Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


sabato 11 aprile 2015

Dobbiamo farla finita con questa assurdità del “effetto sgocciolamento” una volta per tutte

Da “The Guardian”. Traduzione di MR

La mercificazione delle nostre vite sta creando una società povera di tempo che danneggia la nostra felicità e il nostro pianeta e alla fine danneggerà anche la nostra economia


‘Storicamente, la crescita e la disuguaglianza sono state partner di una danza macabra di reciproca legittimazione'. Foto: Jorge Royan/Alamy 

Quali sono i mattoni di una politica post crescita? E come possiamo arrivarci da qui? Una parte cruciale della risposta è che ci serve una profonda riformulazione delle domande centrali della politica. In primo luogo, dovremmo parlare di meno di economia come macchina per produrre più beni (molti dei quali risultano essere dei 'mali'). Dovremmo parlare di più dello scopo di un'economia: soddisfare bisogni, creare una società migliore e migliorare la nostra qualità di vita. Una volta fatto questo, vediamo che la crescita continua può essere controproducente, così come impossibile in un sistema finito come il pianeta in cui viviamo.



Il paradosso della felicità

La crescita non funziona. Secondo l'Ufficio Nazionale di Statistica. Il PIL è cresciuto di un fattore di 5 dal 1955, ma non siamo 5 volte più contenti. Infatti, gli economisti David Blanchflower e Andrew Oswald hanno mostrato che in un periodo di prosperità senza precedenti dai primi anni 70 ai tardi anni 90, i livelli rilevati di felicità sono scesi negli Stati Uniti e sono stati stabili nel Regno Unito. Questo mette a fuoco i problemi che sono realmente importanti, come l'uguaglianza. Come hanno mostrato Richard Wilkinson e Kate Pickett, i livelli di uguaglianza sono indicatori molto migliori della salute di una società della ricchezza media o complessiva. Virtualmente su tutti gli indicatori - salute mentale, gravidanze adolescenziali, abuso di droghe, benessere dei bambini, grandi popolazioni carcerarie, senso della comunità, sostenibilità ambientale – le società più eque fanno meglio. Ciò vale per il meglio così come per il peggio. Riconoscere questo ci aiuterebbe a costruire un senso di sazietà, di sufficienza, e a generare una fine alla cultura materialistica del più. Da questo punto di vista, una vita migliore è una vita costruita su un vero rispetto per la natura. Il concetto degli indios dell'America Latina del buen vivir è un buon punto di partenza.

La danza macabra fra crescita e disuguaglianza

La chiave di questa riformulazione trasformativa è l'idea della condivisione. Storicamente, crescita e disuguaglianza sono state partner in una danza macabra di legittimazione reciproca. La disuguaglianza è vista come necessaria alla crescita (se le persone sono uguali, perché qualcuno dovrebbe scomodarsi ad andare avanti?) e la crescita viene usata per far tacere le voci che chiedono più uguaglianza facendo la promessa di una torta ancora più grande, da cui alcune briciole sicuramente troveranno la strada per arrivare alle bocche dei meno fortunati. Dobbiamo farla finita con questa assurdità del “effetto sgocciolamento" una volta per tutte. Nel mondo riformulato, il buon senso diventerà “senso del bene comune”. Il concetto dei beni comuni si trova oltre i limiti della crescita. La ricerca di nuove frontiere infinite da trasformare in risorse e beni, la ricerca di profitto speculativo, la ricerca di accumulo – tutto può essere ritrasformato da un ritorno alla vita sui e fra i beni comuni. I beni comuni sono la nuova cornice che potrebbe tornare a ravvivare il pubblico e il sociale. La sfera pubblica è dove i membri di una società imparano cosa sia una risorsa comune e come averne cura. E' dove le persone sviluppano abitudini con contrattuali. Imparano come affrontare i free rider senza cadere nella trappola di credere che la sola soluzione sia la “incentivazione” privatizzata – che peggiora soltanto il problema. Iniziative di finanza privata, contratti individuali di apprendistato, vendita di case popolari, bilanci delle biblioteche in diminuzione, tutto punta dal pubblico al privato, che è proprio la direzione sbagliata.

