Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


venerdì 29 maggio 2015

Presentazione di Ugo Bardi, stasera a Firenze



Stasera Ugo Bardi parla allo Chalet Fontana; un locale storico fiorentino sul Viale dei Colli, recentemente restaurato e riproposto come luogo di incontri culturali e scientifici.

Viale Galileo Galilei, 7, Firenze. Ore 19, ingresso libero, aperitivo e/o cena opzionali.


giovedì 28 maggio 2015

L'Università di fronte alla crisi delle risorse: un intervista con il candidato rettore dell'Ateneo di Firenze, Elisabetta Cerbai






Si svolgeranno a breve le elezioni per il nuovo rettore dell'università di Firenze. Chiunque sia eletto troverà una situazione difficile: l'università di Firenze, come tutte le università italiane, soffre della crisi sistemica forse più di tutto il resto del paese e si trova stretta in un'endemica mancanza di fondi, oltre a essere strangolata da una burocrazia totalmente senza senso. Dopo il post di qualche giorno fa, dove intervistavo il candidato Rettore, prof. Luigi Dei, adesso riporto le risposte alle mie domande ricevute all'altro candidato, la prof. Elisabetta Cerbai



Effetto Risorse: La tesi di fondo del blog "Effetto Risorse" è che siamo di fronte a una crisi sistemica correlata al graduale esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili. Questa crisi si riflette su tutti i settori della società e, ovviamente, anche sull'università. Ci potrebbe per favore dare un suo parere su questa nostra interpretazione?

Elisabetta Cerbai: Caro Ugo, conosco e seguo da tempo il tuo blog da quando era denominato Effetto Cassandra. Spesso noi scienziati siamo visti come Cassandre che lanciano ingiustificati allarmismi. Però poi la realtà ci dà ragione perché le nostre argomentazioni sono basate su dati e non su opinioni.

La crisi sistemica correlata al graduale esaurimento di risorse non rinnovabili dimostra che la Scienza usata entro sistemi economici miopi spinge all’esaurimento incontrollato delle risorse e al degrado della biosfera.
La Scienza, nei suoi vari rami naturalistici, tecnologici, sociali, umanistici,
bio-medici, offre però anche soluzioni che, se usate in modo responsabile e solidale, ci possono portare fuori dalla crisi.

Occorre progettare sempre di più l’Ateneo e le sue strutture come Università sostenibile, anche per offrire alla Società soluzioni a lungo termine, che i brevi tempi della politica e dell’economia non riescono purtroppo a prospettare, e nemmeno a immaginare.

Per svolgere questo ruolo l’Università deve essere forte e autorevole, libera da condizionamenti connessi a interessi particolari e di breve termine, aperta al confronto internazionale sui grandi temi ambientali e di sviluppo.

ER Se siamo di fronte a una crisi sistemica, come può l'università del futuro preparare una risposta per mezzo delle sue funzioni principali: ricerca e formazione? Quali prospettive, secondo lei, per i giovani che escono dall'università e come può l'università prepararli meglio per quello che li aspetta?

EC L’Università di Firenze comprende nei suoi Dipartimenti una varietà di specializzazioni e competenze che, se opportunamente collegate, definiscono una grande tematica di ricerca, formazione e innovazione sul tema della sostenibilità ambientale, nei suoi vari aspetti: valutazione della crisi sistemica, delle sue cause e delle possibili soluzioni o difese. Questa tematica, insieme a poche altre di ricchezza e complessità comparabile, deve emergere nel prossimo futuro come una grande specializzazione che caratterizza il profilo nazionale e internazionale dell’Università degli Studi di Firenze.

La formazione di competenze trasversali attraverso didattica curriculare ed extra-curriculare ha già significative articolazioni entro la nostra Università. Così come ne abbiamo sul fronte dei rapporti con imprese ed istituzioni sul fronte della protezione ambientale e dell'innovazione, anche attraverso la creazione di spin-off universitari (es. carbon sink, pnat, ecc.)

ER Come pensa che si possa costruire una "Università sostenibile"?

EC. E’ certamente necessario orientare gli investimenti di manutenzione e rinnovo delle strutture edilizie, energetiche e della mobilità dentro e intorno all’Università nel segno della sostenibilità.

Università sostenibile significa recupero e riqualificazione in campo edilizio, zero consumo di suolo e impatto ambientale ridotto, in armonia con le politiche nazionali, regionali e comunali in materia.

Università sostenibile significa anche efficienza energetica degli edifici e gestione intelligente di illuminazione e riscaldamento, con un grande piano di micro-interventi per il miglioramento energetico e con competizione virtuosa fra le strutture di Ateneo sul risparmio energetico

Università sostenibile significa anche mobilitazione di tutte le risorse possibili per evitare sprechi e per sperimentare soluzioni innovative.

Università sostenibile significa anche raccolta differenziata integrale, rinegoziazione in tal senso degli appalti, coordinamento con Scuole, ONLUS e ONG per una riutilizzazione intelligente delle attrezzature informatiche dismesse.

Università sostenibile significa anche semplificazione burocratica, dematerializzazione effettiva, drastica riduzione del consumo di carta e di toner, forniture a chilometri zero con superamento della burocrazia e degli sprechi delle centrali uniche per gli approvvigionamenti.

Università sostenibile significa anche mobilità intelligente, incentivazione all’uso di mezzi pubblici e di biciclette, compensazione delle emissioni e gestione verde degli automezzi di servizio

L’Università deve saper mobilitare le proprie competenze interne in primo luogo entro le proprie strutture, come laboratorio e vetrina di quello che si può fare.

Nel mio programma, vi è un gruppo di linee strategiche chiamato “Smart Hub”. Come nelle città si parla della prospettiva di “Smart City” per l’erogazione di servizi intelligenti e personalizzati sulla base di un’integrazione di dati e servizi, per il supporto allo sviluppo di nuove professionalità, per la sostenibilità ambientale e sociale, così si deve pensare allo sviluppo di una prospettiva di Università “Smart Hub”.

Nella mia idea, che fortunatamente condivido con tanti colleghi, l’Università non è solo motore di progresso sociale, economico e tecnologico, è anche presidio di civilità: per noi oggi questo significa una sfida sul fronte della cultura, per affermare il ruolo della scienza come paladina della reazione alla crisi ambientale.

ER. Come vede, lei, il futuro della ricerca Italiana (e non solo italiana) in questo momento di crisi?
EC. La crisi sistemica ambientale di cui sopra è intimamente legata anche alla crisi economica, finanziaria e sociale del nostro Paese. Le cause sono infatti le stesse: l’incapacità di innovare e di trovare modelli di sviluppo adeguati al nuovo contesto geopolitico ed economico globale. Se si pensa che il rilancio dell’Economia italiana possa essere fondato ancora sul petrolio significa che siamo rimasti negli anni ’60.

La ripresa e la crescita economica e sociale dell’Italia devono basarsi su ricerca, sviluppo e cultura, con un bilanciamento intelligente di tradizione e innovazione.

Purtroppo in Italia gli investimenti pubblici e privati in ricerca non sono adeguati, né alle nostre passate tradizioni, né a quanto è necessario oggi alla Nazione. La crisi economica e finanziaria attuale non è solo crisi, è una transizione verso modelli economici e sociali differenti. La Ricerca, se adeguatamente sostenuta, non solo in termini di finanziamento ma anche in termini di miglioramento del contesto normativo ed organizzativo, può dare un grande contributo a una transizione verso modelli migliori e più sostenibili. Nella situazione attuale di restrizione delle risorse statali e di incertezza normativa, occorre continuare a lottare per preservare il patrimonio di conoscenze e lasciare leve e spiragli ai miglioramenti.


martedì 26 maggio 2015

L'Università di fronte alla crisi delle risorse: un intervista con il candidato rettore dell'Ateneo di Firenze, Luigi Dei




Si svolgeranno a breve le elezioni per il nuovo rettore dell'università di Firenze. Chiunque sia eletto troverà una situazione difficile: l'università di Firenze, come tutte le università italiane, soffre della crisi sistemica forse più di tutto il resto del paese e si trova stretta in un'endemica mancanza di fondi, oltre a essere strangolata da una burocrazia totalmente senza senso. 

