Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 20 gennaio 2015

Il mostro del metano ruggisce

DaTruthout”. Traduzione di MR

Nota: questo articolo va preso con cautela, a partire dal titolo "il mostro del metano ruggisce", suggestivo, ma esagerato. L'autore ha intervistato alcuni ricercatori le cui opinioni sono piuttosto estreme rispetto alla media degli scienziati del clima, la maggioranza dei quali ritiene che il problema del metano non sia così imminente come descritto qui. D'altra parte, è anche vero che lo scenario della "bomba degli idrati" è fisicamente possibile, anche se la sua scala temporale è difficilmente stimabile. Per cui, ci è parso il caso di tradurre e pubblicare questo articolo, se non altro per dare voce a un'opinione minoritaria, ma non da trascurare. Poi, se qualche lettore si vuol mettere a urlare "dalli al catastrofista!" si diverta pure quanto vuole. (UB)

Di Dahr Jamail 






(Immagine: Acque gelate , vapore che fuoriesce, getti di gas via Shutterstock; Editing: JR/TO)


Durante una recente escursione al Parco Nazionale Olimpico dello Stato di Washington, mi sono meravigliato della delicata geometria delle felci ricoperte di ghiaccio. Strutture cristalline bianche sembrava che crescessero dalle foglie verdi, racchiudendole in una cornice ghiacciata di temporanea bellezza. Inoltrandomi ulteriormente fra le montagne, mi sono fermato a pranzare e a sorseggiare del caffè caldo da un thermos mentre fissavo un versante della montagna ricoperto di neve oltre la valle del fiume, scrutando una cascata ghiacciata per una possibile scalata sul ghiaccio in futuro. E mi sono ritrovato a chiedermi quanto altro ghiaccio invernale si sarebbe continuato a formare lì. La dissonanza fra la bellezza di fronte a me è i miei pensieri tormentati sul pianeta non ha trovato una riconciliazione. Ho raccolto dati e fatto interviste per articoli sui rilasci di metano nell'Artico per settimane e valutare le informazioni durante le vacanze mi ha solo portato alla depressione. Uscire fra le montagne mi ha aiutato, ma mi ha anche provocato gravi preoccupazioni per il nostro futuro collettivo.

Considerare la possibilità che gli esseri umani abbiano alterato l'atmosfera della Terra in modo così drastico da mettere le nostre stesse vite in pericolo sembra, perlomeno emotivamente, imperscrutabile. Data la scala del pianeta, si penserebbe, logicamente, che non potrebbe nemmeno essere possibile. Eppure i picchi maestosi ricoperti di neve vicini a dove vivo potrebbero non avere più ghiacciai (o persino neve) entro l'arco della mia vita, secondo alcuni degli scienziati che ho intervistato. Paul Beckwith, un professore di climatologia e meteorologia all'Università di Ottawa, in Canada, è un ingegnere e fisico che fa ricerca sul cambiamento climatico improvviso sia nel presente sia nelle registrazioni paleoclimatiche del passato remoto. “E' mia opinione che il sistema climatico si trovi nelle fasi iniziali di un cambiamento climatico improvviso che, se non tenuto sotto controllo, porterà ad un aumento di temperatura di 5 o 6°C entro un decennio o due”, mi ha detto Beckwith. “Ovviamente, un cambiamento così grande del sistema climatico avrà effetti senza precedenti sulla salute e il benessere di ogni pianta ed animale sul nostro pianeta”.




Un pianeta molto diverso

Nell'Artico ci sono vaste quantità di metano ghiacciato. Non è una notizia che il ghiaccio marino dell'Artico stia fondendo rapidamente e che probabilmente scomparirà per brevi periodi durante le estati a cominciare dai prossimi anni. Perdere quel ghiaccio significa liberare quantità più grandi di metano precedentemente intrappolato in atmosfera. Inoltre, nel fondale marino lungo i margini continentali dell'Artico e sotto i permafrost dell'Artico, ci sono gli idrati di metano, spesso decritti come gas metano circondato da ghiaccio. Nel marzo 2010, un servizio su Science ha indicato che questi contengono, complessivamente, l'equivalente di di 1.000-10.000 gigatonnellate di carbonio.