Verso una politica post crescita

Dovremmo anche scavare molto di più nella politica della vita personale e sociale – cosa può fare il mondo politico per migliorare le relazioni familiari, far crescere le comunità e l'amicizia e anche per affrontare la libertà e i valori personali? E' qui che l'agenda dei valori di Tom Cromptone e dei suoi colleghi della Causa Comune (pdf) è assolutamente giusta. E' anche dove dovremmo parlare ancora una volta di alcune delle idee che sono emerse dal femminismo degli anni 70 e 80: l'agenda “il personale è politico”. Prendiamoci più tempo libero dal lavoro, più soddisfazione nel suo svolgimento e incoraggiamo questi spazi in cui i valori personali e sociali si intersecano. Poi possiamo infine muoverci verso una società del tempo libero in cui la distinzione fra occupazione e lavoro sia stata spezzata. I verdi dovrebbero diffidare dal mettere tutte le loro uova nel paniere col nome “posti di lavoro”; l'occupazione dev'essere ripartita, gran parte di noi deve lavorare di meno e in ambienti meno alienanti. Poi possiamo cominciare a vivere di più, in modi che non hanno bisogno di essere mercificati o progettati per essere comprati da gente a corto di tempo incapace di coltivare il proprio cibo o di condividere una vita collettiva. Poi, e solo poi, vivremo in un mondo post crescita di buon senso in cui abbiamo più spazio per la nostra terra verde e piacevole, per pensare, camminare ed esserci.










15 commenti:

  1. Esattamente,ma questo non accadrà mai,aihnoi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. non accadrà mai perché non è possibile decrescere drasticamente (come nella pratica succederebbe seguendo pedissequamente i principi esposti in questo post) a livello mondiale con più di 7 miliardi di persone, se si decresce velocemente è una strage globale. la decrescita felice non esiste, potrebbe esserci una decrescita molto lenta e controllata 'meno infelice', un po' come voler fermare un grosso treno in corsa, se si facesse quello che che viene proposto dai 'decrescenti felici' sarebbe come fermare il treno facendogli fare un frontale con una montagna. certo è assurdo continuare a parlare di crescita quando non ci sono le condizioni oggettive per poterlo fare, ma pensare seriamente di risolvere i problemi in modo drastico è altrettanto demenziale e utopistico. ma probabilmente questo post è più teorico che pratico, per fortuna.
      per quanto mi riguarda sono sempre stato attratto dall'anarchia e ormai vivo già da molto senza prendere in considerazione le istituzioni, avrei preferito arrivare in una condizione di anarchia con una situazione generale migliore di questa, ma purtroppo le persone di solito tendono a prendersi le responsabilità personali solo quando sono con le spalle al muro, col risultato si non essere pronti a farlo. detto in parole povere: basta vedere i risultati patetici dei movimenti di massa dei cittadini cosiddetti 'indignati' per rendersi conto che si tratta di persone che per anni sono rimaste lontane da qualsiasi interesse per la politica seguendo in modo molto passivo e qualunquista il proprio partito di appartenenza 'genetica' tradizionale, delegando qualsiasi decisione a personaggi mediocri nei quali (da mediocri) si identificavano. poi negli ultimi anni improvvisamente sono caduti dal pero e magari seguono il primo stronzo-guru che è in grado di infiammare le piazze (ogni riferimento al m5s è puramente voluto e ho paura che questo blog sia una versione elitaria e non decerebrata di quell'area politica:)). altri, i più fortunati o i più rassegnati votano pd o fi. i casi disperati vanno agli estremi perché hanno bisogno di un'identità collettiva (patria/dio, umanità/specie umana/animale, a volte addirittura gaia/madre terra) che sostituisca la loro mancanza di identità individuale.

