Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


giovedì 30 giugno 2016

Se la Svizzera avesse un deserto del Sahara sarebbe una piccola Africa. Il mondo ha davvero un “problema di sovrappopolazione”?

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR


di Ugo Bardi

E' già politicamente difficile affrontare problemi come esaurimento del petrolio e cambiamento climatico ma, perlomeno, questi sono problemi fisici che possiamo esaminare usando il metodo scientifico. Ma la sovrappopolazione? E' la ricetta per una lite politica o religiosa istantanea.

mercoledì 29 giugno 2016

La bomba demografica scoppia o non scoppia?

"La Bomba Demografica "   (Titolo originale “The Population bomb”) di Paul e Anne Ehrlich fu uno dei libri “cult” dell’ambientalismo degli esordi; mai tradotto in italiano, malgrado avesse venduto oltre due milioni di copie in inglese.   Fra l’altro, ispirò il film “Soylent Green.”, uscito in Italia col titolo “2022: I sopravvissuti”.

La scommessa

Paul Ehrlich

Gli autori di "La Bomba Demografica " non amavano i mezzi termini ed il loro libro cominciava con questa frase:  “La battaglia per nutrire l’intera umanità è persa.   Durante gli anni ’70 centinaia di milioni di persone moriranno di fame malgrado qualunque drastico programma venga messo in atto adesso”.    E continuava sullo stesso tono.

Sbagliato.   Gli anni ‘70 segnarono anzi la fine delle grandi carestie post-belliche che avevano ucciso non centinaia, ma decine di milioni di persone.   Di carestie ce ne furono anche dopo, ma assai meno gravi e dovute più a questioni politiche ed economiche che ad un’insufficiente produzione agricola mondiale.
Ma Ehrlich non era convinto e nel 1980 rilanciò facendo una scommessa con l’economista Julian L. Simon.   Uno che diceva cose di questo genere: “Le condizioni di vita umane miglioreranno sempre in tutti campi materiali.   Qualunque sia il tasso di crescita della popolazione, storicamente, la disponibilità di cibo è cresciuta alla stessa velocità, se non di più”.
Julian Simon
La scommessa  fu sul prezzo di 5 materie prime strategiche: cromo, rame, nickel, stagno e tungsteno.   Secondo Ehrlich, fra il 1980 ed il 1990 il loro prezzo sarebbe aumentato  causa di una crescita demografica superiore all'aumento della produzione.
Sbagliato.   Malgrado l’aumento di quasi 1 miliardo di persone in un solo decennio,  il tasso di crescita della produttività fu ancora superiore ed il prezzo delle materie prime e del cibo diminuì.   Simon vinse la scommessa.
Grande festa e definitiva archiviazione della questione “sovrappopolazione” che, nel frattempo, era diventata molto “politicamente scorretta”.   Gli ambientalisti ripiegarono sulla trincea “Il problema sono i consumi e non le persone”, mentre lo spettro del reverendo Malthus veniva ancora una volta ricacciato nell'Averno.
Definitivamente?

Ehrlich ha sbagliato, anche Malthus?

Cominciamo proprio dal panphlet del Reverendo Malthus.   Sorpresa!   Non aveva predetto un’ecatombe in Inghilterra.   Piuttosto, aveva scritto chiaramente che, se gli europei non fossero stati capaci di limitare la loro natalità, ne avrebbero pagato il fio “i selvaggi delle Americhe” che sarebbero stati spazzati via per far posto a noi.   Su questo, è difficile dire che si fosse sbagliato.   Anzi, non solo gli amerindi, ma anche i Circassi ed molti altri popoli dell’Asia centrale pagarono un tributo di sangue estremamente alto alla nostra incapacità di auto-controllo.   (A scanso di complessi di colpa, qualche secolo prima erano stati popoli asiatici a fare un macello in Europa).

Dunque la prima crisi maltusiana globale fu superata è vero, ma l’esperimento, semmai, dimostrò la giustezza dell’intuizione originaria.   Un punto per il Reverendo.
Ci volle circa un secolo perché si presentasse una seconda crisi di livello globale.   Per l’appunto negli anni ’60, quando Ehrlich e tanti altri corsero a rispolverare Malthus dagli armadi in cui era stato temporaneamente sepolto.   Stavolta non c’erano più continenti vuoti o vuotabili in cui scaricare l’eccesso di gente.   Se ne dedusse che stavolta un’ecatombe era inevitabile.   Ma accadde esattamente il contrario del previsto: la produzione di cibo e di generi di consumo aumentò molto più rapidamente della popolazione.   Non solo scongiurando la carestia globale, ma addirittura migliorando sensibilmente la qualità della vita della maggior parte dei terrestri.   “Mai così tanti, mai così bene” titolava negli anni ‘90 un numero di “Focus”.
Dunque mathusiani – anti-malthusiani: 1 a 1 e palla al centro.

Su una cosa credo che nessuno abbia seri dubbi: nei prossimi decenni si giocherà lo spareggio.   Quali i  pronostici?

La squadra “malthusiana”, inutile negarlo, si presenta male.   Sostanzialmente, alcuni reduci dell'ambientalismo anni '70, qualche anonimo blogger ed un manipolo di universitari e ricercatori che sono disposti ad uscire dalla "torre d'avorio" per andare in giro a dire cose sgradite.  
In compenso, sul piano dei fatti hanno parecchie frecce al loro arco: Il picco dell’energia (altro fantasma ricorrente), la sostanziale stabilità della produzione alimentare a fronte di uno sforzo produttivo crescente, l’evoluzione del clima, il degrado dei suoli, la perdita di biodiversità, le migrazioni di massa, l’estinzione/degrado dei principali banchi di pesca mondiali sono solo alcuni degli argomenti che possono citare a favore della loro tesi.
Di contro, la squadra “anti-malthusiana” schiera il fior fiore della società mondiale: assolutamente tutti i maggiori leader religiosi e politici, praticamente tutti gli imprenditori ed i finanzieri, quasi tutti i docenti di materie economiche e demografiche, praticamente tutti i mass media.   Non si può dire che manchi il consenso almeno su di un punto:  la sovrappopolazione non esiste, è già stato ampiamente e ripetutamente dimostrato; basta con questa lagna.  Quello che abbiamo è un problema di scarsa crescita economica e, semmai, di denatalità.
Sul piano dei fatti sono messi un po’ peggio.   Nessuno che sia in buona fede può negare che ci troviamo all'inizio di una lunga fase di profonda crisi ed il numero di persone denutrite è tornato a salire rapidamente, dopo aver toccato il minimo storico nel 1995.   Tuttavia, che questo sia necessariamente prodromo di un collasso sistemico globale rimane da dimostrare.   E soprattutto rimane opinabile che la forzante principale della crisi sia proprio l’eccesso di gente sul Pianeta.