Per metterlo in prospettiva, gli esseri umani hanno rilasciato circa 1.475 gigatonnellate di biossido di carbonio in totale dal 1850. Beckwith avverte che perdere il ghiaccio marino dell'Artico creerà uno stato che “rappresenterà un pianeta molto diverso, con una temperatura media globale molto più alta, in cui neve e ghiaccio nell'emisfero settentrionale diventano molto rari o addirittura spariscono per tutto l'anno”. In termini più semplici, ecco cosa significherebbe un Artico senza ghiaccio per quanto riguarda il riscaldamento del pianeta: con una minore copertura di ghiaccio riflettente sulle acque dell'Artico, la radiazione solare verrebbe assorbita, non riflessa, dall'Oceano Artico. Questo riscalderebbe quelle acque, e quindi il pianeta, ulteriormente.

Questo effetto ha il potenziale di cambiare gli schemi meteorologici globali, altera il flusso dei venti e un giorno è probabile che altri la posizione della corrente a getto (Jet Stream).

Le correnti a getto sono fiumi di vento che fluiscono rapidamente posizionati in alto nell'atmosfera che spostano le masse di aria fredde e calde, giocando un ruolo cruciale nel determinare il meteo del nostro pianeta. “Ciò che succede nell'Artico non rimane nell'Artico”, ha spiegato Beckwith. “L'Artico in rapido riscaldamento rispetto al resto del pianeta (da 5 ad 8 volte l'aumento della temperatura globale media) sta diminuendo il gradiente di temperatura fra l'Artico e l'equatore”. Questa diminuzione del gradiente sta interrompendo la corrente a getto, portando ad un ulteriore riscaldamento nell'Artico, formando un anello di retroazione positivo fuori controllo, che a sua volta sta causando il rilascio di più metano nell'Artico. E sulla terraferma, sta avvenendo già a sua volta. Sulla penisola siberiana di Yamal, dei misteriosi buchi nel terreno hanno attratto l'attenzione internazionale prima di diventare non tanto misteriosi, quando i ricercatori russi hanno scoperto quantità significative di metano al loro interno. Ora, quella stessa area sta di nuovo facendo notizia visto che i ricercatori hanno scoperto un aumento delle quantità di metano emesse provenienti dallo scongelamento del permafrost sul posto.

“Mentre le concentrazioni di metano aumentano nell'Artico a causa degli alti tassi di riscaldamento che lì si verificano sia in atmosfera che nell'oceano, le correnti a getto verranno fortemente disturbate, persino più di adesso”, ha detto Beckwith. “La fisica impone che ciò continuerà ad aumentare frequenza, gravità e durata degli eventi meteorologici estremi come le piogge torrenziali che portano a diffuse alluvioni in alcune regioni e siccità in altre. Inutile dire che questo causa perdite economiche enormi e pone una minaccia severa e grave alla catena alimentare globale. Così, l'Artico può essere considerato il tallone di Achille del nostro sistema climatico”.

