Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


mercoledì 22 novembre 2017

Le Ultime Frontiere dell'Etologia





Nonostante il titolo molto scientifico, questo è un racconto di genere fantastico. Un po' erudito, un po' dissacrante, un po' divertente, un po' ironico; forse lo possiamo definire come fantascienza o, semplicemente, come una sottile riflessione sulla natura umana. Di Elena Corna potete anche leggere "La Metamorfosi Liquida" su questo blog. 


Le ultime frontiere dell’etologia

di Elena Corna


La sala, se vogliamo chiamarla così, era gremita. Per ascoltare i due illustri etologi erano accorsi una quantità di altri etologi, studenti di etologia, studenti in generale e anche non studenti: maschi, femmine, giovani, anziani, colti e meno colti. Naturale: in una società minimamente evoluta la curiosità intellettuale è necessariamente molto elevata. Mentre gli intervenuti si acciambellavano allegramente e sistemavano i loro generi di conforto, il moderatore Bibi si apprestava a presentare i due relatori.

        “Abbiamo il piacere di avere con noi Tututututu e il suo assistente Pepepepe, che ci presenteranno i risultati della loro ultima indagine, svolta nell’ambito del Progetto sulla ricerca dell’autocoscienza delle specie animali.”

Scroscio di applausi, se vogliamo chiamarli così. I due relatori erano infatti due luminari, come dimostra la lunghezza del loro nome (più volte la sillaba del nome è ripetuta, più il portatore del nome si trova in alto sulla scala della conoscenza).

         “ Per quelli di voi che non erano presenti alle precedenti serate, dirò due parole su questo Progetto, che mira a rispondere al fondamentale quesito: ‘Sono le specie animali terrestri autocoscienti, oltre che senzienti?’ Ebbene, il Progetto ha dimostrato che sì, gli animali sono autocoscienti. Non sono state esaminate tutte le specie, s’intende. Sono così numerose! Tuttavia le ricerche svolte finora sono confortanti. E’ stato dimostrato che sono dotati di autocoscienza quasi tutti i mammiferi, molte specie di volatili e anche di gasteropodi. E’ noto che più una specie è elementare, più lo studio è difficile. Ma un’uguale difficoltà si incontra anche nello studio delle specie complesse, proprio a causa della loro complessità. Ecco perché l’indagine di cui parleremo stasera era stata lasciata fra le ultime, proprio perché riguarda una specie particolarmente complessa. Ma cedo ora la parola agli illustri Tututututu e Pepepepe , che tenteranno di rispondere alla domanda: ‘E’ la specie umana dotata di autocoscienza?’
        
In mezzo a un altro scroscio di applausi, Pepepepe accenna un sorriso, se vogliamo chiamarlo così, ed esordisce: “Innanzitutto vorrei ringraziare i colleghi della Facoltà di Linguistica che hanno collaborato con noi e che stasera non sono qui; si scusano, ma è in corso un importante convegno sulle modalità di comunicazione telepatica. Se tutto va bene, già dopodomani potranno essere comunicati i risultati, che ci diranno se le onde-pensiero possono trasmettere i significanti, oltre che i significati.”

Il mormorio di ammirazione che si leva dall’uditorio costringe Pepepepe a una pausa.

Con un gesto, Bibi ristabilisce il silenzio.

“Ci vuole spiegare, professore, il motivo del sodalizio fra etologi e linguisti?”

“ Il motivo è la natura sperimentale di questa ricerca. Infatti, essendo la specie homo sapiens dotata di un linguaggio articolato, abbiamo pensato di studiarne l’autocoscienza dalle tracce linguistiche. In parole povere, il primo segnale di autocoscienza si ha quando un essere, mettiamo un polpo, pensa: “Io sono un polpo”. Nel caso di una specie che comunica prevalentemente con un linguaggio verbale, abbiamo pensato di monitorare l’uso che fa del termine che la definisce, ossia umano. Molto semplice.”

