Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


mercoledì 30 aprile 2014

Gaël Giraud del CNRS: “Il vero ruolo dell'energia obbligherà gli economisti a cambiare dogma”.

Da “Oil Man”. Traduzione di MR (h/t Luca Mercalli)

Contrariamente a quanto c'è scritto in tutti i manuali di economia, l'energia (e non il capitale, che senza l'energia è inerte) si rivela essere IL fattore essenziale della crescita, secondo Gaël Giraud, 44 anni, direttore di ricerca al CNRS e gesuita. Economisti, dopo due secoli perpetrate ancora l' stesso errore fatale?


Gaël Giraud, direttore di ricerca al Centro di economia della Sorbona, specializzato in matematica e membro dal 2004 della Compagnia di Gesù. [Agenzia Sipa]. 

Quali sono secondo lei gli indici di un legame intimo fra consumo di energia e crescita dell'economia?

Dopo due secoli, dopo il lavoro di Smith e Ricardo, per esempio, la maggior parte degli economisti spiegano che l'accumulo di capitale è il segreto della crescita economica inedita conosciuta dalle società occidentali e di una parte del resto del mondo. Marx è stato, lui stesso, convinto di questa prova apparente. Tuttavia, storicamente, l'accumulo di capitale (in senso moderno) non è iniziato nel 18° secolo con l'arrivo della rivoluzione industriale, ma almeno duecento anni dopo. Al contrario, la prima “rivoluzione di mercato” del 12° e 13° secolo, che ha permesso all'Europa di uscire dalla feudalità rurale, ha coinciso con la diffusione di mulini ad acqua e a vento. Una nuova fonte energetica, oltre alla fotosintesi (agricoltura) e della forza animale, era diventata disponibile. Allo stesso modo, chi può negare che la scoperta delle applicazioni industriali del carbone, poi del gas e del petrolio (e più di recente dell'atomo) abbia giocato un ruolo decisivo nella rivoluzione industriale e, quindi, come motore della crescita? Dal 1945 al 1975, i “trenta gloriosi” sono stati un periodo di crescita accelerata ed anche di consumo inedito di idrocarburi. Da allora, il pianeta non ha mai più ritrovato la velocità di consumo di energie fossili che era loro proprio nel dopoguerra. E' una buona notizia per il clima. Ma questo non è estraneo al fatto che non abbiamo mai ritrovato il tasso di crescita del PIL dei trenta gloriosi.

Nel corso degli ultimi 10 anni in Francia, il consumo di energia, e di petrolio in particolare, è diminuito, mentre il PIL è aumentato. Questo non prova il fatto che non c'è legame fra consumo di energia e crescita economica?

Il consumo di energia primaria francese è passato da 2,55 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio (gigaTep) nel 2000 a 2,65 gigaTep nel 2004. In seguito ha declinato leggermente fino al 2008, prima di mostrare un crollo nel 2008-2009, seguito da un secondo crollo nel 2011. Ha raggiunto un plateau (provvisorio?) nel 2012 a 2,45 gigaTep. Il PIL francese ha conosciuto delle variazioni analoghe, queste variazioni sono semplicemente state più ammortizzate. Questo è del tutto normale nella misura in cui, fortunatamente, l'energia non è il solo fattore di produzione che “tira” il PIL. Il lavoro realizzato con Zeynep Kahraman, membro di Shift Project, mostra che l'efficienza energetica gioca ugualmente un ruolo grande, anche quello maggiore di quello del capitale. Eppure, sul lungo termine, esiste una relazione estremamente stabile fra il consumo di energia e la crescita del PIL. Si ritrova la stessa grande stabilità quando si allarga la prospettiva non più nel tempo, ma nello spazio. Per dei paesi importatori come la Francia, l'esternalizzazione del consumo di energia attraverso le importazioni porta a sottostimare l'influenza dell'energia nell'evoluzione della crescita economica. La stima della relazione fra energia e crescita è molto più affidabile su scala mondiale che su scala nazionale.



Crescita mondiale dell'economia, del consumo di energia e di petrolio. 

Il suo lavoro porta a una conclusione che diverge totalmente dalle analisi classiche: “l'elasticità”, altrimenti detta sensibilità del PIL per abitante in rapporto al consumo d'energia è secondo voi dell'ordine del 60% e non di meno del 10% (o il costo della bolletta energetica nella produzione) come dice la letteratura economica abituale. Come giustifica questo enorme scarto? 

La ragione profonda di questo scarto è evidentemente il livello molto basso del prezzo degli idrocarburi, anche oggi. Molti economisti postulano che il mercato internazionale dell'energia sia in equilibrio e che i prezzi che ne emergono riflettono le tensioni reali che si esprimono su quel mercato. Intanto qualche nota su questa idea di un equilibrio naturale. Il prezzo della maggior parte delle energie fossili è influenzato da quello del petrolio e, di recente, da quello del gas. Tuttavia, il prezzo del petrolio, come quello del gas di scisto nordamericano, non risulta affatto da un puro incontro concorrenziale di offerta e domanda. Entrambe sono sottomesse a diverse manipolazioni. Sembra che il modo per fissare il prezzo del petrolio spot, disponibile a breve termine, somiglia al modo in cui si fissa il tasso monetario del LIBOR che alle finzioni ideali dei manuali di economia. Oggi sappiamo che questi tassi interbancari del LIBOR sono stati scientemente manipolati da diverse banche della City di Londra, questo negli anni e forse con la complicità passiva del loro controllore, la banca centrale d'Inghilterra. Allo stesso modo, il prezzo del petrolio è un tema politicamente molto sensibile, non sorprende che sia sottoposto a diverse pressioni. Per esempio, la caduta del prezzo del petrolio durante la seconda metà degli anni 80 non è estranea alla strategia di Washington che era tesa a strangolare l'economia dell'URSS (chiedendo all'alleato saudita di aprire del tutto i propri rubinetti del greggio, nota della redazione), cosa che ha portato ad accelerare la caduta dell'impero sovietico. Non intendo dire che questo shock petrolifero degli anni 80 sia unicamente il risultato di questa iniziativa dell'amministrazione Reagan, ma che misura, attraverso un esempio di questo tipo, la natura in parte geopolitica del prezzo dell'oro nero. Al piano superiore dei mercati internazionali, quello dei mercati finanziari, il prezzo dei future, i contratti di consegna a termine sul petrolio, è lui stesso sottoposto a dei movimenti di capitale che non hanno granché a che fare con la realtà economica dell'energia, ma che hanno a che vedere con delle strategie speculative messe in atto da un pugno di grandi banche d'affari americane. Infine, a proposito del gas di scisto nordamericano, è certamente soggetto di uno scarico verso il basso, favorito da sovvenzioni più o meno nascoste dell'amministrazione americana. Da tutto questo risulta una sconnessione abbastanza forte fra le realtà strettamente economiche degli idrocarburi e i loro prezzi.

Torniamo al punto chiave: il grado di elasticità del PIL in rapporto all'energia secondo lei è largamente sottostimato...

