Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


lunedì 30 maggio 2016

Equità sociale e distruzione del Pianeta.


Una maggiore equità sociale viene sempre più spesso invocata dai piani basali ed intermedi della piramide sociale e con ottime ragioni.   Un simile livello di disparità non si era infatti mai visto, perlomeno nella storia della civiltà industriale.   Ma probabilmente neanche prima, sebbene i confronti con economie strutturalmente diverse siano difficili.

A scanso di equivoci, preciso subito che a mio parere questa è un'infamia che deve finire.   Ma il punto di questo post è un'altro. Molti sostengono che ridurre questa estrema disuguaglianza avrebbe importanti effetti positivi non solo sul piano socio-economico, ma anche su quello ambientale.    Siamo sicuri che sia così?


Equità sociale e consumi

Confronto fra reddito procapite (in azzurro)
ed emissioni di CO2 (in rosso).
Il punto principale di chi sostiene la sinergia fra riduzione dell’iniquità e degli impatti ambientali vi è l’ovvia osservazione che i ricchi consumano molto di più dei poveri.   Ciò è fuor di dubbio, ma quanto?

Che io sappia, non esistono studi che analizzano i gli impatti umani per classi sociali, ma un’idea molto approssimativa è possibile farsela confrontando i dati relativi ai diversi paesi.   A condizione di tenere ben presente che in ogni paese ci sono sia ricchi che poveri.

Un punto di partenza può quindi essere confrontare come variano le emissioni di CO2 (che possiamo considerare un indicatore correlato agli impatti complessivi) in rapporto al reddito pro-capite (dati Word Bank e Wikipedia rispettivamente).

Vista la carenza di dati a disposizione, faremo qui la grossolana approssimazione di considerare che il PIL sia indicativo del reddito.    In realtà sono due cose diverse, ma che possiamo considerare come abbastanza strettamente correlate.

Come c’era da aspettarsi, fra i due parametri c’è una correlazione, ma non univoca e non lineare.   Anche facendo astrazione da alcuni dati fortemente anomali, risulta evidente che le emissioni di CO2 aumentano con il reddito, ma in misura meno che proporzionale.   L'incremento delle emissioni è infatti molto rapido a fronte di modesti incrementi dei redditi molto bassi; poi salgono piuttosto lentamente, per tornare ad impennarsi presso i ricchissimi.    Fluttuazioni importanti dipendono da altri fattori quali clima, geografia, struttura sociale, tradizione, eccetera.

Ora, a titolo di esercizio mentale, prendiamo per buona l’indicazione che l’1% della popolazione mondiale si accaparra il 50% della ricchezza del pianeta.    Significa che circa 75 milioni di persone hanno un reddito pro-capite di circa 500.000 dollari l’anno.

Prima sorpresa, almeno per me.  Se la media è mezzo milione ed in questo novero vi sono almeno un centinaio di multimiliardari (dati Forbes), significa che fra i ricchi che sfruttano indebitamente il prossimo possiamo annoverare tutti coloro che guadagnano, diciamo, dai 200.000 $ l’anno in su.   Cioè anche un vasto numero di alti dirigenti pubblici e privati, grandi professionisti ed un sacco di altre persone che magari conosciamo personalmente.   E che, in alcuni casi, sono anche delle brave persone.

Immaginiamo adesso che, senza scatenare una guerra, sia possibile ridistribuire tutta questa ricchezza sul 99% dell’umanità.   Farebbero circa 5.000 $ a testa.   Anche a parecchi di noi abitanti del “primo mondo” farebbero molto comodo ed alla maggioranza della popolazione mondiale cambierebbero drasticamente la vita.   Miliardi di persone potrebbero finalmente permettersi di mangiare a sazietà, vestirsi decentemente, abitare in case anziché in  baracche, mandare i figli a scuola, curare i malati e molto altro ancora.   Altri, già più fortunati, potrebbero andare in vacanza o comprare una macchina. Con quali conseguenze per il Pianeta?

In prima ed estremamente grossolana approssimazione, possiamo classificare l’umanità in quattro meta-categorie:  I super ricchi (che abbiamo stimato essere circa 75 milioni), la “Middle Class”  (che secondo “The Economist" comprenderebbe circa la metà della popolazione attuale, cioè poco più di 3 miliardi), i poveri (che possiamo stimare per differenza in 2 miliardi) ed i miserabili (che secondo la FAO sono circa 1 miliardo).   Una ripartizione così sommaria è giustificata dal fatto che le emissioni di CO2 di queste categorie variano fra loro per ordini di grandezza.

Confrontando i redditi e le emissioni pro-capite per paese, possiamo infatti arguire che, probabilmente, I ricchissimi producono intorno alle 50 tonnellate di CO2 pro-capite/anno, i medi  circa 10 tonnellate, i poveri  intorno a 4 e i poverissimi qualcosa come 0,1.   Si noti che passando dalla quarta classe (miserabili) alla terza (poveri) vi è un incremento di 40 volte; dalla terza alla seconda di 2,5-3 volte, dalla seconda alla prima di 5 volte.

Ovviamente, l’auspicata maggiore equità sociale provocherebbe la scomparsa della classe dei miserabili e di quella de super-ricchi; promuoverebbe i poveri nella classe media mentre, all’interno di questa, ci sarebbe un sensibile spostamento verso l’alto del reddito, molto più sensibile dalla parte bassa e marginale da quella alta della categoria.

Ora, sottraendo le emissioni di coloro che perderebbero i soldi ed aggiungendo quelle di coloro che ne guadagnerebbero, possiamo molto approssimativamente stimare che l’operazione “Robin Hood” porterebbe il tasso di emissioni intorno ai 70 miliardi di tonnellate/anno, cioè quasi il doppio dell’attuale.

Non solo.   L’operazione comporterebbe una netta diminuzione della mortalità fra i poveri, provocando un brusco incremento nel tasso di crescita nella popolazione terrestre.   Incremento probabilmente aggravato dall'aumento della natalità che, di solito, si associa ad una visione ottimistica del futuro.

Comunque, una simile operazione, aumentando i consumi di miliardi di persone e riducendoli per milioni, aumenterebbe vertiginosamente la pressione su tutte le risorse residue (energia, cemento, tessili, cibo, acqua, ecc.), aumentando di conserva ogni forma di inquinamento.   Insomma, un brusco ritorno della crescita economica, con tutto ciò che ne consegue.


Equità sociale nei modelli

Scenario con limitazione delle nascite
ed equa distribuzione dei prodotti.
Si può facilmente obbiettare che il ragionamento pecca di eccessivo empirismo ed approssimazione.   Purtroppo è però coerente con le indicazioni che ci vengono da quello che ad oggi continua ad essere il miglior modello dinamico del sistema economico-ambientale globale.

Nell’edizione del 2004 (Limits to Growth: The 30-Year Update) il gruppo dei Meadows propose, fra gli altri, un scenario in cui si ipotizza ch,e a partire dal 2002, la natalità globale non superi la media di due figli per coppia e che venga praticato un efficace razionamento dei prodotti industriali ad un livello  del 10% superiore rispetto alla media globale del 2.000.   Vale a dire molto meno per i ricchi e molto di più per i poveri.

Rimandando al testo per i dettagli,  è interessante vedere che queste condizioni allungano la fase di picco delle curve della produzione e della popolazione, prolungando quindi il periodo di benessere per una ventina d’anni.   Dopodiché avviene comunque un collasso sistemico analogo a quello dello scenario BAU (Business as Usual, o "scenario base" che dir si voglia).

E si badi bene che la maggior parte di coloro che reclamano una più equa distribuzione dei beni si guardano bene dal parlare di un’efficace limitazione della natalità. Nel libro non viene illustrato lo scenario con ridistribuzione dei beni senza controllo delle nascite, ma non ci vuole molto a capire che la popolazione crescerebbe molto rapidamente, mandando rapidamente  in collasso il sistema.

Uno degli scenari del modello HANDY
Un secondo modello che, in qualche modo, prende in conto il livello di iniquità sociale, è il popolarissimo HANDY, prodotto da alcuni ricercatori della NASA.  
Sotto il profilo scientifico il modello ha enormi lacune. Ad esempio, considera la capacità di carico una costante e trascura le retroazioni fra sviluppo di una élite, aumento della complessità e capacità di dissipazione dell’energia da parte di una società.   Ciò porta a scenari anche assurdi, come quello in cui i predatori (l’élite) crescono anche dopo il collasso delle prede (la gente comune).

Tuttavia il modello ha il merito di essere il primo che tenta di inserire l’elemento sociale in questo tipo di modelli.   In attesa di meglio, possiamo penso prendere per buona l’indicazione di larga massima che livelli moderati di disuguaglianza tendono a rendere più stabili e resilienti le società.   A braccio, direi che un’occhiata alla storia conferma l’ipotesi.

Ciò è coerente anche con le indicazioni di Word3 e con quanto osservato nel paragrafo recedente.   Una società più coesa ed una classe dirigente più legittimata fanno infatti parte degli elementi che tendono a prolungare la fase di picco di una società, ma da sole non possono evitarne il collasso sistemico.   Anzi, quando siamo ampiamente al di sopra della capacità di carico, proprio la maggiore resilienza del sistema socio-economico finisce col giocare un ruolo negativo.   Tende infatti a ritardare il collasso, ma accrescendone la gravità che è funzione del tempo di permanenza al di sopra della capacità di carico stessa.

Del resto, un modello reale lo abbiamo già visto.   Per farsi un’idea basta osservare le curve di emissione degli USA e della Cina fra il 1990 ed il 2009.   L’economia USA ha arrancato fra una crescita del PIL tutta concentrata nella “topo class” ed un deterioramento dei livelli di vita della classe media.   Il risultato è stato una modesta riduzione delle emissioni.   In Cina il tenore di vita della maggior parte della popolazione è aumentato considerevolmente, con le conseguenze locali e globali che sappiamo.

Immaginiamo di fare il bis, con aggiunta la crescita demografica che i cinesi hanno finora contenuto efficacemente.

Qualcuno davvero pensa che la Terra potrebbe resistere?