Se il problema è sistemico, come io credo che sia, non c'è che affrontarlo in modo sistemico, riflettendo su quale possa essere oggi lo scopo e la logica di un "istruzione superiore" in un mondo così tartassato e malmesso. Mi sono permesso, allora, di porre alcune domande a entrambe i candidati a rettore dell'università di Firenze, domande che riflettono la posizione del blog "Effetto Risorse" sulle ragioni profonde della crisi. Qui di seguito, riporto le risposte del prof. Luigi Dei. Metterò on line anche quelle della prof. Elisabetta Cerbai non appena le ricevo. (UB)


Effetto Risorse: La tesi di fondo del blog "Effetto Risorse" è che siamo di fronte a una crisi sistemica correlata al graduale esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili. Questa crisi si riflette su tutti i settori della società e, ovviamente, anche sull'università. Ci potrebbe per favore dare un suo parere su questa nostra interpretazione?

Luigi Dei. Non v'è dubbio che il tema di una seria riflessione sul graduale esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili sia da considerare non solo con grande attenzione, ma direi come un obbligo etico e civico da parte dell'Università, che ha il dovere di studiare il passato per comprendere il presente e progettare il futuro. Ormai la messe di letteratura scientifica sul tema in oggetto è tale e di siffatta rilevanza che pensare di togliersi di dosso la questione con una scrollata di spalle, o peggio additando coloro che pongono evidenze scientifcihe come catastrofisti, appare esiziale per lo sviluppo del progresso e il benessere dell'umanità intera.

ER. Se siamo di fronte a una crisi sistemica, come può l'università del futuro preparare una risposta per mezzo delle sue funzioni principali: ricerca e formazione? Quali prospettive, secondo lei, per i giovani che escono dall'università e come può l'università prepararli meglio per quello che li aspetta?

LD L'Università, come sede della ricerca avanzata in tutti i campi e della conseguente formazione di alto livello, deve promuovere studi, ricerche, diffusione dei risultati sul tema in oggetto ad un grande pubblico. I cittadini devono conoscere dati scientifici, proiezioni, esito di ricerche di assoluto rilievo e quant'altro possa orientarli verso le buone pratiche di rispetto e tutela dell'ambiente. Potremmo dire: chi meglio dell'Università può assumersi questo onere? Le competenze che nel futuro potranno aiutare a risolvere i problemi energetici devono essere seminate oggi per poter germinare efficacemente domani: l'Università è un importantissimo e fondamentale campo in cui dobbiamo arare e seminare oggi per la costruzione di un futuro sostenibile. E potremmo aggiungere: se non ora quando? Quando sarà troppo tardi?

ER E' possibile pensare a un "Università sostenibile"?

Come ho scritto nelle mie linee programmatiche, vorrei creare un portale per la sostenibilità e il rispetto dell’ambiente (Università sostenibile) in cui si raccolgano buone pratiche, progetti, materiale bibliografico, si promuovano iniziative sul tema in oggetto con un coordinamento che veda insieme docenti, personale tecnico, amministrativo e dei collaboratori ed esperti linguistici, studenti, dottorandi ed assegnisti. Mi ispiro a quanto già realizzato dall’Università di Ferrara http://sostenibile.unife.it/ grazie all’incessante lavoro di un altro Collega, Francesco Dondi, che lavora insieme a me nell’unità italiana, coordinata dal professor Luigi Campanella, del Working Party on Ethics in Chemistry della European Association for Chemical and Molecular Sciences http://www.euchems.eu/divisions/ethics-in-chemistry.html. La mia convinzione è che le Università debbano impegnarsi a promuovere con forza il principio della “sostenibilità”; esso deve permeare tutte le attività di ricerca, di formazione, di terza missione e di gestione dell’Università, al fine di costituire un vero e proprio motore d’innovazione per le società del terzo millennio che dovranno essere caratterizzate dallo sviluppo sostenibile.

ER. Come vede, lei, il futuro della ricerca Italiana (e non solo italiana) in questo momento di crisi?
 
LD. La ricerca italiana è ai primissimi posti delle graduatorie internazionali, se si normalizzano i risultati conseguiti rispetto alle risorse pubbliche investite. Siamo secondi solo alla Germania per ERC Grants (46 verso 48) con investimenti pubblici per ricerca e alta formazione pari allo 0,42 del PIL contro lo 0,93 di Germania e lo 0,99 di Francia, che non va oltre 25 ERC Grants. Io vedo il futuro della ricerca come un enorme, fantastico potenziale di risorse umane che attende solo di essere espresso e messo al servizio del Paese: basta semplicemente investire con vigore e continuità nel tempo affinché l'Università pubblica possa poi trainare il Paese nella auspicabile crescita. Per partire, si vari un piano straordinario per giovani ricercatori, da programmare secondo il percorso previsto dalla Legge 240 in un percorso di stabilizzazione, fra tre e sei anni, nel ruolo dei professori associati: sarebbe un segnale importante che arresterebbe la fuga dei cervelli e farebbe sì che di quei 46 Grants attualmente "spesi" all'estero (28) alcuni potrebbero finalmente rientrare nel Paese che si è reso cura di formarli fino al raggiungimento dell'eccellenza.




venerdì 22 maggio 2015

Il collasso del petrolio: sta per succedere qualcosa di sinistro

DaResource Crisis”. Traduzione di MR

Di Ugo Bardi




Il recente collasso del prezzo del petrolio segnala la fine imminente dell'industria del petrolio e del gas come grande produttrice mondiale di energia. Dovrebbe essere una cosa buona, in linea di principio, ma dal processo potrebbe ancora emergere qualcosa di sinistro (nell'originale "something wicked this way comes" dal "Macbeth" di Shakespeare).


Con il collasso dei prezzi del petrolio in corso, possiamo dire che la festa è finita per l'industria del petrolio e del gas, in particolare per la produzione di petrolio e gas “tight” (o “di scisto”). I prezzi potrebbero anche tornare a livelli ragionevolmente alti, in futuro, ma l'industria non sarà mai più in grado di riguadagnare lo slancio che ha fatto dichiarare ai suoi sostenitori statunitensi “l'indipendenza energetica” e “secoli di abbondanza”. La bolla potrebbe non scoppiare all'improvviso, ma di sicuro si sgonfierà.

Quindi cosa succederà ora? La situazione è, a dir poco, “fluida”. E' in atto una grande corsa per convincere gli investitori a mettere i loro soldi dove c'è ancora qualche possibilità di fare un profitto. Penso che possiamo identificare almeno tre diverse strategie per il futuro: 1) di più del solito (petrolio e gas) 2) una spinta verso il nucleare e 3) una spinta verso le rinnovabili. Cerchiamo di esaminare quale futuro potrebbe essere in serbo per noi.

1) Una spinta per più gas e petrolio. Sembra chiaro che l'industria del petrolio e del gas non ha ancora ammesso la sconfitta; al contrario, sogna ancora di secoli di abbondanza (vedete per esempio questo articolo su Forbes). Sembra impensabile che gli investitori vogliano ancora finanziare imprese incerte come quella di strizzare più petrolio dai giacimenti esausti o, peggio ancora, da tecnologie difficili e costose come la liquefazione del carbone. Ma non si dovrebbe mai sottovalutare il potere del BAU. Se le persone pensano di avere assolutamente bisogno di combustibili liquidi saranno disposte a fare qualsiasi cosa per ottenere combustibili liquidi.