Interviene l’emerito Tututututu:”Collega, occorre dire all’onorevole pubblico che i linguaggi umani sono molteplici…”

“Sì, certo, stavo per dirlo: la specie ha elaborato migliaia di lingue, per cui era necessario sceglierne una. La scelta è caduta sull’italiano.”

Mormorio interrogativo fra la folla. Prontamente, Bibi mostra un punto su un grande mappamondo, per quelli che ignorassero l’ubicazione o l’esistenza di luogo nomato Italia. Il mormorio si placa ma non del tutto.

“La scelta, che può apparire peregrina, ha una sua logica -continua Pepepepe- Volevamo un idioma non troppo antico, che avrebbe potuto rivelare un apparato concettuale obsoleto, né troppo recente; né molto raffinato, come il greco, né schematico. Insomma, una lingua che riflettesse la media, per così dire, dell’homo sapiens. Abbiamo fatto la scelta giusta? Non si sa. Ma non entro nel merito e passo la parola all’esimio collega”.

Il pubblico pende dalle labbra, se vogliamo chiamarle così, di Tututututu.

“All’inizio della ricerca, il nostro sensore lessicale ha fiutato il termine umano, come era ovvio aspettarsi, in svariati testi soprattutto didattici, in cui è associato a parole come anatomia, riproduzione, società e anche dimensione. Dunque essi sanno di essere una specie a sé stante con un funzionamento differente da quello, poniamo, di un manzo o di un pappagallo. L’indagine, per noi, era già finita. Ma ecco che, proprio mentre stavamo per chiudere il rapporto, il sensore ha segnalato un giacimento del termine umano su molti giornali…”

Diligentemente, il moderatore sventola alcuni esemplari di giornale ad uso di coloro che non fossero a conoscenza di tale manufatto.

“ …a proposito della caccia alle foche. La questione era questa: sollecitato dalle proteste di molti umani amanti delle foche, il governo di un territorio chiamato Canada ha ripetuto numerose volte che le foche sarebbero state uccise  in maniera umana. Molto strano: la specie umana infatti pratica tutte le forme possibili di uccisione, spesso con estrema crudeltà. Uccide continuamente, sia cospecifici sia altri.”

Un mormorio di orrore sale dalla sala.

“So che è strano, ma è una caratteristica della specie…”

“Professore,- interviene una voce- sarà perché sono troppi? Sappiamo bene che la mancanza di spazio vitale è il fattore principale che induce all’aggressività…”

“Che cavolo dici?-interrompe un'altra voce- Essi se la prendono con le foche, e non c’è competizione territoriale con le foche!”

“Ehm…-continua Tututututu- sì, in effetti sono un po’ troppini, e questo è un fattore importante… ma c’è sicuramente dell’altro. Comunque, ora non possiamo parlare di questo. Permettetemi di tornare al punto: uccidere in maniera umana non può significare altro che uccidere spietatamente. Forse i sostenitori del massacro delle foche hanno inteso dileggiare gli oppositori? Questa sembra l’unica ipotesi possibile; comunque, l’evidenza richiedeva un approfondimento, perciò abbiamo puntato il sensore sul parlato. E lì abbiamo fatto una scoperta bizzarra.”

Il professore fa una pausa per guardare la curiosità gonfiarsi, con la soddisfazione di un pizzaiolo che fa lievitare la pasta a regola d’arte..

“Abbiamo scoperto che l’associazione più frequente nel linguaggio è quella fra il termine umano e una categoria di essere umano, per esempio un impiegato, un infermiere o un poliziotto. ‘Che fortuna, ho trovato un medico umano!’ dicono. Tuttavia, è assodato che nelle società umane non esistono impiegati, infermieri o poliziotti che non siano umani. Non abbiamo trovato nemmeno un funzionario che fosse uno scimpanzè, una megattera o un individuo di un altro pianeta. Dunque, ci siamo chiesti, perché gli umani si stupiscono quando trovano qualcuno umano? Lo sanno di già di avere a che fare con un altro umano! Ebbene, signori, trovare qualcuno umano, nel linguaggio corrente, significa trovare qualcuno solidale e comprensivo! Essi allora si stupiscono,  perché di solito gli umani sono arroganti e spietati. Essere arroganti e spietati perciò è considerata come la norma per gli umani. Ma allora, quando trovano un individuo gentile e solidale dovrebbero sì stupirsi, ma dire: ‘ Che fortuna, ho trovato un funzionario disumano!’ “

Un mormorio di approvazione  si diffonde fra l’uditorio.

