Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


lunedì 6 aprile 2015

La ricerca del capro espiatorio

Dalla pagina FB di Bodhi Paul Chefurka. Traduzione di MR

L'antropologo Ernest Becker (1924-1974) fornisce un punto di vista molto interessante sulle questioni di moralità e comportamento umano nel suo libro postumo “Fuga dal Male”. Becker ha usato un contesto psicoanalitico basato sul lavoro di Otto Rank e Norman O. Brown ed ha concluso che gli uomini fanno del male a causa delle, non nonostante le, buone intenzioni. La breve presentazione è una cosa del genere:

"Gli esseri umani sono i soli animali consapevoli della propria morte. Ciò è terrificante per noi e, per ridurre l'ansia, facciamo tutto ciò che possiamo per garantire la nostra sopravvivenza, come individui o come gruppi sociali in cui proiettiamo la nostra individualità collettiva. Questo impulso a trascendere la nostra morte, di cui abbiamo preso consapevolezza, ci porta a compiere atti eroici costruttivi nel tentativo di raggiungere un qualche tipo di immortalità. Ci porta anche a proiettare qualsiasi rischio percepito per la nostra sopravvivenza verso l'esterno, su altri gruppi o individui. Questi comportamenti di ricerca di un capro espiatorio e di sacrificio hanno l'intento inconscio di purificare l'ambiente fisico e psicologico in cui viviamo.  

Gli esempi di atti eroici costruttivi abbondano – la civiltà stessa ricade in questa categoria. Esempi recenti di ricerca del capro espiatorio comprendono i neri, gli ebrei, i musulmani e gli atei, la CIA, i socialisti, i capitalistivirtualmente ogni gruppo identificabile ha funto da capro espiatorio per qualche altro gruppo. Gli esempi indigeni di sacrificio includono il sacrificio umano rituale, i festeggiamenti ritualizzati, l'etica del “niente prigionieri” in combattimento e il Potlatch (sacrificio di cibo e beni)". 

Becker traccia questo effetto psicologico attraverso la storia e vede il suo zampino nella cultura militarista e del consumismo usa e getta così come nelle culture indigene. Mi attengo ancora al mio punto di vista per cui le origini della moralità, specialmente nelle sue specificità, si possono trovare nelle storie regionali e negli ambienti biofisici locali. Le scelte morali che la collettività allargata ritiene permissibili sembrano essere limitate da coloro che promuovono i sistemi di credenze eroiche che sconfiggono la morte come descritto da Becker. Questo dominio limitato del moralmente permissibile è intrecciato con la serie limitata di scelte orientate alla crescita che sono permissibili nei domini economico e sociale. I due sembrano sostenersi a vicenda. Tali scelte eroiche, morali ed economiche sembrano richiedere l'esistenza di un surplus di risorse nell'ambiente naturale come punto di partenza. La ricerca pubblicata nel 2003 da Dwight Read e Steven LeBlanc osserva che sia conflitto che crescita nelle società ad alta crescita sono bassi quando ci sono poche risorse disponibili, come affermato nella seguente citazione:

“I gruppi di cacciatori_raccoglitori che vivono in aree a bassa densità di risorse è più probabile che mostrino una stabilità demografica a lungo termine e più alta è la densità di risorse, più è probabile il verificarsi di conflitti fra gruppi o di limiti alla crescita malthusiani come malattie e fame”. 

Suggerirei anche che gli ambienti a basse risorse sono un fattore primario nello sviluppo di vari codici morali che riducono la crescita ed onorano la Terra. Ciò spiega la progressiva perdita di questo aspetto della nostra moralità man mano che il nostro accesso alle risorse della Terra è aumentato. Sfortunatamente, le conclusioni di Becker mi lasciano ancora più convinto che l'inizio dei limiti delle risorse globali si dimostrerà psicologicamente dannoso su una scala molto ampia, in quanto diventa impossibile negare la morte imminente del nostro gruppo di appartenenza primario, l'Homo Sapiens. Questa consapevolezza porterà probabilmente ad un'orgia di capri espiatori e le prime avvisaglie di quest'onda sono già visibili. Vedremo probabilmente un'orgia parallela di consumo sacrificale, identico nell'origine psicologica ma molto più ampio, su scala fisica, delle iconiche teste di pietra dell'Isola di Pasqua.

