi cicli della biosfera.

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    3. Il sig. Massaro ha ragione quando dice che in seguito alla colonizzazione di un ambiente da parte di specie estranee si ha prima uno stress a poi un riequilibrio (io preferirei dire: si è avuto, perché per ora è sempre successo così, ma questo non vuol dire che sia una legge divina, potrebbe anche succedere che in qualche nuovo caso l'equilibrio voglia dire la scomparsa della vita). Quello con cui sono in disaccordo è il fatto che l'uomo "moderno" o "stanziale agricoltore-pastore" abbia comportamenti ed effetti qualitativamente diversi dai suoi predecessori. Sono solo quantitativamente diversi, quello che cambia è la forza e l'estensione spaziale con cui agisce sul mondo naturale, con effetti dunque più intensi. Inoltre noi viviamo adesso e vediamo solo un breve periodo di tempo, per cui ci sembra che le culture tradizionali siano in equilibrio con l'ambiente e la nostra invece no. Ma noi vediamo questa nel periodo instabile prima di un possibile nuovo equilibrio e quelle nelle fasi successive dove non si vedono più i danni causati nel passato. Per capirci: se avessimo potuto vedere l'arrivo dei primi uomini in un'Europa abitata da animali che ora sono estinti e avessimo visto questi qui con lance e bastoni iniziare a catturarli, non ci avrebbero fatto lo stesso effetto della ruspa che toglie il prato e mette in capannone?

      Guido

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    4. Infatti, una delle cose che ho cercato di mettere in risalto nella parte 2 è proprio che l'effetto sostanzialmente diverso dell'umanità comincia circa 100.000 anni fa con il (presunto) sviluppo del linguaggio e di conseguenza con l'accelerazione dell'evoluzione tecnologica. Sappiamo che non siamo molto diversi dai neandertaliani (se ne incontrassimo uno in metropolitana forse non lo noteremmo nemmeno) e sicuramente parlavano, ma probabilmente in modo molto più rudimentale dei nostri antenati, e (a quanto ne so) loro non hanno mai provocato estinzioni di massa, mentre noi si fin da almeno 40.000 anni addietro. Probabilmente compresa quella dei neandertaliani stessi.
      L'agricoltura ha cambiato le regole del gioco, ha ragione Massaro, con la possibilità di accumulare negli anni buoni per gli anni cattivi e questo ha consentito un forte aumento della popolazione, malgrado un netto peggioramento della qualità e della durata media della vita.
      I combustibili fossili hanno fatto il resto che sappiamo, di qui la legittima paura su quello che sta cominciando a succedere. E che succederà almeno fino alla fine del secolo.
      E' anche vero che l'impressione di equilibrio con la natura che abbiamo dalle culture antiche dipende in gran parte dalla prospettiva con cui le guardiamo.
      E' anche vero che la morte della Biosfera costituisce uno stato di equilibrio molto stabile. Tutta la vita è un fenomeno di disequilibrio. Si tratta solo apparentemente di un bisticcio di parole dovuto al fatto che gli stessi termini hanno un significato diverso se usati in ecologia od in termodinamica.
      Jacopo

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    5. x il mio omonimo..
      quello che ho cercato di dire è che secondo me la differenza è stata assolutamente qualitativa, non solo quantitativa.. un paradigma completamente diverso!
      se la tua sopravvivenza dipende da quello che la natura, diciamo selvatica, ti dà, poniamo che inizi a causare squilibri eliminando specie. ecc, se arrivi a un certo punto di destabilizzazione dell'ambiente dove ti sei introdotto, alla fine si ricrea un equilibrio, perchè o ti estingui, o emigri in cerca di altri territori da sfruttare (e nel frattempo quell'ambiente si riprende), o crei un equilibrio con le altre specie della comunità ambientale, e coi suoi cicli; questo da cacciatore-raccoglitore;

      se invece ti porti dietro i tuoi semi, modifichi in maniera stabile l'ambiente, costruisci case ecc, deforesti x altre coltivazioni e allevamenti comodi vicino al tuo insediamento, selezioni le specie più utili e produttive (input energetico) solo x la specie umana, se ti manca qualcosa te la fai portare da altri insediamenti stanziali come il tuo.. dove quello che conta non è più la tua abilità nel cacciare o la tua resistenza alle malattie o alla fatica (selezione naturale);
      quello che conta è quanto puoi essere indipendente dai cicli naturali (numero di bestie, ettari di terreno, grano nei garanai.. piccola parentesi questa impostazione è quella che ha portato all'attuale culto del denaro, non a caso ancora si dice "il grano" )