E’ Pepepepe a riprendere il discorso, mentre il collega si tuffa in una pozza d’acqua (nota: c’è chi beve portando l’acqua dentro se stesso e c’è chi beve portando se stesso dentro l’acqua; questo vale tanto nella vita quotidiana quanto ai congressi)

“ Vedo che non vi sfugge la mancanza di logica dimostrata dalla specie in esame. Ebbene, caro pubblico, non è tutto qui!”

Gli risponde una serie di splash  e di munch munch, segno che il pubblico, ormai rilassato, ha attaccato i generi di conforto.

“Paradossalmente, e vi prego di notare il paradosso, il termine disumano viene usato per definire dei comportamenti particolarmente aggressivi; quando uno stupra, tortura, incrudelisce, allora viene chiamato  disumano. Eppure, la capacità di incrudelire e di far soffrire gratuitamente è specificamente umana. Per loro stessa ammissione, gli umani non hanno mai visto nessun altro comportarsi così. Non gli altri animali, che uccidono solo per fame, o per difendersi in  caso di minaccia, non i vegetali, che poveretti stanno fermi, non gli dèi, che stanno solo nei miti, non gli alieni, che per ora non hanno avuto il piacere di conoscere. Quindi, tutto ciò che definiscono disumano è in realtà tipicamente umano.”

“Ma è assurdo…”  “Non ha senso…” interloquisce qualcuno dal pubblico.

Riemergendo, Tututututu annuisce vigorosamente e riprende la parola. “E invece è così! Ciò che afferma il collega è corretto. Ma c’è di più! Puntato sui media, il nostro sensore è quasi andato in tilt, per il numero esorbitante di volte in cui ricorre il vocabolo umano.”

“Professore, un attimo! Mi lasci spiegare cosa si intende per media!” lo interrompe Bibi, issando sul tavolo dei relatori un esemplare di TV e alcune riviste.   Dopo una breve e ansante (l’apparecchio Tv si era rivelato piuttosto pesante per il fisico di Bibi) spiegazione, Tututututu riprende il discorso:

“C’è di più, gentile pubblico. Devo fare una premessa: sappiate che gli umani sostengono di avere in esclusiva alcune doti che gli altri animali non hanno: raziocinio, capacità di astrazione e di calcolo, autocontrollo. Essi ritengono di essere l’unica specie terrestre dotata di tali qualità. Ebbene, una combinazione frequente è quella del termine umano con i sostantivi “doti” o “qualità”. Continuamente i media segnalano le ‘qualità umane’ di qualcuno. Ora, è logico aspettarsi che si faccia riferimento al raziocinio eccetera, giusto?”

Una moltitudine di teste, se vogliamo chiamarle così, annuisce convinta.

“ Invece no, caro il mio pubblico! Le doti di umanità spesso decantate definiscono un insieme di adattabilità, di empatia e di disponibilità verso i propri simili. Quando un umano si distingue per le sue ‘doti di umanità’ si intende questo.  Ma tutte queste facoltà, che sono, per così dire, più sentimentali che raziocinanti, sono esattamente quelle che vengono riconosciute agli altri animali! Anzi, è difficile per gli umani raggiungere il grado di fedeltà, di abnegazione e di affetto incondizionato di cui sono capaci, ad esempio, i cani. Perciò, le migliori doti che l’umanità si riconosce sono alla fine quelle animali. Inoltre, in un confronto fra un individuo impulsivo e passionale e un altro logico e calcolatore, è sempre il primo che viene definito umano. Perché, io mi chiedo e vi chiedo, non è mai l’umano logico e pianificatore che viene complimentato per la sua umanità? Eppure è proprio lui che dimostra quelle caratteristiche che l’homo sapiens  ritiene una sua esclusiva conquista! Perché?”