https://www.academia.edu/819616/Population_growth_carrying_capacity_and_conflict

8 commenti:

  1. Interessante, non facilissimo da comprendere, e molto pessimista. L'autore individua la formazione delle scelte morali nella scarsità di risorse locali che conterrebbe le scelte "eroiche" di superamento dell'idea della moerte. La possibilità di accedere a ingenti risorse date dagli sviluppi tecnologici farebbe scappare tutti i buoi, individuamdo un gradiente che porta al depotenziamento delle scelte morali che l'autore collega all'adattamento delle comunità alla scarsità delle risorse e dando fiato e forza agli afflati di grandeur costruttiva. Peró é pessimista sul fenomeno contrario: al sopraggiungere di una nuova età della scarsità, l'abbrivio dell'età eroica non sarà arrestabile e amplificherà gli effetti di attribuizione di tutte le responsabilità sui gruppi coi non si riconosce la propria appartenenza. Speriamo si sbagli. Saluti

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    1. Mi sembra una buona sintesi. Credo che quello che intende Chefurka sia che l'inerzia del 'mindset' emerso finora è talmente grande da portare alla negazione dell'evidenza e alla 'caccia alle streghe', identificando in altri le responsabilità degli avvenimenti in corso. Insomma, nulla di particolarmente nuovo, al massimo conferme. Non credo che Chefurka sia un pessimista, credo anzi che, un po' come percepisco anche io le cose, non prenda nemmeno in considerazione la dicotomia pessimista-ottimista: è un meme che serve solo a nasconderci di fronte alla realtà. Si può riconoscere la realtà e mantenere una sorta di 'speranza' (anche se non nel senso comunemente inteso) che una qualche retroazione possa invertire i processi in corso. Ma questo comporta anche un impegno personale, non solo un semplice "speriamo che tutto si sistemi".

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  2. Un poco datato e figlio dei suoi tempi il pensiero del Becker. Intanto non è solo l'uomo l'unico essere ad avere consapevolezza della morte. Quasi certamente un cane non è allo steso livello, ma posso assicurare che la distanza non è abissale. Altri animali poi ce l'hanno sicuramente inferiore, basti pensare ad un tacchino a metà ottobre.
    Ambienti con poche risorse richiedono capacità di adattamento e resilienza notevoli. Questo rinsalda lo spirito di gruppo e nel caso dell'uomo, essere dotato di mirabili reti neurali, gli permette di elaborate complesse regole sociali (reali e astratte) atte a fronteggiare difficoltà talvolta impreviste.
    Quando le avversità diminuiscono e contemporaneamente si ha maggiore disponibilità di risorse, si ha come primo risultato un incremento demografico e la comparsa dele prime rivalità ed egoismi. La complessità sociale e le leggi che la governano subiscono anch'esse un uguale potenziamento per adeguarsi alla mutata realtà. Intanto la tensione aumenta e tende al punto di rottura. Siamo così arrivati ai giorni nostri.

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  3. A mio parere poco convincente. Troppe parole e concetti -più che altro da vari rami della psicologia- mal definiti ed interpretabili in diversi modi e legati insieme o portati a delle conclusioni con una logica non sempre chiara e con prove empiriche storiche anche quelle interpretabili in diversi modi. Un discorso ed un analisi che secondo me lasciano il tempo che trovano e non ci possono servire da guida intellettuale quantomeno pratica. Ma senz'altro un'altra ennesima speculazione "interessante" sulla quale ci si può intrattenere e pensare come tante altre. Se fra due mesi ci / mi rimangono ancora in mente alcuni concetti o conclusioni allora magari l'analisi e più valida di quanto mi sembra adesso.

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  4. Le tesi espresse nell'articolo contengono alcuni elementi di sicuro interesse, anche se non (mi) sembrano pienamente convincenti... Comunque sia, forse vale la pena di ricordare che anche il pensiero antropologico-religioso di R.Girard ruota in particolare attorno all'analisi della (pericolosa) pratica del 'capro espiatorio'...