      Elimina
    2. > se si decresce velocemente è una strage globale

      Allora, se vogliamo essere cinici e farlo fino in fondo, c'e' sicuramente una cosa che portera' ad una crisi piu' grave e irreversibile e' la crescita. E si arrivera' ad essa proprio perche' non solo non si e', negli anni 70, realizzata un piano di decrescita demografica ma il natalismo e il crescitismo si sono autoalimentati.
      Insomma, sarebbe come dire che per uno che ha una grave malattia, ad esempio da denutrizione, lo scorbuto o la pellagra, che la colpa sia di una dose finale, anche piccola di cibo quando Tizio schiatta per sovraccarico del sistema digestivo ormai atrofizzato.


      > la decrescita felice non esiste
      Allora, io vivo per quanto non cosi' radicale una bella devcrescita, felice per molti tratti.
      Poi 'sta fanfaluca della felicita' perenne e' ovviamente una sciocchezza.
      Conosco altre persone che frequento che vivono una decrescita diciamo del del ben vivere.
      La cosa che e' insopportabile, per molti, sono esempi reali che la decrescita presenta.
      Allora la si nega in toto.
      Non si osservano i disastrii della distopa crescitista, tumorale ma si va a porre l'attenzione sulla pagliuzza della decrescita, dicendo magari che non esiste.
      E' un meccanismo di transfer: c'e' un problema, fuggo dalle cause e incolpo il fantasma, e lapido il "decrescito espiatorio".

      > 'decrescenti felici' sarebbe come fermare il treno facendogli fare un frontale con una montagna
      Ovviamente questo e' falso letteralmente e anche metaforicamente non funziona.
      Visto che la crescita pone sempre l'accento sull'aumento della velocita' del treno economico e demografico, ignorando che ill binario, poco piu' in la', finisce.
      Il principio della decrescita e'quello di programmare il treno proprio perche' si funzioni, rallenti o si fermi prima invertendo la marcia senza schiantarsi.

      Il problema e' la mancanza di identita' individuale? o di un ethos, di un'etica collettiva?
      Molti lettori qui dentro sottolineano che e' proprio la distruzione dello spirito comunitario, della atomizzazione individualistica una delle cause della crisi e del suo aggravamento.

      Elimina
  2. Penso che la strategia corretta sia quella di far interagire insieme decrescita felice e studio dei rendimenti decrescenti. La prima ha delle sue ragioni a prescindere dai limiti del pianeta - potrebbe valere la pena di adottare uno stile di vita improntato alla decrescita felice anche se le risorse fossero inesauribili e gli inquinanti si trasformassero rapidamente in pan di zucchero; lo studio dei rendimenti decrescenti è importante per non confondere il mondo reale con delle chimere; serve anche per tenere più con i piedi per terra i sostenitori della decrescita, mentre questi sarebbero un ottimo antidoto a tutte quelle persone - e penso a molto commentatori di questo sito (NON REDATTORI) - che qualsiasi cosa si propone tirano fuori l'ineluttabile atavica ingordigia distruttiva del genere umano, la necessità di stalinismi ecologici ecc.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. > l'ineluttabile atavica ingordigia distruttiva del genere umano

      Insomma, si indica la luna e ce la si prende col dito.
      Ci sono innumerevoli studi che dimostrano che la concentrazione delle ricchezze non solo funziona benissimo (sempre meno teralionari sempre piu' ricchi, ad esempio) ma che l'ingordigia e' lo spirito che permea la piramide sociale e la anima ricorsivamente, strato per strato.

      Da una parte abbiamo le teorie folli che negano i limiti o li ignorano, dall'altra postulano elegie ugualitarie e morali che non funzionano e che creano distopie a corto e medio termine peggiori dello stesso capitalismo.

      Stalinismi ecologici? Di cosa stiamo parlando? Di fantasmi?
      Io osservo l'adulterazione democratico demagogica o demagicodemocratica oppiacea dei vari tecnoteismi, comunismi, crescitismi, diritttismi, debitismi, consumismi, panmixismi, servizismi, progressismi, buonismi, liberismi, privatizzazionismi, multinculturalismi, etc che si affiancano ai religiosismi tradizionali, che stanno conducendo al collasso globale, all'ecocidio che caratterizzera', per definizione, l'antropocene.