Il problema principale di questa idea non è tanto la fattibilità tecnica. Impiegando tutte le risorse a portata di mano nell'impresa (e mettendo sul lastrico l'intera economia facendolo) non sarebbe impossibile allontanare il picco del petrolio ancora di qualche anno. Il problema è un altro: il tempo sta per scadere col cambiamento climatico. Se continuiamo a bruciare idrocarburi, non ce la possiamo fare. Vale a dire, non possiamo salvare la civiltà dal collasso causato dal clima. Ciò vale se continuiamo a bruciare al “tasso naturale”, cioè secondo la curva a campana. Immaginate se invece continuassimo a crescere con la produzione (come secondo tutti i politici del mondo dovremmo fare).

Tutto ciò sta diventando noto e, di conseguenza, una spinta verso la produzione di idrocarburi (o, Dio ce ne scampi, più carbone) sarà possibile solo se accompagnata da una forte campagna propagandistica destinata a zittire la scienza del clima e l'attivismo climatico. Alcuni sintomi del fatto che ci sia qualcosa del genere in lavorazione sono abbastanza evidenti da essere inquietanti. Considerate che nessuno dei candidati Repubblicani alle elezioni statunitensi del 2016 sostiene la necessità di azione per il cambiamento climatico, che in Florida agli impiegati governativi non è permesso usare il temine “cambiamento climatico” o “riscaldamento globale”, che la NASA ha subito una riduzione dei fondi su qualsiasi cosa abbia a che fare col cambiamento climatico, ed altro. Quindi comincia ad apparire una certa logica: “metti la museruola alla scienza e continua a bruciare”. Sta per succedere qualcosa di molto strano...

2) Una nuova spinta verso il nucleare. Questa opzione non sarebbe male quanto la prima, più idrocarburi. Perlomeno le centrali nucleari non generano gas serra direttamente e sappiamo che è una tecnologia che può produrre energia. Ciononostante, gli ostacoli associati alla sua espansione sono giganteschi. Il primo e principale problema è che la produzione di uranio minerale non è sufficiente per incrementare l'energia nucleare da una piccola percentuale dell'energia primaria mondiale ad una grande – essere in grado di farlo richiederebbe investimenti così grandi da essere sbalorditivi. Per non dire niente della necessità di minerali rari nelle centrali nucleari: berillio, niobio, afnio, zirconio, terre rare ed altro; tutte presenti in quantità limitate. Inoltre ci sono problemi da incubo nello smaltimento dei rifiuti, nella sicurezza e nel controllo strategico.

Ciononostante, se fosse possibile convincere gli investitori a riversare soldi nell'energia nucleare, sarebbe possibile vedere un tentativo di farla ripartire, nonostante i vari problemi e i disastri che hanno dato una fama negativa al nucleare. Un tentativo di fare proprio questo sembra che si stia articolando. Si dice che il presidente Obama stia prendendo in considerazione un ritorno massiccio al nucleare e agli investitori viene detto di prepararsi per un'enorme impennata dei prezzi dell'uranio. Funzionerà? Improbabile, ma non impossibile. Sta per succedere qualcosa di sinistro...

3) Una grande spinta per le rinnovabili. Sorprendentemente, l'industria delle rinnovabili potrebbe avere delle serie possibilità di avere il sopravvento su una senescente industria petrolifera, lasciando l'industria nucleare al palo e ansimante a guardare. Il progresso della tecnologia rinnovabile, specialmente nelle celle fotovoltaiche, è stata semplicemente fantastica nell'ultimo decennio (vedete per esempio il recente rapporto del MIT). Oggi abbiamo una serie di metodi per produrre energia elettrica che possono competere con le fonti tradizionali, watt per watt, dollaro per dollaro. Considerate che le più efficienti di queste tecnologie non hanno bisogno di materiali particolarmente rari e che nessuna ha il problema strategico e di sicurezza del nucleare. Infine, considerate che è stato dimostrato (Sgouridis, Bardi e Csala) che l'attuale tecnologia rinnovabile potrebbe prevalere sulle attuali fonti abbastanza velocemente da evitare grandi danni da parte del cambiamento climatico.

Sembra che abbiamo un vincitore, giusto? Infatti, l'atmosfera intorno alle rinnovabili è di palpabile ottimismo. Se l'energia rinnovabile prende abbastanza slancio, non ci sarà niente in grado di fermarla finché non ci ha tutti catapultati, volenti o nolenti, in un nuovo mondo (più pulito): Però c'è un problema. L'industria rinnovabile è ancora piccola in confronto all'industria nucleare e lo è in modo particolare in confronto a quella del petrolio e del gas. E sappiamo che chi è più grosso di solito riesce a menare chi ha ragione. Il puro e semplice potere finanziario della tradizionale industria energetica potrebbe essere sufficiente a far abortire il cambiamento prima che diventi inarrestabile. Sta per succedere qualcosa di sinistro...




lunedì 18 maggio 2015

Quando e’ cominciata la crisi? Molto prima di quanto non si creda.

Di Iacopo Simonetta

Molti, a dire il vero, si chiedono quando finirà la crisi e su questo i pareri, sostanzialmente,  fanno capo a duescuole di pensiero.  La prima dice che finirà fra 6 mesi, anzi, sta già finendo.  La seconda sostiene che se ne riparlerà nel XXII° secolo. Vedremo, ma certo è una domanda molto difficile. Vorrei quindi cimentarmi con un’altra domanda, apparentemente più facile: quando è cominciata?

Nel 2008”.   Risposta scontata, ma ne siamo sicuri?

Per cominciare, l’unico dato disponibile in serie temporali lunghe è il famigerato PIL che, dovremmo saperlo oramai bene, tutto è tranne che un indicatore affidabile dello stato di salute di un economia.   Ancor meno della qualità della vita.   Del resto, in ecologia, è rarissimo che si possa disporre di serie di dati statistici affidabili su periodi abbastanza lunghi.   Si cerca quindi di ovviare mediante degli indicatori.   Cioè di dati che non descrivono il sistema, ma che sono rappresentativi del suo stato e/o  delle sue tendenze.    Per fare un esempio, in assenza di dati sul numero di cervi in un parco, è possibile farsi un’idea della loro densità dal numero di tracce rilevabili sulla neve.    Oppure, indipendentemente da quanti siano, si può capire se sono troppi o pochi osservando i segni sugli alberi.   Analogamente, in assenza di dati sul reddito dei cittadini, è possibile farsi un’idea dal numero e dal tipo di scarpe vendute (tenuto conto della moda).

Per determinare lo stato di salute di un’economia i dati relativi all'occupazione sono particolarmente interessanti, ma estrarre delle tendenze concrete dalle tabelle ISTAT non è così semplice come potrebbe sembrare.   Il tasso di occupazione dice infatti quale percentuale di cittadini ha un lavoro, ma non che tipo di lavoro.

Molto più interessante, a mio avviso, è uno studio dell’Università Bicocca di Milano, pubblicata “in tempi non sospetti”, vale a dire nel 2001.   Lo studio riguardava il decennio precedente ed era focalizzato sul ricambio generazionale.   In pratica: i figli facevano lavori migliori, peggiori od uguali a quelli dei loro genitori?    Ebbene, il risultato era già allora impietoso.  
I ricercatori avevano diviso i lavoratori in quattro grandi categorie:   In vetta gli imprenditori, i super-dirigenti ed i grandi professionisti.    Seguivano funzionari e liberi professionisti; infine operai ed impiegati.   Per ogni categoria, si era tenuto conto del lavoro svolto dai genitori e di quello svolto dai figli.   Ebbene, anche se negli anni ’90 un certo numero di figli riuscivano a scalare posizioni migliori di quelle dei propri genitori, era nettamente superiore il numero di figli appartenenti ad una classe sociale inferiore a quella paterna. 

