Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


lunedì 20 aprile 2015

La terza ganascia dell’insostenibilità.

di Jacopo Simonetta

Per questo articolo sono completamente debitore alla breve conferenza “Limiti alla crescita di un sistema a complessità crescente” che il professor Angelo Tartaglia ha tenuto a Firenze, in occasione della presentazione pubblica del rapporto al Club di Roma, "Extacted", del prof. Ugo Bardi.    Una di quelle rare occasioni in cui, ascoltando una persona, provi la piacevolissima sensazione di sentire le finestre del cervello che si aprono cigolando.

In effetti, anche nell'ambito delle ristretta cerchia di persone che si preoccupano dell’insostenibilità del nostro sistema di vita e della nostra popolazione, l’attenzione principale va al deterioramento quali/quantitativo delle risorse.   Un attenzione notevole, ma minore, viene data all'accumulo di rifiuti solidi, liquidi e gassosi nell'atmosfera, le acque ed i suoli.   Ma non sono due le ganasce che stringono il nostro sistema, bensì tre.   E chiunque abbia mai maneggiato un trapano sa che un oggetto stretto da tre parti contemporaneamente non ha alcun margine di libertà.
Il terzo elemento in questione è il livello di complessità raggiunto dalla nostra economia e dalla nostra società.    Un argomento non certo nuovo per i lettori abituali di questo blog, ma al quale viene raramente data la visibilità che merita.

  Per chi volesse approfondire, consiglio subito tre testi di natura molto diversa, ma che trattano vari aspetti di questo complesso argomento:, The Collapse of Complex Societies (J. Tainter 1988), Bottleneck: Humanity's Impending Impasse (W. Catton 2009), Thermodymnamique de l’évolution ( F. Roddier 2012). Giusto per richiamare l’attenzione sull'argomento, vorrei qui riprendere alcuni passaggi della conferenza del prof. Tartaglia per giungere, però, a conclusioni assai diverse dalle sue.

Se prendiamo due punti, questi sono collegati da una sola relazione.   Tre punti da tre relazioni, quattro punti da sei, cinque punti da 10 relazioni e così via.     In una rete, il numero di relazioni potenziali cresce molto più rapidamente di quello dei nodi.

In un sistema reale, i nodi possono essere singole persone, ma anche organizzazioni, imprese, interi paesi.   Dunque generalmente abbiamo a che fare con nodi che, a loro volta, sono composti da reti o, più spesso, da un sistema di reti articolate su più livelli organizzativi.   Tutto ciò moltiplica ulteriormente la complessità del sistema.

Lungo ognuna delle connessioni può transitare una certa quantità di materia, energia e/o informazione.     Se il flusso aumenta, la connessione comincia a dare dei problemi che possono arrivare al blocco completo del flusso, come accade in autostrada la sera di Pasquetta.    Dunque, se i flussi aumentano, occorre aumentare le connessioni ed i nodi, ma questo rende sempre più difficile un controllo ed una gestione coordinata della rete.   Anche perché il controllo della rete comporta una moltiplicazione dei nodi e delle relazioni.    Ad esempio, ci vorranno reti di telecamere per controllare la rete stradale; e poi una rete di controllo e manutenzione delle telecamere e così via. Insomma, il punto cruciale è che il funzionamento di una rete può essere migliorato aumentandone la complessità, ma fino a quando?

A titolo di esempio, citerò il caso estremamente semplice di una singola lampadina.    Una vecchia lampadina ad incandescenza funziona sulla base dello schema “A” ed è assai poco efficiente.   Le lampadine a led hanno rendimenti enormemente superiori in fase di uso, ma funzionano sulla base dello schema “B”.

 Non c’è bisogno di essere elettricisti per capire che l’aumento dell’efficienza è avvenuto a costo di un aumento proporzionalmente molto maggiore di complessità.
E la complessità costa sia in termini economici, sia in termini di energia grigia incorporata nell'oggetto; ma anche in termini di consumo di materiali rari non riciclabili ed in termini di guasti.   In effetti, è vero che il singolo led ha una vita operativa lunghissima, ma le lampadine no perché spesso si rompe qualcuno dei numerosi componenti a monte del led.