La Bomba Demografica scoppierà ?
Alla fin fine, tutto si giocherà su questo:  A breve ci sarà un nuovo balzo produttivo, analogo a quello avvenuto fra gli anni ’60 e ’70?   Oppure un insieme di fattori correlati con la sovrappopolazione scateneranno una retroazione capace di annientare miliardi di persone?
Nel 1968 (data di pubblicazione di “the Population Bomb”) tutti i mezzi tecnologici e finanziari necessari per aumentare la produzione erano già ampiamente disponibili e collaudati.   Fu sufficiente diffonderne e coordinarne l’uso.   In definitiva, non ci fu nessun miracolo, solo la capillare applicazione all’agricoltura di metodi industriali  già ampiamente collaudati.   Ma, soprattutto, fu cruciale la disponibilità di quantità praticamente illimitate di energia ad un costo ridicolo (NB: costo, non solo prezzo).    In pratica, in 20 anni siamo diventati il primo organismo eucariota capace di mangiare petrolio e, secondariamente, metano.
Saremo in grado di integrare/sostituire questa dieta con altre fonti di energia?   Le ricette sono moltissime e spesso discordanti.   Si va dalla fusione fredda alla solarizzazione totale; dalla bioingegneria spinta alla permacoltura.   Personalmente non mi azzarderei a fare scommesse, soprattutto non vincolate ad una data precisa, ma sono scettico.
Ognuna delle tecnologie invocate ha infatti delle potenzialità, talvolta  considerevoli.   Ma il degrado del sistema politico-economico rischia di bloccarne lo sviluppo prima che queste possano dare il contributo sperato.    Insomma è tardi; forse troppo tardi.
Un altro elemento di scetticismo è il fatto che negli anni della “green devolution” una sola risorsa (il petrolio) e dunque una sola filiera industriale fu in grado di risolvere (temporaneamente) tutti i problemi.   Attualmente non si profila niente di simile all'orizzonte.   Al meglio, potremo contare su di una panoplia di risorse e di tecnologie specializzate.   Questo significa numerose filiere e reti da realizzare, incrementare, manutenzionare.   Impossibile che dia gli stessi vantaggi in termini di produttività, al netto dei costi energetici destinati a tale sviluppo.
Un terzo elemento è che il rarefarsi e degradarsi delle risorse energetiche e minerarie in entrata al nostro sistema economico non è la maggiore, né la più urgente delle emergenze.   Ancor più gravi e pressanti sono gli effetti connessi con l’inquinamento (fra cui il riscaldamento del clima) e, soprattutto, con la perdita di Biodiversità.   Quest'ultima è probabilmente l’emergenza massima in assoluto per il semplice fatto che è la Vita che mantiene sul
Effetto della Rivoluzione Verde sulla crescita demografica.
Pianeta condizioni compatibili con la Vita.    Dunque, se anche potessimo disporre di una fonte energetica inesauribile e gratuita, non avremmo risolto un bel niente.   Anzi, rischieremmo di dare il colpo di grazia al pianeta nel giro di pochissimo.
Infine, ammettendo che una qualche combinazione di tecnologie e adattamenti strutturali potesse consentirci di superare la crisi, che cosa accadrebbe?   In passato, tutte le volte che è successo qualcosa del genere, si è verificato un brusco incremento della popolazione.   Se succedesse qualcosa del genere, l’intera operazione si risolverebbe nel rilanciare il gioco, con una posta molto più alta e probabilità di successo molto più basse.   Cioè esattamente quello che è accaduto con la "rivoluzione verde".

Dalla scommessa alla speranza

Nel 1972 un certo John Calhoun ideò un'esperimento molto interessante.   Nel suo laboratorio creò un vero “paradiso per topi".   Ce ne introdusse 8 ed all’inizio la popolazione aumentò fulmineamente, poi la natalità cominciò a declinare man mano che la popolazione raggiungeva il picco di 2.200 esemplari.   Quindi, malgrado ci fosse ancora grande abbondanza di cibo, di acqua e di tane, la popolazione iniziò a declinare e non smise mai più.   Anche quando rimasero pochi topi in un’immensa gabbia colma di ogni ghiottoneria, non ne vollero più sapere di riprodursi.   Gli ultimi sorci morirono in santa pace di vecchiaia, lasciando i ricercatori interdetti.
Ovviamente, nulla garantisce che gli umani si comportino allo stesso modo.   Men che meno che lo facciano dappertutto. Tuttavia è interessante osservare che in molti paesi, oggi, la natalità è in declino e laddove le condizioni di vita peggiorano, spesso il declino si accentua.    E’ impossibile dire se questa dinamica tenderà a diffondersi e consolidarsi o meno, ma certamente contrasta con la teoria della "Transizione Demografica" ed è fonte di speranza.
Potrebbe infatti aprirsi una possibilità per uscire dalla trappola Malthusiana che né Malthus, né i malthusiani hanno previsto. Forse, se riuscissimo ad evitare il collasso del clima e della Biosfera per altri 50 anni, la popolazione potrebbe iniziare a decrescere abbastanza rapidamente da riportare quel che resta dalla Biosfera in un relativo equilibrio, senza bisogno di ecatombi bibliche e scalpitare di apocalittici cavalli.
E’ solo una speranza, ma forse la più concreta che abbiamo.   Naturalmente a condizione di piantarla di occuparci di noi stessi e cominciare a preoccuparci del sistema di cui siamo parte.   All'atto pratico, questo significa dedicare le maggiori risorse non già all'economia ed alla sanità, bensì all'istruzione, alla riduzione della natalità (là dove serve) e, soprattutto, alla conservazione della Biosfera.
Non mi sembra però che questo sia nell’agenda di nessuno.   Nemmeno della maggioranza degli ambientalisti, decrescisti e transizionisti che spesso cercano invece un modo di prolungare le proprie vite e mantenere il proprio benessere.   Comprensibilissimo, ma inutile.



martedì 28 giugno 2016

La catastrofe climatica in arrivo verso il 2020

Da “Huffington Post”. Traduzione di MR

Di Eric Zuesse 

Il primo studio che integra tutta la ricerca scientifica precedente per proiettare approssimativamente quando il cambiamento climatico produrrà conseguenze catastrofiche permanenti è stato accettato e verrà presto pubblicato sulla rivista scientifica Nature. Scopre che le cose cominceranno ad andare molto male nei tropici intorno 2020 e nella nostra parte del mondo intorno al 2047.

Nature condivide con Science e PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) l'onore di essere considerate alla pari come le tre riviste scientifiche più prestigiose del mondo ed un articolo non viene pubblicato in queste riviste a meno che non abbia superato un peer-review estremamente rigoroso. Così i negazionisti climatici non avranno alcuna credibilità professionale nell'attaccare lo studio, come ci si aspetta che facciano i fratelli Koch ed i loro amici, visto che hanno un così grande profitto da ciò che causa il riscaldamento globale – la combustione di combustibili basati sul carbonio.

lunedì 27 giugno 2016

Il mestiere del capro espiatorio: le ragioni del fallimento del movimento ecologista

Questo documento di qualche anno fa, di Donella Meadows, ci racconta la storia di come i "verdi" abbiano preso il posto dei comunisti come capro espiatorio e bersaglio privilegiato per tutti i guai che ci affliggono.


Da “Donnella Meadows Institute”. Traduzione di MR

Di Donella Meadows, 4 giugno 1992

Qualche settimana fa ho avuto l'onore, presumo, di apparire National Public Radio con Dennis Avery, una persona che si autodefinisce esperto agricolo presso l'Istituto Hudson. Non avevo mai incontrato il signor Avery, ma visto che l'Istituto è un'organizzazione radicalmente conservatrice, mi aspettavo che la discussione fosse accesa.

domenica 26 giugno 2016

Politiche di immigrazione secondo Donella Meadows


Un articolo di venti anni fa, ancora perfettamente attuale, anche in relazione al Brexit. (U.B.)

Da “Donnella Meadows Institute”. Traduzione di MR

Di Donella Meadows
19 gennaio 1995

"Datemi le vostre genti stanche, i vostri poveri,
Le vostre masse accalcate che anelano a respirare libere,
I miseri reietti dei vostri lidi brulicanti,
Mandateli a me i senza casa, sbattuti dalla tempesta,
Io alzo la mia fiaccola vicino alla porta d'oro!"

Emma Lazarus ha scritto queste parole ispirate in dedica alla Statua della Libertà nel 1886. Sono scese in profondità nella psiche di questa terra di immigrati, anche se la porta d'oro di fatto non è mai stata del tutto aperta. I soli miseri reietti che abbiamo accolto in un primo momento erano quelli del Nord Europa. Abbiamo fatto entrare persone di culture non occidentali principalmente come schiavi o lavoratori a contratto. Eppure, nel corso della nostra storia, abbiamo accettato rifugiati con una grazia senza paralleli fra le nazioni. Siamo stati premiati con una popolazione variegata e talentuosa e con un'immagine internazionale che ancora brilla nonostante il suo appannamento.

venerdì 24 giugno 2016

Brexit: e ora?