I ricercatori della marina statunitense hanno previsto periodi con un Oceano Artico libero da ghiacci dall'estate del 2016. Lo scienziato britannico John Nissen, presidente dell'Arctic Methane Emergency Group, suggerisce che se la perdita di ghiaccio marino estivo supera “il punto di non ritorno” e subentrano “retroazioni di metano artico catastrofiche”, ci ritroveremo in una “emergenza planetaria istantanea”. Perché ci dovremmo preoccupare tanto del metano, quando tutti i discorsi sulla distruzione climatica sembra concentrarsi sui livelli di biossido di carbonio? In atmosfera, il metano è un gas serra che, su una scala temporale relativamente breve, è di gran lunga più distruttivo del biossido di carbonio. In quanto a riscaldamento del pianeta, il metano è 23 volte più potente del biossido di carbonio, per molecola, su una scala temporale di 100 anni e 105 volte più potente su una scala temporale di 20 anni – e il permafrost dell'Artico, sulla terraferma e in mare, è pieno di quella roba. Secondo uno studio pubblicato su Nature Geoscience, dalla Piattaforma Artica della Siberia Orientale, un'area di 2 milioni di km quadrati al largo della costa della Siberia settentrionale, è stato rilasciato il doppio del metano che si pensava precedentemente. I ricercatori del recente studio hanno scoperto che almeno 17 teragrammi (17 milioni di tonnellate) di metano vengono rilasciate in atmosfera ogni anno, mentre uno studio del 2010 aveva scoperto che solo 7 teragrammi erano diretti in atmosfera. Per avere una comprensione migliore delle implicazioni del riscaldamento dell'Artico, ho intervistato alcuni degli scienziati che conducono gli studi più avanzati ed attuali sul metano nell'Artico.

Il dottor Leonid Yurganov è uno scienziato senior all'Università del Maryland, Dipartimento di Fisica e Centro Congiunto per la Tecnologia del Sistema Terrestre, e la sua attuale competenza di ricerca è connessa con il telerilevamento della composizione troposferica e dei livelli di metano dell'Artico. E' coautore di un prossimo saggio di ricerca  che mostrerà come il recente riscaldamento dell'Artico ha stimolato le ipotesi sul rilascio del metano dal fondo del mare e dato il via ad un nuovo anello di retroazione positivo climatico. Usando la tecnologia di telerilevamento, la sua squadra ha rilevato aumenti a lungo termine di metano su grandi aree dell'Artico. Yurganov avverte delle conseguenze di un Artico in rapido riscaldamento. “La differenza delle temperature fra i poli e l'equatore alimenta le correnti d'aria da ovest ad est”, Ha detto a Truthout. “Se questa differenza diminuisce, il trasporto verso est diventa più lento e le correnti nord-sud diventano più forti. Ciò risulta in frequenti cambiamenti meteo alle medie latitudini. Mentre Yurganov non vede una “liberazione rapida ed immediata di metano dagli idrati” in questo momento, ha avvertito di cosa potrebbe avvenire se e quando ciò dovesse verificarsi.

“L'aumento di metano influenzerebbe la temperatura dell'aria vicino alla superficie”, ha detto. “Questa accelererebbe il riscaldamento dell'Artico e cambierebbe il clima ovunque nel mondo”. Yurganov non prevede un collasso globale immediato entro un decennio. Da suo punto di vista, il ghiaccio marino estivo dell'Artico continuerà a ridursi in un modo più lineare, ma la frequenza degli eventi meteorologici estremi e l'aumento dei livelli del mare continueranno ad accelerare. “Le persone dovrebbero adattarsi al cambiamento climatico ed essere pronte ad un declino del livello di vita causato da esso”, ha avvertito. Yurganov vede la riduzione della popolazione attraverso le persone che hanno meno bambini come una risposta al nostro dilemma. “La de-popolazione, che risolve tutti i problemi”, ha detto. “La Terra con una popolazione globale inferiore, diciamo, della metà, emetterebbe meno biossido di carbonio”. Un altro scienziato russo che ha studiato i rilasci di metano nell'Artico, tuttavia, aveva notizie ancora più preoccupanti.