Ad esempio, ben il 46% dei figli di imprenditori e super-dirigenti era finito come funzionario ed un altro 22% come impiegato od operaio.   Contro un 15 % di figli di funzionari ed un 5 % di figli di impiegati od operai che erano riusciti a scalare la vetta.

 In complesso, la classe dei lavori molto ben pagati e quella dei liberi professionisti avevano subito una consistente perdita nel cambio generazionale, con una massa considerevole di rampolli che si erano trovati rigettati in una classe sociale subalterna quella in cui erano nati.   Esattamente il contrario di quanto si era verificato a cavallo degli anni ’60.      

Insomma, negli anni ’90 la disoccupazione non era un problema drammatico come oggi, ma l’ascensore sociale era già in avaria e quello che funzionava a pieno regime era piuttosto un efficace discensore sociale.  

Un dato che, da solo, non dimostra alcunché, ma che è un indicatore molto, molto forte del fatto che, già venti anni fa, la crescita economica fosse finita, mentre la popolazione continuava a crescere.

“Una rondine non fa primavera” si diceva un tempo ed è corretto.   Un solo indicatore, per di più puntuale, non significa niente.   Può però diventare significativo se possiamo inserirlo in un contesto coerente.    Le analisi in questo senso sono oramai perfino troppe, mi limito quindi a rimandare ai numerosi articoli di  Antonio Turiel e Richard Heinberg che, fra i molti, hanno forse meglio di altri sintetizzato i punti chiave della questione.

Qui mi limiterò a riprendere alcuni dati che ho già utilizzato in un precedente post.     Sono dati resi disponibili da alcuni ricercatori della Massaciussets university che si sono presi la briga di rifare i calcoli del PIL USA al netto dell’inflazione, utilizzando per tutti gli anni gli stessi parametri di calcolo.   Diversamente dal governo che via via li cambia.  

Ebbene, non troppo sorprendentemente, la crescita vera pare essersi fermata agli inizi degli anni ’70 (forse non per caso in corrispondenza del picco del greggio domestico).   Poi il PIL ha continuato a salire fra alterne vicende, ma solo grazie alla contemporanea esplosione del debito e della borsa, mentre l’economia reale cominciava ad arrancare a la qualità della vita pure.    Fino alla fine della guerra fredda il gioco ha funzionato, poi vediamo che neppure la crescita esponenziale del debito e l’esplosione della “new economy”  sono più riuscite a sostenere una crescita dell’economia reale, mentre la qualità della vita declinava.  Con il 2.000, malgrado tutti gli sforzi,  l’economia americana è entrata decisamente in contrazione e la qualità della vita del cittadino medio in picchiata.   Nel frattempo, gli indici di borsa entravano un una fase di estrema volatilità da cui non sono più usciti.


Per l’Italia non disponiamo di dati sul PIL indipendenti dagli enti di governo, ma li abbiamo sul debito pubblico che indicano un’esplosione a partire dalla metà degli anni ’60, con una fase di stasi negli anni ’90, prima di ripartire fuori controllo.   Questo potrebbe suggerire che da noi la crescita avesse cominciato a rallentare prima che in USA, il che è coerente con il fatto che eravamo, e tuttora siamo, un paese periferico dell’impero USA.  


Altri paesi hanno seguito parabole analoghe, anche se spostate nel tempo.   Ad esempio, Cina ha avuto la sua fase di crescita economica reale più convulsa nei venti anni approssimativamente compresi fra il 1985 ed IL 2005 grazie ai massicci investimenti esteri ed al non meno massiccio trasferimento di impianti e tecnologie occidentali.   In pratica, assieme ad altri, ha saputo sfruttare l’onda di mania suicida che ha colto le “economie avanzate”  con la storica vittoria delle potenze capitaliste su quelle socialiste.   Ma sia pure con modi e tempi diversi rispetto agli altri paesi, anche in Cina il rallentamento dell’economia traspare oramai anche attraverso l’intensa manipolazione dei dati ufficiali, così come dal rilancio di forme di propaganda e di repressione che molti credevano oramai consegnati alla storia.

Dunque: “Quando è cominciata la crisi?”  

Una risposta definitiva non sono in grado di darla, ma possiamo perlomeno distinguere fra diversi livelli.    Considerando le  economie “G7”, la stagnazione è probabilmente iniziata negli anni ’70.   Venti anni dopo, negli anni ’90, la contrazione dell’economia reale ha subito una brusca accelerazione in conseguenza della vittoria militare e, soprattutto, politica sull’URSS.   Un apparente paradosso, facilmente spiegabile con un fatto molto semplice: l’economia industriale è un gioco in cui ci sono necessariamente vincitori e sconfitti.   Quelli che hanno le manifatture vincono, quelli che hanno le cave e le discariche (wells and sinks) perdono.   Fra gli altri, lo aveva intuito Mohandras  Gandhi e lo aveva spiegato Nicholas Georgescu-Roegen.    Ma ancora non lo hanno capito i governanti occidentali che hanno incoraggiato e finanziato, a spese del contribuente, il trasferimento delle principali attività industriali in paesi esteri, solo perché praticamente privi di sindacati e di norme ambientali.   Ne hanno usufruito altri stati, primo fra tutti la Cina, finquando  i “Limiti della crescita” non hanno cominciato a fermare anche loro.  

Invece, il picco dell’economia globale è probabilmente stato, effettivamente, fra il 2005 ed il 2010.   Probabilmente non a caso in corrispondenza con il picco globale della disponibilità di greggio, ma anche preoccupantemente in linea con i tempi dello scenario base dei “Limiti dello Sviluppo”.   

Molti contesteranno questa idea con dovizia di dati, ma ritengo che, quando è scoppiato il bubbone nel 2008, la crisi fosse già consolidata da molti anni nel cuore stesso delle economie occidentali.  Se la maggior parte di noi non ci aveva fatto caso è stato probabilmente per un insieme di fattori fra cui l’abitudine, il martellamento mediatico ed il fatto che, ancora, non erano stati toccati i patrimoni piccoli e grandi accumulati nella fase precedente.   Man mano che i risparmi vengono erosi, le proprietà divengono un peso ed i vecchi dotati di buone pensioni muoiono, diviene semplicemente evidente una malattia  che abbiamo oramai da molto tempo.  Un po’ come quando ci si rende conto di avere l’AIDS, magari dopo venti o trent'anni che abbiamo contratto l’HIV.







giovedì 14 maggio 2015

Le lacrime dell'Artico

DaThe Oil Crash”. Traduzione di MR



Vento sulla superficie isobarica di 250 hectoPascal (approssimativamente 10 km, l'altitudine del Jet Stream), il 27 marzo del 2015 alle 15:00

di Antonio Turiel

Ho letto svogliatamente del programma di lavoro del biennio 2016-2017 dell'area del programma-quadro Orizzonte 2020 che comprende le attività marine. Il documento, ancora confidenziale (visto che ancora potrebbero verificarsi alcuni cambiamenti nel suo contenuto) contiene le linee di ricerca che la Commissione Europea vuole stimolare nei prossimi anni e che pertanto finanzierà. Il finanziamento della ricerca europea funziona così: un ampio gruppo di esperti ed alcune lobby molto potenti decidono quali sono i temi che sui quali bisogna fare ricerca, si elaborano questi programmi di lavoro e finalmente escono le convocazioni per le proposte di progetti di ricerca, che dovranno attenersi a qualcuna delle linee proposte. Il piano di lavoro è molto dettagliato e vengono fuori letteralmente centinaia di linee diverse, ma con un po' di esperienza si sa come andare direttamente a cercare quelle che interessano. Idealmente, se si hanno delle buone relazioni e si è capaci di muoversi in questi ambienti, è possibile ottenere che le proprie idee vengano riconosciute direttamente in una delle linee e così è più facile (anche se non garantito)ottenere uno di quei progetti. Io, che ho pretese e capacità più modeste, leggo semplicemente tutte le linee della bozza, cercando quelle che corrispondono al lavoro che so e che voglio fare, filtrando da queste linee che so già essere fortemente sponsorizzate e che quindi non meritano che ci perda tempo perché non ne tirerò fuori niente.

domenica 10 maggio 2015

Guida rapida per i cosiddetti esperti petroliferi

DaThe Oil Crash”. Traduzione di MR


Cari lettori,

vorrei dedicare il post della settimana ai cosiddetti “esperti di energia”. Non sto parlando di una persona che più o meno se ne intende della materia, né dei giornalisti o accademici che dedicano una buona parte del loro tempo professionale ad informare degnamente sui fatti, nonostante la sordina mediatica. No. Il tipico “esperto di energia” al quale farò riferimento oggi è un personaggio veste sempre l'abito della sua religione (lui: vestito con gilè opzionale, camicia perfettamente stirata, cravatta perfettamente annodata; lei: vestito di colore discreto o che colpisce, a seconda di quello che vuol dimostrare, scarpe coi tacchi, giacca; in entrambi i casi il prezzo dei loro indumenti equivale a diversi mesi del mio stipendio).


