Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


sabato 22 maggio 2010

Ipazia e gli altri


Questa immagine, dal cosiddetto "Medaglione Ficoroni," è spesso definita come un ritratto di Galla Placidia, figlia dell'imperatore Teodosio, vissuta nel quinto secolo a.d.. Quasi certamente, tuttavia, è più antico e proviene dall'Egitto. Per cui, sarebbe semmai da vedersi come un ritratto di Ipazia. Comunque sia. è un volto che ci arriva da un mondo sofisticato, elegante, raffinato - e moribondo: gli ultimi anni dell'Impero Romano.


Nei tempi crepuscolari dell'inizio del quinto secolo, in un impero romano ormai ridotto allo stremo, si intrecciano storie di uomini e donne che cercano di cavarsela come meglio possono. E' curioso per noi notare come quel mondo sia per tanti versi simile al nostro.

Il 410 è l'anno del sacco di Roma da parte dei Visigoti. Durante l'assedio, Galla Placidia, figlia di Teodosio I, si trova a Roma e viene rapita dai Visigoti. Poi sposerà il re dei Visigoti, Ataulfo, per poi diventare imperatrice di Occidente nel 425. Sono i tempi in cui il giovane Patricius, che conosciamo come San Patrizio, arriva in Irlanda come messaggero di Cristianità. Dalla parte opposta del mondo romano, nel 415, Ipazia, intellettuale di Alessandria d'Egitto, viene assalita e massacrata da una folla di fanatici. Solo un anno dopo, nel 416, Rutilio Namaziano, patrizio romano, lascia una Roma ormai invivibile per la Gallia; il suo paese natale. Di questo viaggio ci lascerà una cronaca: il "De Reditu Suo"

Ci incuriosisce sapere se questi personaggi di quel mondo così remoto sapessero l'uno della sorte dell'altro. Namaziano aveva vissuto sicuramente i tempi drammatici dell'assedio e del sacco di Roma. Forse aveva partecipato alla convulsa seduta del Senato dove la madre adottiva di Galla Placidia - Serena - era stata condannata a morte. Dal testo del "De Reditu", sappiamo che Namaziano conosceva Palladio, il primo vescovo d'Irlanda che forse ha preceduto Patrizio; o forse era la stessa persona. Patrizio stesso, sperduto fra i suoi barbari, poco sapeva e probabilmente poco gli importava delle sorti di un impero di cui aveva fatto parte. E Ipazia? Sicuramente sapeva di Galla Placidia, anche se è poco probabile che si interessasse a quella di un patrizio romano come Namaziano, o di un giovane vescovo che predicava nella remota Irlanda.

Invece, è perfettamente possibile che Namaziano abbia saputo della fine di Ipazia ad Alessandria. Ci racconta lui stesso che era stato prefetto di Roma e, come tale, non poteva certamente ignorare quello che succedeva in una delle città principali dell'impero, Alessandria d'Egitto. Doveva aver fatto molto rumore la storia di un'intellettuale pagana uccisa da una banda di fanatici cristiani: massacrata a colpi di tegola, il suo corpo smembrato e bruciato in una manifestazione di odio selvaggio. Ancora più stupefacente doveva essere stato sapere che le autorità imperiali non solo non erano riuscite a impedire l'assassinio, ma nemmeno a punire i colpevoli. Può darsi che Namaziano, intellettuale pagano anche lui, abbia fatto i suoi conti e deciso che se non voleva fare la fine di Ipazia era meglio per lui lasciare Roma il più presto possibile.