Una recente intervista di Gaël Giraud si è rivelata profetica. (U.B.)


Morta l'Europa se ne fa un'altra, anzi, due.


Carlo Melato
22 giugno 2016

«In caso di Brexit c’è una notizia buona e una cattiva. La cattiva è che la Germania si rafforza e diventa l’unica potenza al comando in Europa. Quella buona più che altro è una speranza: Italia, Francia, Spagna e Irlanda potrebbero iniziare chiedersi se convenga rimanere…». Non si direbbe, ma chi parla è un europeista convinto, anche se difficilmente etichettabile. Gaël Giraud ha alle spalle una brillante carriera come consulente di banche d’investimento parigine, mentre oggi concilia due vite: quella di chief economist dell’Agence française de développement e quella di prete gesuita.

Nemico della finanziarizzazione dell’economia, ma contrario alla demonizzazione della finanza, quando non dice messa siede al tavolo di Francois Hollande e lo turba con le sue teorie rivoluzionarie che si possono ritrovare nel libro Transizione Ecologica, scovato in Francia dalla casa editrice dei missionari italiani (EMI).

Professor Giraud, si può davvero essere europeisti e augurarsi la Brexit?

Prima bisogna capire che il progetto europeo, nato sulle ceneri della Seconda guerra mondiale, è stato completamente tradito. Dagli anni Ottanta si è scelto di imboccare la strada senza ritorno della finanziarizzazione della società, compiutasi nel 1992 con il Trattato di Maastricht. Il risultato? La mobilità dei capitali è diventata prioritaria su quella delle persone.

Il disegno originario va ripensato perché l’Europa odierna è destinata a distruggere le economie del Sud e a riaccendere l’odio tra i popoli. Se la Brexit è l’occasione giusta, ben venga.

Sperando in una sorta di effetto domino?

Nonostante le apparenze anche chi chiede alla Gran Bretagna di rimanere si è già attrezzato. Sono a conoscenza di un “Piano B” dei governi del Nord Europa (Germania, Austria, Olanda, Finlandia, e probabilmente Lussemburgo) per costruire una “zona marco” autonoma. Nel caso mi auguro solo che la Francia rimanga fuori dal club perché insieme all’Italia rappresenta la leadership naturale dell’Europa del Sud. Questi due paesi hanno le carte in regola per costruire un nuovo sistema politico che veda alla guida i cittadini e non i banchieri.

Nel suo libro, al di là dell’ipotesi Brexit, già li invitava a fare il primo passo: sfidare la Germania e le istituzioni europee stampando moneta. Ma quali sarebbero i rischi?

Se nascesse un’eurozona del Sud, la nuova moneta, che potremmo chiamare Euro 2.0, rischierebbe di crollare sui mercati finanziari mentre la bilancia commerciale potrebbe andare in deficit. L’inflazione a quel punto sarebbe una conseguenza inevitabile. Tenga conto però che questa è una buona notizia, dato che oggi siamo nella trappola molto più pericolosa della deflazione.

Ma continuiamo pure l’elenco dei guai possibili: potremmo avere problemi di accesso ai mercati finanziari per finanziare i debiti sovrani e gli spread italiani e francesi non tarderebbero ad esplodere.

E quali sarebbero le possibili contromosse?
Stampare la nuova moneta comune in modo da avere nella nuova eurozona diverse denominazioni nazionali il cui tasso di cambio verrebbe deciso a livello politico, senza tenere conto della schizofrenia dei mercati finanziari.
In questo modo potremmo ad esempio svalutare la valuta greca del 50% per le sole transazioni interne all’eurozona del Sud – in modo da dare ossigeno a un Paese messo in ginocchio dall’austerity – e allo stesso tempo, all’esterno, mantenere una valuta forte per poter comprare petrolio.

Fin qui tutto bene, anche se bisogna aspettarsi l’opposizione di qualcuno.

A chi si riferisce?
Alle banche. Se decidessimo ad esempio di procedere con una svalutazione in Italia molti istituti bancari del vostro Paese andrebbero in bancarotta, avendo molto debito privato denominato in altre monete.

Anche in questo caso però non vedo grossi problemi: basta nazionalizzarle e forzarle a fare il loro mestiere: lavorare per l’economia reale e non per le speculazioni finanziarie.

A quel punto questa nuova eurozona, liberata dai vincoli attuali, potrebbe realizzare quella che lei chiama la “transizione ecologica”?
Esattamente. Occorre affrontare al più presto la questione energetica e quella ambientale, rinnovando gli edifici dal punto di vista termico, ripensando la mobilità, liberandoci dalla dipendenza dal petrolio. D’altronde siamo costretti ad andare verso un’economia post-carbone, basta non chiudere gli occhi davanti ai dati allarmanti dell’inquinamento e del surriscaldamento globale. Si tratta di un programma costoso, ma in grado di creare milioni di posti di lavoro.

Portare avanti un programma del genere al di fuori di uno scenario in cui l’Europa si divida in due non è possibile?
Purtroppo no. Se oggi un governo democratico volesse sposare la transizione ecologica la Bce e le banche private glielo impedirebbero. Chiuderebbero i rubinetti dicendo che non produce profitti a breve termine. La colpa, come spiegavo prima, è antica: abbiamo scelto di privatizzare la moneta e di incatenare gli Stati.

Oggi occorre solo essere coscienti della situazione e attrezzarsi a ciò che prima o poi accadrà. Mi auguro per l’Italia che Renzi abbia imparato la “lezione greca” e lo stia facendo. Altrimenti continuerà a puntare tutto su una ripresa che purtroppo però non può arrivare…

giovedì 23 giugno 2016

Perché Gianni l'idraulico non vuole l'energia rinnovabile

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR


Gianni (Joe) l'idraulico è una persona vera, ma anche un'astrazione per indicare l'operaio metalmeccanico americano pieno di problemi.


In un post precedente, ho sostenuto che una transizione globale al 100% di energia rinnovabile sarebbe molto costosa, ma possibile, e che potrebbe anche essere sufficientemente rapida da evitare di superare gli obbiettivi di emissioni stabiliti dalla COP21. Questa opinione ha innescato il solito flusso di commenti negativi, basati principalmente su vecchie fandonie o ragionamenti ideologizzati. Ha generato anche una discussione in un forum privato dove si è sostenuto che potremmo fare la transizione se potessimo convincere l'opinione pubblica che l'energia rinnovabile è una cosa buona. Mi sono trovato in parziale disaccordo con questa interpretazione ed ho risposto con un commento che riproduco qui, con poche modifiche.  


Tutti i sondaggi indicano che la “opinione pubblica” è ampiamente favorevole all'energia rinnovabile, eccetto una minoranza dura a morire che sfoga le proprie frustrazioni commentando i post che non gli piacciono. Quindi non ci serve un grande sforzo per convincere "Gianni l'idraulico" che l'energia solare è una buona idea.

Sfortunatamente, è più probabile che Gianni non abbia soldi sufficienti per installare pannelli solari nel suo giardino. Al contrario, probabilmente è in rosso e se qualcuno se ne esce dicendogli, “guarda, la tua bolletta elettrica è il risultato dei sussidi all'energia rinnovabile”, lui ci crederà. Probabilmente continuerà a pensare che l'energia solare è una buona idea, ma non vorrà pagare per averla (né, in generale, per qualsiasi cosa collegata alla “sostenibilità” o a “combattere il cambiamento climatico”).

Alla fine, non importa granché ciò che pensa o fa Gianni. Il punto è come convincere quella entità nebulosa che chiamiamo “sistema finanziario” a convogliare grandi quantità di denaro in energia rinnovabile prima che sia troppo tardi. E con grandi intendo GRANDI: se i grandi investitori non si muovono, e velocemente, siamo spacciati.