Queste persone frequentano gli alti templi del loro credo (Parlamento Europeo, ministeri, segreterie di Stato, consigli regionali, think tank, …) e sono di casa alle cerimonie rituali che sono loro proprie (ricevimenti ufficiali, vini spagnoli, banchetti di gala, conferenze stampa...) Per il loro modo di parlare, di comportarsi e persino di muoversi, ci si rende conto che si tratta di una specie diversa di homo sapiens comune, sono persone abituate al fatto che tutti pendono dalle loro labbra, a troncare le discussioni con una frase, a sollazzarsi ascoltando la propria voce. Sono persone che si sono strusciate col primo ministro, hanno condiviso un desco con uno sceicco arabo, che hanno pisciato di fianco all'Economista Capo della IEA o che è andata in bagno con Hillary Clinton dopo l'obbligatorio “Se ci volete scusare...”. Sono persone che sanno di energia perché hanno sentito parlare a lungo altri che sanno di energia in riunioni dove tutte queste persone si riuniscono periodicamente e prendono decisioni che riguardano tutti noi, senza avere fondamentalmente nessuna idea comprovata dai fatti di quello di cui stanno parlando.

E' a questi esperti che voglio dedicare il post di oggi. (E non (solo) con l'animo di deriderli ancora di più con questo piccolo post, ma per offrir loro sinceramente alcune linee guida sulla materia che trattano e maltrattano. Si tratta di offrire loro dati comprovati e fonti affidabili perché, anche se non li usano nella loro prossima discussione liturgica, perlomeno vedano che forse c'è un approccio alternativo.

mercoledì 6 maggio 2015

Siamo programmati per ignorare il problema?

Da "Do the Math". Traduzione di FDN

Di Tom Murphy

Ho iniziato “Do the Math” nel 2011 come un modo per raggiungere un pubblico più vasto di una manciata di studenti ogni anno o due in un corso di energia a UCSD (University of California, San Diego). Avevo (e ho ancora) profonde preoccupazioni per i presupposti che assumiamo come società basata, dal secolo scorso o giù di lì, sulla corsa all'utilizzo dei combustibili fossili. Cercare di dirigere la politica dall'alto sembra una proposta perdente: i politici incapaci si adeguano ai desideri dei loro elettori attraverso un meccanismo che chiamiamo democrazia, quindi perché non cercare di convincere le persone direttamente?

Non ho mai immaginato di creare un blog con milioni di visite, e questo è ben lungi dall'avere un impatto su grande scala. Ma ho pensato che lo dovevo a me stesso di raggiungere il maggior numero di persone possibile. Quello che ho scoperto è che pochi “eletti” sembrano condividere le mie preoccupazioni. E alcuni commentatori del blog sono decisamente in disaccordo sul fatto che bisogna preoccuparsi (perché allora fare lo sforzo apparentemente sprecato di rispondere - dal loro punto di vista- a un eccentrico catastrofista, se in realtà non abbiamo bisogno di essere preoccupati?). Ma la maggior parte delle persone semplicemente non si preoccupa abbastanza per entrare in sintonia con questi temi. Forse hanno imparato a ignorare qualsiasi tipo di previsione. Ultimamente, a causa di un aumento della produzione mondiale di petrolio (guidato quasi interamente dallo shale oil degli Stati Uniti) e di un'economia in ripresa, ancor meno persone prendono in considerazione il concetto di limiti delle risorse.

Ma penso che stia succedendo qualcosa di più fondamentale. Credo che abbiamo a che fare con i tratti di personalità insiti nella natura umana. Siamo capaci di attenuare una potenziale e lontana calamità attraverso energici sforzi decenni prima di una presunta crisi? In questo post, userò alcuni dati di un sondaggio che suggeriscono che possiamo essere nei guai.

La prova di un problema

Circa un anno fa un amico ha condiviso un grafico da un sondaggio informale sul sito Peak Prosperity, il sito di Chris Martenson, che ospita un "corso intensivo"che consiste di 4,6 ore di contenuti video di qualità che descrivono perché dovremmo preoccuparci che il domani possa non essere più grande dell'oggi, e perché la fase di crescita potrebbe essere proprio questo, una fase. Per inciso, nel 2012 ho rilasciato una intervista per il sito di Chris Martenson.

I visitatori del sito Peak Prosperity probabilmente hanno molto in comune con i lettori di Do the Math: la preoccupazione fondamentale è la stessa. Si tratta di persone che, nel complesso, non si accontentano di desumere, estrapolare il futuro dal “qui ed ora”. Pensiamo che ci saranno cambiamenti fondamentali nel modo in cui funziona l'intero pianeta Terra rispetto ai nostri primi giorni di sfruttamento delle risorse in una Terra vergine. In molti casi ci sono calcoli convincenti che giustificano una preoccupazione. Piuttosto che cercare di prevedere un futuro terribile, il mio obiettivo in "Do the Math" è stato quello di sviluppare una spiegazione plausibile del fatto che le cose stano andando fuori controllo, nella disperata speranza che il riconoscimento di questa possibilità possa stimolare immediatamente l'azione per evitare questa potenziale insidia (e così sbaglio, ma felicemente). Si sta cercando di mostrare un punto cieco, un drago addormentato.

Ma questo punto cieco può essere insito nella natura umana. Ed eccoci al sondaggio:
Il sondaggio chiedeva alla gente di indicare il loro tipo di personalità secondo la classificazione dell'indicatore di Myers-Briggs. Tenete a mente che si tratta di persone che visitano il forum di Peak Prosperity. Definiamo queste persone "ricettive al messaggio di allarme". O almeno interessate a questo argomento, siano essi sostenitori o detrattori.

Il risultato del sondaggio

Definirò subito i tipi di personalità, ma prima diamo un'occhiata ai dati del sondaggio di Peak Prosperity.
 Figura 1 - Peak Prosperity poll: 114 respondents; INXX-heavy

Vediamo un enorme picco per il tipo INTJ. Indovinate che tipo sono io?

Il risultato è stato abbastanza sorprendente. Delle 114 risposte, i visitatori del sito sono dominati dal tipo INTJ (43 persone, 38%), anche se questo gruppo costituisce circa il 2-3% della popolazione. Il sito sembra essere altamente selettivo. E 'come se si organizzasse un incontro a San Diego per parlare delle punte da trapano e quasi la metà dei partecipanti fossero persone coi capelli rossi. Se questo dato è corretto l'implicazione è che meno del 8% di tutta la popolazione umana è presumibilmente ricettiva al messaggio di allarme di Peak Prosperity (e, per estensione, di Do the Math, le cui visite suggeriscono un numero ancora più piccolo). Questa è una piccola parte della popolazione, e probabilmente ben al di sotto di una "massa critica" per un'azione preventiva. Quindi la crisi potrebbe essere inevitabile.