      Tutti questi oppiacei vengono spacciati alle masse (speculativamente dai vari spacciatori ideologici che di questo campano) proprio per distrarli dall'esistenza dei limiti e dai doveri, dai limiti al vivere personale.
      Vuoi vivere ad un tot livello? Devi avere zero o un figlio?
      Invece si spaccia, col dirittismo, la fola della botte piena e della moglie ubriaca, come Capanna che vaneggia del diritto di tutti ad avere una pensione di 5000k€ al mese.
      Siamo alla follia.

      La cosa che fa massimamente infuriare i vari apologeti degli ismi e' la metafora, assolutamente precisa, stringente, della torta.
      Aumentano le fette, diminuisce il numero.
      Aumenta il numero, deve diminuire la dimensione della fetta.
      Ne mangi due fette oggi? Domani salti.

      Non solo, i vari apolog-isti e il_bobbolo che li segue, fanno di tutto, con la crescita, perche' di anno in anno, la biocapacita' cali, ovvero la torta non solo non aumenta ma diminuisce di anno in anno.

      Il problema vero e' che la decrescita e' razionale ed utopica.
      D'altra parte la crescita e' una orribile distopia assolutamente reale.

      Elimina
  3. L'uguaglianza non e' prevista ne' dalla biologia ne' dall'etologia degli homo.

    La dimensione della societa' e' un fattore importante ed anche il suo tipo.
    Le chefferies di cacciatori e raccoglitori sono intrinsecamente eque.
    Ma le societa' complesse sono... intrinsecamente diseguali (da un punto di vista morale diremmo inique) perche' la scala amplifica le differenze.
    Sarebbe interessante valutare disagio e problemi nelle societa' piu' “equalizzate”, ad esempio quelle comuniste "dure", tipo Albania di Hoxa, Corea del Nord, etc. (paesi, peraltro, virtuosi o meno impattanti dal punto do vista ecologico).

    Per il resto si puo' essere d'accordo. Ma si torna alla questione che sia il comunismo o la stessa decrescita serena sarebbero del tutto razionali, eque ma sono state la prima una distopia forse peggio del capitalismo, la seconda e' una realta' per pochi eletti, una razionale utopia a livello di massa.

    La torta avra' sempre fette di dimensione diversa.
    Il problema e' che la stupida religione della crescita postula non solo che la torta possa aumentare senza limiti ma anche che ciascuno possa avere una fetta sempre piu' grande e di qualita; migliore . Da questo punto l'inquinamento ideologico del dirittismo sinistro e' particolarmente grave (il marcio stava nel tecnoteismo di Engels il quale affermava che i progressi nella tecnica avrebbero permesso di superare i limiti, non per nulla uno che pensa delle stupidaggini cosi' era uno diffamava e oltraggiava Malthus). Almeno a destra ti spiattellano che nella societa' ci saranno fette grandi e piccole, c'e' meno adulterazione, e non si arriva alle idiozie alla Capanna secondo il quale tutti dovrebbero avere una pensione di 5000 euro al mese.

    RispondiElimina
  4. qualche giorno fa ho visto una trasmissione in tv dove alcuni ragazzi napoletani raccontavano che nel loro condominio,tutti si preoccupavano di tutti,se qualcuno non aveva da mangiare,poteva andare a mangiare da un vicino.Avevano sempre avuto la consapevolezza di essere stati abbandonati dallo stato,e quindi si aiutavano collaborando.La stessa cosa mi raccontava mia nonna,in tempo di guerra,le capitava spesso di aiutare una vicina sola,con due bimbi piccoli e non è che mia nonna fosse benestante,aveva semplicemente a cuore gli altri,capiva la loro sofferenza,perchè la conosceva bene.Forse,la nostra "ricchezza" materiale,ci ha dato il"benessere",ma ci ha tolto umanità,non sappiamo più sentire il dolore degli altri,di quelli che non sono i nostri famigliari,i nostri amici,i nostri animali,i nostri qualsiasi cosa.Forse,la povertà che verrà,non porterà solo individui pronti ad usare la violenza pur di avere,forse,nasceranno uomini e donne pronti a rimettersi in discussione,a condividere,sono una sognatrice? può darsi,ma voglio sognare in grande,e sopratutto essere quella persona che vorrei vedere più spesso nel mio condominio. Claudia Vicinelli