Lo spettro incombente di un improvviso rilascio di metano

Natalia Shakhova è una professoressa associata di ricerca dell'Università dell'Alaska a Fairbanks, Centro di Ricerca Internazionale sull'Artico, dove si concentra sulla Piattaforma Artica della Siberia Orientale (PASO). La Shakhova crede che dovremmo essere preoccupati dalle scoperte del suo gruppo provenienti dalla PASO, in particolare, perché quell'area differisce significativamente dalle emissioni di metano che avvengono altrove nel mondo. La PASO è la piattaforma più grande del mondo, che comprende più di 2 milioni di km quadrati, o l'8% della piattaforma continentale mondiale. La Shakhova crede che dia un contributo, su area ponderata, all'inventario degli idrati globale di “almeno il 10-15%. “Queste emissioni sono inclini ad essere non graduali (massicce, improvvise) per diverse ragioni”, ha detto a Truthout. “La ragione principale è che la natura dei grandi processi associati ai rilasci di metano dal permafrost del fondo del mare non è graduale”. Ciò significa che i rilasci di metano dalla decomposizione degli idrati ghiacciati potrebbe manifestarsi con tassi di emissione che “potrebbero cambiare in ordine di grandezza nel giro di minuti” e che non ci sarebbe niente di “dolce, graduale o controllato” in questo. Potremmo osservare rilasci non lineari di metano in quantità che sono difficili da scandagliare.

La Shakhova ha spiegato che la transizione dal metano ghiacciato nel permafrost, sia sulla terraferma sia sulle coste basse settentrionali dell'Artico della Siberia Orientale, “non è graduale. Quando si tratta di distribuire nel tempo la transizione, sembra essere una trasformazione relativamente breve, come un salto, da uno stato del processo ad un altro. La differenza fra i due stati è come la differenza fra una valvola chiusa ed una aperta. Questo tipo di rilascio è come l'apertura di una conduttura in sovra-pressione”. Questi rilasci immediati di metano nella PASO potrebbero essere innescati in qualsiasi momento da eventi sismici o tettonici, dalla subsidenza dei sedimenti causata dalla decomposizione dei sedimenti o dallo scivolamento dei sedimenti dovuto al degrado ed allo scongelamento del permafrost. La PASO è particolarmente incline a questi cambiamenti immediati, perché è tre volte meno profonda della profondità media della piattaforma continentale dell'oceano mondiale. “Questo significa che la probabilità che il metano disciolto fuoriesca dalla colonna d'acqua verso l'atmosfera è da 3 a 10 volte maggiore che in qualsiasi altro luogo negli oceani mondiali”, ha detto la Shakhova. Nella PATO, il metano è prevalentemente trasportato sotto forma di bolle. Le bolle di metano salgono alla superficie ad una velocità da 10 a 40 cm s-1; ciò significa che impiega soltanto dei minuti per raggiungere la superficie dell'acqua ed entrare nell'atmosfera”. Includendo tutti i fattori, la Shakhova stima che il bacino di carbonio della PATO sia in ordini di grandezza maggiori di 180 gigatonnellate ed ha aggiunto che “il suo ruolo aumenterà nel tempo”.

Uno studio pubblicato nella prestigiosa rivista Nature nel luglio del 2013 ha confermato ciò di cui la Shakhova ci ha avvertito per anni: che un “rutto” di 50 gigatonnellate di metano dallo scongelamento del permafrost dell'Artico sotto al mare della Siberia Orientale è “altamente possibile in qualsiasi momento”. Ciò sarebbe l'equivalente di almeno 1.000 gigatonnellate di biossido di carbonio. (Ricordate, come prospettiva, che gli esseri umani hanno rilasciato circa 1,475 gigatonnellate di biossido di carbonio totale dal 1850). Anche il relativamente compassato IPCC ha avvertito riguardo ad uno scenario del genere: “La possibilità di un cambiamento climatico improvviso e/o cambiamenti improvvisi nel sistema terrestre innescati dal cambiamento climatico, con conseguenze potenzialmente catastrofiche, non può essere esclusa. Le retroazioni positive del riscaldamento potrebbe causare il rilascio di carbonio o metano dalla biosfera terrestre e dagli oceani”. Negli ultimi due secoli, la quantità di metano nell'atmosfera è aumentata da 0,7 parti per milione a 1,7 parti per milione. L'introduzione di metano in quantità simili nell'atmosfera potrebbe, temono alcuni scienziati climatici, rendere inevitabili aumenti della temperatura globale da 4 a 6°C. Eppure, alcuni degli scienziati coi quali ho parlato hanno avvertito di conseguenza ancora peggiori.