Se malgrado i commenti di apertura che ho appena fatto credete, come la maggior parte degli economisti universitari, che il prezzo dell'energia rifletta fedelmente l'offerta e la domanda reali e se, soprattutto, postulate che l'industria degli idrocarburi non sia sottoposta ad alcun vincolo dal lato dell'estrazione, allora concludete tranquillamente che l'elasticità del PIL in rapporto all'energia è vicino alla quota dei costi energetici del PIL, quello che viene chiamato il suo “cost share” in inglese. Meno del 10%, in effetti. E' questo ragionamento che permette ad alcuni dei miei colleghi economisti, penso a torto, di pretendere che l'energia si un tema marginale e, ad essere sinceri, un non-tema. Ammettiamo per un istante, ai fini della discussione, che il prezzo del petrolio sia veramente un prezzo di mercato concorrenziale. Anche in un caso simile, è evidentemente falso pretendere che l'estrazione fisica degli idrocarburi non sia sottoposta ad alcun limite geologico, politico, eccetera. Oppure, appena abbiamo reintrodotto questo tipo di vincolo, si può facilmente dimostrare che (anche su un mercato puramente concorrenziale) ci sarà uno scollegamento completo fra l'elasticità e la parte dell'energia all'interno del cost share: i calcoli fanno apparire dei “prezzi fantasma”, i quali riflettono la potenza dei vincoli esterni e deformano il cost share verso il basso in rapporto all'elasticità. Questa osservazione è già stata fatta molto tempo fa da un fisico tedesco, Reiner Kümmel, ed anche dall'americano Robert Ayres. Pertanto, la maggior parte degli economisti continuano a postulare che l'elasticità dell'energia è uguale al suo cost share, cioè molto bassa, senza essere andati a vedere più da vicino. Penso che questo sia dovuto, nel profondo, al fatto che molti economisti preferiscono guardare i prezzi e le quantità monetarie piuttosto che quelle fisiche. Questo è paradossale, dal momento che molti dei loro modelli funzionano in realtà come modelli senza moneta! (Lo so, ciò vi sorprende, ma servirebbe un'altra intervista per spiegare questo punto...). I miei lavori empirici, condotti su quasi una cinquantina di paesi e su una arco di tempo di più di 40 anni, mostrano che in realtà l'elasticità del PIL in rapporto all'energia primaria è compreso fra il 40%, per le zone meno dipendenti dal petrolio, come la Francia, e il 70% per gli Stati Uniti, con una media mondiale che si aggira intorno al 60%.

L'elasticità (la sensibilità) del PIL in rapporto al capitale le sembra di conseguenza molto più bassa di quanto comunemente accettato. Quali conseguenze ne trae sul livello dei prezzi dell'energia da una parte e sulla remunerazione del capitale dall'altra?

Una delle conseguenze della rivalutazione verso l'alto dell'elasticità del PIL in rapporto all'energia è, in effetti, una rivalutazione verso il basso in rapporto al capitale. Secondo i manuali, quest'ultimo dovrà essere ancora uguale al cost share del capitale, valutato tradizionalmente fra il 30% e il 40% del PIL. Per conto mio trovo delle elasticità la metà più basse e questo, anche adottando delle definizioni empiriche ampie del capitale, come quelle di Thomas Piketty. Si potrebbe essere tentati di dedurne che il capitale è pagato eccessivamente e che l'energia è pagata poco. Questo non è necessariamente sbagliato ma, dal mio punto di vista, questo tipo di conclusione continua a ragionare come se l'uguaglianza dell'elasticità e del cost share debba essere verificata in un mondo ideale. Tuttavia, ed è un punto fondamentale, non conosco delle dimostrazioni del tutto convincenti di questa uguaglianza. Anche se il prezzo dell'energia (o del capitale) è stato fissato in un mercato mondiale perfettamente concorrenziale, e non è affatto il caso in pratica, anche se si crede che le compagnie petrolifere non siano sottoposte a nessun vincolo esterno ai loro affari (di modo che nessun “premio fantasma” venga a deformare la relazione elasticità/cost share, che è una finzione), anche in un tale mondo ideale, questa uguaglianza resta ancora sospetta. E' legata al fatto che la micro-economia tradizionale soffre di numerosi errori interni, approssimazioni e altri cortocircuiti intellettuali che rendono le sue conclusioni estremamente fragili. Un libro eccellente, redatto da un economista australiano, Steve Keen, fa il punto su questi problemi apparentemente tecnici ma che sono, alla fine, decisivi per il dibattito politico contemporaneo. Sono incaricato, insieme a Aurélien Goutsmedt, della traduzione che apparirà il prossimo autunno qui (L'impostura economica,  Steve Keen, Ed. de l'Atelier).

Dopo gli anni 60, il rapporto fra consumo di energia e PIL mondiale e quasi costante (ogni punto corrisponde ad un preciso anno). Questo grafico, di Jean-Marc Jancovici, fondatore dello Shift Project, mostra che a livello mondiale l'efficienza energetica non è stata praticamente migliorata da 50 anni. 

Lei stima che esista una specie di “forza riequilibratrice” fra il consumo di energia e il ritmo di crescita del PIL. I due appaiono “co-integrati”, cioè che sarebbero condannati per sempre a tornare sempre uno verso l'altro, dopo un certo tempo. Esiste un legame di causa-effetto fra l'energia disponibile ed il livello dell'attività economica, o al contrario del livello dell'attività economica sul consumo di energia, o meglio ancora si tratta di un legame reciproco?

Questo tema è già stato studiato abbondantemente dagli economisti specializzati in energia. Non c'è più dubbio, oggi, sul carattere co-integrato dell'energia e del PIL. I miei lavori mostrano che la forza riequilibratrice fra queste due grandezze è tale che dopo uno shock esogeno (un crack finanziario, per esempio), queste variabili impiegano una media di un anno e mezzo per ritrovare la loro relazione di lungo termine. Se guardate la sequenza 2007-2009, questo è più o meno ciò che si osserva. Lei si pone giustamente la domanda della relazione di causalità: è il consumo di energia che causa il PIL o l'inverso? A quel punto, anche gli economisti energetici sono molto più divisi. I miei lavori con Zeynep Kahraman propendono chiaramente in favore di una relazione causale univoca del consumo di energia primaria verso il PIL e non l'inverso. Jean-Marc Jancovici aveva già anticipato questo risultato da tempo, osservando per esempio che a seguito del crack del 2007, la diminuzione del consumo di energia ha preceduto la diminuzione dl PIL in un numero importante di paesi. Come indica il buon senso della fisica, una relazione di causalità non si può tradurre come un precedente temporale della causa sull'effetto. E' esattamente questo che conferma il mio lavoro. Ci sono molti malintesi su questa storia della causalità. La causalità è una nozione metafisica: neanche la meccanica newtoniana pretende di dimostrare che la gravità universale faccia cadere le mele dall'albero! Tutto ciò che può dire è che dispone di un modello nel quale una grandezza chiamata forza gravitazionale che si suppone si manifesti attraverso il movimento di masse e che quel modello non è mai stato messo in crisi – per delle velocità minori in rapporto alla velocità della luce, evidentemente! Qui è lo stesso: tutto ciò che possiamo dire è che osserviamo una relazione empirica fra l'energia e il PIL, che si può interpretare statisticamente come una relazione causale.

Ai suoi occhi, in che misura la crisi del 2008 potrebbe essere una specie di shock petrolifero?