Assetato per la lunga tirata e per la frustrazione del ricercatore che non ha cavato un ragno dal buco, il prof. si immerge lasciando la domanda a palleggiare nella sala.

“Boh?”

“In effetti è paradossale…”

“Sono pazzi, quegli umani”

“Ce lo dica, professore!”

“Col cavolo che lo so!” gorgoglia Tututututu riemergendo.

“Vi prego di scusare il professore, questa indagine è stata particolarmente faticosa e la stanchezza si fa sentire” interviene Pepepepe.

“Continuerò io, non per dare una risposta ma per dimostrare che non è stato possibile trovarla, la risposta. La questione infatti è più complicata ancora. Permettetemi di riprendere il filo: l’unica cosa chiara è che le doti umane sono qualcosa di cui vantarsi.

Ma qui si riscontra un altro paradosso: quando un umano vuole giustificare una sua debolezza, dice sempre (il nostro sensore l’ha rilevato in modo massiccio): In fondo sono un essere umano!”  Il che è un’ovvietà. Si è scoperto che la frase significa pressappoco:’ Sono un essere debole, imperfetto e impulsivo, non si può mica pretendere da me un comportamento lineare o efficiente etc.’ Il che è un’altra ovvietà. Lo sanno tutti nel cosmo che nessun essere fatto di materia è perfetto.”

“Forse essi non lo sanno…” interloquisce timidamente una voce.

“E allora non sono autocoscienti. Punto e basta” aggiunge un’altra voce.

“Nooo! Ha ragione il nostro amico della quarta fila!- irrompe Tututututu- Sono pazzi! Si è mai vista una volpe, che non è riuscita a prendere la preda, giustificarsi con i suoi cuccioli dicendo ‘In fondo sono solo una volpe?’  O si è mai visto un gatto che sbaglia un salto dire alla sua bella ‘In fondo sono un gatto’? La gatta penserebbe  ‘Certo che sei un gatto, cretino, te ne accorgi ora? Che pensavi di essere, una gazzella?’ Egli è sempre consapevole della sua gattità e non cerca scuse ovvie e quindi vuote!”

“Ehm…- interviene Pepepepe- ripeto, perdonate l’esimio professore. Si è impegnato molto in questa indagine e vi assicuro che passare parecchio tempo fra gli umani farebbe saltare l’equilibrio di chiunque. Ricapitolando, sì, l’asserzione è un’ovvietà, ma non è poi un gran male asserire un’ovvietà, come ben sapeva monsieur de Lapalisse. Il punto è un altro: coloro che usano spesso la frase ‘sono un essere umano’ per giustificare, ad esempio, dei frequenti scatti di ira, rivelano la poca volontà di ragionare sui propri comportamenti e, soprattutto, di migliorarli; in definitiva, chiedono agli altri di essere accettati così come sono; che nessuno chieda un minimo di evoluzione, per carità! Guarda caso, la capacità di evolvere è proprio quella di cui si vanta l’essere umano quando si paragona con  i comportamenti più ‘automatici’ degli altri animali o delle macchine. Quindi, i moltissimi umani che ripetono ‘sono un essere umano’ si infilano in un bisticcio concettuale, mettendosi allo stesso livello di entità incapaci di sviluppo, con cui mai vorrebbero essere confusi.”

“Ma professore!- protesta dalla prima fila uno studente con la faccia (se vogliamo chiamarla così) da secchione – A me pare che il ricorrere di questa frase dimostri che gli umani sono coscienti della loro imperfezione, per quanto ovvia sia!”

“Buona osservazione, caro Kakaka, ma allora perché ogni volta che un treno deraglia…Oh, sì, certo…Ecco, ora il nostro Bibi vi mostrerà cos’è un treno”

Velocemente, Bibi e altri montano sul tavolo un modellino di treno con annessi e connessi e ne spiegano la funzione, sotto lo sguardo attento dei convenuti.