Ridistribuzione dei redditi e politica

L’Impero Inca era per molti versi simile ad una società sovietica in versione neolitica.   I fondamenti del potere erano infatti una capillare militarizzazione dello stato e la venerazione per l’Inca (qualche secolo dopo si sarebbe parlato di “culto della personalità”).  Questo secondo fattore veniva mantenuto, fra l’altro, tramite un efficace sistema di tassazione che rastrellava a beneficio dell’erario tutto il mais non strettamente indispensabile ad una misurata sussistenza delle famiglie.   Parte di questo raccolto veniva quindi trasformato in birra e solennemente ridistribuito ai contadini in occasione di festività dedicate all'adorazione dell’Inca che, solo, era capace di donare la birra al popolo.

Questo è solo uno degli infiniti esempi che potrebbero illustrare il fatto che le élite che sono durate a lungo hanno sempre avuto molta cura nel ridistribuire una parte di ciò che accaparravano, in forme e modi tali da consolidare il loro potere.   Non per nulla proprio contro questi sistemi si scagliavano i fulmini dei marxisti e degli anarchici dell’800.

Una lezione che le élite attuali, perlopiù composte da pirati e sociopatici (con qualche rara eccezione) non sembrano in grado di capire.

E’ vero però che i miliardari sono ricchi ed io no, il che potrebbe far pensare che in materia di denaro e di potere la sappiano più lunga loro di me.   Ciò nondimeno, ritengo che una parziale ridistribuzione dei redditi avvantaggerebbe primi fra tutti i ricchi, consolidandone il potere.

In secondo luogo favorirebbe i poveri ed i medi la cui vita migliorerebbe, non solo sul piano materiale, ma anche per il ridursi di questa snervante sensazione di essere quotidianamente defraudati ed ingannati.

Tuttavia sarebbe un miglioramento molto temporaneo.   La crescita dei consumi globali e la crescita demografica che ne deriverebbe si rimangerebbero il vantaggio nel giro al massimo di un paio di decenni, se non prima per lo scatenarsi di un’inflazione incontrollabile.    Poi tutti precipiterebbero in un baratro ancora peggiore di quello che probabilmente ci aspetta.

Magari,  se lo si fosse fatto molto tempo fa poteva andare diversamente, ma si parte sempre dalla situazione attuale ed una lezione molto importante dataci da Donella Meadows è che gli stessi interventi, attuati in periodi diversi, possono avere effetti divergenti.   Ma anche cambiare la scala ed il contesto possono modificare gli effetti di determinati interventi.  

Cosa potrebbe infatti succedere se non tutti, ma un solo grande paese decidesse di praticare una drastica ridistribuzione dei redditi?    Siamo nella fanta-politica pura, ma possiamo azzardare qualche ipotesi.

Partendo dal presupposto che ciò aumenterebbe i consumi e consoliderebbe la struttura sociale, possiamo immaginare che il paese in questione vedrebbe una qualche ripresa economica ed una netta diminuzione della conflittualità interna.  Se la maggior parte della ridistribuzione avvenisse tramite alleggerimenti fiscali e miglioramento di servizi essenziali, si potrebbe assistere ad una vera, relativa, fioritura del paese in questione.   Ciò aumenterebbe il suo potere sugli altri paesi che avrebbero due opzioni possibili: imitarlo (ricadendo nel collasso globale di cui si è detto prima),  oppure combatterlo (provocando un brusco aumento di conflittualità internazionale, con tutte le conseguenze del caso).  

Dunque, oltre ad un'improbabile volontà in tal senso, sarebbero necessarie almeno tre condizioni:
La prima sarebbe essere in grado di evitare ogni crescita demografica che, inevitabilmente, finirebbe col rimangiarsi il vantaggio.   Ciò significa non solo controllo della natalità, ma anche evitare di investire troppo in servizi agli anziani per concentrarsi invece sul recupero di risorse vitali quali acqua, aria, biodiversità, cultura, ecc.    Ciò significa anche essere in grado di respingere i migranti attratti proprio dalla fiorente economia.

La seconda sarebbe ancora sigillare i confini, stavolta per evitare invece la prevedibile fuga di capitali e/o tecnologie.

La terza sarebbe che tale paese fosse in condizione di assicurarsi i necessari flussi di input ed autput, anche contro un possibile boicottaggio degli altri.  Anche con la forza, se indispensabile.

In altre parole, questo ipotetico paese sarebbe una grande potenza che limita la propria crescita, ma che neppure esita a sfruttare gli altri paesi.  Una cosa che potrebbe fare solamente un paese abbastanza grande da poter sostenere il confronto con tutti gli altri e che non lesinasse sulle spese militari.  Forse gli unici (sempre in termini fantapolitici) che potrebbero provarci sarebbero gli USA e la Cina.    Forse anche gli europei a condizione di far funzionare una vera federazione (questa si che è fantapolitica pura!).

Insomma un fenomeno geo-politico che non si è mai visto nella storia.   Possono assomigliarci un poco il Giappone Edo e la dittatura di Balaguer nella Repubblica Dominicana.   Ma, a parte che si trattò in entrambi i casi di governi molto autoritari (per non dire dispotici), non furono comunque in grado di garantire la propria sopravvivenza.  Il primo sopravvisse finché durò il suo isolamento, mentre il secondo finché fu protetto da una potenza coloniale (al caso gli USA).

Tornando sulla Terra, non solo la classe dirigente non mostra alcuna intenzione di ridistribuire il proprio reddito, ma se lo facesse accelererebbe  il collasso sistemico della civiltà industriale.   A meno che il processo non avvenisse abbassando i redditi dei ricchi, senza incrementare quelli dei poveri e, contemporaneamente, adottando drastici sistemi di controllo demografico.  

Ma questa è l’unica opzione in grado di unire tutti nell'essere contrari.






sabato 28 maggio 2016

Termodinamica, Evoluzione, Felicità


Un post di Guido Massaro

Sono un assiduo frequentatore di questo blog da anni, che è stato per me fonte di conoscenza e ispirazione, ho studiato Scienze Naturali e mi interesso delle tematiche connesse.

Riassumo i contenuti del post: sarà una riflessione in cui espanderò un concetto a cui forse non siamo abituati, cioè che IL BENE DELLA SPECIE NON NECESSARIAMENTE COINCIDE COL BENESSERE DEGLI INDIVIDUI.

Spiegherò le basi scientifiche che ho usato e il percorso logico che ho fatto per motivare questa affermazione e analizzerò la questione dalla prospettiva particolare della specie umana, con riferimenti a meccanismi psicologici spesso inconsci.

Passerò poi alle conseguenze di questo fatto, cercherò di spiegare perchè secondo me alcuni tra i meccanismi che permettono la diffusione e il miglioramento della specie umana alla fine sono gli stessi che, se non capiti e incanalati nel giusto modo, oltre a mettere a rischio la felicità individuale compromettono il benessere e la stessa possibilità di sopravvivenza della specie umana.

Il post è il tentativo di mettere in parole una specie di intuizione personale.


Una delle formulazioni del Secondo Principio della Termodinamica recita "L'Entropia non può decrescere in un sistema isolato"; l'Universo preso nel suo complesso è un sistema isolato (e in effetti, come conseguenza di questa legge, una delle teorie più gettonate sul futuro dell'Universo - Big Freeze

- è un tendere all'immobilità, cioè alla dispersione di Energia - ovvero aumento di Entropia - fino alla impossibilità di compiere qualunque Lavoro) ma ciò non vieta che al suo interno vi siano strutture, meccanismi o eventi che causino una locale diminuzione di Entropia (per esempio per aumento di organizzazione o informazione, o per concentrazione di Energia), che può però avvenire solo a fronte di una corrispondente esternalizzazione di Entropia, perchè il Secondo Principio resti valido a livello Universale.

Vi sono per esempio le cosiddette "Strutture Dissipative", come le stelle, i cicloni e le forme di vita, che agendo come dei trasformatori utilizzano Energia per mantenere il proprio ordine interno (abbassando la propria Entropia), inevitabilmente aumentando l'Entropia dell'ambiente che le circonda, cioè rendendo all'Universo Energia in una forma diversa, meno concentrata, quindi meno atta a compiere Lavoro.

Queste strutture si auto-organizzano per massimizzare il flusso di Energia che le attraversa: captano tutta l'Energia che possono, e poichè la trasformano e in ogni trasformazione di Energia vi è un aumento netto di Entropia (aumento di Entropia nell'Universo), esse massimizzano anche il proprio tasso di produzione di Entropia.

In un Universo destinato a un progressivo "disordine", alla dispersione e all'immobilità, queste ordinate strutture accentratrici di Energia che osserviamo, compresa la Vita stessa, non sarebbero quindi miracolose eccezioni, ma ironicamente proprio dei meccanismi che accelerano tale processo, o perlomeno alcuni dei meccanismi attraverso cui tale processo si attua.

Il tifone Maysak ripreso dalla Stazione Spaziale Internazionale nell’aprile 2015 (ESA)
AU Microscopii è una giovane stella circondata da un disco protoplanetario, a 32 anni luce dalla Terra (ESO)

C'è chi, come l'astrofisico francese François Roddier, vede il principio della massima produzione di Entropia delle strutture dissipative (secondo lui addirittura un'altra possibile formulazione del Terzo Principio della termodinamica) mostrarsi in tutta la sua evidenza anche nei meccanismi evolutivi.

In altre parole, secondo Roddier l'Evoluzione Naturale sarebbe uno dei processi tramite cui nel nostro angolo di Universo si tende a dissipare Energia (nel nostro caso principalmente Energia di irraggiamento dal Sole) il più velocemente possibile, una sorta di meccanismo di affinamento delle strutture dissipative viventi a tale scopo.

In che modo questo potrebbe avvenire?