La difficoltà del problema è evidente se consideriamo ciò che è successo durante l'ultimo decennio, quando il “sistema finanziario” ha riversato enormi quantità di denaro nell'industria del gas e del petrolio di scisto. E conosciamo tutti la storia della grande bolla che sta scoppiando proprio in questo momento. Ma non è solo una questione di soldi: è stato un incredibile uso scellerato delle risorse che ha condizionato l'intera civiltà, una cosa che potrebbe averla anche condannata definitivamete, anche in termini di grandi quantità di gas serra emessi e che non avevano bisogno di essere emessi.

Non riesco a non pensare, “e se tutti i soldi e le risorse fossero state usate per le rinnovabili, invece?” Il mondo oggi sarebbe del tutto diverso. Quindi chi ha deciso di spingere tutti quei soldi nella direzione sbagliata? Gli gnomi di Zurigo? I Troll di Budapest? I Goblin di Southampton? Gli Orchi di Bratislava? Chi?

Penso sia questo il nocciolo della questione. Come potete vedere nel mio post, gli investimenti in energia rinnovabile sembrano essersi stabilizzati dopo il 2011.




E questo è MOLTO preoccupante. D'altra parte, è anche vero che vediamo una tendenza all'aumento durante gli ultimi due anni. Ciò potrebbe indicare un ritorno di interesse del sistema finanziario per le rinnovabili. E l'impressione è che, sì, che ci sia una chiara tendenza in quella direzione. Pertanto forse abbiamo una possibilità, ma ci dobbiamo muovere.

h/t Adam Siegel


mercoledì 22 giugno 2016

La produzione di petrolio greggio mondiale: comincia il grande declino?

Da “Peak Oil Barrel” Traduzione di MR

Di Ron Patterson

Sembra che la EIA abbia smesso di pubblicare le sue Statistiche Internazionali sull'Energia. Al loro posto ora pubblicano una versione ridotta sulla loro pagina web Total Energy dal titolo: Tabella 11.1b produzione mondiale di petrolio greggio. Ecco perché pubblicano i numeri di produzione di greggio + condensato di nazioni del Golfo Persico, Paesi selezionati non-OPEC, Totale non-OPEC e Mondo. I “paesi produttori selezionati non-OPEC sono Canada, Cina, Egitto, Messico, Norvegia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti. Hanno appena pubblicato i loro ultimi dati fino a febbraio 2016.

lunedì 20 giugno 2016

Niente spiritello nella macchina: l'umanità soffre di un'epidemia globale di Alzheimer?

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR



Il cervello umano è la cosa più complessa conosciuta in tutto l'universo. Così complesso e così delicato e fragile! (fonte dell'immagine)

I miei genitori erano sposati da 58 anni quando è morta mia madre. E' stata una perdita terribile per mio padre, che allora aveva 86 anni ed io ero molto preoccupato per la sua salute. Ma mi sono sentito sollevato quando ho visto che, dopo pochi mesi, sembrava essersi ripreso dallo shock. E' rimasto attivo e poteva gestire la sua vita quotidiana senza un aiuto particolare. Poteva prendere l'autobus, da solo, e camminare da solo nel vicinato. Si era persino fatto dei nuovi amici e passava del tempo con loro. Tuttavia, c'era qualcosa di sbagliato in lui. Di terribilmente sbagliato.

domenica 19 giugno 2016

Non ci sono abbastanza risorse per sostenere la popolazione mondiale

Da “Church and State”. Traduzione di MR (via Population Matters)

Abbiamo raggiunto una fase in cui la quantità di risorse necessarie per sostenere la popolazione supera quella disponibile

Di John Guillebaud. 10.06.2014


Molti anni fa, come studente del secondo anno di medicina, ho assistito ad una lezione sulla popolazione umana del mio tutor di Cambridge, Colin Bertram. Da biologo sosteneva che l'incessante aumento della popolazione di qualsiasi specie alla fine è sempre insostenibile. I numeri aumentano fino ai limiti della capacità di carico del loro ambiente e quando la superano, i numeri collassano sempre. Se permettiamo che continui una crescita della popolazione incessante, noi esseri umani non possiamo sfuggire allo stesso destino. Anche se intelligentemente potremmo adattarci a tutti i diversi ambienti sulla Terra, abbiamo un solo pianeta finito su cui vivere e il 70% di esso è acqua salata e metà di quello che resta è deserto, montagna, calotta glaciale o foresta in rapida sparizione.

sabato 18 giugno 2016

Le attempate spogliarelliste della scienza


Recentemente, sono stato a un convegno di cui non dirò il titolo e neppure il luogo. E ho ascoltato alcuni interventi da parte di persone di cui non dirò il nome e non dirò il ruolo. La cosa mi ha fatto venire in mente un articoletto che avevo scritto qualche anno fa su Risorse Economia e Ambiente, e così ve lo ripropongo. (lo ha citato anche Steph nel suo blog)

Le attempate spogliarelliste della scienza


Questo post l'ho scritto di getto sotto l'effetto della lettura di un pezzo di Freeman Dyson intitolato "Pensieri eretici sulla scienza e la società" Un testo che mi ha profondamente deluso. Dyson, che è stato un grandissimo scienziato nel passato, si è messo a criticare la scienza del cambiamento climatico con una faciloneria e una mancanza di approfondimento impressionante, facendo anche dei banali errori di fisica. Da questo, mi è venuto in mente il paragone con una spogliarellista attempata che non si rende conto che certe cose non le può più fare. Dopo che l'ho scritto, ho pensato che forse non era il caso di pubblicarlo; un po' troppo forte come critica. Alla fine, però, ho pensato che certe cose bisogna anche dirle. Quindi, ecco il post come mi è venuto - l'ho solo rivisto un po' aggiungendo le date di nascita degli scienziati che menziono.

Gli scienziati arrivano in varie forme. Ci sono i pedanti, gli accurati, i metodici, i perfezionisti, i cialtroni, i chiaccheroni, gli svagati, i sognatori, insomma un po' di tutto. Ce n'è una categoria particolare, però, che sono i creativi. Li possiamo anche chiamare gli "eretici", perché per essere creativi bisogna avere il coraggio di dire cose che nessuno dice. E' noto quello che diceva Thomas Huxley, il "cane da guardia di Darwin": "le nuove verità nascono come eresie e muoiono come superstizioni"

E' un'arte difficile quella dell'eretico scientifico; bisogna camminare lungo la sottile linea di demarcazione fra la vera creatività e la cialtroneria. Ma, se ci riesce, il creativo viene abbondantemente premiato. Bisogna essere molto creativi per avere un premio Nobel o qualcun altro dei vari riconoscimenti prestigiosi che ci sono nella scienza. I creativi sono la vera elite degli scienziati.

Ma non è facile fare l'eretico con successo. La scienza ha dei meccanismi collaudati per filtrare le fesserie e lasciar passare le cose buone. Quella che si chiama "ortodossia" in qualsiasi campo della scienza non è dogma, ma il risultato di lunghe ricerche, prove, controprove e affinamenti continui. Andare a contraddire gli esperti in un campo che non è il proprio è uno dei modi più sicuri nella vita per fare la figura del fesso.

Fare l'eretico senza dire fesserie richiede uno sforzo intellettuale poderoso e una padronanza a tutta prova di più di un campo scientifico. E questo richiede l'elasticità mentale di un cervello giovane. Il premio Nobel, si sa, si prende per lavori fatti prima dei trent'anni. In un certo senso, gli scienzati creativi sono come delle spogliarelliste. Anche queste fanno una cosa eretica, ovvero una cosa che la maggior parte delle donne non fa, e la possono fare soltanto fino ai trent'anni di età; più o meno.

Ora, qui c'è un problema. Se una spogliarellista di successo pretendesse di continuare a fare il suo mestiere ben oltre i trent'anni di età, beh, i risultati non sarebbero brillanti. Questo, per fortuna, succede di rado. Ma succede non di rado che uno scienziato che ha avuto successo in gioventù con le sue idee creative pretende di continuare a fare l'eretico a un'età alla quale sarebbe bene che la smettesse.