      se invece, quindi, succede questo, l'uomo se ci pensi non raggiungerà mai un equilibrio, perchè: più terreno e risorse, "meglio" sfruttate -> più energia -> più popolazione -> maggiore sfruttamento ecc.
      meccanismo di feedback positivo, autorinforzantesi

      nel caso del cacciatore-raccoglitore, questo non possiede delle procedure e dei metodi per stabilizzarsi ed espandersi, ma è soggetto a tutti i fattori limitanti delle altre specie, per cui non può aumentare sempre più l'input energetico che ne determina un costante e inarrestabile aumento demografico (fino a scontrarsi con la finitezza del pieneta);
      x cui : aumento popolazione -> si cacciano più animali, si raccolgono e sfruttano di più le piante -> l'ambiente si impoverisce, presenti meno piante, meno erbivori anche perchè cacciati (qui se fossi agricoltore o pastore basterebbe ampliare il mio territorio, tanto ho più individui per lavorare il suolo, disboscare, trasportare, ecc.) -> meno popolazione;
      insomma un meccanismo di feedback negativo, di retroazione negativa, tipico delle situazioni stabili, autolimitanti, cicliche..

      lo so che è un concetto che può essere nuovo o antipatico..
      però io non riesco a vederla diversamente, pur rispettando le idee di tutti.

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    6. Ma non trovo che i nostri punti di vista siano molto diversi. In primo luogo il limite tra "quantitativo" e "qualitativo" è labile e un cambiamento di scala quantitativo può divenire un cambiamento qualitativo (per esempio: se io singolo privato apro un'attività economica sono sottoposto alle leggi dello stato e del mercato, ma se l'attività economica in questione è una multinazionale, che è sempre una cosa fatta per guadagnare per vivere, solo enormemente più in grande, ebbene questo "enormemente" fa sì che essa faccia un salto di scala e sia lei a fare le leggi dello stato e del mercato e non più a subirle). E così un cacciatore-raccoglitore è piccolo e debole e viene limitato localmente (però localmente impoverisce l'ambiente), mentre la nostra società industriale è grande e forte e impoverisce tutto il mondo e viene limitata a livello globale e magari oltre che ad una diversa scala spaziale appartiene anche ad una diversa scala temporale, per cui se il cacciatore vede i danni che ha prodotto in poco tempo, per vedere i danni del sistema industriale ci sono voluti decenni e forse secoli.
      In generale uno dei problemi maggiori lo vedo proprio nelle scale spaziali e temporali: se la nostra società industriale fosse dimensionalmente limitata (poche persone, pochi oggetti, ecc.) sarebbe, io credo, un sistema ottimale per garantire un benessere (intendiamoci: cure mediche, cibo, cose così, non vacanze, eh!) inimmaginabile altrimenti e per un discreto periodo di tempo (ad esempio, in Italia, prima dell'arrivo del petrolio americano mica c'erano i boschi che ci sono adesso). D'altra parte a me pare che una caratteristica fondamentale della vita è di essere invadente, di tendere a crescere all'infinito e di non preoccuparsi del domani. I limiti sono sempre esterni. Altrimenti se ogni vivente si fosse limitato, ad esempio limitando il potenziale riproduttivo o di espansione territoriale, al primo incidente si sarebbe estinto (chi coltivi un orto sa che deve seminare forse centinaia di semi di pomodoro, che poi fanno molte decine di pianticelle da mettere in vaso fino ad avere un numero definitivo di piante nell'orto molto piccolo rispetto al numero di semi, e che verosimilmente caleranno ancora prima di aver raccolto tutti i pomodori a fine stagione. Se uno dice: semino solo i 10 semi che corrispondono alle 10 piante di cui ha bisogno, corre un rischio enorme di non avere pomodori da mangiare).

      Grazie.