Di Namaziano ho già scritto come la sua cronaca di viaggio lungo le coste dell'Italia coglie perfettamente il momento del crollo dell'antico impero. Di San Patrizio, sopravvivono due lettere autentiche interessantissime. Di Galla Placidia, ci resta il suo mausoleo a Ravenna, che ci dice qualcosa di come poteva pensare una come lei, vissuta in tempi così duri. Il mausoleo è completamente spoglio all'esterno ma ricco di decorazioni all'interno: era un tempo in cui le cose belle andavano tenute nascoste. Di Ipazia, non ci rimane niente di scritto di suo pugno, ma la sua storia terribile ce la racconta Socrate Scolastico:

Ad Alessandria c'era una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo. Provenendo dalla scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni.
Facendo conto sulla padronanza di sé e sulla facilità di modi che aveva acquisito in conseguenza dello sviluppo della sua mente, non raramente apparve in pubblico davanti ai magistrati. Né lei si sentì confusa nell'andare ad una riunione di uomini. Tutti gli uomini, tenendo conto della sua dignità straordinaria e della sua virtù, l'ammiravano di più.
Fu vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva. Ipazia aveva avuto frequenti incontri con Oreste. Questo fatto fu interpretato calunniosamente dal popolino cristiano che pensò fosse lei ad impedire ad Oreste di riconciliarsi con il vescovo.
Alcuni di loro, perciò, spinti da uno zelo fiero e bigotto, sotto la guida di un lettore chiamato Pietro, le tesero un'imboscata mentre ritornava a casa. La trassero fuori dalla sua carrozza e la portarono nella chiesa chiamata Caesareum, dove la spogliarono completamente e poi l'assassinarono con delle tegole. Dopo avere fatto il suo corpo a pezzi, portarono i lembi strappati in un luogo chiamato Cinaron, e là li bruciarono.

Queste antiche storie ci dicono come, in situazioni difficili, la tendenza umana è di serrare i ranghi, di stringersi intorno a qualcosa: idee, luoghi, credenze, religioni, qualsiasi cosa che ti possa dare un minimo di sicurezza; che ti possa dare l'impressione di non essere abbandonato davanti a un mondo che crolla, qualcosa che prenda il posto della legge, delle istituzioni, delle consuetudini che - da un certo punto in poi - hanno cessato di esistere o sono diventati delle ombre di se stessi.

E da questo nasce il fanatismo; a volte religioso, a volte politico, a volte semplicemente descritto dalla visione brutale del "noi contro di loro". Il fanatismo non tollera il dissenso. Non c'è posto per idee diverse, per dubbi, per domande. Chi dubita, domanda, o esplora, è una minaccia. Se persiste, deve essere eliminato, come Ipazia. A meno che non se ne scappi prima, come ha fatto Namaziano. L'impero uccideva o cacciava via i suoi uomini (e donne) migliori; proprio quelli di cui avrebbe avuto bisogno per sopravvivere.

Qualche sintomo di uno sviluppo simile lo stiamo vedendo oggi: le ondate di "caccia all'intellettuale" non sono cosa nuova, ma ultimamente si stanno facendo sempre più preoccupanti. L'ultima in ordine di tempo è quella scatenata contro i climatologi. Abbiamo visto l'accanimento dell'autorità giudiziaria, le minacce di morte che ricevono in continuazione, e il vero e proprio "omicidio bianco" di alcuni di loro.

Certo non siamo arrivati a vedere un climatologo massacrato a colpi di pietra da una banda di fanatici religiosi ma, come sempre, quello specchio lontano che è la storia dell'Impero di Roma ci fa pensare. Il fanatismo di certa gente potrebbe portare a eliminare, o comunque neutralizzare, proprio quelle persone di cui abbiamo più bisogno per cercare di capire cosa ci aspetta nel futuro. Eppure, abbiamo tragicamente bisogno di queste persone per limitare i danni che cose come il cambiamento climatico ci potrebbero fare.

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Questo post è ispirato dal film "Agora" che racconta la storia di Ipazia. Peccato che sia un film sciocco e banale - o almeno così mi è parso. Più che altro, molto noioso; al punto che non sono nemmeno riuscito a vederlo fino in fondo. Su Ipazia, si veda anche questo bel post di Kelebek.