Vediamo alcuni meccanismi con cui l'Evoluzione tende a favorire quelle entità che massimizzano il flusso di Energia che le attraversa:

- a livello intraspecifico: in ogni specie gli individui che si riproducono con maggiori probabilità sono quelli più adattati alla nicchia ecologica della specie cui appartengono, cioè semplificando le piantine più abili a captare e sfruttare l'energia solare e i minerali del terreno, lo stesso principio si applica agli erbivori e ai carnivori, riguardo le rispettive risorse;

- a livello interspecifico: in ogni nicchia la specie che prevarrà sarà quella più efficace nello sfruttare le risorse di quella nicchia, che quindi si riprodurrà di più soppiantando l'altra, a meno che l'Evoluzione escogiti un modo di far adattare una delle due specie o entrambe al fine di sfruttare in maniera diversa la stessa o una ancora maggiore quantità di risorse;

L'Evoluzione si basa sul meccanismo di lottare per trasmettere il più possibile i propri geni (e la lotta tende a selezionare, come abbiamo visto, gli individui o specie più energivori), affinchè sia l'informazione in essi contenuta a sfruttare le future risorse disponibili: questo è quindi quello che la termodinamica (tramite il meccanismo dell'Evoluzione) spinge gli esseri viventi a fare, sia a livello individuale che specifico, lottare per trasmettere i propri geni.

Restringendo il campo alle dinamiche interne alla specie umana, questo "egoismo genetico", inevitabile e da un certo punto di vista positivo perchè come abbiamo visto alla base di qualsiasi evoluzione (che ci ha portato come gradevole effetto collaterale a concepire capolavori di arte ed intelletto), è tuttavia inseparabile dal suo lato oscuro e portatore di sofferenza, cioè geni che codificano per istinti di violenza e avidità (più o meno sublimati o regolamentati/repressi a livello sociale), e sentimenti di invidia, gelosia, competizione, paura, ansia, tristezza, ecc. a seconda dei propri successi o fallimenti, che si riconducono in maniera inconscia alla propria percezione di potere come individuo, e quindi alla propria capacità di riprodursi (trasmettendo i propri geni), a prescindere dalla evidenza pratica di questo nesso.

Dunque, è chiaro come il "bene della specie" in chiave evolutiva ("bene" su orizzonti temporali ristretti: infatti ogni specie, per gli stessi meccanismi (co)evolutivi, è destinata prima o poi ad estinguersi) non necessariamente coincida con il bene, o il benessere, degli individui come singoli.

Per quanto riguarda invece le dinamiche di relazione fra la specie umana e le altre specie, quello che succede è che siamo spinti, come ogni specie, alla massima espansione, coi soli limiti dati da meccanismi ecologici quali predazione, parassitismo, competizione per risorse o habitat, ecc.; evidentemente, questi meccanismi di contenimento con la nostra specie non hanno funzionato, in massima parte in conseguenza del livello tecnologico che abbiamo via via sviluppato.

In ogni caso, siamo arrivati ad essere in sempre maggior numero a discapito delle altre specie, e della salubrità degli ambienti che frequentiamo; tutto questo, a sentire il clima di incertezza e insoddisfazione che si respira in giro, mediamente non ci sta portando certo alla felicità a livello di individuo, e sta probabilmente minando anche la nostra prosperità come specie, dopo aver contribuito pesantemente all'estinzione o indebolimento di un numero incalcolabile di altre specie.

Da un punto di vista evolutivo/termodinamico, noi umani, intesi come struttura dissipativa, abbiamo aumentato a dismisura l'Energia che fluisce attraverso il nostro sistema sociale, sottraendola ad altre forme di vita, e seguendo il principio della massima produzione di Entropia abbiamo scaricato disordine nell'ambiente (per esempio diminuendo la biodiversità della biosfera a più livelli, bruciando combustibili fossili o tramite altre forme di inquinamento) come pegno termodinamico da pagare all'aumento del nostro ordine sociale.

Alla prova dei fatti, a quanto pare, da qualche millennio è l'informazione contenuta nei geni umani la più adatta a dissipare energia nel modo più efficace (anche se detta così sembra un controsenso).

Su questo blog e in vari altri ambienti si auspica o si sogna un cambiamento collettivo, e ci si interroga sulla nostra natura, il senso della nostra esistenza, se siamo diversi dagli animali e se sì in cosa; vorrei qui condividere un punto di vista personale su alcuni di questi aspetti, una personale intuizione che è il cuore del post.

Se si segue la teoria di Roddier, e il mio preambolo qui sopra, ne deriva che l'essere umano lasciato a sè stesso tende per i principi della termodinamica a sviluppare atteggiamenti egoistici a livello individuale e specifico, che causano sofferenza a se stessi, agli altri, alle altre specie.. e in un futuro non troppo lontano probabilmente anche alla nostra (vedi anche Joseph Tainter).

L'uomo come individuo è quindi costretto a sforzarsi se vuole seguire gli atteggiamenti opposti di altruismo disinteressato, magnanimità, compassione, equanimità, rispetto per l'esistenza delle altre specie, è costretto a utilizzare parte della propria energia per contrastare le forze che lo porterebbero a competere, con diversi livelli di consapevolezza e differenti modalità, con altri membri della propria specie (o al limite a collaborare con membri del proprio gruppo per sopraffare gruppi rivali), o a lasciarsi andare a sentimenti negativi verso se stesso e verso gli altri (o a reprimerli per dovere sociale).

A livello individuale e specifico, autolimitare la propria progenie per lasciare spazio e risorse alle altre specie con cui condividiamo il pianeta, è un'altra cosa che i nostri geni ci spingono a non accettare.

Se invece ci sforzassimo di percepire noi stessi in un'ottica più ampia (e quindi credo anche più coerente con quello che la realtà è) ci renderemmo conto dell'immaturità e nocività dell'obbedire inconsapevolmente a quei geni che ci programmano per competere e consumare, ci libereremmo dalla schiavitù di noi stessi, del nostro egoismo, che è forse la radice di ciò che ci tormenta come esseri umani.

Potremmo così percepirci progressivamente (in maniera sempre più spontanea mano a mano che questo modo di sentire direi più saggio trovasse modo di diffondersi a livello sociale) parte di un tutto dove il nostro benessere è indistinto dal benessere di ciò che ci circonda; non potremo certo fare a meno, come struttura vivente/dissipativa, di scaricare Entropia nell'ambiente che ci circonda, ma potremo cercare di minimizzarla, anzichè abbandonarci senza ritegno alla legge di massimizzazione.

Serve certamente uno sforzo per prendere questa direzione, ma è possibile, abbiamo fortunatamente anche geni che ci permettono di farlo; e infatti ci sono stati gruppi sociali in equilibrio stabile col proprio ecosistema, e ci sono anche tanti esempi di individui, i più famosi li chiamiamo eroi, qualcuno santi, persone speciali e libere che sembrano appartenere a un altro mondo fisico, capaci di vedere loro stesse da una prospettiva esterna, con distacco, non come un'entità insoddisfatta con un costante bisogno di aumentare il proprio ridicolo potere a spese di ciò che la circonda.

Si potrebbe compensare e in parte sostituire il bisogno compulsivo di una propria espansione, controllo e potere, che scaturisce dal meccanismo di trasmissione genetica, con la scelta di espandere e poi trasmettere, invece, la propria saggezza (intesa non come mera conoscenza, ma come una visione più coerente, ampia, armonica della realtà, del Pianeta, della Vita, dell'Universo).

Si tratterebbe di un meccanismo evolutivo privilegiato ed esclusivo della nostra specie, un meccanismo evolutivo libero e consapevole, complementare a quello rivelato da Darwin che condividiamo con le altre specie, che invece ci ha portato ai problemi attuali, e che è l'unico su cui la società e i media continuano a puntare.

Capire queste cose ci può aiutare a vedere chi si comporta in maniera poco rispettosa verso gli altri e l'ambiente semplicemente come un individuo poco libero, che si assoggetta a quello che una sequenza di nucleotidi lo costringe a fare; provare, verso questi individui, compassione anzichè sentimenti negativi va nella direzione di unire il genere umano per rendere possibile un futuro comune.

L'Universo non ha bisogno degli uomini per dissipare Energia, riguardo la pratica "Pianeta Terra" potrebbe "licenziarci" e far prendere il nostro posto ad altre forme di vita, o chiudere il capitolo Vita e "assumere" al suo posto tempeste gigantesche; io credo che possiamo scegliere di prolungare la nostra permanenza su questo pianeta perchè siamo l'unica entità conosciuta nell'Universo con la potenzialità teorica di modulare il proprio output entropico, siamo dotati della possibilità (divina?) di rifiutare leggi che paiono universali.

Credo inoltre che nella consapevolezza di questo nostro privilegio e nel perseguimento della saggezza e dei comportamenti conseguenti risieda la chiave di una progressiva (ri)scoperta di senso, armonia, empatia e felicità generalizzata.
Bimbi in Bhutan (National Geographic); il Bhutan ha adottato la FIL al posto del PIL, come indicatore degli standard di vita;
Se tutto ciò resterà appannaggio di pochi individui o gruppi, e sarà destinato a soccombere di fronte alla mancanza di libertà della maggioranza (di fronte quindi alla spietata termodinamica evolutiva a livello da specifico in su), o se si creerà un cambiamento collettivo, nessuno lo può sapere.

Comunque vada, io credo che tutto ciò possa dare senso, valore e forse anche felicità alla vita, anche se solo a livello individuale, di fronte a quello che si prospetta per il futuro.

giovedì 26 maggio 2016

E' tornato il picco del petrolio!

Da “Peak Oil Barrel”. Traduzione di MR (via Maurizio Tron) 

Di Ron Patterson. 


Dov'è finito tutto il petrolio? Il picco del petrolio è tornato

Una nuova ed estesa analisi scientifica pubblicata nelle “Wiley Interdisciplinary Reviews: Energy & Environment” dice che le riserve petrolifere provate secondo le indicazioni delle fonti industriali sono probabilmente “sopravvalutate” della metà. 

Secondo fonti standard come “Oil & Gas Journal”, “Revisione statistica dell'energia mondiale” della BP e della statunitense Energy Information Administration (EIA), il mondo contiene 1,7 trilioni di barili di riserve convenzionali provate. 

Tuttavia, secondo il nuovo studio del professor Michael Jefferson della  ESCP Europe Business School, un ex capo economista della major petrolifera Royal Dutch/Shell Group, questa cifra ufficiale che ha aiutato a giustificare investimenti massicci in nuova esplorazione e sviluppo, è quasi doppia rispetto alla dimensione reale delle riserve mondiali. 

La Wiley Interdisciplinary Reviews (WIRES) è una serie di pubblicazioni peer-review di alta qualità che opera revisioni autorevoli della letteratura attraverso discipline accademiche rilevanti.