Motivato da questo scioccante risultato, mi sono rivolto ai lettori di Do the Math per ottenere un altro sondaggio della stessa natura, ma questa volta con una maggiore grado di controllo e di conoscenza sui metodi. Ho ottenuto quasi 1000 risposte uniche, e il risultato è sorprendentemente simile, se non ancora più squilibrato. Ve lo mostrerò in seguito; prima farò una digressione per spiegare l'indicatore Myers-Briggs, e poi analizzerò alcuni interessanti risultati che emergono dai nuovi dati.

I Tipi di personalità secondo Myers Briggs

Non aggiungo nulla a ciò che è stato detto a proposito dei tipi MB, e per il contesto raccomando la pagina di Wikipedia. Tuttavia darò una breve spiegazione in modo che non ci sia bisogno di cercare altrove, almeno per padroneggiare il gergo specifico.

L'indicatore MB dispone di quattro campi/caratteristiche, ciascuna delle quali ha a sua volta due possibili lettere/caratteristiche . Così ci sono 16 possibili combinazioni/tipi, il che porterebbe a circa il 6% per tipo se uniformemente distribuiti ( ovviamente non è così). Ogni persona ha in parte entrambe le caratteristiche opposte, e alcuni individui saranno più o meno nel mezzo (nè convintamente da una parte né dall'altra).

Introvert/Extravert: introversione/estroversione


Il primo campo è rappresentato da una I o una E a seconda se una persona tende a sentirsi impoverita o stimolata dall'interazione sociale.

Sensing/iNtuiting: sensitività/intuizione


Il secondo campo è S o N. Le informazioni di una persona si basano in gran parte su input sensoriali diretti, o provengono più da una lettura astratta, intuitiva, di sintesi di un più ampio insieme di input? Pensate a questo come ad una tendenza alla concretezza piuttosto che all'astrazione. Qualcuno che tiene una palla di neve davanti al Congresso per negare il concetto di cambiamento climatico è un tipo S puro. La dicotomia S/N è forse l'attributo più importante per stabilire se un individuo prenderà in considerazione il punto di vista di Do the Math.

Thinking/Feeling: ragionamento/sentimento


La dicotomia T/F è abbastanza auto-esplicativa. Una persona punta più sulla fredda logica e sulla deduzione, o sulla considerazione delle esigenze e dei sentimenti degli altri? Spock o Kirk?

Judging/Perceiving: giudizio/percezione


Per me la designazione J/P è la più difficile da descrivere. Giudizio non significa essere moralista. Tecnicamente, quando si tratta di elaborare delle informazioni dal mondo, i tipi J si basano più pesantemente sulla loro struttura T/F mentre i tipi P contano più sulla struttura S/N. Come proprietà emergente unisci un tipo T con un J (come me) ed avrai un pianificatore puntuale.

“Comporre” le personalità

Mettete questi quattro tratti insieme e otterrete le diverse personalità. Ci sono un sacco di pagine e libri che descrivono gli attributi dei tipi MB. Il test ufficiale Myers-Briggs è a pagamento. Ma nel web si trovano un sacco di imitazioni del test (come qui – bisogna essere consapevoli che ottenere il 56% in una categoria significa il 56% della strada da neutrale a hard-over (ossia totalmente di un tipo), o qui , o qui ). Se volete vedere una descrizione abbastanza precisa del tipo INTJ, per esempio, guardate questo link (modificate le ultime quattro lettere dell'indirizzo URL per vedere gli altri tipi).

Può essere interessante leggere le caratteristiche dei vari tipi. Leggendo le caratteristiche del tipo INTJ mi ritrovo a dire: "Sì, mi hanno capito - come hanno fatto a sapere addirittura questo su di me?" E non è come l'oroscopo in cui trovi un sacco di generalizzazioni, a tal punto che chiunque può identificarsi con porzioni significative di qualsiasi descrizione. Quando ho letto le descrizioni degli altri tipi di Myers-Briggs ho trovato molte meno sovrapposizioni. E a differenza dell'astrologia, che lega ridicolmente tratti di personalità alla data di nascita, il tipo MB si basa sulle vostre personali (e presumibilmente oneste) risposte a una serie di domande: il risultato è auto-diretto così da essere una personale riflessione rilevante ed accurata del tuo modo di essere.

Soffermiamoci a riflettere: pensate che un campione di lettori di Peak Prosperity o di Do the Math mostrerebbe una correlazione od un forte orientamento per il segno zodiacale o il mese di nascita? Quando un qualsiasi sistema di classificazione produce risultati così netti come si vede sopra, ci deve essere qualcosa di "reale" per il sistema, anche se non si capisce di cosa si tratta. Il fatto che così tanti scienziati sono INTJ non è un caso. E' una questione del tipo di personalità, e spesso si manifesta molto presto nella vita.

Diffusione nella popolazione

La pagina (inglese) di Wikipedia ha alcune statistiche sulla diffusione dei 16 tipi nella popolazione degli Stati Uniti, così come alcune etichette sul tipo di carattere. Altri siti assegnano altre etichette; la tabella sottostante fornisce alcune sintesi.

 
Per essere precisi ho modificato la fascia alta delle gamme ISTJ e ISFJ dell'1% in modo che la somma dei valori medi sia il 100%. Nella colonna "diffusione adottata", ho messo due numeri: il primo è la media del range indicato nella seconda colonna, e l'altro viene dal sito Truity (che ha anche una ripartizione di genere).

I risultati di Do the Math

Così ho lanciato un sondaggio su Do the Math per vedere se il risultato di Peak Prosperity veniva confermato. Volevo fare il sondaggio super-semplice (una domanda con 16 scelte a scorrimento), ma un giorno e centinaia di risposte più tardi mi è venuto in mente che avrei voluto chiedere un altro paio di domande (conoscevi già il tuo tipo MB? - sottoscrivi il messaggio di allarme?). Così ho fatto un altro appello e ho raccolto 230 integrazioni al primo sondaggio oltre a circa 500 nuovi partecipanti, per un totale di 958 (in totale 725 persone hanno risposto al secondo sondaggio con le domande supplementari).

Il confronto tra le due serie di risposte non ha rilevato problemi statistici, quindi presento i dati combinati.

Ecco il risultato, tracciato sopra i dati di diffusione della popolazione (secondo Wikipedia in rosso, secondo Truity in blu, la sovrapposizione in viola).

 Figura 2 - Do the Math respondents (958): looks nothing like the overall population!

Praticamente la stessa storia del sondaggio originale di Peak Prosperity. La differenza principale è che Do the Math ha circa la metà di INFJ in percentuale rispetto a Peak Prosperity. Forse la propensione ad un approccio analitico di Do the Math seleziona un po 'più persone T rispetto alle F. Ma in ogni caso si noti che la distribuzione delle personalità in Do the Math e la distribuzione della popolazione in generale non sembrano per niente simili! Guarda tutti quei capelli rossi tra il pubblico! Chi si immaginava che le punte da trapano catturassero esclusivamente l'interesse di un tale pubblico?

La popolazione ricettiva

Ok, ora che conosciamo alcuni dei principi fondamentali sui tipi di personalità e sulla loro distribuzione, e abbiamo visto i dati di Do the Math, cerchiamo di valutare il significato dei risultati.

INTJ rappresenta il 44% degli intervistati, ma solo il 2-3% della popolazione. E questo, molto semplicemente, è ciò che rende questo sondaggio così notevole. Ancora non riesco a crederci.

Per “contrastare” questo squilibrio estremo (della rappresentatività del tipo INTJ nel sondaggio e nella popolazione), assumiamo che il 100% dei tipi INTJ ascoltino il messaggio di Do the Math e lo prendano sul serio (o siano persuasibili). Questo gruppo ha già dimostrato una predilezione: portiamola all'estremo. Certo, questo può essere eccessivamente ottimistico, ma vedremo che anche questa generosa ipotesi ci porterà comunque ad un risultato modesto. Possiamo quindi calcolare il livello di interesse in altri gruppi.