Implicazioni globali

Ira Leifer, uno scienziato dell'atmosfera e del mare all'Università della California a Santa Barbara ed autrice di diversi studi sul metano dell'Artico, ha detto a Truthout che la comunità scientifica ha imparato che le emissioni di metano dall'Artico sono già maggiori di quanto pensato in precedenza, e ha detto: “La tendenza al riscaldamento nell'Artico è chiara”. I pericoli dell'avvertimento legato al metano sono impressionanti, secondo Leifer. “La quantità di metano intrappolata nel permafrost sommerso è vasta e se anche una piccola percentuale raggiunge l'atmosfera entro una scala temporale di un decennio, ciò porterebbe ad un drammatico aumento del riscaldamento su scala globale”, ha avvertito. “Inoltre, potrebbe portare a retroazioni positive per cui gli oceani rilascerebbero più metano, che riscalderebbe di più l'Artico e porterebbe ad altro rilascio di metano. Ancor peggio, il riscaldamento filtrerebbe a latitudini inferiori – e pertanto contribuisce al riscaldamento potenziato dell'Artico”. Proprio come Beckwith, Yurganov e la Shakhova hanno osservato, Leifer ha avvertito che un Artico che si scalda ha “implicazioni globali”. Il meteo della terra è controllato in tre celle: tropicale, di media latitudine e polare. Quindi un risvegli della differenza di temperatura fra le aree del polo e dell'equatore causa un'espansione della cella tropicale, che alimenta la desertificazione in alcuni posti e le alluvioni in altri. Nel frattempo, il meteo polare si sta espandendo, come abbiamo visto negli Stati Uniti negli ultimi inverni. Mentre gli esseri umani si possono adattare a queste nuove fluttuazioni meteorologiche, l'agricoltura e gli ecosistemi no.

Come la Shakhova, Leifer ha espresso anche preoccupazione per la PATO. “Con il riscaldamento degli oceani c'è il potenziale perché le emissioni di idrati aumentino a causa dell'aumento della dissociazione”, ha avvertito. Ha anche confermato che i suoi recenti studi sulle emissioni di metano nell'Artico hanno trovato il  gas persino a centinaia di miglia dalla costa. Questo significa che il metano non può provenire da fonti terrestri; leifer ha concluso che i suoi recenti studi “confermano una fonte marina locale”. Intendendo che gli idrati del fondo marino stanno già rilasciando il loro metano molto lontano dalle coste. Beckwith osserva che l'aumento dei rilasci di metano nell'Artico e il massiccio impatto che avranno sul sistema meteorologico planetario significano “che ci sarà la distruzione e la frattura dei nostri sistemi meteorologici e climatici”. Ha continuato rilasciando un duro avvertimento . “Un'ulteriore accelerazione di questi processi p molto probabile che portino ad una riorganizzazione del sistema per un 'cambiamento climatico improvviso', da un Oceano Artico freddo, nevoso e ricoperto di ghiaccio ad un regime di 'Oceano Artico blu'”, ha detto. “Lo stato finale potrebbe avere una temperatura globale media di 5 o 6°C più alta e la transizione a questo stato potrebbe avvenire in uno o due decenni, come è già avvenuto molte volte in passato come impresso nelle paleo-registrazioni”.