“Carina quella cosa, mi piacerebbe averne una” sussurra una voce.

“Ma fammi il piacere, va’!” sibila un’altra voce, evidentemente della moglie.

“Certo che quegli umani ne hanno fabbricate, di cose strane!” esclama un terzo.

“Già! E questo non è niente!- esclama Tututututu, al cui udito finissimo non era sfuggito il commento – 

Dovreste vedere le banche, il teatro futurista e il reggiseno! ”

“ Scusi, prof., ma vorrei evitare che il discorso deragliasse – interviene sorridendo Bibi, fiero della sua battuta – Si parlava del fatto che essi sono coscienti della loro imperfezione…”

“Appunto. Tuttavia, ogni volta che un treno deraglia o succede qualche catastrofe del genere, essi danno la colpa a un ‘errore umano’ e si scandalizzano moltissimo. Sembra che l’interesse principale sia scagionare del tutto le macchine, le attrezzature e chi le ha inventate. La colpa ricade su chi le ha manovrate. Ma perbacco, chi le ha inventate doveva pur sapere che sarebbero state manovrate da umani! Doveva pur tenerne conto! E’ ovvio che un errore umano è probabile! Quindi, se questa specie è cosciente della sua imperfezione, perché inventa meccanismi complicati che devono essere manovrati da imperfetti umani e poi ci rimane male se quegli imperfetti umani fanno errori? Perché?”

“Ma insomma, professori, questa specie è autocosciente o no?”

“Eh, non si sa. Le evidenze, come speriamo di aver dimostrato, sono discordi. Il termine umano sembra indicare tutto e il contrario di tutto. L’unica cosa certa è che gli umani sentono il bisogno di affermare continuamente di essere, appunto, degli umani. Non si è capito però da chi ci tengono tanto a differenziarsi, dato che non sono minacciati da nessun’altra specie: né da altri animali o da robot, che non sono in grado, né da semidei o entità spirituali, che danno prova di grande discrezione, né da alieni, che a quanto pare stanno alla larga.

Dunque, perché l’asserzione di umanità è tanto inflazionata? Possiamo solo fare delle ipotesi.”

“Forse- azzarda una voce dal pubblico- essi non sono dotati di memoria...Hanno paura di dimenticarsi chi sono e così devono ricordarselo spesso. Magari ogni giorno si svegliano e pensano: ‘Dunque, cosa sono io? Sono un ragno e quindi devo fare la tela, oppure sono un tiglio e devo fare la fotosintesi, o forse sono un umano e devo guidare un treno? Che ne pensa, prof. Tututututu?”

“Carino però, quel treno…” bisbiglia distratto il tizio di prima, guardando il luminare tutto intento a manovrare il modellino.

“Gugu, non penserai mica di frequentare gli umani! Sono pazzi, l’ha detto anche il prof.!” sibila la (forse) moglie.

“Davvero, Gugu, sono pericolosi! Ha ragione Lalala!-  sussurra una terza voce del gruppetto- E’ l’unica specie conosciuta che pratichi la tortura! Quando ce l’hanno detto a scuola, nessuno ci poteva credere!”

“Lo so, lo so…Scherzavo…”  

Con autorevolezza, Pepepepe riprende la parola: “Poiché. ehm, in questo momento il prof. Tututututu è occupato, risponderò io. No, è da escludere che non abbiano memoria.”

“Ci sono! -esclama lo studente Kakaka dalla prima fila- Essi si stanno allenando! Si preparano a un momento in cui lo spazio sarà pieno di stazioni stellari brulicanti di umani, vulcaniani, venusiani, aquile reali e altri esseri, e allora gli farà comodo giustificare le loro eventuali goffaggini dicendo: ‘Scusate, sono un essere umano!’ “

Il dibattito a questo punto è irrefrenabile.

Lulu:   “Intendi, così come ora dici ‘Scusate, sono straniero’, se per esempio ti trovi in difficoltà in un luogo che non conosci?”

Kakaka: “Esattamente, sì”. 