Tornando ai sistemi su cui funziona la nostra società, osserviamo che ogni relazione è costituita da qualcosa (strade, cavi, processori, rotte, bande di frequenza, tubi,  eccetera) che per essere mantenuto in efficienza abbisognano di manutenzione e controllo.   Man mano che la rete cresce e diviene più complessa, aumenta il rischio di guasti, incidenti, ingorghi ecc.     Si rende allora necessario investire per migliorare l’efficienza e la a sicurezza di nodi e connessioni, il che significa migliorare le tecnologie, le procedure, i regolamenti, i comportamenti, la vigilanza, la manutenzione, ecc.    Tutte cose soggette all'implacabile legge dei “ritorni decrescenti”.   Ciò significa che , man mano che si migliora, ogni ulteriore miglioramento comporta un costo sempre maggiore a fronte di un risultato sempre minore.    In pratica, avvicinandosi al massimo teoricamente possibile di efficienza e sicurezza, il costo dei miglioramenti tende ad infinito.

Riassumendo, nell'economia reale l’incremento delle reti comporta quindi un aumento dei vantaggi connessi con l’interscambio di materia, energia ed informazione.    Vantaggi che generalmente prendono la forma di un qualche tipo di ricchezza (non necessariamente monetaria).   Ma il costo per mantenere efficiente una rete viepiù complessa aumenta più rapidamente dei vantaggi che questa porta.   Dunque una frazione crescente della ricchezza prodotta grazie alla rete deve essere reinvestita nella medesima.    Finché, teoricamente, l’intera ricchezza viene riassorbita dalla rete ed il sistema collassa secondo una tipica “curva di Seneca”, probabilmente prima di raggiungere i limiti imposti dall’esaurimento delle risorse che alimentano la rete.

Molto altro è stato detto dal prof  Tartaglia, ma questo mi pare già sufficiente per  trarre la conclusione che la sostenibilità non dipende solo da un prelievo delle risorse proporzionato al loro rinnovamento ed una produzione di rifiuti che non ecceda la capacità di assorbimento da parte degli ecosistemi.   Altrettanto dipende da un livello di complessità del sistema socio-economico che sia efficacemente gestibile con una quota modesta delle risorse complessivamente disponibili.

A questo punto, le mie opinioni divergono però da quelle del professor Tartaglia, che spero legga queste note e mi contesti.   Nella sua conferenza, egli concludeva infatti sostenendo che è ancora possibile realizzare una società sostenibile a condizione che si facciano urgentemente tre cose:

  • Ridistribuire la ricchezza anziché far crescere le disuguaglianze, inseguendo il mito di una ricchezza globale sempre crescente.
  • Passare dalla competizione alla cooperazione.
  • Cambiare società, cultura e morale in modo degno di un essere razionale, rispetto alla società degli scimpanzé tecnologici in cui viviamo ora.





Personalmente concordo pienamente con questi tre punti, ma non penso che siano realizzabili, neppure qualora ve ne fosse la volontà (che non c’è).   E neppure che sarebbero sufficienti, nell’improbabile caso che si realizzassero.


In primo luogo, se non risulterà molto sbagliato il rapporto “limiti della crescita” (e non sembra proprio che questo sia probabile), il collasso del sistema economico globale comincerà ad essere evidente fra 5 – 15 anni da ora.   Possiamo pensare che dei paesi e delle classi dirigenti in crescente affanno, sempre più concentrate sull’emergenza del momento, riescano a coordinare uno smantellamento programmato del sistema amministrativo ed economico?

In secondo luogo, sappiamo che l’aumento della complessità è solo uno dei tre insiemi di fattori che stanno stritolando la nostra civiltà.   Pensiamo davvero di poter trovare una scappatoia a tutte e tre contemporaneamente?   Soprattutto tenendo conto dell’aggrovigliata matassa di sinergie e retroazioni che lega tutti questi diversi fattori?

Per citare un solo esempio: l’inquinamento delle acque aggrava la penuria della medesima.   La risposta è pozzi più profondi, dissalatori ecc. che comportano maggiori consumi di energia.  Dunque sistemi più complessi che dissipano più energia, che richiedono filiere più lunghe e reti commerciali più interconnesse.   Queste aumentano l’inquinamento globale ed il depauperamento delle risorse. Fra l’altro, ciò aggrava l’effetto serra che, in molte aree del pianeta, si manifesta con temperature più altre e minori piogge, il che aggrava i problemi di inquinamento delle acque.   Per citare solo una piccola parte dei fattori coinvolti in questa sola retroazione.