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  5. in psicologia "sindrome del capro espiatorio". E' vecchia quanto l'uomo e Gesù stesso ne fu vittima per parola del capo del sinedrio Caifa, che affermò che era meglio morisse uno solo, che perisse tutta la nazione. Ovviamente dietro si nascondono le solite aberrazioni dell'animo umano: odio, paura, interesse di parte, che pare non verranno mai superate se non da pochi eletti, spiriti superiori non in grazia dei loro più numerosi neuroni, ma per grazia ricevuta dopo aver intrapreso un cammino di conversione e superamento delle aberrazioni di sopra e di tutte le altre di cui siamo capaci noi esserucoli umani. Nella Sacra Bibbia, specie nel Nuovo Testamento compaiono interessanti elechi di esse, di cui consiglio la lettura e la meditazione.

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  6. Non so se la questione della "ricerca di un capro espiatorio" così come esposta nell'articolo sia corretta. Tuttavia mi pare indubbio che il genere umano abbia un'insana tendenza, dinnanzi a problemi seri, a cercare qualcuno o qualcosa a cui attribuire la colpa, piuttosto che comprendere "neutralmente" i fatti per poterli semplicemente "correggere". Credo che l'ossessione per la colpa anziché per la soluzione dei problemi cieli un atteggiamento di profonda insicurezza e di sfiducia nel genere umano e nelle sue potenzialità. Al di là delle tante parole auto-celebrative a cui il genere umano sembra affezionato, percepisco un profondo rancore di massa verso la presunta natura malvagia dell'essere umano. Il fatto che tale supposta natura sadica/egoistica non sia emersa in modo chiaro ed evidente da una poderosa e lunghissima serie di studi scientifici (a differenza di quanto accaduto per gli aspetti empatici), mi fa pensare che possa esistere un vero e proprio bias cognitivo che ci fa sottostimare sistematicamente le evidenti abilità sociali del genere umano. Intendiamoci, non sto sostenendo che l'essere umano sia intrinsecamente buono, piuttosto che sia intrinsecamente "sociale", con tutte le conseguenze (sia positive sia negative) che ciò comporta. Comprendere ed accettare la nostra natura di “animali sociali” credo ci possa aiutare molto a limitare la nostra ossessione per futili ricerche dell’attribuzione di colpe e credo ci possa aiutare anche a espandere enormemente le nostre abilità collaborative, senza però incappare in situazioni “sgradevoli” come quelle evidenziate dal regime nazista e da tanti altri tristi episodi storici. C’è solo un problema con questa mia visione: è antitetica al BAU, poiché paure, insicurezze e fobie sono enormemente più funzionali alle vendite, al consumo e in definitiva ai profitti di quanto non lo siano la felicità, la serenità ed una sana convivenza. Viviamo in un contesto economico che necessita della nostra insoddisfazione cronica, che ci vuole perennemente impauriti e sostanzialmente irrazionali. Non perché sia malvagio. Solo perché ciò avvantaggia il suo “metabolismo”, la sua stessa esistenza, almeno fino a quando la protezione di sé stesso non comporterà la nostra morte o rivolta, dato che qualsiasi sistema economico (funzionale o disfunzionale che sia) è alla base composto da… noi.

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    1. Siamo animali sociali, lo credo anche io.
      E' naturale che l'essere umano si associ naturalmente in gruppi poco numerosi, non più di cento esseri umani.
      Gruppi umani di dimensioni maggiori sono innaturali, complessi e non funzionano bene.
      .----
      Siamo ormai molto vicini all'autodistruzione.
      Credo che dobbiamo darci alcune regole.
      Una di queste sarebbe :
      “Ogni gruppo umano sia autosufficiente e composto di non più di cento esseri umani”.
      .----
      Credo che il numero ideale sia 40.
      E che vi debbano essere scambi genetici fra i vari gruppi.
      Non è una idea mia così per caso, è che le società umane che vivono nella natura sono fatte così, e qualunque altro tipo di società umana non funziona in modo ecosostenibile.
      E senza ecosostenibilità la Vita sul pianeta Terra sarà estinta.

      Gianni Tiziano

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