L'argomento è di facile concezione: nel 1999 il barile è a 9 dollari. Nel 2007, gira intorno ai 70 dollari (prima di involarsi a 140 dollari a causa della tempesta finanziaria). Le nostre economie hanno quindi conosciuto un terzo shock petrolifero nel corso dei primi anni del 2000, della stessa grandezza di quello degli anni 70, anche se più spalmato nel tempo. Tuttavia questo “shock petrolifero” non ha avuto un effetto recessivo maggiore di quelli del 1973 e 1979. Perché? Alcuni economisti avanzano l'idea che ciò sarebbe dovuto alla maggiore flessibilità del mercato del lavoro negli Stati Uniti, negli anni 2000, in confronto a quella che prevaleva negli anni 70, così come alla politica monetaria molto accomodante condotta dalla Federal Reserve americana (così come dalla banca Centrale europea). La prima spiegazione non mi convince affatto: poggia molto ampiamente sul postulato dell'uguaglianza elasticità/cost share, di cui ho già detto quanto sia sospetta. Mira in modo troppo evidente a legittimare dei programmi di flessibilizzazione a tutto tondo del mercato del lavoro, che hanno però dimostrato la loro inefficacia. D'altronde, la seconda spiegazione si avvicina a quella che suggerisce lei. La politica monetaria dei tassi di interesse molto bassi ha reso possibile un'espansione significativa del credito, essa stessa facilitata dalla deregulation finanziaria. Detto altrimenti, le nostre economie si sono indebitate per compensare l'aumento del prezzo del petrolio! Siccome il credito è stato molto a buon mercato, questo ha permesso di rendere lo shock petrolifero relativamente indolore. Allo stesso tempo, la politica monetaria, la deregolamentazione e la miopia del settore bancario hanno anche provocato il rigonfiamento della bolla dei subprime, il cui scoppio nel 2007 ha dato avvio alla crisi. Il rimedio che ha reso possibile ammortizzare lo shock petrolifero ha quindi anche provocato la peggiore crisi finanziaria della storia, essa stessa ampiamente responsabile della crisi attuale dei debito pubblici, della fragilità dell'euro, eccetera. Tutto avviene quindi come se stessimo per pagare, ora, il vero costo di questo terzo shock petrolifero.

L'evoluzione del consumo di energia è, dice lei, un non-tema per la maggior parte degli economisti. Altri lavori analoghi al suo (quello di Robert Ayres, particolarmente) concludono ugualmente che il ruolo dell'energia nell'economia è del tutto sottostimato. Dove viene preso in considerazione il vostro tipo di approccio nella ricerca economica e nel pensiero economico in generale? Ottenete un eco presso i vostri colleghi, o predicate nel deserto?

La comunità degli economisti universitari non è per nulla omogenea. Alcuni continuano a recitare il catechismo dei manuali, eppure abbiamo molte ragioni per credere che ci siano molte verità importanti contro, che non sono estranee all'incapacità di una parte della categoria di anticipare una crisi monumentale come quella dei subprime, o ancora di immaginare altre soluzioni alla crisi europea se non l'approfondimento dei programmi di rigore di bilancio che, tuttavia, ci portano alla deflazione. Ma altri economisti fanno un lavoro notevole: lei ha citato giustamente Robert Ayres, ci sono anche delle persone come  Michael Kumhof al FMI (la sua intervista su 'Oil Man'), James Hamilton (presentazione su 'Oil Man'), David Stern, Tim Jackson, Steve Keen, Alain Grandjean, Jean-Charles Hourcade, Christian de Perthuis...  Sono convinto che, quando la società prenderà coscienza del ruolo vitale dell'energia – questo processo di presa di coscienza è già iniziato – la prima categoria di economisti sarà costretta a cambiare i propri dogmi. Il resto appartiene alla sociologia del campo accademico.

I vincoli del picco del petrolio e del cambiamento climatico promettono di disegnare un avvenire nel quale la macchina economica avrà sempre meno energia a sua disposizione per funzionare. Questi due vincoli secondo lei implicano la fine prossima dell'economia della crescita?

Sì, molto verosimilmente. Senza transizione energetica (cioè, senza un ri-orientamento volontario delle nostre forze produttive e delle nostre modalità di consumo verso un'economia meno dipendente dalle energie fossili), non potremo semplicemente più trovare alcuna crescita sostenibile. Anche se alcuni pretendono di andarla a cercare coi denti. I miei lavori suggeriscono che le economie come le nostre non possono conoscere, alla fine, che tre regimi di medio termine: una crescita significativa accompagnata da un forte inflazione (i trenta gloriosi), la deflazione (il Giappone dopo vent'anni, l'Europa e gli Stati Uniti fra le due guerre) o meglio una crescita lenta accompagnata da bolle speculative a ripetizione sui mercati finanziari. L'Europa occidentale è evidentemente nel terzo regime, verso il quale abbiamo svoltato nel corso degli anni 80 , a favore della deregulation finanziaria. La domanda che ci si pone oggi è quella di sapere se vogliamo continuare questa esperienza, al prezzo dell'aumento delle ineguaglianze incredibili che conosciamo e della distruzione a termine del settore industriale europeo da parte della sfera finanziaria. Oppure possiamo lasciarci scivolare pigramente nella deflazione (la più pericolosa) come è già il caso di una buona parte dell'Europa meridionale. O ancora, possiamo tentare di ricollegarci alla prosperità. Quest'ultima possibilità non coincide con la crescita del PIL. Come lei sa, il PIL è un indicatore molto povero. E' tempo di cambiarlo. Il rapporto Sen-Stiglitz-Fitoussi o, meglio ancora, il lavoro di Jean Gadrey e di Florence Jany-Catrice indicano delle strade molto promettenti per andare in questa direzione. Detto altrimenti, far crescere il PIL non ha importanza. Da questo l'inutilità dei dibattiti sulla crescita verde, che si interrogano sul fatto di sapere se la transizione sia compatibile con la crescita del PIL. La domanda buona è: come operare la transizione in modo da assicurare il maggior numero di posti di lavoro ed uno stile di vita allo stesso tempo democratico e prospero?

L'antropologo americano Joseph Tainter afferma che esiste una "spirale energia-complessità": "Non si può avere complessità senza energia, e si ha l'energia ci sarà la complessità”, dice. Cosa le ispira questa affermazione?

Il parallelo proposto da Tainter fra la dipendenza dell'Impero Romano riguardo all'energia saccheggiata alle società conquistate e la nostra dipendenza energetica mi pare molto pertinente. Il colonialismo ha costituito – senza offesa per alcuni storici come Jacques Marseille – una grande operazione di captazione di un certo numero di grandi risorse energetiche da parte di un continente (l'Europa) che è gravemente carente di risorse energetiche fossili sul proprio territorio. Che il nostro continente sia più o meno condannato al declino se non realizza la transizione energetica, anche questo mi sembra evidente. D'altra parte, sono meno d'accordo con Tainter sulla tesi concernente il legame intangibile fra la complessità di una società ed il suo uso di energia. Questa nozione di complessità non giustifica la rinuncia della politica, se si suppone che questa implichi, decisamente, che le cose sono troppo complesse perché chi governa possa pretendere di decidere alcunché? E' vero, al contrario, che la deregolamentazione finanziaria ha provocato una cortina di informazioni contraddittorie (i premi dei mercati finanziari) che seminano un'enorme confusione sulle tendenze economiche forti e paralizzano sia gli investimenti di lungo termine sia le decisioni politiche. In quel senso, l'esperienza della deregolamentazione ci ha immersi in un mondo “complesso”, nel senso di confuso. Ma non è irreversibile ed è un motivo in più per non far dipendere la nostra prosperità dai mercati finanziari. Se si segue Tainter, nella misura in cui la nostra società avrà raggiunto il suo “picco della complessità”, al di là del quale i guadagni di produttività della complessità diventerebbero trascurabili, saremmo condannati? Posso sbagliarmi, ma sono convinto, per parte mia, che solo due regioni al mondo possono lanciare la transizione energetica come più ampio progetto economico e politico: l'Europa e il Giappone. In effetti, per farla servono ottimi ingegneri ed una popolazione molto istruita. Se l'Europa diventa leader nella transizione energetica e, più globalmente, ecologica, allora potrà, col proprio ritorno di esperienza, esportare al resto del mondo il proprio saper fare. Altrimenti, sarà condannata a dover fare la guerra, come l'Impero Romano, per prendere l'energia d'altri, cosa che non ha più i mezzi di fare. La transizione è di fronte a noi: è il segreto della prosperità futura dell'Europa, perlomeno se il nostro continente si da i mezzi per metterla in atto.