In terzo luogo, i sistemi aumentano la propria complessità aumentando la quantità di energia che dissipano.   Così facendo, accumulano informazione al loro interno.   Maggiore è la dissipazione di energia, maggiore è la complessità del sistema che, così, riesce a dissipare più energia e così via.   Una retroazione che può svilupparsi solo finché c’è abbondanza di energia ed è possibile scaricare disordine fuori dal sistema (o dal sotto-sistema) in crescita.     Nell'economia globalizzata attuale, entrambe le cose stanno rapidamente diventando difficili.

La prima per il peggioramento quali/quantitativo delle risorse energetiche e per varie retroazioni nocive che hanno cominciato (o cominceranno a breve) a ridurre l’energia netta disponibile.   In termini assoluti ed ancor più pro-capite.
La seconda, perché ogni sotto-sistema, mentre scarica la propria entropia all'esterno, “si becca” l’incremento di entropia prodotto dagli altri.   Il caso del clima è forse il più evidente, ma non meno distruttiva per l’economia è la corsa all’esternalizzazione.   Cioè al fatto che ogni nodo della rete economica scarica sugli altri la maggior parte possibile dei suoi costi, assumendosi però quota parte di quelli di tutti gli altri.

Certamente potremmo ancora aumentare la quantità di energia che assorbiamo, ad esempio coltivando ogni metro di terra emersa e perfino di mare; oppure sfruttando i giacimenti di idrocarburi artici.  Ma con costi economici ed energetici molto rapidamente crescenti.   E' quanto meno molto probabile che, globalmente, abbiamo da già superato il limite della "crescita antieconomica".   Come accennato, forse l’energia netta disponibile ha già cominciato a diminuire ed, in ogni caso, lo farà tra breve.   Nel frattempo la popolazione cresce, il che significa che cresce la complessità.

Semplificare il proprio sotto-sistema per ridurne i consumi e gli impatti sarebbe una strategia attraente.   Ma, come fatto presente dal Tartaglia, sarebbe possibile esclusivamente in un quadro di cooperazione.   In un quadro di competizione, infatti, chi dissipa di più vince, necessariamente.   Finché riesce ad accaparrarsi risorse e scaricare rifiuti, naturalmente; poi muore.

Ma anche in un contesto utopico di cooperazione fra le potenze principali del pianeta, non dimentichiamoci che l’incremento della complessità e della dissipazione di energia è stata esattamente la strategia grazie alla quale oggi su questo pianeta vivono oltre 7 miliardi di persone.   Una struttura meno complessa e dissipativa potrebbe sostenere un numero molto minore di persone.

Non dimentichiamoci che ognuno di noi è uno di quei “punti” di cui abbiamo parlato all'inizio.

In parole povere, io la vedo in questi termini:   Allo stato attuale delle cose, ci sono moltissime cose che potremmo e dovremmo fare, per esempio quelle indicate da Tartaglia.   Ma nessuna che ci possa risparmiare un prezzo molto alto in termini di difficoltà, sofferenze e morti.   Ovviamente, in un meta-sistema della mole e della complessità dell’intero Pianeta, ci sono ampi margini di incertezza e sicuramente ci saranno soggetti che se la caveranno a buon mercato, o perfino meglio di come se la passino adesso.   Ma il trend generale peggiorerà necessariamente di anno in anno, per un lungo periodo.




37 commenti:

  1. Forse questo può aiutare

    http://globalguerrillas.typepad.com/globalguerrillas/2008/11/stemi.html

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  2. c'è anche il quarto elemento, dopo le risorse, l'entropia e l'economia, che è il più importante: l'essere umano. Ieri ascoltavo un predicatore, che ha dimostrato col suo discorso come i peccati umani siano infiniti come numero e gravità. Penso che un tale livello di umanità non possa risolvere un bel niente dei problemi dell'ambiente, oltre che della propria anima. La sua soluzione è in Gesù Cristo, ma dopo 2000 anni di cristianesimo, non si può dire che siano stati in molti, tra i suoi seguaci, a non fare dei macelli. Oserei dire i santi, tenendo ben conto del fatto che nella chiesa primitiva, gli unici a poter essere così chiamati, erano i martiri. Quindi i 7,3 mld di martirizzatori faranno quello che devono fare.

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  3. Commento cancellato per errore. Riposto.