Ci sono casi di scienziati assai noti, persone di grande prestigio, che cadono vittime della sindrome della spogliarellista attempata e non si rendono conto che le loro esternazioni pubbliche fanno grossi danni, soprattutto alla scienza, dando argomenti a chi di scienza non capisce niente per criticare cose serie, per esempio la scienza del clima.

Fra i casi di scienziati molto noti che in tarda età hanno decisamente perso brillantezza, il primo che viene in mente è Newton, che in tarda età si era messo a studiare l'alchimia. Poi, c'è statoWilliam Shockley (1910-1989), l'inventore del transistor, che in tarda età si mise a sostenere che le razze nere si riproducono troppo, donò il suo sperma a una banca dello sperma in quanto "sperma della migliore qualità" e cose del genere.

Mentre le idee di Newton sull'alchimia e quelle di Shockley sulla razza sono oggi dimenticate, ci sono dei casi recenti di scienziati famosi le cui idee stanno facendo notevoli danni. Questo è il caso di Thomas Gold (1920-2004), un astronomo famoso che in tarda età si mise in testa che l'origine del petrolio è "abiotica." Gold riuscì a ottenere considerevoli finanziamenti pubblici per fare delle inutili trivellazioni. In se, non c'è niente di male a fare dei test di una teoria, il guaio è che con la sua insistenza e il suo atteggiamento dogmatico, Gold ha generato un'intera tribù di seguaci rumorosi che stanno tuttora infestando l'internet sostenendo che il petrolio è "infinito" e che l'esaurimento dello stesso è tutto un complotto delle compagnie petrolifere per farcelo pagare più caro.

Uno dei casi più tristi è quello di James Lovelock (1919 -), probabilmente una delle più grandi menti del ventesimo secolo, noto per il suo concetto di "omeostasi planetaria", a cui dette il nome di "Gaia". Purtroppo, a 87 anni Lovelock ha pubblicato un libro intitolato "la vendetta di Gaia" del tutto senile, sconclusionato e pieno di errori. Con la sua polemica infondata e rabbiosa contro le energie rinnovabili, anche Lovelock ha generato un buon numero di seguaci che impestano l'internet per dir male delle rinnovabili rifacendosi alle sue argomentazioni.

C'è poi Kari Mullis (1944- ), un premio Nobel per la Chimica che si è lanciato in una polemica in cui sostiene che il riscaldamento globale non esiste, che l'inquinamento è solo "un problema estetico" e cose del genere. Mullis è un esempio delle tante persone di un certo prestigio che si lanciano a criticare gli studi sul riscaldamento globale senza sapere niente di clima. Purtroppo, essendo persone di prestigio, c'è gente che gli da retta.

E veniamo a Freeman Dyson (1923- ). Dyson è stato un grande scienziato della generazione degli sviluppatori della meccanica quantistica e dell'energia atomica. Una mente estremamente creativa che si occupava un po' di tutto, compreso la colonizzazione spaziale e il destino dell'umanità. E' noto fra le altre cose per la sua geniale intuizione della "sfera di Dyson", il concetto che una civilizzazione planetaria avanzata potrebbe sfruttare al massimo la radiazione stellare circondando la stella con una sfera che la intercetta completamente.

A 82 anni, tuttavia, Dyson si è messo a fare una serie di critiche alla scienza del clima dichiarandosi scettico sul fatto che il riscaldamento globale sia una cosa negativa, sul fatto che sia veramente necessario agire in proposito e, insomma, facendo proprie molte delle argomentazioni dei peggiori negazionisti. La critica di Dyson è pubblicata su internet e anche in un libro intitolato "a many colored glass" pubblicato nel 2007. E' sicuro che anche i negazionisti italiani se ne approprieranno ben presto per giustificare le loro tesi.

Le considerazioni di Dyson sul clima, purtroppo, sono quasi tutte sbagliate. Sono una serie di discorsi senza capo né coda, dove Dyson giustifica le sue conclusioni soltanto sulla base del concetto che essere un eretico è una cosa buona. Da quello che scrive, dimostra di non aver neanche capito bene la fisica del cambiamento climatico! Per una critica dettagliata, vedi quioppure qui. Vedi anche fra i commenti una mia domanda al climatologo Michael Tobis: non riuscivo a credere che Dyson avesse fatto degli errori così clamorosi. Eppure Tobis me lo ha confermato: è rimasto sorpreso anche lui.

Adesso, fatemi dire come la penso:

Mi pesa dire certe cose a proposito di Dyson, che è una persona che ho molto ammirato e che continuo ad ammirare per quello che ha fatto nel passato. Ma proprio perchè è uno scienziato famoso e ammirato ha delle responsabilità. Uno scienziato studia e lavora per una vita cercando di fare del suo meglio; e questo vuol dire verificare i dati, citare le fonti, stare attenti a capire bene le cose prima di lanciarsi a criticarle. Sono cose che impari da giovane, all'università; e le impari dagli scienziati anziani. Uno scienziato anziano non può più essere creativo come un giovane, ma ha questa grande responsabilità di dare l'esempio ai giovani di come essere non solo creativi ma anche e soprattutto rigorosi. Dyson qui ha tradito questa responsabilità.

La scienza vive di tante cose; ha bisogno certamente di intuizioni geniali, ma vive anche e soprattutto del lavoro rigoroso e poco eccitante della grande maggioranza degli scienziati che sono persone serie e competenti, anche se non sono in grado di avere colpi di genio da premio Nobel. Non ha bisogno di eretici attempati che vanno a lanciare le loro eresie in pubblico come se forsero spogliarelliste attempate che comunque insistono a lanciare i loro reggiseni al pubblico.

Deve essere un destino della vita che i tuoi maestri, quelli che consideravi la tua guida, prima o poi ti deludono. Presumo che capiterà anche a me di deludere i miei allievi nel futuro (sperando che non li stia deludendo troppo già ora). Comunque, giuro a me stesso e a tutti quanti che non impesterò nessuno con teorie eretiche a 80 anni, in effetti anche prima. Mi dedicherò alla cura dell'orto e a coltivare carote e cavolfiori. Se mai ci arriverò a 80 anni.....






venerdì 17 giugno 2016

Adrastia intervista Ugo Bardi

Da “Cassandra' Legacy”. Traduzione di MR

L'associazione francese “Adrastia” era sufficientemente interessata dal mio modesto lavoro da chiedermi una serie di domande. L'intervista originale era in francese, questo è il testo tradotto dalla traduzione inglese di Florence Mitchell.




Ugo Bardi è un ricercatore e professore di chimica. Ha collaborato a The Oil Drum, è un membro del comitato scientifico dell'Associazione per lo Studio del Picco del Petrolio e del Gas (ASPO) ed autore di diversi libri, compreso uno sull'energia e le risorse minerali (The Limits to Growth Revisited).

I nostri sinceri ringraziamenti al signor Bardi per aver accettato di parlare con noi.

Adrastia: Lei ha costruito una teoria dal nome “il dirupo di Seneca”. Questa rivisita il picco di Hubbert e la relativa curva a campana, anche se in questo caso la sua discesa è molto più ripida della sua ascesa. Originariamente, questa curva è stata applicata alla produzione di petrolio. Potrebbe spiegarci in che modo si applica a molti altri fattori chiave della nostra civiltà?

giovedì 16 giugno 2016

Ma qual è il vero EROEI dell'energia fotovoltaica?

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR



Secondo uno studio recente e completo della letteratura scientifica (1), l'EROEI (energy return on energy invested) medio della tecnologia fotovoltaica più comune (Silicio policristallino) è di 11-12. Ben lontano dalla leggenda del “EROEI inferiore ad uno” che gira nel web.