      Guido

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    7. .. secondo me.. diciamo che bisogna capire qual'è l'argomento
      sono d'accordo con l'esempio delle attività economiche, che però secondo me non è un buon parallelismo con i due paradigmi umani di cui sopra: le due attività economiche che porti ad esempio sono appunto due attività, di diversa scala, ed è ovvio che se variano le grandezze in campo possono cambiare equilibri in sfere più ampie (una accettata su un tronco non cambia niente, dieci alla quarantesima accettate su vari tronchi fanno collassare il pianeta);
      nel confronto fra cacciatori-raccoglitori e cultura dell'accumulo si confrontano invece varie attività (tese a dare "stabilità", solo alla specie umana, ovviamente, e a quanto pare x un periodo limitato di tempo-parlo per esempio di agricoltura, pastorizia, commercio, poi trasporti, industria, ecc), dicevo si confrontano varie attività con la semplice sopravvivenza, o semplice Vita, del cacciatore-raccoglitore;

      l'esempio secondo me non calza anche perchè con lo stile di vita "primitivo" non si causa un progressivo sfruttamento, ma la stabilià è implicita, come avevo scritto con le freccette nel post sopra;
      invece, se metti su un'attività, perchè lo fai? per mettere da parte più risorse. per cui potrai avere più figli o semplicemente utilizzarne di più di quelle che naturalmente, secondo la termodinamica dei cicli naturali, ti spetterebbero come mammifero col tuo peso ponderale;

      per farla breve, io penso che quello tu dici sia corretto, ma semplicemente non si applica in questo contesto: è vero come tu dici che un cambiamento quantitativo può diventare qualitativo, ma è vero anche che una differenza qualitativa in origine, con inizialmente uguale "quantità"in due fenomeni (in questo caso i suddetti due diversi paradigmi secondo la mia visione QUALITATIVAMENTE differenti) può portare a differenze quantitative nel lungo periodo;
      come più volte espresso, in un caso si giunge presto, o comunque inevitabilmente, alla "quantità" (fino al limite della biosfera), nell'altro caso no, ci si può espandere fino a un limite compatibile con le risorse di un territorio di caccia o raccolta (e anche se nel farlo si causano estinzioni, si raggiunge comunque un equilibrio alla fine, cioè un LIMITE QUANTITATIVO); al limite tutta la biosfera può diventare territorio di caccia e raccolta, ma con un equilibrio finale stabile, o meglio in equilibrio dinamico, come per un qualsiasi ambiente naturale ecologicamente resiliente;
      Odum stima una popolazione mondiale massima, come cacciatori-raccoglitori, dell'ordine di un centinaio di milioni (naturalmente in un ambiente sano..); con buona pace del concetto di "sostenibilità" ahahah!!!
      ..continua..


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    8. ..continua..

      secondo punto: a patto che si trovino le regole e i modi x limitare la nostra società industriale, forse anche io vorrei fosse così, ma x quanto appena esposto x me non è possibile (tendenza all'aumento in scala quantitativa inevitabile);

      x finire, è vero che ogni specie è egoista, e l'uomo in questo non è diverso da ogni altra specie animale e vegetale; le possibilità sono 2:
      - si integra coi cicli naturali, e come per le altre specie la Natura stessa gli porrà dei limiti;
      - non si integra coi cicli naturali, e come per le altre specie la Natura stessa gli porrà dei limiti;
      ... scale temporali.. ;)

      siamo come dei bambini che escono di casa e si sentono liberi, finchè non si rendono conto che anche il giardino è recintato..


      in ogni caso, non era mia intenzione parlare di quello che sarebbe ottimale o meno per la società, ma semplicemente sottolineare come secondo me l'origine degli squilibri che vediamo oggi (dal nostro punto di vista, le zanzare per esempio non sono mai state meglio) dipende dagli effetti collaterali della stanzialità-agricoltura-pastorizia; nient'altro; massimo rispetto per le idee di tutti, disposto a cambiare idea se qualcuno mi dimostra il contrario, ma a me questa cosa è chiara come il sole, da anni;

      ciao e grazie x il confronto costruttivo!!
      e scusate x la lunghezza del post.

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  6. molto bene cumpà
    j.b.

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  7. E' possibile avere la fonta del grafico sull' andamento del consumo energetico pro capite?
    Infatti mentre la parte "forecast" a destra della linea nera (ossia dal 2010) mi sembra la solita ipotesi catastrofista/picchista relativamente fantasiosa, la parte sinistra che riguarda i FATTI mi interessa.
    Soprattutto vorrei capire se è vero che dal 2000 in avanti si è registrata una sostenuta crescita lineare dei consumi pro-capite (da 70 a 80 GJ a testa, ossia un valore importante) quando nell ventennio precedente si era raggiunto un plateau di stabilità.
    Se fosse un dato corretto mi piacerebbe che qualcuno provasse a spiegarlo.