Secondo il professor Michael Jefferson, che ha passato quasi 20 anni alla Shell in vari ruoli importanti, da capo della pianificazione in Europa a direttore della fornitura e commercio di petrolio, “i cinque grandi esportatori di petrolio del medio oriente hanno alterato le basi della loro definizione di riserve petrolifere convenzionali “provate” da un 90% di probabilità ad un 50% di probabilità dal 1984. Il risultato è stato un apparente (ma non vero) aumento delle loro riserve di petrolio convenzionale “provate” di circa 435 miliardi di barili”. 

Le riserve globali sono state ulteriormente gonfiate, ha scritto nel suo studio, aggiungendo le cifre delle riserve del petrolio pesante venezuelano e delle sabbie bituminose canadesi – nonostante il fatto che siano “più difficili e costose da estrarre” e generalmente di “qualità peggiore” del petrolio convenzionale. Ciò ha innalzato le stime delle riserve globali di ulteriori 440 miliardi di barili. 

La conclusione di Jefferson è netta: “Detto senza mezzi termini, l'affermazione standard che il mondo ha riserve di petrolio convenzionale provate di quasi 1,7 miliardi di barili è sovrastimata di circa 875 miliardi di barili. Così, nonostante il crollo dei prezzi del petrolio greggio da un nuovo picco nel giugno 2014, dopo quello del luglio 2008, il problema del “picco del petrolio” rimane con noi”

martedì 24 maggio 2016

Quanto ci costa passare alle rinnovabili?

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR




Fonte dell'immagine. I calcoli “sul retro di una busta” sono una tradizione nella scienza è spesso si rivelano essere in grado di fornire un sacco di informazioni utili, evitando allo stesso tempo la trappola comune dei modelli complessi, quella di essere in grado di misurare tutto, ammesso che abbia sufficienti parametri regolabili. 


L'economia mondiale può essere vista come un gigantesco motore di calore. Consuma energia, principalmente sotto forma di combustibili fossili, e la usa per produrre beni e servizi. A prescindere da quanto sia messo a punto ed efficiente il motore, ha comunque bisogno di energia per funzionare. Così, se vogliamo fare il grande cambiamento che chiamiamo “transizione energetica” dai combustibili fossili alle rinnovabili, non possiamo basarci solo su efficienza e risparmio energetico. Dobbiamo alimentare la grande bestia con qualcosa che la faccia funzionare, l'energia prodotta dalle fonti rinnovabili come il fotovoltaico (FV) ed eolico sotto forma di energia elettrica.

Ecco qualche nota sul tipo di sforzo di cui abbiamo bisogno per passare ad una infrastruttura completamente rinnovabile prima che sia troppo tardi per evitare la doppia minaccia della distruzione climatica e dell'esaurimento delle risorse. Si tratta di un compito arduo: dobbiamo farlo, fondamentalmente, in circa 50 anni da adesso, probabilmente meno, altrimenti sarà troppo tardi per evitare un disastro climatico. Cerchiamo quindi un calcolo “sul retro di una busta” che possa fornire una stima di ordine di grandezza. Per una trattazione completa, vedete questo articolo di Sgouridis et al.

domenica 22 maggio 2016

Il cambiamento climatico è la più grossa minaccia alla civiltà umana

Da “wunderground”. Traduzione di MR

Di Jeff Masters

La più grande minaccia del cambiamento climatico alla civiltà nei prossimi 40 anni saranno probabilmente le siccità e le alluvioni estreme amplificate dal cambiamento climatico che colpiscono molteplici colture di “paniere” simultaneamente. Un rapporto sullo "Shock del sistema alimentare" pubblicato nel 2015 dai giganti delle assicurazioni Lloyds di Londra ha sottolineato uno shock estremo plausibile alla produzione globale di cibo che potrebbe causare rivolte, attacchi terroristici, guerre civili, fame di massa e perdite gravi per l'economia globale. Il loro scenario, al quale i Lloyds hanno dato delle scomode ed alte possibilità che si verifichi – significativamente più alte dello 0,5% all'anno, che determina una possibilità di almeno il 18% che si verifichi nei prossimi 40 anno – dice questo:

Un forte evento de El Niño si sviluppa nell'Oceano pacifico equatoriale. Gravi siccità tipiche de El Niño colpiscono l'India, il sudest dell'Australia e il sudest asiatico, causando le seguenti perdite di raccolti (notate che grano, riso e mais costituiscono oltre il 50% di tutta la produzione agricola in tutto il mondo):

India (primo esportatore mondiale di riso e settimo di grano: grano -11%, riso -18%
Vietnam (secondo esportatore al mondo di riso): riso -20%
Australia (terzo esportatore al mondo di grano): grano -50%
Bangladesh, Indonesia, Thailandia, Filippine: riso da -6% a -10%

Alluvioni storiche colpiscono i fiumi Mississippi e Missouri, riducendo la produzione di mais negli Stati Uniti del 27%, di soia del 19% e di grano del 7%. Bangladesh, India nordorientale e Pakistan vedono grandi perdite di raccolti dovuti a piogge torrenziali, alluvioni e frane, col Pakistan che perde il 10% del suo raccolto di grano.

sabato 21 maggio 2016

Il grande dolore: come affrontare il collasso del nostro mondo

Da “Common Dreams”. Traduzione di MR (via Bodhi Paul Chefurka)

Per rispondere adeguatamente, prima potremmo aver bisogno di elaborare il lutto

Di Per Espen Stoknes


'Affrontare la perdita del nostro mondo', dice Stoknes, 'ci impone di scendere nella rabbia, nel pianto e nella tristezza, non di aggirarli per saltare sul carro dell'ottimismo o scappare nell'indifferenza' (Foto: Nikola Jones/flickr/cc)

Gli scienziati del clima dicono in modo schiacciante che affronteremo un riscaldamento senza precedenti nei prossimi decenni. Quegli stessi scienziati, proprio come voi e me, lottano con le emozioni che vengono evocate da questi fatti e da queste terribili previsioni. I miei figli – che ora hanno 12 e 16 anni – potrebbero vivere in un mondo più caldo che in qualsiasi altro momento nei precedenti 3 milioni di anni e potrebbero affrontare sfide che stiamo appena cominciando a contemplare e in molti modi potrebbero venire privati del mondo ricco e variegato nel quale siamo cresciuti. Come ci relazioniamo – e come conviviamo – con questa triste consapevolezza?
Fra diverse popolazioni, i ricercatori di psicologia hanno documentato un lungo elenco di conseguenze per la saluta mentale del cambiamento climatico: traumi, shock, stress, ansia, depressione, lutto complicato, tensioni sulle relazioni sociali, abuso di sostanze, senso di disperazione, fatalismo, rassegnazione, perdita di autonomia e senso del controllo, così come perdita di identità personale ed occupazionale.

giovedì 19 maggio 2016

Il Papa dovrebbe dire alla gente di smettere di far figli come conigli!

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR


Immagine di Rakka 

In questo post sostengo che la sovrappopolazione è un problema complesso che ha a che fare con le scelte umane al livello di singole famiglie. Non è impossibile che tali scelte alla fine porteranno ad una stabilizzazione della popolazione ad un livello sostenibile, come è accaduto in alcuni casi storici, come in Giappone durante il periodo Edo.



La questione della popolazione solleva sentimenti forti ogni volta che viene menzionata e c'è chi sembra pensare che, a meno che non venga fatto qualcosa di drastico per frenare la crescita della popolazione, gli esseri umani si riprodurranno come conigli, distruggendo tutto quanto su questo pianeta. Questa posizione va spesso in parallelo con la critica ai leader religiosi in generale, accusati di incoraggiare le persone a riprodursi come conigli. O, perlomeno, di nascondere il fatto che le persone si riproducono come conigli se non viene loro impedito di farlo in un modo o nell'altro.

Ma è vero che le persone si riproducono come conigli? E si fermerebbero se qualcuno, diciamo il Papa, dovesse dire loro di fermarsi? Forse, ma le cose non possono essere così semplici. Ecco un esempio: il Giappone durante il periodo Edo.


La popolazione del Giappone durante il periodo Edo (dati non corretti come riportato dal governo Bafuku). Mostrano come sia del tutto possibile ottenere una popolazione stabile in una società agricola, persino senza regole  e leggi “top down”. (fonte dei dati, vedete anche questo link


Notate come la popolazione sia rimasta relativamente costante per almeno 150 anni. E' una storia affascinante, discussa nei dettagli nel libroMabiki: Infanticidio e crescita della popolazione nel Giappone orientale 1660–1950” di Fabian Drixler. Ecco un'illustrazione dal libro:


Un altro insieme di dati impressionante: i tassi netti di riproduzione in Giappone sono rimasti intorno o al di sotto al tasso di sostituzione durante il periodo Edo, mantenendo la popolazione costante per qualcosa come un secolo e mezzo. E' impressionante anche osservare in che modo il tasso di riproduzione è letteralmente esploso in seguito, portando la popolazione giapponese dai circa 25 milioni del periodo Edo all'attuale livello di circa 125 milioni, cinque volte tanto. Osservate anche quanto rapidamente il tasso di riproduzione è collassato dopo gli anni 50 del 900. E' un esempio forte di ciò che chiamiamo la “transizione demografica”.

Come possiamo vedere da questi dati, le strategie di riproduzione umana sono molto più complesse di quanto si immagini se ci si limita al comandamento biblico “crescete e moltiplicatevi”. I giapponesi NON si sono riprodotti come conigli durante il periodo Edo. Non sembra che siano stati costretti a ridurre il loro tasso di nascite dal governo o da credenze religiose. La popolazione è rimasta stabile, sembra, principalmente a causa di strategie “bottom up” a livello di singole donne o di singole famiglie: principalmente contraccezione e, quando non era sufficiente, infanticidio.