http://www.slideshare.net/PaulineTSP/lien-entre-le-pib-et-lnergie-par-gal-giraud-ads-20140306?ref=http://petrole.blog.lemonde.fr/2014/04/19/gael-giraud-du-cnrs-le-vrai-role-de-lenergie-va-obliger-les-economistes-a-changer-de-dogme/

lunedì 28 aprile 2014

L’UNICITÀ DELLA SPECIE UMANA NE DETERMINA IL FATO? Correzioni ed integrazioni.

           Alle date 18/04/2014, 19/04/2014, 20/04/2014 e 21/04/2014 sono uscite su questo blog le quattro puntate di un lungo post che ho scritto a proposito delle peculiarità della nostra specie e di come queste abbiano contribuito a determinarne il Fato.   Mi rallegro del fatto che hanno stimolato una discussione animata e corretta su di un argomento tanto vasto e complesso; occasione per me per imparare alcune cose che non sapevo.    Con qualche giorno di ritardo dovuto ad altri impegni, vorrei qui tornare su due punti che alcuni commenti circostanziati hanno criticato come basati su dati inesatti.   Poiché la verifica mi ha dato l’occasione per approfondire alcuni elementi della discussione, propongo qui sia le correzioni del caso, sia qualche considerazione ulteriore.

Il primo punto riguarda la seguente affermazione: “Stime ragionevoli valutano in una media globale di 40 joule di energia fossile consumata per mangiare un joule di cibo”.
Non sono stato in grado di ritrovare la citazione originale di cui avevo preso una nota incompleta mesi fa.   Ho quindi fatto una breve ricerca per verificare se l’ordine di grandezza è plausibile.    L’argomento è molto poco chiaro perché i metodi di calcolo cambiano a seconda degli autori, così come i dati di base su cui sono formate le stime.   Non sono quindi in condizione di fornire una stima veramente affidabile, ma posso citare alcuni dati che mi sono parsi particolarmente interessanti:
Limitatamente alla filiera alimentare statunitense, notoriamente la più energivora del mondo, Michael Bomford  (sul sito del PostCarbon Institut )   stima in 10 quadrilioni di btu all'anno il consumo di energia fossile necessario per nutrire 300 milioni di persone; salvo errore di conversione, significa circa 22.500 Kcal/persona/giorno, ossia circa 10 volte il consumo metabolico.   Un valore dovuto in gran parte all'elevata percentuale di cibi congelati ed inscatolati, oltre che all'uso massiccio di bibite nella dieta americana.
Le medie mondiali sono sicuramente inferiori, sebbene occorra ricordare che la "rivoluzione verde",  l’inurbamento ed il commercio globale del cibo (in particolare dei cereali) abbiano elevato considerevolmente i consumi energetici relativi al cibo anche nei “developing countries”.
Per fare un confronto usando dati attinenti alla mia esperienza professionale diretta, posso dire che la coltivazione di un ettaro di grano nella campagna toscana richiede circa 70 kg di gasolio, pari a circa 742.335 Kcal, per dare (se va tutto bene) 45 q di granella, approssimativamente equivalenti a 1.575.000 Kcal.   Dunque il raccolto è circa il doppio del consumo, ma non ho considerato i concimi (circa 65 kg di nitrati, 80 kg di fosfati e 80 Kg di potassio) per il cui calcolo energetico mi rimetto ai chimici.    Se i rapporti tra le diverse fasi della filiera (produzione, trasporto, lavorazione ed impacchettamento, vendita, conservazione e cottura) in Italia fossero simili a quelli che Bomford riporta per gli USA, si troverebbe che il grano “made in Italy” giunge in tavola con circa 5 unità di energia fossile per ogni unità di energia fotosintetica.    Ovviamente, altri cibi hanno rapporti molto più svantaggiosi, in particolare le verdure coltivate in serra (magari riscaldata) ed ancor più la carne da allevamenti intensivi; per non parlare dei congelati, inscatolati, ecc.    Su questa base penso che, in Italia, si possa ritenere realistico un rapporto tra energia fossile e fotosintetica mediamente compreso fra 8:1 e 10:1.
 In conclusione, il rapporto di 40:1 dato nel post probabilmente si riferiva a casi limite e non a medie globali, un errore di cui mi scuso con i lettori.
Un dato strutturalmente diverso, ma ancor più preoccupante è il Sustainability Index (
M.T. Brown and S. Ulgiati 1997) ricavato dal rapporto fra la quantità di energia dissipata nel processo produttivo e quella contenuta nel cibo: un rapporto che, nei paesi sviluppati, è passato da 1 nel 1910, a 10 nel 1970, ad oltre 100 oggi (dati ENEA).    Al solito, nel resto del mondo c’è da aspettarsi un rapporto migliore, ma in progressivo peggioramento: dove per l'aumento del reddito medio e dove, viceversa, per il peggioramento delle condizioni di vita con il conseguente incremento degli aiuti alimentari internazionali.
    Rimane comunque valido il fatto che il petrolio è l’alimento principale dell’umanità contemporanea, il che ci riporta al primo post della serie ed al fatto che dovremo cambiare molto rapidamente la nostra dieta, sempre che ciò risulti possibile.

Il secondo dato contestato è il numero di persone denutrite oggi nel mondo.   Nel post affermo: ”Parallelamente,la quantità di persone denutrite è andata diminuendo dal 1960 fino al 1995,per poi circatriplicare nei 20 anni successivi.(fig. 4)”.   Si è trattato di un lapsus: l’aumento in cifra assoluta è stato infatti del 30% circa e non del triplo.

Per approfondire la questione, riporto qui per intero la figura (fonte European Environment Agency su dati FAO)  che nel post ho riprodotto in parte. Premesso che questo genere di dati è intrinsecamente approssimativo e che come tale deve quindi essere considerato, in numero assoluto si passa da circa 870 milioni nel periodo 1969-1971, a circa 820 nel periodo 1995-1997, per poi risalire a circa 1020 nel 2009.   Essendo che nel frattempo la popolazione è cresciuta considerevolmente, la curva del dato percentuale è diversa, con un minimo nel 2004-2006 (attorno al 15%), che risale al  20% circa nel 2009; molto meno del quasi 35% che avevamo nel 1969-1971.