Qualche tempo fa, un mio collega mi ha raccontato la storia di quando è stato responsabile dell'installazione di uno dei primi impianti fotovoltaici in Italia, nel 1984 (mostrato nella figura sulla destra). Mi ha detto che, poco dopo l'installazione, un politico di alto rango è venuto a visitare l'impianto. Come dimostrazione, il mio collega a collegato l'uscita dell'impianto ad una stufetta elettrica, scaldando le resistenze interne. Il politico ha rifiutato di credere che la stufetta fosse alimentata dall'impianto FV. “Dev'esserci un trucco”, ha detto, “questo non è possibile. Dev'essere un imbroglio”. Il mio collega ha cercato di descrivergli come funzionano le celle fotovoltaiche, ma immaginate di cercare di spiegare la meccanica quantistica ad un politico! Apparentemente, se ne è andato ancora non convinto.

martedì 14 giugno 2016

Risorse: le ragioni del collasso

Da “The Oil Crash”. Traduzione di MR


di Antonio Turiel

Cari lettori,

in più di una occasione abbiamo commentato su questo blog che il sopraggiungere dei limiti della crescita economica scatena un comportamento di tutto il sistema economico caratterizzato dalla sua forte non linearità. Questa espressione (non linearità) è molto diffusa fra i fisici, in particolare fra i fisici statistici, ma non lo è tanto fra i cittadini comuni ed anche quelli che la usano non sempre comprendono esattamente cosa si intende dire con essa. Ma per capire cos'è successo fino ad ora e cosa sta succedendo adesso e, ancora più importante, perché sta succedendo ciò che sta succedendo e perché si discosta tanto dalle nostre aspettative, credo che sia importante chiarire cosa si intende per comportamento lineare, quasi lineare e fortemente non lineare; e siccome tutti questi comportamenti sono cose in realtà naturali e prevedibili, perlomeno al di fuori dei fogli Excel di alcuni economisti che hanno una visione troppo semplicistica di quello che è la realtà. Un comportamento perfettamente lineare è quello che viene descritto con una linea retta.

venerdì 10 giugno 2016

Mai gridare al lupo! La peggior previsione climatica mai fatta

Da “Cassandra's Legacy”. 9 Giugno 2016, Traduzione di MR

Se ti metti a gridare "al lupo!" e il lupo non viene, fai una gran figuraccia. Ma ne farai una ben peggiore se non gridi "al lupo!" e poi il lupo arriva.



Il professor Nicola Scafetta mostra le sue previsioni del 2010 delle temperature globali (da Meteo Live News) ). Queste previsioni si sono rivelate sbagliate in modo spettacolare. 


di Ugo Bardi

Il dibattito su qualsiasi cosa abbia a che fare col futuro spesso diventa una versione particolare della storia di “gridare al lupo”. Immaginate che qualcuno gridi al lupo a che il lupo non arrivi. Qualcun'altro concluderà sempre che il lupo non esiste (o che è una cosa di cui non ci dovremmo preoccupare). Una cosa simile avviene in aree come la scienza del clima quando le incertezze del passato vengono prese come indicazione che il cambiamento climatico non esiste (o che è una cosa di cui non ci dovremmo preoccupare).

Davvero, è una perversione della logica, ma ha le sue ragioni. Supponete che l'apparizione dei lupi sia un fenomeno relativamente raro. A questo punto, anche se non sapete quasi niente sui lupi, è una scommessa facile: sarete molto più popolari coi pastori se dite loro che il lupo non verrà. E, di solito, sarete in grado di affermare che avevate ragione, eccetto quando il lupo arriva, ovviamente. Ma, in quel caso, è probabile che i pastori saranno molto più occupati a salvare le loro pecore che a castigare voi per la vostra incompetenza in materia di lupi.

Una cosa simile sembra accadere con la scienza del clima, dove un sacco di gente, che di solito sa molto poco sulla scienza del clima, tende a rassicurare la gente che il cambiamento climatico non esiste o che non è niente di cui preoccuparsi. Nella misura in cui le case sul lungomare di solito non vengono spazzate via ogni settimana da uragani e dal livello del mare che aumenta, questi previsori rassicuranti possono affermare di aver avuto ragione.

Ma a volte anche i castigatori di Cassandre potrebbero avere un momentaccio quando cercano di fare previsioni quantitative. Un caso rimarchevole è quello di Nicola Scafetta, che ha cercato di usare un sofisticato trattamento statistico (vale a dire: torturiamo i dati finché non confessano) per provare che il riscaldamento globale è causato principalmente dai cicli planetari a lungo termine. Sulla base dei suoi modelli, nel 2010, ha previsto che le temperature globali avrebbero dovuto rimanere costanti o avrebbero dovuto diminuire. Mentre nel 2012 avva previsto che le temperature avrebbero dovuto aumentare ad un tasso molto più lento di quello previsto dai modelli climatici standard. Su queste previsioni, aveva ottenuto una certa notorietà in rete.

Be', se esistesse un premio per le peggiori previsioni climatiche, penso che queste di Scafetta potrebbero legittimamente concorrervi. Le temperature globali hanno rifiutato di seguire le sue previsioni ed hanno di fatto superato il risultato dei modelli del IPCC che Scafetta aveva criticato.

Giudicate voi stessi. Sotto potete vedere i risultati presentati da Scafetta nel 2010 (N. Scafetta. I cicli climatici e le loro implicazioni. Periodico semestrale dell’Associazione Normalisti. n.2 dicembre 2010) (vedete anche questo link; le temperature recenti sono state aggiunte in rosso):



Alcune previsioni più recenti di Scafetta sono un po' meglio, ma ancora ampiamente fuori bersaglio (le temperature recenti sono state aggiunte in rosso):


Quindi ecco la conclusione: visto che abbiamo prove fisiche solide che i lupi esistono (a differenza dei draghi e degli unicorni), è meglio dare ascolto a coloro che vi dicono che le vostre pecore potrebbero essere in pericolo. Allo stesso modo, visto che abbiamo prove fisiche solide che i gas serra provocano riscaldamento e che la loro concentrazione sta aumentando, è meglio dare ascolto a coloro che vi dicono che la vostra proprietà in riva al mare è in pericolo (e non solo quella!). 

Riconoscimento: Stefano Caserini ha preparato le figure mostrate in questo articolo.

Nota: questo articolo è stato indotto da un dibattito che ho avuto oggi con Nicola Scafetta alla conferenza AIGE-IIETA 2016 di Napoli. Nel suo discorso, Scafetta ha passato gran parte del suo tempo a criticare i modelli climatologici standard, dicendo che non riproducono bene i dati storici e che sono affetti da grandi incertezze. Ha detto che questi modelli in gran parte esagerano la sensitività climatica al CO2, anche se ha affermato di non negare che i gas serra abbiano un effetto sulle temperature. Poi, ha mostrato i risultati dei suoi modelli confrontati coi dati storici, ma sempre fermando il confronto al 2012 o al 2013. ha anche detto che secondo alcuni nuovi lavori che ha fatto, lui crede che Giove abbia un forte effetto sulle temperature terrestri. 

Nel mio commento, ho mostrato al pubblico i dati che pubblico in questo post ed ho chiesto a Scafetta come può giustificare tali errori lampanti. Scafetta ha detto che sono dati vecchi e che ora ha modelli nuovi. Ho risposto dicendo che non può cambiare le sue ipotesi ogni anno ed ogni anno fingere di fare previsioni affidabili. Lui ha ripetuto che il suo modello ora funziona. Poi, il moderatore ha detto che dovevamo fermarci ed ha raccomandato a tutti cautela nel credere ai modelli. Ed è finita lì!

giovedì 9 giugno 2016

Gli alieni siamo noi.


Gli alieni siamo noi.


di Max Strata





No, a compromettere ogni giorno di più la biodiversità e la tenuta degli ecosistemi naturali presenti sul nostro pianeta, non sono strani mostri venuti da qualche remoto pianeta della nostra galassia nè una specie che giunge in superficie dalla profondità della terra.