Cosa ha portato quindi le famiglie giapponesi a scegliere (piuttosto che essere costrette) di limitare il proprio tasso di riproduzione? C'è molta letteratura scientifica sulle strategie di riproduzione di varie specie, compresa quella umana. L'idea di fondo è che, in tutti i casi, i genitori hanno una scelta su come impiegare le proprie risorse limitate. O le investono nell'avere un gran numero di prole (la “strategia-R”, ovvero la “strategia del coniglio”) oppure investono nel prendersi cura dei propri ragazzi finché non raggiungono l'età adulta (la “strategia-K” o “strategia dell'elefante”). La scelta della strategia riproduttiva dipende dalla situazione. Cito direttamente da un articolo di Figueredo et al. (1)

... rimanendo tutto il resto alla pari, le specie che vivono in ambienti instabili (vedi fluttuazioni della disponibilità del cibo) ed imprevedibili (vedi alto numero di predatori), tendono a sviluppare una serie di tratti “selezionati da R” associati ad alti tassi di riproduzione, basso investimento da parte dei genitori e tempi intergenerazionali relativamente brevi. Al contrario, le specie che vivono in condizioni ambientali prevedibili tendono a sviluppare serie di tratti “selezionati da K” associati a tassi di riproduzione bassi, alto investimento da parte dei genitori e tempi intergenerazionali lunghi. 

Chiaramente, gli esseri umani sono più come gli elefanti che come i conigli. Il numero di bambini che una femmina umana può partorire è limitato e di solito è una buona strategia che questa massimizzi le possibilità di sopravvivenza di meno bambini, piuttosto che cercare di averne il più possibile. Quindi, per gran parte della storia dell'umanità, una famiglia – o una singola donna – esaminava il proprio ambiente e faceva una stima sommaria di quali possibilità potevano avere i suoi figlio di sopravvivere e prosperare. In condizioni di risorse limitate e forte competizione ha senso che i genitori massimizzino la salute e la forma dei loro figli avendone un numero ridotto. Sembra che sia successo questo in Giappone durante il periodo Edo: di fronte a risorse limitate, in un'isola limitata, le persone decidevano di limitare il numero della loro prole, applicando la “strategia R”.

E' vero il contrario per i periodi di risorse abbondanti e di scarsa competizione. Quando l'economia è in crescita, le famiglie potrebbero anche proiettare questa crescita nel futuro e valutare che i loro figli avranno molte opportunità, quindi ha senso averne in maggior numero – e quindi di applicare la “strategia K”. La crescita drammatica della popolazione durante gli ultimi 1-2 secoli è il risultato del sempre maggiore consumo di combustibili fossili. Ovunque, e quindi anche in Giappone, le persone hanno reagito riempiendo quelli che hanno visto spazi liberi per i loro figli. Ma, con la seconda metà del XX secolo, la crescita economica ha rallentato e le persone hanno cominciato a percepire che il mondo si stava rapidamente riempiendo e che l'economia non stava più crescendo. Potrebbero non avere percepito l'esaurimento delle risorse minerali, ma il risultato era comunque ovvio. E' stata la “transizione demografica”, di solito collegata ad un aumento della ricchezza, ma che possiamo anche vedere come il risultato di una percezione del futuro che era vista un po' meno rosea di prima.

Ci sono altri casi di popolazioni umane che sono rimaste stabili per qualche tempo, quindi potremmo concludere che gli esseri umani non si riproducono come conigli – assolutamente, eccetto in qualche caso veramente speciale e raro della storia. Gli esseri umani sono creature intelligenti e, entro certi limiti, scelgono quanti figli avere in modo tale da massimizzare le loro possibilità di sopravvivenza. La popolazione umana tenderà a crescere in una condizione di crescita economica, ma dovrebbe tendere a stabilizzarsi in condizioni economiche statiche. Quindi, se fossimo in grado di stabilizzare il sistema economico, evitando grandi guerre e la necessità di carne da cannone, la popolazione umana potrebbe stabilizzarsi da sola, senza nessuna necessità di un intervento “top down”da parte dei governi (o forse del Papa). Sfortunatamente, da qui a quel momento, c'è un piccolo problema chiamato “overshoot” e la stabilizzazione ad un livello sostenibile potrebbe essere tutt'altro che indolore. Ma se la stabilizzazione è stata possibile sulle isole del Giappone durante il XIX secolo, perché non potrebbe verificarsi sull'isola più grande che chiamiamo “Terra”?


Vedete anche un mio post intitolato “Il cuculo che non voleva cantare: sostenibilità e cultura giapponese”. 


1. Aurelio José Figueredo, Geneva Vásquez, Barbara H. Brumbach, Stephanie M.R. Schneider, Jon A. Sefcek, Ilanit R. Tal, Dawn Hill, Christopher J. Wenner, W. Jake Jacobs, Concordanza e teoria della storia della vita: dai geni al cervello per la strategia riproduttiva, Developmental Review, Volume 26, numero 2, June 2006, Pagine 243-275, ISSN 0273-2297, http://dx.doi.org/10.1016/j.dr.2006.02.002

martedì 17 maggio 2016

Cinismo, resilienza e transizione

di Jacopo Simonetta

Il cinismo non è mai stato popolare.  Si può capire, ma un po’ di cinismo potrebbe invece essere uno strumento molto utile da tenere nella propria cassetta degli attrezzi per la transizione.

Cinismo Vintage

“Cinico”  oggi si usa per indicare qualcuno interessato esclusivamente al proprio tornaconto personale, del tutto privo di scrupoli morali e di qualsivoglia empatia per il prossimo.   Insomma, un sociopatico grave, o un astuto farabutto che dir si voglia.  

Interessante è il fatto che la seconda definizione (astuto farabutto) può essere usata sia in senso dispregiativo che come complimento, a seconda dell’ambiente di riferimento.   Cioè a seconda della percentuale di suoi simili fra coloro che ne parlano.

Tuttavia non era questo il significato originale del termine.   I cinici greci erano fior di filosofi che perseguivano la felicità tramite una strada particolarmente impervia, ma proprio per questo interessante per chi si pone il problema di essere felice in tempi difficili.

Punto primo: niente utopie, niente illusioni, niente “bicchieri mozzo pieni” quando hai sete.   Soprattutto imparare a guardare la realtà per come è e non per come ci piacerebbe che fosse.   Contare solo su sé stessi, non perché sociopatici, ma perché non puoi mai prevedere cosa davvero farà un’altra persona.   Del resto, è capitato a tutti di ricevere un aiuto da dove meno te lo aspettavi, mentre anche i più fidati amici e parenti qualche volta ti piantano in asso.   Magari senza neanche accorgersene.   E noi stessi, non facciamo esattamente così?

Questo non significa negare che esistano cose come l’altruismo e la fortuna, significa imparare a non farci troppo conto.   Del resto, i cinici non faceva affidamento neppure sugli Dei che, secondo loro, non potevano essere né influenzati, né previsti.   Dunque poco avevano a che fare con quella felicità che cercavano.

Altro punto fermo era infatti  che la felicità dipende sostanzialmente dal soddisfacimento dei propri desideri.   Quali che siano, altamente spirituali o puramente materiali non fa gran differenza; siamo felici nella misura in cui li realizziamo.

Ma se è così, quale mezzo migliore per raggiungere la felicità che far piazza pulita dei propri desideri?    Magari non riusciremo ad eliminarli tutti, ma è positivo che meno numerosi e più semplici sono i nostri desideri, più facilmente saranno soddisfatti.   Un concetto questo cardinale anche in numerose altre scuole filosofiche europee e non.   Ma oggi anche il modo di “portare l’attacco al cuore del sistema” che è basato sull'esatto contrario: l’infelicità costante di chi desidera sempre qualcosa di più di quello che ha.

Un terzo punto fondamentale del cinismo era il plateale disprezzo per tutte le convenzioni e convenienze sociali.   Spesso spinto fino all'aperta e ricercata provocazione, come il celebre Diogene di Sinope che, se ne aveva voglia, andava in giro nudo ed insultava la gente che gli rivolgeva la parola.   Così, tanto per insegnare loro che la buona educazione non è che un orpello inutile.   Penso che se Diogene fosse vissuto oggi sarebbe stato un grande troll su internet.

Cinismo e resilienza

Dunque il cinismo è una filosofia che fornisce una solida base d’appoggio per contenere le inevitabili ondate di depressione che prendono chi, volente o nolente, vive la decrescita.  Quella vera:  fatta non solo di orticelli e baratto, ma soprattutto di perdite e rinunce,  di sogni infranti ed illusioni perdute.

Tutte cose che possono anche portare una persona al suicidio, senza nemmeno una ragione dal momento che, perlopiù, in realtà non sono neanche mai esistite.   E se anche sono esistite, ma non vi sono più i presupposti perché possano esistere in futuro, a che vale soffrirne?   Il passato esiste solamente nelle conseguenze di ciò che è stato e restarci attaccati ha l’unico risultato di popolare il nostro presente di fantasmi.

Dunque lasciare cadere tutto ciò come un albero le foglie d’autunno è la migliore difesa che abbiamo contro la rabbia e la disperazione; così come contro le illusioni.   Cioè contro tutti i nostri peggiori consiglieri.

Ma, si badi bene, nell'ottica del cinismo non si tratta di una rinuncia sofferta come in tanta mistica cristiana, specialmente rinascimentale.   Niente di più lontano dalla filosofia cinica che il cilicio; oppure la rinuncia ed il sacrificio in attesa di un premio che seguirà.   I discepoli di Antistene non si aspettavano niente da questa vita ed ancor meno dalla prossima.   Anzi, probabilmente neanche credevano che una vita post-mortem esistesse.

Al contrario, il cinico cerca di vivere secondo natura, come gli animali cui basta avere la pancia piena ed un posto tranquillo dove riposare fra amici per essere felici.   Liberarsi dei desideri e delle illusioni serve al cinico per rimuovere altrettante cause di sofferenza e preoccupazione.   Insomma un atteggiamento semmai simile a quello degli eremiti della prima cristianità, al punto che alcuni studiosi come John Dominic Crossan hanno suggerito che lo stesso Cristo fosse in realtà un maestro cinico.   Un’ipotesi con ogni probabilità sbagliata, ma interessante in quanto dimostra la compatibilità di questa filosofia con le religioni monoteiste moderne.