Il grafico che segue aiuta ad illustrare l'approccio scelto.


Figura 3 - Saturating INTJ, we capture only 6.8% of the total population!

In questo grafico ho tracciato in rosa la distribuzione dei tipi nella popolazione presa da Wikipedia, la cui somma totale è il 100%. Sopra vi ho tracciato i dati del sondaggio di Do the Math in modo tale che la linea blu non supera la popolazione di ciascun tipo. In altre parole le risposte ottenute per ogni tipo non possono essere maggiori di quelle che esistono nella società secondo i dati di Wikipedia. Non sorprende che il tipo INTJ, fortemente sovra rappresentato, imposta il limite superiore di saturazione. Imporre che le due distribuzioni siano uguali per INTJ equivale ad affermare che il 100% delle persone INTJ sono tutti potenziali sostenitori di Do the Math (che sarebbero tutti naturali sostenitori/ascoltatori del messaggio di allarme). Ancora una volta, questo è probabilmente un'esagerazione.

Ma qui ci sono due aspetti interessanti: In primo luogo se sommiamo su questa scala le percentuali di tutti i sostenitori di Do the Math per ogni tipo otteniamo solo il 6,8% della popolazione, un po' meno di quanto si ottiene facendo la stessa cosa con i risultati di Peak Prosperity ( 8%). Se si usa la distribuzione del sito Truity il 6,8% diventa 4,5%, quindi siamo in un range del 5-6%.

La seconda cosa interessante è che possiamo determinare il livello di interesse degli altri tipi (normalizzate all'ipotesi del 100% per INTJ: se questa ipotesi non si considera accurata si possono scalare tutte le percentuali). Guardando la linea rossa del grafico (distribuzione di Wikipedia) possiamo vedere che il livello di interesse del tipo INTP è di circa il 40%, per INFJ è forse del 25%, e tutti gli altri sono molto inferiori. Così abbiamo un grafico del livello dedotto di interesse per i due insiemi di dati di distribuzione della popolazione (stesso schema di colori di prima).

Figura 4 - Interest level in DtM as function of type, if INTJs are 100% interested, for two prevalence models

Dove sono andate a finire le persone Esxx (10°, 11° e 12° colonna) e le ISFx (4° e 5° colonna)?

Ricordate, questo grafico è normalizzato secondo l'ipotesi che il 100% delle INTJ potrebbe aderire al messaggio di allarme. Nella misura in cui questo non è vero il numero nella popolazione totale scende.

Il risultato è notevole. Anche se fuori di un fattore due a causa di qualche problema sistematico (esaminato sotto), probabilmente non abbiamo una frazione abbastanza elevata di persone con la disposizione a prendere il messaggio di allarme sul serio e in anticipo rispetto a delle crisi evidenti. Se il 5% è una percentuale troppo bassa per essere una massa critica (ed ho il sospetto che sia proprio così), allora questo potrebbe segnare il nostro tragico destino: la natura umana non è all'altezza della sfida.

Cassandra – anche se alla fine aveva ragione – rappresenta il simbolo di allarmismi ingiustificati. Gridare al lupo al lupo è un modo di dire per indicare falsi allarmi, anche se alla fine della storia il lupo arriva davvero. La lezione da imparare da queste storie non viene forse fraintesa? Invece di concludere che si devono sempre esaminare gli avvertimenti (le conseguenze sono nefaste), creiamo delle etichette per criticare coloro che lanciano un allarme.

Se il messaggio di allarme è fuori strada, allora forse è per questo che gli aderenti non raggiungono la massa critica, anche se non sono sicuro di quale danno deriverebbe da una campagna aggressiva per ridurre l'esaurimento dei combustibili fossili e di altre risorse, diversi da quelli di un rallentamento/inversione economica. Naturalmente credere nel sogno utopico è considerato abbastanza criminale, visto che innumerevoli persone perderebbero comfort e vita agiata.

Questa si può chiamare Scienza?

Beh, no, quello che sto facendo qui non si può chiamare "scienza". E' uno studio, un'analisi basata su due sondaggi. È interessante. Ha una possibilità significativa di essere nel giusto, e ne parlerò usando un po' di intuito. Come minimo sembra essere qualcosa a cui dovremmo prestare attenzione, e se non altro provare a fare uno studio scientifico più controllato. Penso che sia importante. Se gli esseri umani nel loro complesso non sono programmati per pianificare a lungo termine evenienze mai viste prima, allora dovremmo saperlo ed accettarlo, e riconoscere una vulnerabilità di base (si potrebbe anche dire: difetto, limite, ostacolo, punto cieco).

Potrebbe esserci qualcosa di sbagliato nei dati?

La mia prima esposizione di questo straordinario squilibrio riguarda il sondaggio di Peak Prosperity per il quale non avevo conoscenza personale della fonte e dei metodi impiegati: c'era un link per fare un test di tipo MB nel caso in cui i partecipanti non conoscessero già il proprio tipo? I risultati ottenuti riguardavano solo chi conosceva già il proprio tipo, e le persone INTx apprezzano davvero questo genere di cose? Le persone INTx amano fare sondaggi (io non molto)? Il risultato è stato così impressionante che ho anche contemplato la possibilità che fosse stato falsificato per dimostrare una tesi forte. Non che ci abbia creduto davvero, ma non ne ero sicuro.

Questo è il motivo per cui io stesso ho rifatto il sondaggio. Così conosco l'audience (lettori di Do the Math che apprezzano il sito così tanto che hanno impostato la notifica di nuovi post, o controllano periodicamente in cerca di post sempre più speciali). So anche che ho fornito un link ad un test MB nel caso in cui le persone non conoscano già il proprio tipo.

Il grafico che è venuto fuori è praticamente uguale (stessa distribuzione, anche se con una notevole riduzione di INFJ), ma avevo ancora dei dubbi. Stavano partecipando solo persone che già conoscevano il proprio tipo? Così un paio di giorni dopo ho inserito un nuovo sondaggio in sostituzione dell'originale, aggiungendo due domande: prima di partecipare al sondaggio conoscevate già il vostro tipo MB?; e, fondamentale: Sottoscrivi il messaggio di allarme di Do the Math?

Ho avuto 463 risposte al primo sondaggio. Grazie al secondo sondaggio (725 risposte), ho scoperto che circa il 35% delle persone conosceva già il proprio tipo di personalità MB, ma non c'era nessuna evidenza che questo sia la causa dello squilibrio di risposte a favore del tipo INTJ. Le sole deviazioni statisticamente significative rispetto alla media sono che il tipo INTP tende a sapere chi è, e INFJ no. Nessuna delle altre deviazioni (vedi sotto) hanno i numeri per essere distinguibili da una distribuzione casuale.

Figura 5 - Previous familiarity with MB type; number of respondents of each type are indicated across the bottom

L'altra cosa che ho scoperto è che il 76% degli intervistati è d'accordo con l'affermazione: "Ho paura che, se non riconosciamo i limiti delle risorse e della crescita, rischiamo il fallimento sistemico" Appena il 6% ha optato per la dichiarazione: "l'innovazione umana e il mercato economico scongiureranno qualsiasi scenario di collasso". Il 18% ha dichiarato di non essere d'accordo con nessuna delle due affermazioni. Non ho visto prove convincenti che il campo degli ottimisti tenda verso qualche tipo MB (tranne una leggera prevalenza degli ISTJ). Si noti, tuttavia, che la maggior parte dei tipi non sono ben rappresentati in questo sondaggio: tra i visitatori di Do the Math i non INTx sono una stravagante anomalia, quindi è rischioso trarre conclusioni sull'atteggiamento di gente non INTx rispetto al messaggio di allarme.