Non è in corso nessun guerra dei mondi immaginata da H.G. Wells, nè il tentativo della Spectre di impossessarsi del pianeta a costo di far fuori gli esseri viventi che lo abitano.

Gli unici responsabili di quanto stà avvenendo siamo noi, la specie umana.

In effetti, uno degli aspetti più complicati da riconoscere e da accettare quando si parla di cambiamento climatico e delle attività maggiormente impattanti sul pianeta, è proprio la varietà e la drammaticità degli effetti che le nostre azioni stanno provocando a livello globale e che sono drasticamente destinate ad aumentare nel prossimo futuro se non poniamo immediatamente un freno a ciò che stiamo combinando.

Rachel Warren, scienziata del dipartimento di studi ambientali dell’Università dell’East Anglia e titolare di una importante ricerca recentemente pubblicata nella sezione Climate Change della rivista Nature, nel descrivere l'esito degli studi effettuati sul rapporto tra cambiamento climatico e sopravvivenza di specie animali e vegetali, pone l'accento sul fatto che mentre di solito l’attenzione si è focalizzata sulla scomparsa delle specie più rare o su quelle che sono a rischio di estinzione, non si parla di cosa sta accadendo alle specie più comuni e diffuse.

In assenza di concrete politiche di riduzione dell’emissione dei gas serra, l'articolo evidenzia come alla fine di questo secolo circa metà delle piante e un terzo degli animali attualmente conosciuti potrebbero essere estinti.

La causa di questa gigantesca perdita di biodiversità, è dovuta alla sensibile riduzione, o addirittura alla scomparsa, dei loro habitat naturali, ovvero dei luoghi dove queste specie nascono, vivono e si riproducono. Un collasso che, spiega la ricercatrice, potrebbe avere un effetto a catena con violente ripercussioni economiche dovute al mutamento dei modelli agricoli, all’inquinamento dell’acqua e al peggioramento della qualità dell’aria respirabile.

La ricerca si basa sull’analisi di oltre 50 mila specie di piante e di animali e i risultati dicono che solo il 4% delle specie animali – e nessuna pianta – beneficerebbero dell’aumento della temperatura.

Le ripercussioni sulla nostra specie sarebbero pertanto gravissime in quanto una perdita così diffusa della biodiversità su scala globale è destinata ad impoverire i servizi naturali che gli ecosistemi ci rendono gratuitamente: purificazione dell’acqua e dell’aria, prevenzione delle inondazioni, nutrimento per il suolo, insomma tutti quei cicli biogeochimici che sono essenziali per la vita sul pianeta e che noi consideriamo scontati ma che non lo sono affatto.

Accanto a questo studio è opportuno citare anche l'aggiornamento dell'inventario del rischio di estinzione delle singole specie, la cosiddetta "Lista Rossa" che viene redatta dall'I.U.C.N., e il quadro che ne emerge è desolante.

Su 672 specie di vertebrati prese in considerazione (576 terrestri e 96 marine), quasi un terzo sono a rischio di estinzione in tempi brevi.

Oggi la concentrazione di CO2 presente in atmosfera ha raggiunto e superato le 400 parti per milione che corrispondono al 142% in più rispetto al livello preindustriale, mentre gli altri principali gas ad effetto serra, il metano e l'ossido di azoto, sono rispettivamente aumentati del 253% e del 121% rispetto ai livelli anteriori a1 1750, raggiungendo un record che non si registrava da oltre 3 milioni di anni (ben prima della comparsa dell’Homo sapiens sulla Terra).

A causa di questi gas, fondamentali, per garantire la vita sul pianeta attraverso l'effetto serra ma deleteri oltre una certa soglia, oggi, la capacità della Terra di trattenere la radiazione solare è aumentata del 34% rispetto al 1990: una percentuale enorme e inimmaginabile fino a pochi anni fa.

Il cambiamento climatico è dunque ormai una minaccia per la biodiversità globale e secondo i calcoli effettuati dal T.E.E.B. (The Economics of Biodiversity and Ecosystem Services), il programma mondiale dell'O.N.U. che prova a misurare il valore economico della natura, l'impatto che le attività umane producono sulle risorse e sui sistemi naturali, ha ormai un costo di oltre 7.300 miliardi di dollari all'anno.

Per Robert Wilson, ricercatore dell'Università di Exeter nel Regno Unito e co-autore di un recente studio internazionale pubblicato dal prestigioso Proceedings of National Academy of Sciences in cui ha analizzato dati provenienti da tutto il mondo, emerge come gli effetti del riscaldamento globale sono ormai riscontrabili in ogni parte del pianeta, in ogni gruppo di animali e di piante: dagli uccelli, ai vermi, ai mammiferi marini, dalle alte catene montuose, alle giungle ed agli oceani.

Fra i casi citati nello studio, spicca l’esempio della riduzione, nel Mare di Bering, di alcuni molluschi bivalvi fonte principale di cibo per le specie al culmine della catena alimentare di quelle zone. Queste piccole conchiglie, nell’arco di soli due anni, a causa dell’assottigliamento della copertura di ghiaccio sui loro mari, si sono ridotte di ¾ passando da 12 a 3 per metro quadrato, un fatto che verosimilmente provocherà non pochi guasti agli equilibri ecologici di quell'area.

I tassi di estinzione attuali confrontati con quelli misurati attraverso lo studio dei fossili, indicano che oggi perdiamo un numero di specie da 10 a 100 volte superiore a quello registrato nei periodi storici e che in pratica, stiamo vivendo un’estinzione generalizzata di massa.

L'uso dei combustibili fossili ed il nostro “non negoziabile stile di vita” fatto di incessate urbanizzazione e distruzioone di luoghi natutali, ne sono la causa.

Negli ultimi decenni, l'impatto delle attività antropiche sull'equilibrio biologico dell'ambiente marino e sulla ricchezza della sua fauna è stato devastante.

I fenomeni di inquinamento diffuso, la cementificazione delle coste, la distruzione delle paludi costiere, il traffico navale, la pesca intensiva e i mutamenti climatici in corso, hanno decimato gli stock ittici e continuano ad impoverire la biodiversità marina ad un ritmo impressionante.

E' stato calcolato che su scala globale, la cattura di pesce selvatico si è fermata ai livelli dei primi anni novanta del XX secolo, ovvero a circa 90 milioni di tonnellate l'anno, mentre la F.A.O. ha dichiarato che 70 delle 200 più importanti specie marine sono a rischio di estinzione.

Nei cinque continenti, il numero dei pescatori di professione è aumentato vertiginosamente e in modo differente, così, mentre in alcune zone del pianeta questo si è ridotto, in altre si è decuplicato, passando complessivamente da circa 13 milioni a oltre 30 milioni di persone dedite a questa attività.

Tuttavia non sempre è possibile effettuare delle previsioni puntuali sulla base dei dati attualmente a disposizione. Le risorse ittiche sono incostanti dato che in mare la produttività e la predazione oscillano in modo molto diverso che sulla terra ferma, in quanto la biomassa varia moltissimo in relazione alle modificazioni che avvengono nelle correnti, nella quantità di nutrienti e nella temperatura.

Rispetto ad alcuni segnali che quindi risultano non facili da interpretare, alcuni studi mirati indicano comunque come negli oceani lo zooplancton sia diminuito in modo significativo e che senza efficaci controlli praticati su scala internazionale, gran parte delle risorse ittiche potrà arrivare al collasso entro la metà di questo secolo.

Uno dei principali problemi è legato al meccanismo dei segnali deboli che arrivano dalle profondità del mare prima che il tracollo si manifesti.

E' noto infatti che le curve di rendimento delle risorse ittiche sono piuttosto piatte e ciò può determinare un aumento della pesca per diversi anni prima che i livelli di cattura diminuiscano in modo vertiginoso e in tempi molto stretti.