    Mauro ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La terza ganascia dell’insostenibilità.":

    In un modo o nell'altro quasi tutti credono che ci sia un unica o comunque poche cose da correggere per uscire dalla crisi.

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  4. Io, al contrario, penso che non sia semplicemente possibile uscire da questa crisi, tranne che aspettare un paio di secoli e poi vedere come stanno le cose. Ma naturalmente mi posso sbagliare.

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  5. Angelo Tartaglia20 aprile 2015 18:57

    In effetti qualsiasi ragionamento che metta in conto anche la complessità porta a conclusioni sostanzialmente pessimiste. La mia posizione è quella di analizzare sempre i fatti razionalmente e, una volta che lo si è fatto (e non si finisce mai) provare a pensare al da farsi. Si può poi adottare un atteggiamento ottimista o pessimista. Il primo, sempre con una analisi razionale alle spalle, costa tanto quanto il secondo, ma ha un vantaggio: evitare di utilizzare la 'ineluttabilità' delle conseguenze come un alibi per non fare semplicemente nulla. Insomma non vorrei fornire sponde al "se tanto siamo condannati, allora diamoci alla pazza gioia finché si può, e tanto peggio per chi non può e per chi verrà dopo". Ciò detto, l'entità delle trasformazioni nei modi di pensare e nei comportamenti sono tali e di tale entità da rendere molto poco probabile che esse possano avvenire in tempi utili (o avvenire comunque); tuttavia la scarsissima probabilità non è comunque una certezza negativa. Dopo tutto il nostro è un sistema caotico (nel senso tecnico del termine) il che vuol dire che anche piccoli cambiamenti delle variabili critiche possono produrre imprevedibili cambiamenti epocali. D'altra parte non abbiamo altra strada: può darsi che si vada incontro ad una crisi devastante per la società umana globale, ma può darsi anche che una serie pesante di crisi non finali riescano a svolgere una funzione pedagogica. Ai posteri l'ardua sentenza.

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    1. Ben ritrovato Prof. Tartaglia. Sono d'accordo con lei: la situazione è disperata, ma non sappiamo cosa può succedere innescando delle retroazioni negative. Se i processi esponenziali funzionano anche al contrario, potremmo sperimentare cambiamenti culturali molto rapidi. Inoltre, anche nel caso fossimo già condannati, fare qualcosa nella giusta direzione serve a stare meglio. Come dice giustamente lei, non è il caso di istigare comportamenti nichilisti, anche perché se tutti ci dessimo alla pazza gioia non sarebbe gioia vera, ma virtuale e consumistica. Viceversa, riconnettersi con gli altri e trovare diversi e più profondi livelli di comunicazione e relazione ci potrebbero far vivere quello che resta in modo molto più appagante. Se poi la cosa ci salva anche, tanto meglio.

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    2. Grazie del commento. In effetti il nichilismo è una tentazione molto forte in tempi come questi. Io credo che un minimo di autoironia sia un buon (anche se parziale) antidoto. Per questo ho voluto chiosare con un corvo.
      La linea di condotta a cui mi attengo personalmente è fare tutto il possibile per ridurre al minimo possibile il proprio impatto sul Pianeta. Se sarà utile alla Biosfera meglio, ma non è essenziale.
      Come strategia collettiva, credo che dovremmo smettere di preoccuparci di salvaguardare un minimo di benessere per noi e preoccuparci di "paracadutare" ai nostri discendenti (che ci saranno, anche se forse non molto numerosi) il più possibile dell'immensa mole di cultura che la nostra società ha saputo recuperare e raccogliere. E soprattutto il più possibile della Biosfera. La Vita può riservare molte sorprese.

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    3. Io penso che alla crisi attuale ed al collasso non ci sia scampo ed una buona percentuale degli italiani ci lascerà le penne.
      Ma questo non significa darsi alla pazza gioria ed infischiarsene dei propri figli!
      Questo per me implica il dover impegnarsi per ridurre il più possibile il numero di vittime e gli anni necessari per trovare un nuovo equilibrio sociale.

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    4. Scegliere, invece che sperare.
      Perchè scegliere implica conoscere e quindi agire.
      Dopo aver agito allora si può sperare che si avveri il destino scelto.
      Se molti scegliessero invece che pochi, i quali scelgono per gli altri, il cambiamento apparirebbe istantaneo, come il flusso di fotoni coordinati di un lampo di luce laser.
      Saranno sempre pochi che indurranno molti a scegliere, ma alla fine questo non ha molta importanza.
      Se scegliamo, a maggior gloria umana, i discendenti festeggeranno cantando sulle nostre lapidi.
      Già possiamo vederli, che siamo ancora vivi. E potremmo anche se non lo saremo più.