Meno utile, a mio avviso, è il disprezzo per le convenzioni sociali, fino alla ricercata maleducazione.   Le forme sono infatti importanti per mitigare e contenere gli inevitabili attriti all’interno di un gruppo sociale qualunque.   E’ pur vero che sono largamente il risultato di processi inconsci di stratificazione culturale.  Vero anche che spesso sono stupide e noiose, ma è anche vero che rispettarle risparmia scontri diretti e magari violenti.   In pratica, evolutivamente, si tratta né più né meno che di un processo di ritualizzazione, fondamentale per ridurre i conflitti interni e, quindi, aumentare la capacità collettiva di resistere e reagire alle minacce esterne.

Esercizi di cinismo

Se qualcuno avesse trovato questo approccio interessante, cinicamente, gli consiglio di fare subito un esercizio: pensare a qualcosa che gli sta particolarmente a cuore sfrondandolo di  tutto ciò che normalmente usa per esorcizzare la paura ed il dolore.   La via del cinismo non è infatti facile.   E’ vero che se riuscissimo a rinunciare alla nostre illusioni smetteremmo di soffrire per le delusioni.   Ma questo risultato passa necessariamente attraverso la rinuncia alla consolazione che le illusioni ci possono temporaneamente dare.

Facciamo un esempio pratico.   Mario Rossi paga ogni mese un terzo delle sue magre entrate per la previdenza sociale.   Ogni volta che paga soffre, ma si consola pensando che fra 15 o 20 anni toccherà a lui essere pensionato e saranno altri a pagare per lui.   Ha ricevuto una busta arancione: non avrà molto, ma meglio di niente.  

Un cinico gli farebbe però osservare che nella busta non c’è scritto quanto potrà comprare con quella cifra fra 15 0 20 anni.  Ed anche che l’INPS continuerà ad esistere a condizione che il sistema politico, economico e finanziario attuale continui ad esistere e funzionare più o meno come ora. Davvero Mario può contare sul fatto che nel 2030 il sistema attuale sia ancora abbastanza funzionale da occuparsi di lui?  Non c’è bisogno di immaginare i 4 cavalieri dell’apocalisse, basta osservare in maniera disincantata le tendenze in atto e quello che sta succedendo in un numero rapidamente crescente di paesi.

Ma allora in cosa il cinismo può aiutare Mario?    A deprimerlo adesso invece che dopo?
A mio avviso lo può aiutare perché se riesce a farsi una ragione del fatto che oggi paga, ma che domani non avrà nulla, può prepararsi almeno psicologicamente, e magari anche materialmente, ad una vecchiaia breve e povera.   Ma non necessariamente tragica.

Ad esempio, Mario potrebbe rinunciare ad acquistare quella casetta che non avrebbe mai potuto finire di pagare e così, perlomeno, potrebbe non avere debiti.   Potrebbe anche imparare a vivere di poco e scoprire che non ha nessun vero bisogno del 90% delle cose che possiede, dunque perché piangerne l’eventuale perdita?

Per di più, imparando a vivere poveramente adesso che ha ancora dei margini di manovra, sarà esperto domani, quando quei margini non ci saranno più.   Anche il fatto di vivere presumibilmente meno dei suoi genitori potrebbe smettere di terrorizzarlo.    Un cinico non teme la vita che è oggettivamente pericolosa, figuriamoci se può temere la morte che rappresenta la fine di ogni pericolo e sofferenza!

L’esercizio va ripetuto con argomenti via via più delicati, fino a quelli cui attribuiamo la nostra stessa identità.   Chi siamo?   Gente buona ed altruista?   Oppure siamo solo gente che si illude di poter far del bene agli altri senza rinunce per se o per i propri figli?   Stiamo pensando di condividere il nostro benessere o l’altrui miseria?   Quali e quante favole ci stiamo raccontando a proposito di decrescita, transizione, immigrazione, accoglienza, pace e guerra?

E’ importante pensarci perché molto spesso si fanno oggi cose che poi si rimpiangono, solo perché ci siamo ostinati a credere nelle nostre illusioni personali e collettive.


Cinismo versus buonismo e cattivismo

Il buonismo è una grave malattia sociale, che induce le persone a compiere scelte autolesioniste nella certezza che questo non avrà conseguenze negative per loro, per l’ambiente o per altro che si voglia. In pratica, un’idea di almeno parziale invulnerabilità.  Come se l’essere miti e condiscendenti ponesse automaticamente al riparo dalle aggressioni altrui o, più semplicemente, dalle conseguenze delle nostre scelte.

Le reazione ai disastri provocati dal buonismo è di solito il cattivismo, che non è che l’errore eguale e contrario.   Anche il cattivismo è infatti basato su di un’illusione di invulnerabilità.  Come se essere delle carogne rendesse più forti.   Oppure, come se aggredire ponesse automaticamente al riparo dalle aggressioni altrui o, anche in questo caso, dalle conseguenze delle nostre scelte.   Di solito, il contrario di una cattiva idea è un’altra cattiva idea e questo è un caso tipico.

Il cinismo, o meglio una certa dose di cinismo, può invece rappresentare un’alternativa costruttiva ad entrambe queste illusioni.   Per capirsi, un eccellente esempio di vero cinismo è quello di un medico del pronto soccorso che si vede recapitare 10 feriti e ne può curare solo uno per volta.   Se sa fare il suo lavoro, sceglierà chi operare per primo perché è grave, ma può farcela, lasciando indietro quelli meno gravi ed in ultimo quelli che sono comunque spacciati.

E forse è proprio questa l'ultima soglia che rifiutano di varcare anche la maggior parte di coloro che cercano di prepararsi ad un futuro "postpicco".   L'accettare che ci sono situazioni che possono essere modificate ed altre che no, per quanto doloroso questo possa essere.   In Inglese si usa il termine di "predicament" per dire "situazione ineluttabile".

Essere cinici aiuterebbe a distinguere quando si può fare qualcosa e quando no.   Chi possiamo aiutare e chi no (o quando possiamo essere aiutati e quando no).   Una capacità questa che nessun corso di transizione o di resilienza sviluppa, che io sappia, ma che è vitale.    Dedicarsi all'impossibile non solo toglie risorse al possibile, ma facilmente peggiora considerevolmente la situazione di alcuni, mitigando assai poco quella di altri.





domenica 15 maggio 2016

E tanti saluti anche al ghiaccio artico.






Dall'Artico, arrivano notizie sempre peggiori., con il rischio che l'Oceano Artico si trasformi da bianco in completamente blu in un futuro non lontano. A commento di una situazione ormai fuori controllo, un articolo di Sam Carana.




Da “Arctic News”. Traduzione di MR (via Sam Carana)

Creato da Sam Carana, parte del poster di AGU 2011

La situazione pericolosa nell'Artico è descritta dall'immagine sulla destra che mostra che l'Artico è colpito da tre grandi sviluppi, leggi tre tipi di riscaldamento:

- Riscaldamento Globale
- Riscaldamento accelerato dell'Artico
- Riscaldamento globale fuori controllo

I rettangoli blu descrivono gli eventi che alimentano questi sviluppi, in alcuni casi su su diversi altri eventi. Dove gli sviluppi e gli eventi si alimentano a vicenda, queste interazioni sono descritte da linee con la direzione dell'alimentazione indicata dalla freccia. Tali alimentazioni possono trasformarsi in anelli di retroazione positivi (auto rinforzanti), per esempio uno sviluppo o evento che alimenta sé stesso, o direttamente o attraverso una serie di altri eventi.

Due anelli di retroazione positiva di questo genere sono descritti nell'immagine sopra e sono anche sottolineati nell'immagine sulla destra.


L'anello di retroazione #1 si verifica dove la perdita di ghiaccio marino porta a cambiamenti dell'albedo che accelerano il riscaldamento nell'Artico, chiudendo l'anello causando ulteriore perdita di ghiaccio.

L'anello di retroazione #2 si verifica quando il riscaldamento accelerato dell'Artico indebolisce i depositi di metano, portando a rilasci di metano che accelerano ulteriormente il riscaldamento nell'Artico.

venerdì 13 maggio 2016

Collasso, collasso, collasso!!!!

Da “Counterpunch”. Traduzione di MR

1 aprile 2016 [ma purtroppo non è un pesce d'Aprile in ritardo...]

Di Pete Dolack

Gli scienziati del clima ed altri negli ultimi anni hanno pubblicato un flusso costante di analisi che mostrano che, senza azioni immediate per rimediare, abbiamo sul nostro cammino un futuro disastroso. Uno studio di 40 anni fa si dimostrerà preveggente?

Quello studio, pubblicato nel libro del 1972 “I limiti della crescita”, prevede che la produzione industriale avrebbe declinato all'inizio del XXI secolo, seguita in veloce successione da un aumento dei tassi di morte dovuti alla ridotta disponibilità di servizi e cibo che porterebbe ad un drammatico declino della popolazione mondiale. Ad essere precisi, la produzione industriale pro capite è stata prevista in declino “precipitoso” a partire circa dal 2015.

Bene, eccoci qua. Nonostante anni di stagnazione a seguito della peggiore crisi economica dalla Grande Depressione, le cose non sono andate così male. Perlomeno non ancora. Anche se gli autori originali de “I limiti della crescita”, condotti da Donella Meadows, mettono in guardia dall'attenersi in modo troppo stretto ad un anno specifico, le tendenze reali degli ultimi quattro decenni non sono troppo lontane da quanto era stato previsto dai modelli dello studio. Un recente articolo che esamina lo studio originale del 1972 si sbilancia tanto da dire che le previsioni dello studio sono perfettamente sulla strada della conferma.

mercoledì 11 maggio 2016

Sovrapopolazione? Quale problema di sovrapopopolazione?




Se avete 4 minuti e riuscite a sopportare l'orribile musica di sottofondo, vale la pena di guardarlo fino in fondo. Se è profetico, come io credo che sia, dimostra come il "problema della sovrappopolazione" cesserà di porsi a breve scadenza. (link all'articolo originale)



h/t Luis de Souza

martedì 10 maggio 2016

La storia del pescatore e del contadino

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR


Immagine da “Contadini e pescatori” di Daniel Vickers, 1994.
di Ugo Bardi

Mentre sto seduto sul podio con gli altri relatori, di fronte a me ho circa 30 ragazzi e ragazze. Non sono nemmeno adolescenti, gran parte di loro sembra avere intorno ai 12 anni. Siedono, mentre i relatori raccontano loro di cambiamento climatico ed energie rinnovabili. Viene detto loro ciò che crediamo sia buono per loro: che siamo in pericolo, che dobbiamo agire, che dobbiamo riciclare i nostri rifiuti, risparmiare energia e ridurre le emissioni. Ma, allo stesso tempo, non posso evitare di pensare che, la fuori, al di là del mondo confortevole della scuola e dei loro insegnanti, c'è un mondo diverso. Un mondo in cui il solo albero che ha valore è quello che è stato tagliato e venduto. Un mondo dove la misura del successo è quanto può consumare una persona. Un mondo in cui la cosa fragile che chiamiamo “l'ambiente” è sempre l'ultima delle preoccupazioni.

domenica 8 maggio 2016

Maledetti Catastrofisti: un'Estate Rovente alle Porte?