L'avvento del “Oceano Artico blu” di cui Beckwith ci avverte è solo una questione di tempo ed accadrà molto probabilmente prima del 2020, considerando che il declino esponenziale del volume del ghiaccio marino estivo dell'Artico è già stato determinato dai dati e dai modelli del Pan-Arctic Ice Ocean Modeling and Assimilation System (PIOMAS), che sono stati corroborati dalle recenti misurazioni del CryoSat, così come dai modelli della Naval Graduate School Regional Climate Models. Beckwith crede che il primo di questi eventi di “oceano blu” durerà qualche settimana o un mese la prima volta che accadrà, ma poi si estenderà a diversi mesi solo pochi anni più tardi. Nel frattempo, l'IPCC non ha affrontato i rilasci di metano dell'Artico come un anello di retroazione fuori controllo, né lo hanno fatto i media ufficiali di tutti gli schieramenti politici. “Quindi, il riscaldamento dell'Artico grandemente aumentato dal collasso dell'albedo risulterebbe probabilmente in un anno intero di “Oceano Artico blu” entro un decennio o due, completando il cambio di regime ad un clima molto più caldo”, ha detto. Quindi, Beckwith, come la Shakhova, avvertono dell'impulso di metano da 50 gigatonnellate e temono che sia solo questione di tempo perché accada. Ho chiesto a Leifer se credeva che avessimo già innescato un rapido aumento delle temperature globali che potrebbero portare al tipo di passaggio climatico improvviso di cui ci avverte Beckwith. “Recentemente, è stato annunciato che il 2014 è l'anno più caldo mai registrato strumentalmente”, ha detto. “Una grande preponderanza del calore aggiunto al sistema climatico nell'ultimo decennio o quasi è andato a scaldare gli oceani, e quando questi cicli di bilanciamento del calore tornano in atmosfera, vedremo un aumento molto rapido delle temperature medie globali”.

Un'altra “Grande Moria?”

L'estinzione di massa del Permiano avvenuta 250 milioni di anni fa, era collegata al metano – infatti, si pensa che il gas sia la chiave di ciò che ha causato l'estinzione di circa il 95% di tutte le specie sul pianeta. Conosciuta anche come “La grande moria”, è stata innescata da un massiccio flusso di lava in un'area della Siberia che ha portato ad un aumento delle temperature globali di 6°C. Questo, a sua volta, ha causato la fusione dei depositi di metano ghiacciato sotto i mari. Rilasciato in atmosfera, questo ha causato un'ulteriore impennata delle temperature. Tutto ciò è avvenuto in un periodo di circa 80.000 anni. Siamo già dentro a quella che gli scienziati chiamano la sesta estinzione di massa della storia del pianeta, da 150 a 200 specie che si estinguono quotidianamente, un ritmo 1.000 volte maggiore di quello “naturale” o del tasso di estinzione “di base”. Quest'evento potrebbe essere già paragonabile, o persino superare, sia in velocità che in intensità l'estinzione di massa del Permiano. La differenza: la nostra è causata dagli esseri umani (In più, probabilmente non impiegherà 80.000 anni, finora è durata solo pochi secoli e ora sta prendendo velocità in modo non lineare).

E' possibile che, oltre alle grandi quantità di biossido di carbonio da combustibili fossili che continuano ad entrare in atmosfera in quantità record ogni anno, un aumento del rilascio di metano possa segnare l'inizio del tipo di processo che ha portato alla Grande Moria. Alcuni scienziati temono che la situazione sia già così grave e così tanti anelli di retroazione positiva siano già in gioco che stiamo già provocando la nostra stessa estinzione. Ancora peggio, alcuni sono convinti che ciò potrebbe accadere di gran lunga più velocemente di quanto generalmente si crede possibile – nel corso di soli pochi decenni – o, come crede Beckwith, probabilmente anche prima. Tornando al Parco Nazionale Olimpico, mentre stavo tornando dalla mia escursione, mi sono imbattuto in un piccolo branco di alci. Li ho guardati mentre loro mi guardavano, prima che cominciassero lentamente a ritirarsi dentro la foresta. Proseguendo, mi sono chiesto come stessero rispondendo loro a ciò che accade al pianeta. Il loro habitat sta cambiando drammaticamente, così come il loro cibo e le loro fonti d'acqua. Avvicinandomi all'inizio del sentiero, mi sono meravigliato di fronte a degli alberi verdi ricoperti di muschio – ed ho contemplato come come risponderà il magnifico paesaggio naturale del Parco Nazionale Olimpico quando il clima si perturberà rapidamente. Le Montagne Olimpiche sostengono il terzo sistema di ghiacciai più grande dei 48 Stati contigui degli USA e stanno rapidamente perdendo i propri ghiacciai. E con almeno quattro specie già minacciate che vivono all'interno del parco, gli impatti sono già chiari ed è garantito che peggioreranno.