Soprattutto per le specie facilmente identificabili con le moderne tecnologie di ricerca, il segnale debole suggerisce erroneamente una generale abbondanza, spesso legata a concentrazioni locali, mentre in realtà il sovrasfruttamento ha già raggiunto il suo apice.

Come scrive Jorgen Randers nel suo “2052: Rapporto al Club di Roma” (8), "Il pescatore che ha catturato l'ultimo grande banco di merluzzo nell'area del George's Bank al largo della costa settentrionale degli Stati Uniti, torna a casa soddisfatto, la sua barca è piena fino all'orlo e dice alla moglie che è andato tutto bene, senza sospettare che in realtà quella era la sua ultima battuta di pesca".

Su scala locale le analisi e le previsioni sono decisamente più puntuali.

Nel caso del Mediterraneo, sulla base dei dati raccolti dal Comitato tecnico, scientifico ed economico della pesca europea (STECF), la coalizione OCEAN 2012 ha chiaramente evidenziato come il 95% degli stock ittici risultano sovrasfruttati.

Secondo le ricerche effettuate per ripristinare il livello di sostenibilità degli stock, in particolare nel Tirreno centrale e meridionale, nell'Adriatico meridionale e nello Ionio, è infatti necessario ridurre il prelievo attuale di circa il 50%, con punte del 90% per la pesca al nasello in alcune aree.

Nel grafico che segue le curve mostrano i diversi possibili livelli di declino delle catture a livello mondiale misurandone il peso pro-capite (kg a persona), a partire dal progressivo impoverimento degli stock che si è manifestato nell'ultima decade del XX secolo.


L'ecologia ci insegna che i sistemi biologici non sono affatto lineari e ciò comporta che la risposta di un ecosistema ad un cambiamento causato da un fattore esterno, può non essere semplice da prevedere. I tempi e le modalità di risposta sono infatti variabili e proprio per questo possono manifestarsi cambiamenti improvvisi e drammatici che riguardano singoli processi o singole specie (per questo motivo definite specie chiave) che hanno riflessi sull'intero sistema.

In “2052” (8), lo studioso norvegese Dag O. Hessen, in un suo articolo sugli scenari che potranno interessare il mare del Nord nei prossimi anni, evidenzia in modo esemplare come una piccola e apparentemente insignificante specie di crostaceo imparentato con granchi e aragoste ma dalle dimensioni di pochi millimetri, giochi un ruolo determinante all'interno di quell'ecosistema.

Il Calanus planctonico è infatti una specie chiave perché a dispetto delle sue dimensioni è presente in grandi quantità e influenza in modo determinante le catene trofiche di quell'area.

Poiché la temperatura del mare del Nord si sta velocemente riscaldando a causa del mutamento climatico in corso, con effetti che si estenderanno fino all'oceano artico, la popolazione di Calanus ne verrà fortemente condizionata.

Le temperature più alte, specialmente nelle acque di superficie (fino a 2 gradi in più a metà di questo secolo), limiteranno il rimescolamento di queste ultime con quelle di profondità più fredde e ricche del fitoplancton di cui questa specie si nutre, tanto da determinarne un suo calo numerico. Sfortunatamente la scarsità di Calanus significherà scarsità di cibo per molte specie di pesci, una insufficienza che a sua volta si rifletterà sugli uccelli marini, sulle foche, e sugli orsi polari, causando il famoso effetto a cascata che verosimilmente comprometterà questa notevole rete alimentare.

Come è evidente, la centralità di una specie chiave all'interno di un ecosistema ne indica la vulnerabilità.

Riferendo i contenuti della relazione biennale dell'I.P.S.O. (International Programm on the State of the Ocean), Alex Rogers, professore di biologia all'Università di Oxford, ha chiarito che l'acidificazione in corso nei mari è senza precedenti nella storia conosciuta della Terra e che la salute del mare si sta degradando vertiginosamente e con effetti imminenti rispetto a quanto previsto precedentemente .

Gli attuali tassi di rilascio di carbonio negli oceani sono infatti 10 volte più rapidi di quelli che hanno preceduto l'ultima grande estinzione di specie, che è stata quella del Paleocene-Olocene, avvenuta circa 55 milioni di anni fa.

Dai rilievi dell' I.P.S.O. emerge quindi come l'attuale processo di acidificazione sia il più importante negli ultimi 300 milioni di anni, secondo le registrazioni geologiche.

Ma quanti conoscono il ruolo fondamentale che il mare gioca nell'equilibrio della vita sul pianeta ?

Considerato che il fitoplancton marino produce quasi la metà dell'ossigeno presente in atmosfera e che il 90% di tutte le forme viventi si trova negli oceani, è facile intuire cosa può accadere alterando i processi biochimici del più grande insieme di ecosistemi del pianeta.

I rilievi, stanno evidenziando come gli organismi marini siano sottoposti ad uno stress difficilmente tollerabile.

Gli animali marini usano segnali chimici per percepire il proprio ambiente e per localizzare prede e predatori e ci sono evidenze che il processo di acidificazione stia interferendo con questa capacità fino a comprometterla: quante di queste specie saranno effettivamente in grado di adattarsi alle nuove condizioni ?

Pur nella consapevolezza che grandi porzioni oceaniche restano da verificare e che, come abbiamo visto, i "feedback" che arrivano dagli oceani sono spesso lenti e apparentemente non chiari, Rogers ha sottolineato il fatto che ci troviamo in presenza di un cambiamento molto rapido e su larga scala che dovrebbe rappresentare una preoccupazione estremamente seria, considerati i limiti del mare nel sostenere la vita sul pianeta. E’ per questo motivo che la comunità scientifica chiede di mettere in campo un’iniziativa che permetta di sviluppare le conoscenze sull’acidificazione degli oceani, ed è per questo che l'UNESCO chiede la realizzazione di un meccanismo internazionale in grado di trattare specificamente questo problema affinché la questione non resti ai margini dei negoziati sui cambiamenti climatici.

Assorbendo enormi quantità di carbonio e calore dall'atmosfera, gli oceani del mondo hanno finora contribuito a proteggere gli ecosistemi terrestri e gli esseri umani dagli effetti peggiori del riscaldamento globale, ma ciò sta comportando mutamenti profondi sulla vita marina. Del resto, come abbiamo visto, la capacità del mare di assorbire CO2 è comunque limitata e il suo riscaldamento compartecipa allo scioglimento dei ghiacci polari in una catena di eventi che hanno effetti globali.

Considerato che c'è un ritardo temporale di diversi decenni fra il rilascio del carbonio in atmosfera e gli effetti sui mari, ciò significa che una ulteriore acidificazione ed un ulteriore riscaldamento degli oceani sono al momento inevitabili, anche se la nostra specie riuscisse a ridurre drasticamente e molto rapidamente le emissioni di gas climalteranti.

A conferma di quanto documentato, durante l'ultima giornata mondiale della Biodiversità, i biologi e i naturalisti che lavorano al programma ambientale dell'O.N.U., hanno potuto affermare che l'essere umano, attualmente, rappresenta per la quasi totalità delle specie animali e vegetali una autentica minaccia di estinzione di massa.

La sesta, in ordine di tempo, tra quelle conosciute dalla comparsa della vita pluricellulare.

Calcoli prudenziali, effettuati alcuni anni fa dal biologo Edward Owen Wilson, docente ad Harvard, stimano infatti che ogni anno, per cause connesse alle attività antropiche, si estinguono circa trentamila specie.

Una cifra che ora viene rivista al rialzo, in considerazione delle condizioni sempre peggiori in cui versano gli ecosistemi.

In conclusione, se non cambiamo in fretta il nostro atteggiamento e le nostre abitudini (e il riferimento non è certo alle comunità umane che vivono in modo tradizionale e a basso impatto ambientale), è bene sapere, come scrisse Bateson, che non solo porteremo a compimento la più grande strage della storia del pianeta ma noi stessi faremo la fine di una palla di neve all'inferno.

Insomma, gli alieni siamo noi.



* Max Strata è consulente ambientale.