      Marco Sclarandis

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  6. Per come la vedo io, il 'si salvi chi può e ognun per sè' sarà la filosofia generale che regnerà all'inizio dell'inasprimento del collasso globale. Almeno nei centri urbani medio piccoli e nelle metropoli e megalopoli. Varie comunità autosufficienti e e ferocemente difese si formeranno ovunque in seguito, man mano che le infrastrutture sociali e di governo crolleranno.
    Tra 5-15 anni la mia unica figlia, oggi 12enne, sarà una giovane donna in un mondo che crolla e io sufficientemente in salute da trovarmici in mezzo, coi miei 51 anni odierni.
    Pensieri che mi fanno vedere con 'ottimismo' il futuro :-( .

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    1. Queste Comunita chiuse ferocemente difese (o aggressive) già ci sono: quelle ricche si chiamano "gated communities" (futuri castelli e "Burg") Quelle povere "Bande di strada" e "Branchi".

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    2. Vero. Furono il tempo ed il sopravvivere insieme alle calamità che trasformarono un'accozzaglia di fuggiaschi, briganti, latifondisti e frati un una nuova civiltà. Ci vollero alcuni secoli.
      Non credo che la storia si ripeta mai nei dettagli, ma che siano invece costanti le leggi fondamentali che determinano cosa è possibile e cosa no. Nel campo del possibile, possiamo scegliere.

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  7. OT: ho letto questo articolo http://uk.businessinsider.com/china-wants-to-build-a-solar-power-plant-in-space-2015-4?r=US

    domanda da persona abbastanza ignorante in materia, come faranno a trasferire l'energia presa nello spazio? cavo (è possibile?) laser (e il calore prodotto?)

    scusate ma non so con chi parlarne

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    1. So che è una vecchia idea che circola fin dalla fine degli anni '60, ma non ho la minima idea di come tecnicamente si potrebbe fare. Non credo comunque che lo sia nella realtà. Di fatto, al di la delle smargiassate, tutti stanno tagliando i loro programmi spaziali per ragioni economiche. C'era un articolo in proposito proprio su questo blog qualche tempo fa.

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    2. http://ugobardi.blogspot.it/2015/02/lultima-astronauta-il-ciclo-del-volo.html

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    3. Non era una cattiva idea quando fu proposta, negli anni '70. A quel tempo, i pannelli solari costavano molto cari ed era sensato ottimizzarne il rendimento, anche forse portandoli nello spazio. Ora che costano così poco, non ne vale più la pena. Conviene pannellare a terra; la resa minore si può compensare con una maggiore superficie. Nel futuro (abbastanza remoto) penseremo a mandare i pannelli nello spazio, ma finché non abbiamo esaurito i 9 milioni di chilometri quadrati del deserto del Sahara, non conviene.

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    4. Incidentalmente; nei progetti degli anni '70 l'energia sarebbe stata trasmessa via microonde. L'efficienza dovrebbe esssere molto buona, ma mi immagino gli strilli degli ambientalisti che già sono terrorizzati da Haarp, figuriamoci da un terawatt di potenza trasmessa!!!

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    5. Domanda: a proposito di haarp. Leggevo che potrebbe essere uno strumento x fare "bruciare" il metano in atmosfera stimolando con radionde la combinazione di metano e ossigeno (o producendo artificialmente ossidrile). Uno strumento di geoengineering quindi. E' possibile?

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    6. Piccole leggende urbane crescono. Anche se Haarp potesse fare una cosa del genere (il che mi sembra improbabile), non avrebbe senso farlo. I batteri naturali ci pensano già loro a ossidare il metano a CO2.

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    7. Solo nella colonna d'acqua o nel terreno... in atmosfera che mi risulta c'è solo l'ione ossidrile che lo degrada

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    8. Vero. In alta atmosfera ci pensa lo ione ossidrile. Ma anche questo rende Haarp poco utile, anche se potesse contribuire. E comunque questi geoingegneri stanno facendo un pessimo lavoro, dato che la concentrazione di metano sta aumentando alla grande.

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    9. Difficile fermare una valanga una volta che si mette in moto...