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    1. Rinnovo le mie scuse per la pigrizia con cui tratto le fonti, cercherò di essere più pignolo in avvenire. Non ho, per ora, ritrovato quell'articolo specifico, ma ne ho trovato un'altro che dice circa le stesse cose e che riporta un grafico molto simile, fra l'altro senza la parte di previsione fanta-picchista:
      http://scienceblogs.com/casaubonsbook/2012/03/19/seeing-is-believing-world-ener/

      Quanto alla spiegazione, non sono in picchista ed altri potranno dare spiegazioni molto migliori della mia. Io azzardo semplicemente l'ipotesi che aumentando lo sforzo per reperire e sfruttare le risorse residue è ben normale che ne aumenti la disponibilità, il problema è quello dei "ritorni decrescenti" a proposito del quale sono usciti una miriade di articoli, alcuni dei quali anche in italiano su questo stesso blog.

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    2. Grazie per il link. Lo guarderò cercando di incrociare i dati con quelli da fonti ufficiali (tipo i valori della global energy production dell' IEA nel tempo divisi per la popolazione a pari data) e cercherò di vedere se il recente "salto in alto" è reale.
      Riguardo alla spiegazione, così su due piedi non mi pare che torni molto, perchè i "ritorni decrescenti" valevano anche nei circa 20 anni (dal 1980 al duemila) in cui (sempre secondo il grafico) l' energia pro-capite è rimasta quasi costante (ma quella complessiva è cresciuta dato che la popolazione mondiale è stata sempre in crescita in tale periodo).

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    3. La cosa non mi pare che contrasti con i "ritorni decrescenti" se gli investimenti in ricerca e sviluppo fossero cresciuti in misura sufficiente. Un dato che un'analisi pignola dei dai IEA dovrebbe consentire di verificare. Un aspetto che penso critico sia anche tenere conto dell'energia netta e non di quella lorda e distinguere fra le due è spesso difficile. Facci sapere.
      Jacopo

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    4. Grazie ancora del link nel grafico del quale sono evidenziati gli apporti delle varie fonti energetiche (con quelle fossili ovviamente dominanti)
      e ciò credo sia fondamentale per capire l’ andamento complessivo.

      Per parte mia ho controllato i dati a partire dal 1970 (prima li prendo per buoni) considerando la produzione globale di energia data dall’ IEA (circa 5,5 Gtep nel 1970 e 13 nel 2010) dividendoli per la popolazione. Da notare che questa negli ultimi 40 anni ha avuto una crescita quasi del tutto lineare (poco oltre gli 80milioni per anno) per cui i tassi di crescita sono andati sempre più diminuendo (dall’ iniziale 2% anno circa a poco più dell’ 1% di oggi).
      Per il periodo da me considerato il grafico mostrato nel post è sostanzialmente corretto, anche se un po’ “grezzo” (non si vede che nel 2009 c’è stata una brusca caduta dell’ energia pro capite a valori vicini al 2005 recuperata però l’ anno successivo).

      Andando a considerare i vari contributi (confermati anche dall’ IEA) secondo me risulta chiaro come la crescita dell’ energia pro capite nell’ ultimo decennio sia in gran parte dovuta alla brusca impennata dell’ utilizzo massiccio del carbone come fonte energetica che si è avuto in Cina (fonte molto disponibile e a buon mercato con ottimi ritorni economici per la seconda potenza del mondo in grande sviluppo).
      Un secondo importante effetto, per quanto inferiore al primo, è l’ accelerazione nella crescita della produzione di gas naturale, mentre il petrolio, compreso il famoso shale oil, gioca un ruolo se non trascurabile almeno marginale.

      Invece guardando il grafico di scienceblogs relativo ai decenni passati, oltre alla conferma della stabilità dell’ energia pro capite tra il 1980 ed il 2000 intorno ai 70 GJ a testa, risulta evidente che il balzo in alto delle medie tra il 1940 (circa 35 GJ) ed il 1970 (ben 65GJ con quasi un raddoppio nonostante la popolazione sia aumentata da meno di 2,5 a quasi 3,7 miliardi di esseri umani!) fu in massima parte dovuto alla crescita del petrolio (ed in seconda battuta del gas), crescita con tassi assai più elevati di oggi (o meglio degli ultimi 30 anni, a partire dalla risoluzione delle crisi petrolifere a fine anni ’70).