Dydydy: “A me sembra una cavolata. Probabilmente essi si sono dati una definizione che non gli corrisponde…Intendo dire, forse vorrebbero essere in un certo modo ma poi di fatto non sono ancora riusciti a essere in quel modo.”

Sjsj. “Ma non sono loro che si vantano di evolversi? Che hanno fatto, in tutto questo tempo?”

Zeze: “ Boh, per me una specie che si definisce umana ma poi chiama disumane le proprie caratteristiche peculiari, è una specie che ha dei problemi.”

Cococo:“ E allora è come dicevo io. Non sono autocoscienti. Punto e basta”

Bibi: “ Amici, per favore! Il professore vorrebbe continuare!”

Pepepepe:” Ecco, c’è da aggiungere un’ultima cosa. Un’ ulteriore difficoltà…”

Tutti: “Un’altra?!?”

Pepepepe:”Sì. Un’ulteriore difficoltà sta nel fatto che, di solito, una specie è autocosciente oppure no. Invece nel caso degli homo abbiamo l’impressione che in generale non lo siano, ma abbiamo anche la certezza che qualcuno di essi lo è perfettamente.”

Mormorio di stupore.

“Il prof. Tututututu ha studiato i rilevamenti nella letteratura e pare che lì si trovi autocoscienza pura in dosi massicce. Solo che il sensore tirava verso il passato del territorio in esame, negli scritti di…-scusate, mi sono segnato due appunti…ah, ecco- di un certo Lucrezio e di un certo Virgilio, ad esempio, ma qui il sensore ha segnalato che doveva essere tarato su un’altra lingua, il latino. Però non avevamo tempo di iniziare una nuova indagine, così abbiamo cercato nelle epoche più recenti. E abbiamo trovato un tal Leopardi.”

Bibi: “ Ah, un felino, dunque!”

Pepepepe: “No, no, è un umano. Leopardi è il nome. Leopardi Giacomo.”

Bibi: “Oh, sì, certo, mi scusi…”

Pepepepe: “ Questo Giacomo dimostra inequivocabilmente una perfetta autocoscienza, oltre che lucidità, intelligenza, umorismo e poesia.”

Zeze:” E non poteva insegnarle agli altri??”

Pepepepe: “Ci ha provato, ma pare che l’abbiamo trattato male…”

Cococo: “ E allora è come dicevo io. Non sono autocoscienti. Punto e basta. Anzi, è come dice il professor Tututututu: sono pazzi, e questo Giacopardo non era umano, era un infiltrato.”

Pepepepe: “Ecco, vorrei terminare la serata con la lettura di una sua poesia, che tradurrò per voi. Mi scuso per gli scarsi risultati del nostro lavoro e per la confusione dell’esposizione, ma…”

Il pubblico applaude calorosamente e, quando l’atmosfera si placa, Pepepepe comincia a leggere.

Ora in sala ci sono solo silenzio e qualche splash splash…
“E il naufragar m’è dolce in questo mare.”

Silenzio. A qualcuno è spuntata qualche lacrima (se vogliamo chiamarla così).

Quando l’atmosfera torna un po’ più densa ( il che accade quando un’atmosfera smette di essere rarefatta), Sjsj è la prima a parlare, sporgendosi mollemente fuori dalla sia pozza d’acqua:

“Professor Tututututu, ha intenzione di continuare questa ricerca? Magari andando fra quei latini?”

“Nemmeno per sogno! E poi, quei latini sono tutti morti. Al loro posto ci sono i romani, e io in quel guazzabuglio non ci torno. Anzi, l’ultimo verso della poesia mi ha dato un’idea.  Ho intenzione di avviare una ricerca sulla vita sociale delle oloturie. Chi vuole iscriversi al gruppo e venire con me, me lo faccia sapere!”

Scroscio di applausi.

Gugu:” Se si va in treno, quasi quasi ci vado io.”

Lalala: “ Ma piantala! E poi le oloturie stanno nel mare!”

Gugu: “Lo so, lo so, scherzavo…”