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  8. Un'altra di quelle trovate che complicano più di quanto potrebbero risolvere.
    (se ne parlava gìa negli anni '70 e la trasmissione avrebbe adoperato le microonde.)
    Hai presente la storia dello Shuttle?
    Doveva funzionare come un autobus con partenze settimanali.In trent'anni circa 120 missioni, invece, e due catastrofiche.
    Solita hibris tecnologica.

    Marco Sclarandis.

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  9. Anche negli Stati uniti periodicamente viene fuori sta storia.. un po assurda. Si è ipotizzato di trasferire con microonde o laser ma senza aarivare molto distante e con basse efficienza. Senza contare il costo enorme per mettere in orbita i pannelli. Molto meglio sarebbe mettere qualche pannello in più sulla terra.
    Sospetto che il vero obiettivo sia militare: alimentazione di sistemi antimissile e antisatellite in orbita e/o alimentazione con microonde di droni/missili da crociera in territorio nemico

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  10. alla fine poi dubbi mi assalgono ogni volta che faccio il 'virtuoso'..
    mi conviene ricaricare le batterie dello scooter elettrico col pannellaccio solare?..e i miei 30 euro mensili di benzina servono a rendere il mondo un posto migliore se il mio vicino (col SUV) 30 euro li finisce in un paio di sgassate? e fare la spesa a piedi..perché?
    alla fine, noi bellini dell'ecologia..non siamo poi coloro che questo sistema lo preservano per la distruzione altrui..o peggio per prolungarne l'agonia?
    un caro saluto.
    stefano.

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    1. Jevons aleggia minaccioso.......

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    2. questo breve scambio di battute è da incorniciare!
      grande prof e grande (mannaggia a lui) Jevons

      ps: bene anche te Stefano

      L. (ma non l'altro L.)

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    3. Jevons, forse, non avrebbe mai immaginato una dissipazione così grande dell'energia ..però quel paradosso è davvero attuale e rappresentativo dei nostri tempi..
      un grazie a te e al prof. per l'impegno divulgativo e nel tenerre vivo anche con osservazioni/interventi questo bel blog.

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    4. Malthus e Jevons, due che avevano capito un sacco di cose molto per tempo e senza computers, solo materia grigia e tanto tempo per riflettere.

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  11. Con buona pace del paradosso di Jevons, io spero che la tecnologia Kitegen di Ippolito possa cominciare ad essere commercializzata quanto prima, la macchina pre-commerciale di tipo "stem" sta per essere ultimata. Quando passeranno al "carousel" le potenze saranno nell'ordine delle decine di Gw, non Mw.

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  12. Suggerisco il libro "IL SISTEMA TECNICO" di Jacques Ellul , 400 pagine per dimostrare l'assurdita del nostro mondo "tecnologico" , scritto nel 1977 ma attualissimo (più che mai). Un libro che ha davvero previsto il futuro. IPhone compresi.

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  13. The Collapse of Complex Societies (J. Tainter 1988),
    Thermodymnamique de l’évolution ( F. Roddier 2012)

    E' veramente un peccato che questi due libri non siano tradotti per chi gia' considera l'italiano una seconda lingua dopo il dialetto locale ;)

    Un modesto parere, ulteriore: alla radice del problema della complessita', c'e' il problema della crescita obbligata e forzata, che un sistema economico come il nostro, fondato sul debito, non puo' che stimolare/provocare. I governi, le banche, quando forniscono mezzi di credito, siano pure normali banconote regalate a qualcuno in cambio di nulla, creano credito da una parte e, automaticamente, simmetrico debito dall'altra: chi si viene disgraziatamente a trovare in possesso di quest'ultimo e' costretto a correre come una trottola per ripagarlo, dato che il detentore del credito fara' di tutto per mantenerne il valore. Cio' accade con la semplice produzione di titoli di credito a "corso forzoso", come e' la nostra moneta.

    Probabilmente e' anche per questo, oltre che per la disponibilita' di energia a basso prezzo, che i "trenta anni ruggenti" del secondo dopoguerra hanno prodotto tanta "crescita". Senza l'energia sicuramente non ci sarebbe stata la crescita, ma senza la montagna di debito/credito che le nuove teorie economiche hanno sapientemente dosato, forse neppure.