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Bisogna ragionare come comunità e possibilmente come specie, non come individui: un contom è dare un piatto di minestra a chi ne ha bisogno, un altro conto è presumere di garantire cure complesse a chi è già entrato ed uscito dagli ospedali decine di vlte o nasce con malattie genetiche, o garantire servizi pubblici a famiglie con piu di 2, forse piu di 1 figlio...Cmq non ci preoccupiamo perchè la metà di noi dovrebbe morire di polmonite batterica entro 20 anni piu che di fame, grazie a chi ha dato antibiotici a tutti non ultimo nell'america aatina.

      Elimina
    2. la povertà porta l'umanità, la ricchezza la bestialità. E va bene, ma il vuoto esistenziale può essere colmato in modo superlativo solo da Dio. In alternativa uno può scegliere di correre dietro a tanti idoli: sesso, sport, divertimenti, aiuto ai poveri, carriera, accumulo di beni, figli, gioco, droga, fumo, sapere, collezionismo, crapule varie, ma poi queste ti presentano sempre un conto bello salato da pagare. Purtroppo anche l'aiuto del prossimo ( o amare il prossimo), se fatto senza prima il famoso amare Dio, ha dei contorni molto oscuri ed inquietanti.

      Elimina
    3. > a povertà porta l'umanità, la ricchezza la bestialità
      In questo luogo c'e' uno studio sulla crisi cubana in cui si dimostra come l'aumento della poverta' se non la miseria ha visto un netto peggioramento della convivenza.
      Del resto e' sufficiente osservare i tassi di criminalita' e la prearieta' di vita nella vicina Haiti e in altri paesi miseri per osservare che "la povertà porta l'umanità" e' una credenza assolutamente falsa.
      Altri studi dimostrano che anche l'opulenza distrugge i meccanismi empatici sui quali si basano sistemi solidali e mutualistici.
      Sul diario di Gaia Baracetti ella pubblico' una pagina relativa ad uno studio del Regno Unito, se ricordo bene, che misurava la perdita di empatia dovuta all'agio.

      Elimina
    4. Gentile Sig. Mago,

      Mi scusi se mi permetto una osservazione, ma non concordo assolutamente con lei quando dice che “il vuoto esistenziale può essere colmato in modo superlativo solo da Dio”. Io infatti sono atea e non provo alcun vuoto esistenziale. Vivo una vita piena e soddisfacente, ho una bella famiglia e molti amici, sono contenta di quello che ho e cerco di aiutare gli altri ogni volta che posso, condividendo quello che ho e quel poco che so. Sono anche una persona curiosa. Studio ancora, anche se non più a tempo pieno vista l'età, e cerco di imparare un po' di tutto ogni volta che ne ho l'occasione. Da atea quale sono so anche che un giorno morirò e dopo questa vita non ci sarà niente, ma questo non la rende meno bella e degna di essere vissuta. Volevo semplicemente fare sapere, a lei e a chi la pensasse come lei, che a questo mondo ci sono anche atei sereni ed equilibrati. Anzi, a dire la verità lo sono tutti gli atei che conosco. Le dico questo senza l'intenzione di provocarla o di attizzare una polemica inutile. Come si suol dire: “Stretta è la foglia, larga è la via, lei dica la sua e io dico la mia”.

      Roberta Smirigli
      robertasmirigli[at]gmail.com

      Elimina
    5. ho frequentato per molti anni un'associazione di stampo cattolico..
      devo dire che una volta uscito, nonostante gli sforzi, non ho più frequentato nessuno..ma anche durante il periodo di attività (a volte passando weekend piuttosto serrati, sia pur di volontariato..), non sono mai rimasto particolarmente impressionato dai miei 'confratelli'..lo dico con amarezza..
      in contemporanea frequentavo un'associazione di volontariato di stampo laico..all'interno della quale molti si definivano atei..
      che dire..di questa esperienza mi sono rimasti alcuni bei ricordi (più che altro legati a momenti goliardici..) e ho conosciuto persone magari scorbutiche ma con un cuore grande..
      è stata, sostanzialmente, una tappa fondamentale della mia vita, per capire, forse, che Dio può albergare anche in un cuore apparentemente distaccato o autodefinitosi ateo..il quale magari riesce a tirare fuori pensieri e azioni degne di un cristiano doc.
      Quello che conta, alla fine, non è definirsi in un modo o nell'altro, ma lo spirito e il modo di comportarsi nella vita di tutti i giorni..si può essere credenti, forse, anche a "propria insaputa" ;)..e si può essere atei dicendo di credere.
      s.