Il catastrofismo butta bene per incassare qualche click e quelli de "Il Meteo" ce la mettono tutta per spaventare la gente prevedendo un'Estate del 2016 "simile a quella del 2003". Vi ricordate? Quella che provocò 18.000 morti in Italia.

Purtroppo, non è detto che abbiano torto. Peccato però che si guardino bene dal menzionare la causa ultima di cotanto possibile disastro: il riscaldamento globale.

venerdì 6 maggio 2016

Il cambiamento climatico spazzerà via 2,5 trilioni di dollari in patrimoni finanziari.

Da “The Guardian”. Traduzione di MR (via Cristiano Bottone)

Le perdite potrebbero volare a 2,4 trilioni di dollari è distruggere l'economia globale, nello scenario peggiore, suggerisce la prima modellizzazione economica




L'impatto economico del cambiamento climatico potrebbe devastare l'economia mondiale, secondo uno studio della London School of Economics (LSE). Foto: Carlo Allegri/Reuters

Di Damian Carrington

Il cambiamento climatico potrebbe tagliare il valore dei patrimoni finanziari mondiali di 2,5 trilioni di dollari, secondo la prima stima proveniente dalla modellazione economica. Negli scenari peggiori, spesso usati dai legislatori per verificare la salute finanziaria delle aziende e delle economie, le perdite potrebbero aumentare vertiginosamente a 24 trilioni di dollari, o il 17% dei patrimoni mondiali, e distruggere l'economia globale.

La ricerca ha anche mostrato il senso finanziario dell'intraprendere un'azione per mantenere il cambiamento climatico diminuirebbe a 315 miliardi di dollari in meno, anche includendo i costi del taglio delle emissioni.

“Il nostro lavoro suggerisce agli investitori a lungo termine ci andrebbe meglio in un mondo a basso tenore di carbonio”, ha detto il professor Simon Dietz della London School of Economics, l'autore principale dello studio. “I fondi pensione dovrebbero essere al vertice di questo problema e molti di essi lo sono”. Ha detto, tuttavia, che la consapevolezza nel settore finanziario è stata bassa.

martedì 3 maggio 2016

Decrescita: cosa ci possiamo aspettare esattamente?

i limiti della decrescita
No, mi spiace, non so cosa succede sotto.
Tutti conoscono, o dovrebbero conoscere, “I limiti della crescita”, ma oggi credo che studiare i limiti della decrescita sarebbe ancor più interessante.   Quasi 50 anni or sono, infatti, si cominciavano ad avvertire i primi sintomi del graduale impatto con i limiti della crescita, mentre oggi si avvertono chiaramente le avvisaglie di una decrescita che sappiamo inevitabile, ma della quale non sappiamo molto.

Sempre più gente cerca di scrutare il futuro, ma la nebbia è davvero molto fitta. Neppure il formidabile Word3 ci può aiutare molto.   Se, infatti, la fase ascendente delle curve si è dimostrata molto affidabile, la fase discendente sappiamo già che non lo è affatto.   Lo sappiamo perché lo dissero chiaro e tondo, fin da subito, gli autori.   Per di più, il modello incorpora una teoria (la transizione demografica) che descrive efficacemente la crescita di una popolazione umana, mentre si è dimostrata del tutto inaffidabile nel descriverne anche solo le prime fasi del declino.
Dunque su cosa ci possiamo basare per fare delle ipotesi che non siano del tutto campate in aria?   Che io sappia non esistono, ad oggi, modelli affidabili di decrescita.   Esiste però una vasta conoscenza di come funzionano i sistemi complessi e su questa base si può lavorare. Non pretendo certo qui di sviscerare un problema così complicato.   Sarei già molto contento di riuscire a sollevare la questione affinché se ne occupasse chi dispone dei mezzi tecnici e finanziari necessari per affrontarlo in modo approfondito.

Da dove possiamo partire

Direi che i punti di partenza potrebbero essere i seguenti.
1 – Non abbiamo modelli di decrescita testati, ma sappiamo che il comportamento dei sistemi tende a restare costante fintanto che le condizioni al contorno lo consentono.   Quando si superano delle soglie, la medesima struttura produce effetti diversi, talvolta opposti, in ragione della diversa interazione con i sotto-sistemi a monte ed a valle.   Per fare un esempio pratico, il credito è un fattore di crescita economica fintanto l’estrazione di risorse è facile e lo stoccaggio dei rifiuti non comporta retroazioni che danneggiano in qualche modo il sistema economico stesso.    Viceversa, in un contesto in cui l’estrazione di risorse dall’ambiente diventa difficoltosa; oppure l’inquinamento comincia a produrre “effetti collaterali” consistenti, il credito diventa un efficiente sistema per distruggere la ricchezza accumulata durante la fase di crescita.
Il fatto interessante è che miglioramenti sostanziali nelle tecnologie possono modificare in maniera importante i tempi con cui avviene questa evoluzione, ma non possono in alcun caso modificare il destino finale del sistema.   Solo una sostanziale modifica nella struttura interna del medesimo potrebbe farlo.
2 - Sappiamo che la freccia del tempo è irreversibile (perlomeno a scala super-atomica).    Dunque la decrescita  potrà anche presentare situazioni diciamo “vintage”, ma sarà comunque un fenomeno del tutto sconosciuto e sorprendente.   Certamente non sarà il film della crescita girato al contrario poiché tutte le condizioni al contorno sono cambiate irreversibilmente.   Per fare un esempio banale, non torneremo a “vivere come i nostri nonni”, come talvolta si sente dire.   Rispetto ad un secolo fa c’è il quadruplo della gente, la metà della terra fertile e delle foreste, una minima parte dell’acqua potabile, i principali banchi di pesca sono estinti, eccetera.   Non ultimo, nessuno o quasi sa più fare le cose che sapevano fare loro.  E se è vero che è possibile imparare, è anche vero che questo richiede tempo.
3 - Da almeno 50.000 anni, l’evoluzione tecnologica ha drasticamente modificato i rapporti fra la nostra specie ed il resto dell’ecosistema.   In pratica, abbiamo trovato il modo di superare costantemente i limiti impostici dall’ambiente tramite lo sviluppo di tecnologie più efficienti.   Attenzione!   Questo è un punto fondamentale.   Il fatto che la nostra popolazione continui ad aumentare viene spesso citato come prova che, in realtà, non abbiamo ancora raggiunto i limiti della crescita possibile.   Qualcuno ipotizza addirittura che non li raggiungeremo mai perché il progresso tecnologico è un prodotto dell’inventività umana che si suppone inesauribile. Questo ragionamento è però viziato da un errore di fondo.    La tecnologia consente infatti di estrarre una percentuale maggiore di risorse a nostro vantaggio, ma ciò provoca un degrado dell’ecosistema.   In altre parole, la tecnologia ci consente di strizzare più forte il limone,  ma non di aumentare il succo che c’è.  Catton chiamava questo fenomeno “Capacità di carico fantasma”.
4 – La crescita economica e quella tecnologica sono due elementi strettamente sinergici che formano una delle retroazioni più forti della nostra storia.   Ed entrambe hanno trainato la crescita demografica.
Man mano che la decrescita economica prenderà piede, questa retroazione continuerà presumibilmente a funzionare, ma non sappiamo bene in che modo.   Da un lato, infatti, ci dobbiamo aspettare che, riducendosi la ricchezza disponibile, le tecnologie più costose dovranno essere man mano abbandonate per tornare a tecnologie meno sofisticate, ma anche più economiche e robuste.   D’altronde, tecnologie meno spinte sono anche meno efficienti nell’estrazione delle risorse che, nel frattempo, si sono degradate e rarefatte. Per fare un solo esempio, il primo pozzo di petrolio fu trivellato a Titusville a circa 19 metri di profondità, utilizzando una trivella estremamente rudimentale.   Oggi siamo arrivati a perforare rocce a chilometri di profondità, ma ciò è stato possibile perché l’energia “facile” ci ha messi in condizione di sfruttare quella via via più difficile.   Siamo così passati da pozzi profondi decine di metri, ad altri di centinaia ed infine di chilometri senza soluzione di continuità.   Ma se la retroazione si interrompesse, ad esempio per una grave crisi economica od una guerra che comporta l’abbandono delle tecnologie d’avanguardia, non saremmo mai in grado di recuperare, semplicemente perché le risorse raggiungibili con tecnologie più semplici non esistono più.
D’altronde, le conoscenze accumulate nella fase ascendente non saranno dimenticate tanto presto.   Anche a fronte di crisi estremamente gravi, una parte consistente del patrimonio scientifico e tecnico sopravvivrebbe a lungo.    Diciamo che, probabilmente, siamo oggi nella fase di “picco del sapere”, ma la decrescita culturale sarà presumibilmente più graduale di quella economica grazie all’inerzia rappresentata dalle scuole e dai libri.   Altri tipi di supporto, in particolare quelli informatici di ultima generazione, rischiano invece di svanire molto rapidamente a fronte di un netto peggioramento nelle condizioni economiche e, dunque, nella disponibilità di energia e nella manutenzione delle reti.
5 – Il processo di decrescita avverrà presumibilmente per catastrofi di diverso ordine e grado.   Questo si può arguire dal fatto che tutti gli sforzi dell’umanità sono concentrati nel mantenimento dello status quo e molti dei tecnocrati che se ne occupano sono persone di grandissima professionalità.   Questo tende ad irrigidire il sistema che, anziché adattarsi al mutare delle condizioni al contorno, reagisce per restare il più possibile uguale e se stresso.   Ciò consente di ritardare la decrescita, ma quando ciò non è più possibile il processo di riequilibrio avviene in maniera rapida e solitamente traumatica.    Insomma, la storia dell’elastico che, tirato troppo, si spezza facendo male a chi lo tiene.