    Vi invito come sempre ad approfondire il fatto che la "teoria dei ritorni decrescenti" si chiama "marginalismo" (vedere wikipedia per un succinto sommario), in altri tempi la conosceva col suo nome anche uno studente di ragioneria del secondo anno, e' stata sviluppata dagli anni '70 dell'800, e si occupa proprio dell'allocazione ottimale delle risorse a scanso di crescite fasulle (bolle) destinate al crack, nonche' del problema, collegato, della soggettivita' dell'attribuzione del valore (le cose che hanno un valore non lo hanno in se stesse, lo hanno in funzione della nostra assegnazione, cosa lampante a guardare alla massa esorbitante di oggetti inutili a noi ma utili solo alla loro stessa riproduzione, che ci circondano, e di cui non riusciamo a liberarci, anzi, dato che i loro produttori devono pur lavorare - "la repubblica italiana e' fondata sul lavoro", concetto che risale alla rivoluzione borghese, il lavoro come valore in se'... altro tema tutt'altro che banale e scontato....

    Secondo quanto cercate di esprimere in questi blog, tutto sommato, quella che stiamo vivendo, in linguaggio economico, e' una gigantesca "bolla" planetaria.

    Grazie per l'eventuale l'attenzione.

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    1. Direi che hai centrato il punto perfettamente: viviamo una gigantesca "bolla di bolle", ma secondo me non data dai "ruggenti 30", bensì degli anni '80. E' li che il debito ha cominciato ad esplodere e la moneta è diventata debito. Penso che sia stato un sistema escogitato per rendere la crescita inevitabile. Solo che, da buoni economisti, non hanno pensato e tuttora non pensano che ci siano tre ordini di limiti ineluttabili alla crescita. Il risultato è quello odierno in cui l'unica cosa che continua a crescere è proprio il debito, mentre tutto il resto stagna o diminuisce.
      Quanto al "marginalismo", lo ho trovato spesso citato degli economisti come "When to stop law" ed è sui manuali del primo anno. Il problema è che, secondo le scuole economiche dominanti, si applica solo a livello aziendale e non a livello macroeconomico. Sempre perché si parte dal presupposto che esistano solo il capitale, il lavoro e la tecnologia; tutto il resto pare che siano fantasie di jettatori e e sfigati.

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    2. "bensì degli anni '80"

      mmh, la stagflazione, sintomo del fatto che l'iniezione di nuovo credito/debito nell'economia non riesce piu' a far girare il criceto nella ruota come prima, inizia con la fine degli anni '60, prima della crisi del petrolio. Il debito esplode perche' il valore non cresce piu' come prima in risposta all'iniezione di debito/credito (e vorrei vedere...). Negli anni '60, completata la ricostruzione del dopoguerra, comincia l'economia della fuffa, quella del consumare per produrre, nella cui scia forse si puo' interpretare il periodo della contestazione (il sacrificio dell'organizzazione da caserma nella produzione, scuola compresa, si puo' fare per le necessita' primarie, non per la fuffa).


      "presupposto che esistano solo il capitale, il lavoro e la tecnologia"

      Il problema e' che l'economia, come tutte le "non scienze" sociali, a seconda di cosa e come lo postula, crea un contesto che modifica eccome la percezione del valore, l'organizzazione sociale e in ultima analisi il mondo fisico. Siamo in attesa di qualcuno che riesca a ricomporre i pezzi del puzzle in modo da dare un qualche senso accettabile al nuovo quadro, figlio dei quadri precedenti, in modo che sia non solo possibile ma, appunto, sperabilmente accettabile viverci: l'impressione e' che i pezzi ci siano, di cui qualcuno forse esposto sopra. A me personalmente piacerebbe che il concetto marginalistico della soggettivita' del valore e quindi della auto-organizzazione del sistema complesso in modalita' down>top, ci fosse.

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  14. Great post and great discussion in the comments. But my own opinion is that unless "who should do what on Monday morning" -either because they choose to do it or because some circumstances or other will compel "them" (the various "nodes" and networks and their multi-dimensional elements) to do so, nothing will change. Or at least not the overall basic trajectory. And who is going to tell who what to do on Monday morning... and will anyone be listening?

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  15. Se non ricordo male, qlcs. di affine al "succo" dell'approfondito post stava al centro del vecchio (1971) best-seller 'Medioevo prossimo venturo' di R.Vacca, brillante ingegnere-matematico-scrittore peraltro non ascrivibile alla categoria degli "apocalittici"...

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