      Elimina
  5. credo che gran parte del disagio sociale derivi dalle 'differenze'..come è già stato ampiamente provato da letteratura in tema..
    son i gap (che poi, tra l'altro, diventano culturali..) a creare disagio, povertà e poi atteggiamenti criminali.
    L'agio, molto probabilmente, non porta ad atteggiamenti criminali ma piuttosto 'anarchici', anche dal punto di vista della comune e giornaliera convivenza (si pensi alla situazione italiana..dove ad esempio, per strada, ciascuno si sente in 'diritto' di fare ciò che vuole..da sporcare col cane a parcheggiare l'auto ovunque -mettendo a volte in pericolo l'incolumità altrui -ecco la parola magica-) e quindi, come giustamente sottolineato da Un uomo in cammino, il calo di empatia; in realtà l'altro' è solo un ostacolo al raggiungimento degli obbiettivi più immediati, perché appunto non facente parte della propria ristretta comunità..che si ferma ai propri familiari e al massimo a qualche conoscente/amico e che possono soddisfare i miei bisogni.
    Come spesso faccio notare a chi mi conosce (e sopporta..) all'uomo bastano poche cose per essere completo e felice..come direbbe S. Agosti..due pasti caldi..una dimora e alcune ore di lavoro; ovvio che quando in un paese come il nostro, già il lavoro o la casa diventano non obiettivi difficili ma addirittura impedimenti radicati nella cultura ('che ci vuoi fare..è il mercato' -riferito all'immobiliare..oppure..'non hai lavoro..d'altronde è così che vanno le cose'..) ecco che il deperimento della risorsa sociale maggiore, cioè il senso di comunità, viene meno o addirittura viene considerato un disvalore, quasi considerando la convivenza civile non come l'obbiettivo raggiunto grazie alla morale, al diritto, alla pace, ma una cartina di tornasole per il solito atteggiamento del 'perché io se gli altri non lo fanno..' che porta alle conflittualità di cui in Italia siamo colmi..in tutti i campi del vivere civile.
    un saluto.
    s.

    RispondiElimina
  6. Dal momento che il denaro attuale in tutti i paesi è fatto sostanzialmente di debito che esige un interesse, è ovvio che l'intero sistema è strutturato come una gigantesca pompa. Insomma quello che esiste veramente non è il trickle down, bensì il trickle up. Finché la base della piramide riesce ad allargarsi, il sistema funziona. Dal momento in cui la base ha smesso di allargarsi (anzi in certi casi ha cominciato a stringersi) è inevitabile che la vetta succhi la base tendenzialmente a morte. Bisognerebbe cambiare tipo di denaro, ma non è una cosa semplice né indolore da fare. Nessuna delle cose che potremmo e dovremmo fare sarebbe né semplice, né indolore. probabilmente per questo continuiamo a puntellare l'esistente. A qualunque costo.
    Storicamente, ci sono state società estremamente disegualitarie, ma basate su economie redistributive. Ad es. l'Egitto dell'epoca delle piramidi, l'impero Inca e la società feudale europea. Per citarne solo tre.

    RispondiElimina
  7. Infatti, signora Roberta Smirigli, abbiamo visto cosa ha prodotto lo spirito missionario quando va oltre il limite dettato da una autentica Fede.
    Oltretutto, la Fede, è un atteggiamento che deve mantenere una grande quantità di dubbio, per non diventare cieca e furiosa.
    Ha fatto bene a replicare con il suo pensiero.

    Un saluto, Marco Sclarandis

    RispondiElimina