Ho verificato il dato con quello pubblicato dal Worldwatch Institute nel rapporto 2013 dello State of the World, trovandolo in linea con quello da me utilizzato (probabilmente i dati di base sono gli stessi): 878 milioni nel 1969, minimo nel 1995 con 825 milioni, 1020 milioni nel 2009 e 1030 nel 2011.   Il dato reale è sicuramente peggiore in quanto queste stime si riferiscono ai soli “developing countries” e non considerano dunque i crescenti livelli di denutrizione in Europa, USA, ecc., ma comunque il numero delle persone denutrite, per fortuna, non è triplicato.

Mi scuso di tale grossolana svista che, a mio avviso, non inficia tuttavia l’analisi delle prospettive.   Per l’argomento in discussione non mi sembra infatti che sia tanto importante la cifra in se, quanto il fatto che abbiamo avuto un lungo periodo di miglioramento, seguito da un’inversione di tendenza oramai consolidata.  



Certamente sul problema della denutrizione pesano moltissimo anche altri fattori come gli iniqui meccanismi di mercato, gli sprechi e le speculazioni, ma non è mio scopo analizzare qui il peso relativo dei vari fattori in gioco, quanto porre in evidenza il fatto che le possibilità produttive dell’agricoltura stanno raggiungendo il loro limite estremo e non riescono più a tenere il passo con la crescita demografica che ha rallentato in termini percentuali, ma che è invece al suo massimo storico in termini assoluti.   E proprio per riportare l’attenzione su questo particolare aspetto del problema, aggiungo qui tre grafici (dati FAO) che evidenziano molto bene l’impatto della legge dei “ritorni decrescenti” sull'agricoltura contemporanea.

AI “ritorni decrescenti” si devono poi aggiungere le perdite dovute al mutamento climatico, un argomento su cui non mi dilungo essendo già stato trattato recentemente da diversi articoli su questo stesso blog, ad esempio questo, questo, e quest’altro.

Il pericolo di un’ondata di carestie è quindi uno degli elementi che contribuiscono a formare la “tempesta perfetta” che si addensa sulle nostre teste e viene preso molto sul serio dagli organismi competenti; specialmente in considerazione della progressiva riduzione delle disponibilità di petrolio e dell’inevitabile peggioramento del clima.   Da diverse parti vengono avanzate proposte interessanti per superare o posticipare tale crisi, ma la loro analisi esula dai limiti della presente integrazione. 

In conclusione, anche se non è piacevole essere colti in fallo, vorrei congratularmi per l’accortezza dei lettori di questo blog, cosa che costituisce un importante patrimonio ed un’ottima garanzia per la sua qualità.

Jacopo Simonetta



domenica 27 aprile 2014

Il mito del progresso umano e il collasso delle società complesse

Da “Truthdig”. Traduzione di MR

Di Chris Hedges 

https://www.youtube.com/watch?v=uAo7ky1kq-Q (NOTA: stranamente, blogger non trova questo video, quindi non sono riuscito a caricarlo)

Nota dell'editore: quella che segue è la trascrizione di un discorso tenuto da Chris Hedges a Santa Monica, California, il 13 ottobre 2013. Per comprare il DVD del discorso di Hedge e della sessione di domande e risposte successiva, cliccate qui. Delle clip della sessione di domande e risposte sono disponibili su http://www.truthdig.com/avbooth/item/chris_hedges_on_the_role_of_art_in_rebellion_20131127, qui e qui. Seguite questo link per diventare sostenitori di Bedrock (essere memebri per un anno dà diritto al DVD gratuito di questo evento).

Il ritratto più lungimirante del carattere americano e del nostro destino ultimo come specie si trova sul Moby Dick di Herman Melville. Melville rende le nostre ossessioni omicide, la nostra arroganza, i nostri impulsi violenti, la debolezza morale e l'inevitabile autodistruzione visibili nella sua cronaca di un viaggio a caccia di una balena. E' il nostro principale oracolo. Melville è per noi quello che William Shakespeare è stato per l'Inghilterra elisabettiana o Fyodor Dostoyevsky per la Russia zarista. Il nostro paese si è costituito a forma di nave, il Pequod, a cui è stato dato il nome della tribù indiana sterminata nel 1638 dai Puritani ed i loro alleati Nativi Americani. L'equipaggio della nave di 30 uomini – c'erano 30 Stati nell'Unione quando Melville ha scritto il romanzo – è un misto di razze e di fedi. L'oggetto della caccia è un'enorme balena bianca, Moby Dick che in un precedente incontro ha mutilato il capitano della nave, Achab, strappandogli una gamba. La furia autodistruttiva della caccia, proprio quella in cui ci troviamo, assicura al Pequod la distruzione. E quelli sulla nave, in un certo senso, sanno di essere condannati – proprio come molti di noi sanno che una cultura consumistica basata sul profitto delle multinazionali, lo sfruttamento senza limiti e la continua estrazione di combustibili fossili sono condannati.

“Se fossi stato assolutamente onesto con me stesso”, ammette Ishmael, “solo poco dopo che la nave è salpata ho visto molto chiaramente nel mio cuore che mi sarei impegnato in questo modo in un viaggio così lungo – senza posare una sola volta gli occhi sull'uomo che ne è stato il dittatore. Ma quando un uomo sospetta qualcosa di sbagliato, a volte accade che, se viene prontamente coinvolto nella faccenda, cerca a poco a poco di coprire i suoi sospetti anche a sé stesso. E per me è stato così. Non ho detto niente ed ho provato a non pensare niente”.

Il nostro sistema finanziario – come la nostra democrazia partecipatoria – è un miraggio. La Federal Reserve compra 85 miliardi di dollari in buoni del Tesoro statunitensi – in gran parte mutui subprime di nessun valore – ogni mese. Ha artificialmente puntellato il governo e Wall Street in questo modo per cinque anni. Ha prestato trilioni di dollari virtualmente senza interessi a banche e ditte che fanno soldi – perché i salari vengono mantenuti bassi – prestandoceli a tassi di interessi incredibili che possono salire anche al 30%.  … O i nostri oligarchi delle multinazionali accumulano i soldi o ci scommettono in un mercato azionario gonfiato. Le stime pongono il saccheggio di banche e ditte di investimento del Tesoro degli Stati uniti fra i 15 e i 20 trilioni di dollari. Ma nessuno di noi lo sa. Le cifre non sono pubbliche. E la ragione per cui questo saccheggio sistematico continuerà fino al collasso è che la nostra economia andrebbe in tilt senza questa vertiginosa infusione di contante gratuito.