Dunque, quanta decrescita ci aspetta?

A quanto pare, alcuni sono stati molto bravi a capire quanta crescita ci sarebbe stata nei decenni scorsi.   Ma quanta sarà la decrescita nei decenni a venire?   Le ipotesi variano da una stabilizzazione dell’economia e della popolazione a livelli addirittura superiori all’attuale (la cosiddetta “stagnazione secolare” di cui parla l’FMI), fino alla completa estinzione del genere umano.
Due ipotesi del tutto antitetiche che hanno in comune un punto fondamentale: portare alle estreme conseguenze una serie di fenomeni in corso o previsti a breve.    Nel primo caso si spera che la popolazione si stabilizzi per una graduale riduzione della natalità, mentre la tecnologia potrebbe trovare il modo di garantire una vita decente più o meno a tutti.  Nel secondo caso, si suppone invece che il collasso dell’economia globalizzata e/o il riscaldamento del clima generino delle retroazioni capaci di sterminare completamente la più resiliente e adattabile delle specie viventi.
Entrambi gli scenari non tengono conto del fatto che i cambiamenti provocati da una retroazione in un sottosistema  cambiano i rapporti di questo con il meta-sistema di cui fa parte.   Ciò significa che è probabile che la forza relativa delle diverse retroazioni in azione cambino in rapporto alla dimensione della popolazione, la disponibilità di risorse, la resilienza degli ecosistemi, l’evoluzione del clima e molto altro ancora.

Consideriamo quindi alcuni punti solamente.

Primo punto: la capacità di carico fantasma.
Capacità di carico fantasmaLasciando da parte la più fantasiosa delle due ipotesi (stabilizzazione simile all’attuale), occupiamoci della seconda.    Questa si basa infatti su di una molto verosimile retroazione positiva fra decrescita economica → minore accesso alla risorse → decrescita della popolazione.   In pratica, la decrescita comporta una riduzione della capacità di estrarre a nostro vantaggio bassa entropia dall’ambiente, il che genera ulteriore decrescita.
Questo anello spinge effettivamente verso l’estinzione, ma ne esistono contemporaneamente altri.   Ad esempio: maggiore mortalità → minore pressione sulle risorse residue → riduzione dell'inquinamento → parziale recupero della biosfera → minore mortalità.   Questo secondo anello tende evidentemente a contrastare il precedente.  Personalmente, penso che il primo (destabilizzante) sarà predominante in questo secolo, mentre il secondo (stabilizzante) acquisterà forza man mano che la pressione antropica si ridurrà.
Nessuna previsione, naturalmente.   Solo l’osservazione che, probabilmente, il sistema tenderà ad un nuovo equilibrio una volta che la popolazione e l’economia si saranno contratte in misura sufficiente.   Ovviamente, al netto di altre forzanti quali, ad esempio, un eventuale evoluzione del clima del tipo “sindrome di Venere”.   Possibile, ma per ora solo un’ipotesi.
Secondo punto: Gradiente energetico.
gradiente energeticoUn altro aspetto della questione, che si interfaccia strettamente col precedente, è quello dell’energia.   Dal momento che la crescita economica e demografica è dipesa interamente o quasi da disponibilità crescenti di energia pro capite, appare evidente che al calare di questo parametro dovrà diminuire anche la popolazione.   Ma non possiamo sapere di quanto perché giocano due ordini di fattori contrastanti ed è arduo decidere quale dei due prevarrà.   Non è neanche detto che la stessa cosa debba accadere in tutte le zone del mondo.
Il primo ordine di fattori è che le tecnologie e conoscenze attuali potrebbero permettere una produttività superiore a quella registrata in passato, a parità di energia pro capite. Il secondo è che il degrado subìto dalle risorse riduce la produttività, sempre  a parità di energia utile disponibile.
Di solito, la questione dell’energia del futuro viene discussa a colpi di valutazioni circa quello che si potrebbe estrarre, dati certi parametri che variano secondo gli autori.   Cambiando i parametri (ad es. se si considera o meno l’esauribilità di determinati minerali), cambiano notevolmente le stime.
Personalmente non sono in grado di verificare tali valutazioni, ma vedo una difficoltà intrinseca al tipo di energie che si voglio sfruttare.

Per fare qualunque cosa, è necessario far fluire energia lungo un gradiente: cioè da dove è più concentrata a dove lo è meno.   Le energie fossili di buona qualità e l’idroelettrico posizionato bene hanno una cosa in comune: sono forme di energia che hanno il grado di concentrazione, e dunque un gradiente, ottimale.   Basta prenderle e dissiparle per i nostri scopi.   Un gradiente minore riduce più che proporzionalmente il rendimento, mentre un gradiente maggiore aumenta il rischio di incidente.
Viceversa, sole e vento, pur essendo quantitativamente molto più abbondanti, sono estremamente diffuse.   Occorre quindi prima concentrarle (dissipando altra energia già concentrata in precedenza) per poterla poi trasportare dove serve e dissipare per fare quel che vogliamo.   In pratica, un doppio passaggio che in nessun caso potrà quindi dare gli stessi risultati del passaggio singolo permessoci dalle fonti che abbiamo prevalentemente sfruttato negli ultimi 200 anni. Ciò non significa che sole, vento eccetera siano inutili.   Anzi, proprio il fatto che l’economia industriale subirà un drastico ridimensionamento, forse un collasso, rendono preziosi degli oggetti che potranno mitigare gli effetti della decrescita almeno per alcuni decenni.
Terzo punto: la ruralizzazione.
ruralizzazioneUn altro aspetto della medesima questione è rappresentato dal tipo di insediamento umano del futuro.   Man mano che l’economia industriale procederà a perdere pezzi, è probabile che una massa crescente di persone cercheranno salvezza in campagna.   Un fenomeno che forse sta cominciando proprio in questi anni.   Un processo possibile,ma la densità mondiale attuale è di una persona ogni circa 2000 mq di terreno agricolo, che stanno diminuendo di giorno in giorno.   La media europea è analoga ed anche questa in rapido calo.   Un ritorno massiccio all’agricoltura ed un riallineamento a standard di vita analoghi a quelli dei contadini poveri attuali rappresenta quindi uno scenario di decrescita possibile, ma non per tutti.
Anche in questo caso, è facile prevedere almeno alcune retroazioni, di segno opposto.   Un primo anello spingerebbe verso un’accelerazione della decrescita: decrescita economica → aumento della popolazione rurale → maggiore pressione sulle aree marginali e le foreste → degrado del territorio → ulteriore decrescita economica.    Molti entusiasti dell’orto domestico non condivideranno questo punto, ma l’esperienza di tutte le epoche e di tutte i paesi lo conferma.

Tuttavia, anche in questo caso, sono possibili anche anelli tendenti a stabilizzare il sistema.   Per esempio: riduzione degli standard di vita → contese per il controllo delle zone migliori e dell’acqua → riduzione/scomparsa dei servizi sanitari moderni → decrescita demografica → miglioramento degli standard di vita.

Sono molti i fattori che spingerebbero per una rapida decrescita demografica, cosa che a sua volta ridurrebbe la pressione sugli ecosistemi e la competitività territoriale, oltre a mitigare la miseria.
In altre parole, più rapido il declino numerico, più alto il livello di relativo equilibrio che si potrebbe raggiungere, al netto di altri fattori qui non considerati (clima, guerre, epidemie, ecc.).

Conclusioni.

Profeta di malaugurioNoi profeti del malaugurio veniamo spesso accusati di avere un gusto perverso nell’annunciare catastrofi.   Generalmente no, ma possiamo dare questa impressione a causa dalla frustrazione.   Capita quando hai visto ignorati tutti gli avvertimenti lanciati quando c’era ancora il tempo di reagire ed evitare il peggio.   Comunque, cercando di essere il più razionali possibile, direi che la decrescita è inevitabile ed anzi è già cominciata, ma che difficilmente condurrà il genere umano all’estinzione.
A mio avviso, le difficoltà maggiori nell’indagare la decrescita sono due: la scala spaziale e quella temporale.
Per quanto riguarda la prima, abbiamo numerosissimi precedenti storici di decrescita e anche di collasso di popoli e civiltà, ma nessuno a livello globale.   In un modo costituito da un mosaico di organizzazioni scarsamente comunicanti, il collasso di una di esse può trovare mitigazione (ad es. tramite emigrazione) o aggravamento (a es. tramite invasione) dai suoi rapporti con i sistemi vicini.   Ma comunque non si può verificare il simultaneo collasso dell’intera umanità.  Il fatto che il collasso attuale stia avvenendo in un contesto globalizzato cambia radicalmente i termini della questione, almeno nelle fasi di avvio.   Da una parte, infatti, sta consentendo di mitigarne e rallentarne considerevolmente gli effetti. Dall’altra, rischia di portare all’inferno l’intera umanità quasi contemporaneamente.

Una seconda difficoltà inerente la scala spaziale, risiede proprio nel fatto che il principale effetto della prima fase di decrescita sarà la frammentazione del sistema globale in sotto-sistemi di varia misura.   Un processo che potrebbe reiterarsi fino alle estreme conseguenze o meno, a seconda di una miriade di fattori perlopiù locali.   Dunque diversi da zona a zona.
Per quanto riguarda la dimensione temporale, il problema è che avremo due curve in calo: quella della capacità di carico e quella della popolazione.   Cioè vivremo una specie di gara di corsa in cui la popolazione tenderà a stabilizzarsi su dei livelli tanto più alti, quanto più precoce e rapido sarà il decremento. Questo perché proprio la decrescita economica e la decrescita demografica sono forzanti che tendono a stabilizzare il sistema, mentre il degrado della Biosfera e l'alterazione del clima sono le principali forzanti che spingono verso l’annientamento umano.
Se davvero avessimo a cuore noi stessi, dirotteremmo tutte le risorse possibili verso la conservazione della Biosfera e del clima, anziché sulla nostra.   
Decisamente contro-intuitivo, ma spesso la Natura lo è.