O continuato ad immaginare come risponderà l'umanità, ma poi mi sono dovuto confrontare col fatto che gli anelli di retroazione del metano Artico sono molto probabilmente già in corso, solo una risposta immediata internazionale all'emergenza per cessare tutte le emissioni di carbonio potrebbe leggermente mitigare la crisi, eppure gran parte delle risposte dei governi mondiali sono risibili.

Naturalmente, ciò che mi rimaneva era chiedermi: come rispondo io? E voi?

4 commenti:

  1. Nella tundra siberiana, d’estate, il terreno esposto al sole si scioglie in superficie per alcuni centimetri; al disotto resta congelato in quanto è lo stesso terreno a comportarsi da semi-isolante.
    La stessa cosa avviene per il permafrost sotto gli oceani.
    Quindi un’improvvisa e grande emissione di metano da permafrost (spesso anche centinaia di metri) dei fondali, è da escludere.
    Il rilascio di metano dai primi centimetri di permafrost in superficie, viene in parte compensato dall’erba che vi cresce la quale, assorbe la CO2 dell’aria.
    Riassumendo: il metano rilasciato dai primi centimetri di terreno (e solo da essi) tende ad aumentare l’effetto serra, mentre le piante che vi crescono riducono la CO2 e tendono a ridurre l’effetto serra.
    Se veramente un grande terremoto colpisse i fondali oceanici, già il solo terremoto creerebbe un grave danno ma, per quanto riguarda il permafrost, dovrebbe essere influenzato solo nell’eventuale faglia e in parte in superficie.
    Resta comunque il fatto che quello in futuro accadrà non lo possiamo sapere con certezza.
    Certo che la sovrappopolazione non aiuta a creare i beni ridondanti che sarebbero necessari per mitigare gli effetti di eventuali catastrofi naturali.

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  2. Questo disgelo è agghiacciante!

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  3. Pulvirenti, leggi un po' di più, ad esempio wikipedia. L'acqua degli oceani, specie sul fondo, non è mai gelata. Il ghiaccio artico galleggia su un'acqua che non va (ovviamente) sotto i zero gradi. Bastano pochi gradi di differenza e il metano solidificato viene fuori ed è esattamente quello che sta succedendo in quantità enormemente superiori a due anni fa.
    Marco Pedrelli

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    1. Se l'acqua del mare non è congelata (giustamente), come fa il clatrato/idrato di metano a rimanere solido?
      Vuol dire che nei centimetri e metri sotto il fondale, la temperatura è più bassa.
      Se la temperatura si alza di X°C, si libereranno i primi Y cm di metano dei fondali (per la precisione nei clatrati in fondo al mare non c'è solo metano, ma anche semplicemente aria).

      Quindi, l'aumento della temperatura non farà emettere tutto il metano che c'è nei fondali marini, ma solo la parte superficiale.

      Io mi chiedo: se questo metano che viene da sotto i fondali marini (fauna morta milioni di anni fa) non viene mai emesso, neanche in piccole quantità, esso tenderà sempre più ad aumentare. Il giorno che le temperature aumenteranno (anche senza l'azione dell'uomo. L'hanno fatto in passato e lo faranno anche in futuro). L'emissione rischia di essere catastrofica.

      Quindi, se piccole quantità di metano si vanno sviluppando, sicuramente eviteranno il grande botto! Anche perché la temperatura non aumenta di molti grandi all'improvviso in un solo anno.

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