Allo stesso tempo l'ecosistema si sta disintegrando. Gli scienziati del Programma Internazionale sullo Stato dell'Oceano hanno pubblicato pochi giorni fa un nuovo rapporto che avvertiva che gli oceani stanno cambiando più rapidamente del previsto e stanno diventando sempre più inospitali per la vita. Gli oceani, naturalmente, hanno assorbito gran parte dell'eccesso di CO2 e calore dall'atmosfera. Questo assorbimento sta riscaldando e acidificando rapidamente le acqua oceaniche. Ciò è aggravato, ha osservato il rapporto, da livelli maggiori di de-ossigenazione a causa del dilavamento dei nutrienti dell'agricoltura e del cambiamento climatico. Gli scienziati hanno chiamato questi effetti “trio mortale”, che quando si mette insieme crea dei cambiamenti nei mari che non hanno precedenti nella storia del pianeta. Questo è il loro linguaggio, non il mio. Gli scienziati hanno scritto che ognuna delle 5 estinzioni di massa del pianeta è stata preceduta da almeno una [parte] del “trio mortale” - acidificazione, riscaldamento e de-ossigenazione. Hanno avvertito che “la prossima estinzione di massa” della vita marina è già in corso, la prima dopo 55 milioni di anni. O guardate la recente ricerca dell'Università delle Hawaii che dice che il riscaldamento globale è ormai inevitabile, non può essere fermato, al massimo rallentato, e che nei prossimi 50 anni la Terra si scalderà a livelli che renderanno intere parti del pianeta inabitabili. Decine di milioni di persone verranno sfollate e milioni di specie saranno minacciate di estinzione. Il rapporto getta dei dubbi sul fatto che città [vicine alla costa o sulla costa] come New York o Londra resisteranno.

Tuttavia, come Achab e la sua ciurma, razionalizziamo la nostra follia collettiva. Tutti i richiami alla prudenza per fermare la marcia verso la catastrofe economica, politica ed ambientale, per dei sani limiti nelle emissioni di carbonio, vengono ignorati o ridicolizzati. Persino avendo le luci rosse che lampeggiano di fronte a noi, l'aumento delle siccità, la rapida fusione di ghiacciai e del ghiaccio dell'Artico, tornado mostruosi, grandi uragani, perdita di raccolti, alluvioni, incendi devastanti e aumento delle temperature, ci inchiniamo servilmente di fronte all'edonismo, all'avarizia e alla seducente illusione di potere, intelligenza e bravura illimitati. L'assalto delle multinazionali alla cultura, al giornalismo, all'educazione, alle arti ed al pensiero critico ha lasciato coloro che dicono questa verità marginalizzati e ignorati, frenetiche Cassandre che sono viste come leggermente svitate, deprimenti ed apocalittiche. Siamo consumati da una mania di speranza, che i nostri capi delle multinazionali forniscono generosamente a scapito della verità.

Friedrich Nietzsche in “Al di là del Bene e del Male” sostiene che solo poche persone hanno la forza di guardare, in tempi di afflizione, a quello che chiama il pozzo profondo della realtà umana. La maggioranza ignora studiatamente il pozzo. Artisti e filosofi, per  Nietzsche, sono tuttavia consumati da una insaziabile curiosità, una ricerca della verità e un desiderio di senso. Si avventurano all'interno delle viscere del pozzo profondo. Questa onestà intellettuale e morale, ha scritto Nietzsche, ha un costo. Quelli segnati dal fuoco della realtà diventano “figli bruciati”, ha scritto, eterni orfani in imperi di illusione. Le civiltà decadute fanno sempre la guerra all'inchiesta, all'arte e alla cultura indipendenti per questa ragione. Non vogliono che le masse guardino nel pozzo. Condannano e calunniano la “gente bruciata” - Noam Chomsky, Ralph Nader, Cornel West. Alimentano la dipendenza umana da illusione, felicità e speranza. Spacciano la fantasia del progresso materiale eterno. Ci spingono a costruire immagini di noi stessi da adorare. Insistono  - ed è questa l'argomentazione della globalizzazione – che il nostro viaggio è, dopotutto, decretato da una legge naturale. Abbiamo consegnato le nostre vite alle forze delle multinazionali che alla fine servono sistemi di morte. Ignoriamo e rimpiccioliamo le grida della gente bruciata. E, se riconfiguriamo rapidamente e radicalmente la nostra relazione fra di noi e con l'ecosistema, i microbi sono destinati ad abitare la Terra.

Clive Hamilton nel suo “Requiem di una Specie: perché resistiamo alla verità sul cambiamento climatico” descrive un oscuro sollievo che proviene dall'accettazione che “il cambiamento climatico catastrofico è virtualmente certo”. Questo annullamento della “false speranze”, dice, richiede una conoscenza intellettuale ed una emotiva. La prima è raggiungibile. La seconda, siccome significa che coloro che amiamo, compresi i nostri bambini, sono quasi sicuramente condannati all'insicurezza, alla miseria e alla sofferenza entro pochi decenni, se non anni, è molto più difficile da acquisire. Accettare emotivamente il disastro imminente, per raggiungere la comprensione a livello di pancia che l'élite del potere non risponderà razionalmente alla devastazione dell'ecosistema, è difficile quanto accettare la nostra stessa mortalità. La lotta esistenziale più scoraggiante del nostro tempo è quella di buttare giù questa orribile verità – intellettualmente ed emotivamente – e sollevarsi per resistere alle forze che ci stanno distruggendo.

La specie umana, condotta da Europei ed Euro-Americani bianchi, è andata avanti per 500 anni nella furia planetaria di conquistare, saccheggiare, depredare, sfruttare e inquinare la Terra – così come di uccidere le comunità indigene che si sono trovate in mezzo. Ma il gioco è finito. Le forze tecniche e scientifiche che hanno creato una vita di un lusso senza confronti – così come di una potenza economica e militare senza rivali per una piccola élite globale – sono le forze che ora ci condannano. L'ossessione per l'espansione economica continua e per lo sfruttamento è diventata una maledizione, una sentenza di morte. Ma anche quando i nostri sistemi economico e ambientale si sfaldano, dopo l'anno più caldo [2012] nei 48 stati contigui da quando sono cominciate le registrazioni 107 anni fa, ci manca la creatività emotiva e creativa per spegnere il motore del capitalismo globale. Ci siamo legati ad una macchina del giudizio universale che continua a macinare. Le civiltà complesse hanno la cattiva abitudine di distruggere sé stesse, alla fine. Gli antropologi, compresi Joseph Tainter ne “Il collasso delle società complesse”, Charles L. Redman ne “L'impatto umano sugli antichi ambienti” e Ronald Wright in “Breve storia del progresso” hanno impostato gli schemi familiari che portano al collasso dei sistemi. La differenza questa volta è che quando crolleremo, l'intero pianeta crollerà con noi. Non ci sarà, con questo collasso finale, nessuna nuova terra da sfruttare, nessuna nuova civiltà da conquistare, nessuna persona nuova da soggiogare. La lunga lotta fra la specie umana e la Terra si concluderà coi resti della specie umana che impara una lezione dolorosa sull'avidità, l'arroganza e l'idolatria sfrenate.

Il collasso delle società complesse nella storia umana arriva poco dopo che queste hanno raggiunto il loro periodo di più grande magnificenza e prosperità.

venerdì 25 aprile 2014

Renzi continua a sbagliare tutto



Ovvero, danneggiare attività produttive per incrementare i consumi. In questo caso, il governo tassa la produzione di energia da impianti rinnovabili nelle aziende agricole. Esattamente il contrario di quello che dovremmo fare (immagine da EnergyTransition)



 

Il colpo alle rinnovabili nel decreto sul bonus Irpef

Per coprire i famosi 80 euro in busta paga ai dipendenti con reddito lordo tra 8.000 e 24.000 euro ci sarò anche un prelievo dalle fonti rinnovabili: si inasprisce la tassazione del reddito che le aziende agricole ricavano producendo energia pulita. Per gli agricoltori il provvedimento produrrà “effetti dirompenti per gli investimenti in rinnovabili”.

giovedì 24 aprile 2014

Rilascio di metano dalle trivellazioni: Nuovi dati indicano che era stato fortemente sottostimato

DaLos Angeles Times”. Traduzione di MR

La torre di un pozzo nella Pennsylvania sud-occidentale. Un nuovo studio scopre che i livelli di metano sopra i pozzi di gas di scisto durante la fase di trivellazione sono fino a 1000 volta più alti di quanto stimato dalla EPA. (Foto, per gentile concessione di Dana Caulton)


Di Neela Banerjee

Questo post è stato aggiornato, Vedi la nota sotto per i dettagli.