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    5. Grazie per la verifica e le precisazioni. Se ho ben capito, non è quindi da escludere un imminente calo della disponibilità pro-capite perché la popolazione continua a crescere ed il petrolio a diminuire; resta l'incognita di quanto l'estrazione di carbone potrà ancora aumentare e su questo non azzardo ipotesi perché non sono del ramo e trovo cose diversissime in letteratura. Personalmente spero che il picco del carbone sia molto vicino perché ci vedo l'unica speranza di salvare il salvabile dal punto di vista demografico e climatico.
      Jacopo

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    6. Mettiamola così: se qualcuno sostenesse in tono molto allarmato "siamo vicini alla terza guerra mondiale, l' andamento della conflittualità recente come si vede in questoo quel grafico la rende inevitabile, è solo questione di anni" gli si dovrebbe dare credito?
      Io direi di no;
      bisognerebbe correttamente segnalargli che nessuno ha la sfera di cristallo ma che le sue preoccupazioni non sono supportate da modelli scientifici alla Hari Seldon che permettono di predire il futuro con sufficiente esattezza (senza questa la "predizione" non serve a nulla, tipo dire "nel futuro ci sarà una guerra mondiale, tra 10 o 10mila anni non so, ma ci sarà). Eppure nessuno potrebbe escludere che (anche a breve) non ci sarà davvero la WWIII!
      Dal punto di vista energetico globale è più o meno (un po' meno ad essere sinceri) la stessa cosa, ossia nessuno ha la sfera di cristallo e può prevedere o smentire categoricamente possibili crolli futuri.
      Però i trend complessivi degli ultimi decenni indicano:
      a) la popolazione continua a crescere (è un guaio) ma almeno con tassi decrescenti
      b) la produzione di petrolio globale NON ha ancora raggiunto un ben definito massimo (o picco che dir si voglia) ma è su un plateau con una lieve salita dovuta allo shalel oil
      c) tutto il petrolio mondiale come fonte energetica vale circa il 30% dell' energia primaria usata da nostri 7 miliardi di simili (al 2011 era il 31,5% in forte calo rispetto a 40 anni fa)
      d) la produzione di carbone è in brusca salita
      e) le riserve di carbone se non ricordo male (sarebbe interessante controllare) sono molto consistenti
      f) sul GW non si sta facendo nulla di concreto, per cui (salvo repentini cambiamenti di rotta) l' umanità si ciuccerà le conseguenze negative.
      Poi ci sarebbe anche la produzione di gas in crescita (al 2011 valeva il 21.3% del totale, ossia mica "pizza e fichi") e le nuove rinnovabili che sonosì all' 1% ma nei decenni (questo è il tempo realistico, non facciamoci illusioni) prossimi potranno raggiungere valori paragonabili alle altre grandi fonti energetiche.

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  8. Jacopo, allora la teoria di Olduvai non è così sbagliata.
    Che ne pensi?
    Valdo

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    1. Infatti la trovo interessante. Il suo principale limite penso che risieda nel fatto che è troppo focalizzata sulla produzione di energia elettrica. Le previsioni che avanza si sono dimostrate sbagliate rispetto ai tempi e forse anche rispetto alle cause scatenanti il tracollo (in particolare l'idea di una guerra fatale scatenata dalla cancrena israelo-palestinese) probabilmente non si avvereranno. Ho l'impressione che il mondo se ne freghi sempre di più sia degli uni che degli altri (il che dovrebbe fare riflettere entrambi). Ma forse una guerra fatale in medio-oriente ci sarà lo stesso: personalmente temo soprattutto la progressiva destabilizzazione interna di Iran e Arabia Saudita che potrebbe portare ad una guerra fra questi due paesi (con relativi satelliti). E questa probabilmente sarebbe abbastanza grossa da avere gli effetti previsti dalla teoria Olduvai.
      In sintesi, la trovo un argomento interessante di riflessione.
      Jacopo

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  9. A differenza del post di Tom Murphy che pone una riflessione su energia e crescita demografica da un punto di vista puramente scientifico , questo invece fa una miscela di argomenti per proprorre e giustificare come unica soluzione il malthusianesimo (in maniera devo dire piu o meno velata). La solita caciara all'italiana, almeno ad un certo livello di istruzione dovremmo stare lontani da proporre post pseudo-scientifici, e invece dall'alto della vostra istruzione pagata dai contribuenti ripescate vecchie idee novecentesche condite di classismo e contraddizioni tipiche di una certa borghesia che omette e difende i livelli del proprio benessere per puntare il dito su persone che sono povere o malfamate a causa di un sistema che prima li ha usati e poi buttati.

    Con ciò non escludo che il problema dovrebbe essere affronato seriamente, anzi...

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