Le sole anomalie statisticamente significative sono che INTP è meno propenso ad essere messo alle corde (il 26% respinge entrambe le dichiarazioni), mentre il 17% del tipo ISTJ ha aderito alla risposta ottimista.

Effetti di selezione

Vari effetti selettivi potrebbero essere la causa dello squilibrio così marcato dei risultati dei sondaggi di Peak Prosperity e Do the Math. Forse gli INTJ, essendo persone analitiche, sono più propensi a conoscere il proprio tipo di personalità Myers-Briggs, ma il risultato sopra descritto non avvalora questa possibilità. O forse sono più propensi a riconoscere l'importanza del sondaggio. Forse gli INTJ sono più interessati a partecipare a forum online di qualsiasi tipo, o forse il modo in cui i messaggi e le informazioni si diffondono sui forum online comporta effetti di selezione dell'audience tra persone in cui esistono correlazioni, come tra colleghi di lavoro (io, per esempio, ho molte persone INTJ tra i miei colleghi di lavoro). Forse tutti questi fattori insieme giocano un ruolo.

Sono sicuro che alcuni di questi effetti distorcono i risultati. Ma di un fattore due, o addirittura di un fattore tre? Anche in questa ipotesi avremmo comunque meno del 20% delle persone che aderiscono al messaggio di allarme (di nuovo sotto l'ipotesi improbabile che tutte le persone INTJ aderiscano). La mia sensazione è che, comunque la si giri, non si raggiunge la massa critica per un'azione su larga scala in una democrazia sana.

iNtuizione

Essendo un INTJ, mi baso più sull'intuizione e l'astrazione che sull'esperienza diretta e immediata della vita quotidiana. Gli scienziati devono farlo se vogliono sviluppare modelli teorici. Apprezzo veramente la concretezza (lo sperimentatore che è in me), ma propendo comunque all'astrazione. Ho notato che tendo a generalizzare le situazioni cercando una chiave di lettura universale. Mi piace sintetizzare. E 'il distillato finale che mi rimane nella memoria a lungo termine. Tendo a fare una dichiarazione sulla base di una vasta gamma di input ricevuti nel corso degli anni, ma quando mi viene chiesto di fare esempi specifici faccio fatica: li ho già buttati via, dimenticati in favore del principio generale.

La divisione sensitività/intuizione è la componente della personalità decisiva in questo contesto, anche se la dimensione ragionamento/sentimento è comunque molto importante. Proiettare la società attuale nel futuro e riconoscere un pericolo che non sembra molto simile a quelli che le generazioni passate hanno conosciuto richiede capacità di astrazione (e di ragionamento), piuttosto che percepire il mondo nell'immediato. Così i tipi N hanno più probabilità di prestare attenzione al messaggio di allarme. Lo si vede chiaramente se guardate di nuovo il grafico del “livello dedotto di interesse". Non credo che sia un caso.

Secondo i dati di distribuzione i tipi S costituiscono il 69-73% delle persone. E' moltissimo! E guardate come sono totalmente assenti nel grafico del “livello dedotto di interesse". Ci manca la maggior parte delle persone. Questo fa parte del motivo per cui è così difficile convincere le persone a “stare dalla nostra parte” tramite messaggi di allarme sul riscaldamento globale. I pensatori (tipi T) sono più comuni, anche se ancora in minoranza, al 40-47%. Quindi il collo di bottiglia è proprio la caratteristica S/N.

Anche se l'indagine fosse profondamente difettosa e assumessimo che in realtà il 20% degli S-tipi (rispetto al 1% dei risultati) e, in media, ben il 50% degli N-tipi (il doppio dei risultati ottenuti) siano sensibili al messaggio di allarme, saremo comunque sotto il 30%. E così facendo abbiamo introdotto una distorsione sistematica del sondaggio abbastanza seria. Se sono ricettivi il 100% del tipo N e lo 0% del tipo S siamo ancora al 30%. E 'difficile immaginare degli effetti di selezione accettabili che siano così totalmente sbilanciati verso INTJ. E se così fosse, saremmo costretti a dare ancora più credito all'utilità/significatività dei tipi di personalità MB.

In sintesi, se la vostra visione del mondo si basa sulla concretezza, su fatti "dimostrabili" e visibili chiaramente, allora avrete poco a che spartire con estrapolazioni e riflessioni sul futuro. Più la previsione si discosta radicalmente dal "normale", meno è probabile che possa essere presa sul serio. Queste sono caratteristiche solide e positive per gli esseri umani, e possiamo immaginare il loro ruolo positivo in senso evolutivo. Le cose di solito sono come sono, e come sono state sempre e dovunque a memoria d'uomo. Tranne quando non lo sono.

Coinvolgiamo gli estroversi!

Val la pena di esaminare un altro aspetto: e se, per esempio, gli ENTJ avessero le stesse probabilità degli INTJ di farsi convincere a prestare attenzione al messaggio di allarme, se non fosse che spendono il loro tempo socializzando (di persona o virtualmente) piuttosto che stare appartati da soli a leggere siti spaventosi? E se potessero essere coinvolti? In effetti, il livello di interesse tra i tipi ENxx in qualche modo rispecchia la scala decrescente vista nel grafico del livello di interesse per il gruppo INxx. E se incrementiamo gli estroversi (di un fattore 13) in modo che il 100% degli ENTJ sia ricettivo?

Il risultato è nella figura sotto con gli Estroversi modificati, utilizzando la distribuzione della popolazione, più generosa, ottenuta da Wikipedia.

Figura 6 . The Party’s Over: getting the extraverts’ attention still results in a small total yield

Benvenuti a bordo, persone mondane e festaiole! Ora siamo l'11-18% della popolazione, a seconda della distribuzione usata, e solo il 4,5-6,8% quando siete occupati a socializzare. Hmm, non è ancora uno scenario impressionante. Anche se questa distorsione che incrementa gli estroversi fosse giustificata siamo comunque sotto la massa critica.

Rassegnazione rafforzata

Come ho detto all'inizio la mia spinta durante tutto il lavoro di Do the Math è stata quella di tracciare le basi, quantitative e razionali, del perchè non dovremmo dare per scontato la nostra futura crescita/benessere/felicità. Potremmo davvero far saltare questa possibilità. La nostra migliore speranza, secondo me, è quella di convincere la gente a riconoscere e accettare la minaccia e quindi sforzarsi di scongiurarla. Come per qualsiasi “programma dei 12 passi” (riferimento al programma dell'Anonima Alcolisti, NdT), ammettere che c'è un problema è il primo passo.

Non riconoscere quello che per me è un insieme del tutto plausibile delle principali preoccupazioni, innesca una forte reazione da parte mia. Come possiamo attenuare e limitare un problema che non riconosciamo? La mia idea è che il mancato riconoscimento del rischio porta solo a consolidare la probabilità del rischio stesso. Paradossalmente dichiarare che sono completamente in errore probabilmente mi rende più nel giusto. E mi considero già soddisfatto se mi si dice che potrei sbagliarmi, o anche che probabilmente sono in errore, pur ammettendo qualche possibilità di aver centrato il bersaglio e riconoscendone l'enorme importanza se fosse vero.

Questa analisi delle personalità mi aiuta a capire la portata della sfida. E' servita soprattutto a rafforzare la mia preoccupazione. Sembra che abbiamo un ostacolo strutturale alla mitigazione preventiva delle crisi senza precedenti. In qualche modo mi fa solo sentire rassegnato: nessuna speranza nei politici, e ora nessuna speranza nella natura umana.

Ma essendo un tipo cerebrale, avere un'idea di come e perché potremmo fallire mi dà una certa soddisfazione. Se il mondo cadrà a pezzi prima che io muoia, almeno avrò una vaga idea di ciò che sta succedendo, e non sarò psicologicamente frantumato dalla vicenda. Ma ho paura che sarò in compagnia di un numero di persone pateticamente piccolo.