Le operazioni di trivellazione di diversi pozzi di gas naturale nella Pennsylvania sud-occidentale hanno rilasciato metano nell'atmosfera a tassi che erano da 100 a 1000 volte maggiori di quanto stimato dalle autorità di regolamentazione federali, come mostra una nuova ricerca.

Usando un aereo che è stato attrezzato specificamente per misurare le emissioni di gas serra nell'aria, gli scienziati hanno scoperto che le attività di perforazione di sette torri di di pozzo nella formazione Marcellus in forte espansione hanno emesso 34 grammi di metano al secondo, in media. L'Agenzia per la Protezione Ambientale (Environmental Protection Agency – EPA) ha stimato che tale trivellazione rilascia fra 0,04 e 0,30 grammi di metano al secondo.

Lo studio, pubblicato lunedì negli Atti dell'Accademia Nazionale delle Scienze, si aggiungono ad un corpus di ricerca che suggerisce che l'EPA stia gravemente sottostimando le emissioni di metano dalle operazioni di petrolio e gas. Ci si attendeva che l'agenzia pubblicasse le proprie analisi delle emissioni di metano dal settore del petrolio e del gas per questo martedì, cosa che darebbe agli esperti esterni una possibilità di valutare quanto abbiano capito bene il problema le autorità di regolamentazione federale.

Il biossido di carbonio rilasciato dalla combustione dei combustibili fossili è il più grande contributo al cambiamento climatico, ma il metano – il componente principale del gas naturale – è circa 20 o 30 volte più potente quando si stratta di intrappolare calore nell'atmosfera. Le emissioni di metano contano per il 9% delle emissioni di gas serra del paese e stanno aumentando, secondo la Casa Bianca.

Lo studio della Pennsylvania è stato lanciato nel tentativo di capire se le misurazioni del metano aereo combaciavano con le emissioni stimate basate sulle letture prese al livello del suolo, l'approccio che l'EPA e le autorità di regolamentazione federale hanno storicamente usato.

I ricercatori hanno fatto volare il loro aereo a circa un chilometro di altitudine al di sopra di un'area di 2.800 chilometri quadrati nella Pennsylvania sud-occidentale che comprende diversi pozzi di gas attivi. In un periodo di due giorni nel giugno del 2012, hanno rilevato da 2 a 14 grammi di metano al secondo per chilometro quadrato sull'intera area. Le stime della EPA di quell'area sono da 2,3 a 4,6 grammi di metano al secondo per chilometro quadrato.

Visto che le misure in quota sono state così tanto più grandi delle stime dell'EPA, i ricercatori hanno cercato di seguire il pennacchi di metano fino alle loro fonti, ha detto Paul Shepson, un chimico dell'atmosfera all'Università di Purdue che ha aiutato a condurre lo studio. In alcuni casi, sono stati in grado di quantificare le emissioni dai singoli pozzi.

I ricercatori hanno determinato che i pozzi che perdono più metano erano in fase di trivellazione, un periodo che non era conosciuto per le alte emissioni. Gli esperti avevano pensato che fosse più probabile che il metano venisse rilasciato durante le fasi successive di produzione, comprese la fratturazione idraulica, il completamento del pozzo o il trasporto lungo i gasdotti.

Le letture aeree sono state un'istantanea su due giorni, ha avvertito Shepson, servono ulteriori ricerche su un periodo più lungo per sapere se le misurazioni della Pennsylvania siano tipiche. Gran parte delle trivellazioni di gas naturale nella Pennsylvania sud-occidentale passano attraverso letti di carbone, che contengono metano che potrebbe fuoriuscire, secondo lo studio. I ricercatori hanno ipotizzato che i metodi di “underbalanced drilling” - nei quali la pressione nel foro di pozzo è inferiore a quella della geologia circostante – favorisce l'entrata nel foro di pozzo stesso di fluidi e gas che arrivano alla superficie. I produttori di energia usano l'underbalanced drilling perché permette loro di recuperare preziose forniture di etano e butano, ha detto Shepson.

La disparità fra le misurazioni dei ricercatori e i dati dell'EPA illustra i limiti del metodo usato dalle autorità di regolamentazione, ha detto Shepson. L'approccio dell'EPA mette le autorità di regolamentazione alla mercé delle compagnie energetiche, che controllano l'accesso ai pozzi, ai gasdotti, agli impianti di lavorazione e alle stazioni di compressione, dove dovrebbero essere fatte le misurazioni. “E' difficile”, ha detto Shepson.

Lo scorso anno, ricercatori da Stanford, Harvard e da altrove hanno riportato su PNAS che le emissioni di metano negli Stati Uniti continentali potrebbero essere del 50% maggiori delle stime ufficiali dell'EPA. Un altro studio di ricercatori di Stanford, pubblicato a febbraio nella rivista Science, hanno a loro volta concluso che l'EPA sottostimi le perdite di metano da parte dell'industria del gas naturale e da altre fonti.

[Aggiornato alle 10 del 10 aprile: L'EPA ha detto che era consapevole che scienziati non governativi erano giunti a “conclusioni diverse sui livelli di emissioni di metanodal settore del petrolio e del gas”. Alcune di quelle stime sono più alte di quelle dell'EPA ed alcune più basse, ha detto l'agenzia in una dichiarazione. Una moltitudine di nuovi dati sul metano e le trivellazioni è atteso per i prossimi anni e i funzionari dell'EPA revisioneranno tutto aggiornando le proprie stime sulle emissioni se necessario, secondo la dichiarazione.]

Il nuovo studio arriva due settimane dopo che la Casa Bianca ha ordinato all'EPA di identificare dei modi per tagliare il metano dalla produzione di petrolio e gas. Se l'agenzia decide di emettere nuove regole, devono essere operative per la fine del 2016.

A febbraio, il Colorado è diventato il primo stato a regolare le emissioni di metano da parte del settore del petrolio e del gas, richiedendo all'industria di rilevare e riparare le perdite e di installare delle apparecchiature per catturare il 95% delle emissioni di metano. La scorsa settimana, l'Ohio ha adottato regole per indurre le compagnie a ridurre la perdita di metano dalle apparecchiature in superficie usate nello sviluppo del gas naturale, come valvole e gasdotti. Quelle regole non sembrano affrontare le perdite durante la trivellazione.

mercoledì 23 aprile 2014

Perché un mondo finito è un problema?

DaOur finite world”. Traduzione di MR

Di Gail Tverberg

Perché un mondo finito è un problema? Mi vengono in mente molte risposte:

1. Un mondo finito è un problema perché noi e tutte le altre creature che ci viviamo condividiamo lo stesso pezzo di “bene immobile”. Se gli esseri umani usano sempre più risorse, le altre specie necessariamente ne usano meno. Condividiamo anche le risorse “rinnovabili” con le altre specie. Se gli esseri umani ne usano di più, le altre specie ne devono usare di meno. I pannelli solari che coprono i deserti interferiscono con la normalità della vita selvaggia; l'uso di piante per i biocombustibili significa che un'area inferiore è disponibile per coltivare cibo e per la vegetazione preferita da insetti desiderabili, come le api.

2. Un mondo finito è governato da cicli. A noi piace proiettare in linee rette o come aumenti percentuali, ma il mondo reale non segue tali modelli. Ogni giorno ha 24 ore. L'acqua si muove a onde. Gli esseri umani nascono, crescono e muoiono. Una risorsa viene estratta da una zona e la zona diventa improvvisamente più povera una volta che il reddito da quelle esportazioni viene rimosso. Una volta che un paese diventa più povero, è probabile che scoppi lo scontro. Un recente esempio di questo è la perdita di esportazioni di petrolio da parte dell'Egitto, più o meno contemporaneamente alle sollevazioni della Primavera Araba nel 2011 (Figura 1). Lo scontro non è ancora finito.

Figura 1. Produzione di petrolio e consumo dell'Egitto, sulla base dei dati della Revisione Statistica dell'Energia Mondiale della BP.

L'interconnessione delle risorse col modo in cui funzionano le economie, e i problemi che si verificano quando queste risorse non sono presenti, rendono il futuro molto meno prevedibile di quanto suggerirebbero gran parte dei modelli.

3. Un mondo finito significa che alla fine scarseggeranno le risorse facili da estrarre di molti tipi, compresi combustibili fossili, uranio e metalli. Questo non significa che “finiamo” queste risorse. Piuttosto significa che il processo di estrazione di questi combustibili e metalli diventerà più costoso, a meno che la tecnologia non agisca in qualche modo per calmierare i prezzi. Se i costi di estrazione aumentano, qualsiasi cosa fatta utilizzando quei combustibili e quei metalli diventa più costosa, sempre che le aziende che vendono questi prodotti siano in grado di recuperarne i costi (se non ce la fanno, vanno fuori mercato molto velocemente!) La Figura 2 mostra che un punto di svolta recente verso costi maggiori è venuto nel 2002, sia per i prodotti sia per i metalli di base.


Figura 2. Indici dei prezzi dell'energia (petrolio, gas naturale e carbone) e metalli di base, usando come riferimento il dollaro americano del 2005, indicizzati a 2010 = 100. I metalli di base comprendono il ferro. Fonte dei dati: Banca Mondiale.

4. Un mondo finito significa che la globalizzazione si dimostrerà essere un grande problema, perché ha aggiunto in proporzione molti più esseri umani alla domanda mondiale di quanto abbia aggiunto risorse non sviluppate all'offerta mondiale. La Cina è stata aggiunta all'Organizzazione Mondiale del Commercio nel dicembre 2001. Il suo uso di combustibili è schizzato rapidamente subito dopo (Figura 3, sotto). Come indicato al punto 3 sopra, il punto di svolta dei prezzi dei combustibili e dei metalli è stato nel 2002. Dal mio punto di vista, questa non è stata una coincidenza – è collegato all'aumento della domanda cinese, così come al fatto che avevamo estratto una quota considerevole dei combustibili facili da estrarre in precedenza.


Figura 3. Consumo di energia per fonte della Cina basato sulla Revisione Statistica dell'Enegia Mondiale della BP. 

5. In un mondo finito, i salari non aumentano in proporzione all'aumento dei costi di estrazione di combustibili e metalli, perché i costi di estrazione extra non aggiungono nessun beneficio reale alla società – semplicemente rimuovono risorse che potrebbero essere messe al lavoro altrove nell'economia. Stiamo diventando, in effetti, sempre meno efficienti nel produrre prodotti energetici e metalli. Ciò avviene perché stiamo producendo combustibili che s trovano in luoghi più difficili da raggiungere e che contengono più inquinanti al loro interno. I giacimenti metalliferi hanno problemi analoghi – sono più profondi e di minor concentrazione. Tutto lo sforzo umano aggiuntivo e la spesa di risorse aggiuntive non produce più prodotto finale. Piuttosto, rimaniamo con meno sforzo umano e meno risorse da investire nel resto dell'economia. Di conseguenza, la produzione totale di beni e servizi per l'economia tendono a stagnare. In un'economia del genere, i lavoratori che i loro salari adattati all'inflazione tendono ad arrancare (Ciò avviene perché l'economia totale produce meno, quindi la quota di quanto viene prodotto e inferiore per ogni lavoratore). E' anche probabile che le aziende che producono energia e prodotti metallici trovino più difficile avere un profitto, perché con stipendi in ritardo i consumatori non si possono permettere di comprare molto prodotto a prezzi più alti. Infatti, è probabile che ci sia il pericolo di un improvviso crollo della produzione, perché i prezzi rimangono troppo bassi per giustificare l'alto costo di un investimento aggiuntivo.

6. Quando i lavoratori possono permettersi sempre di meno (vedi punto 5), finiamo per avere problemi molteplici:

a. Se il lavoratori si possono permettere di meno, tagliano le spese voluttuarie. Questo tende a rallentare o alla fine fermare la crescita economica. La mancanza di crescita economica alla fine condiziona i prezzi di borsa, visto che i prezzi delle azioni presuppongono che la vendita dei propri prodotti continuerà a crescere all'infinito.

b. Se i lavoratori possono permettersi di meno, un articolo che è sempre più fuori portata è una casa più costosa. Di conseguenza, i prezzi delle abitazioni tendono a stagnare o a crollare con salari stagnanti e prezzi di combustibili e metalli in aumento. Il governo può in qualche modo risolvere il problema con bassi tassi di interesse e più vendite commerciali – è questa la ragione per la quale il problema è in gran parte rientrato.

c. Se i lavoratori trovano i propri salari inadeguati, ed alcuni vengono licenziati, ricadono sempre di più sui servizi governativi. Questo lascia i governi con la necessità di pagare di più in assistenza senza poter raccogliere tasse sufficienti. Così i governi alla finiscono per avere problemi finanziari, se i costi di estrazione di combustibili e metalli crescono più rapidamente di quanto possa essere compensato dall'innovazione, come è accaduto dal 2002.

7. Un mondo finito significa che il bisogno di debito continua ad aumentare e allo stesso tempo la capacità di ripagare il debito comincia a crollare. I lavoratori trovano che beni come le automobili siano sempre più al di là delle loro capacità di pagarle, perché i prezzi delle auto sono condizionati dall'aumento del costo dei metalli e dei combustibili. Di conseguenza, i livelli di debito devono aumentare per comprare quelle auto. I governi trovano di aver bisogno di più debito per pagare tutti i servizi promessi a lavoratori sempre più poveri. Anche le aziende energetiche trovano una necessità di altro debito. Per esempio, secondo il Wall Street Journal di oggi:

Lo scorso anno, 80 grandi aziende energetiche in Nord America hanno speso un totale di 50,6 miliardi di dollari in più di quanto hanno incassato dalle loro operazioni, secondo i dati di S&P Capital IQ. Quel deficit era tre volte quello del 2011 e quattro volte quello del 2010. 

Mentre il bisogno di debito aumenta, la capacità di ripagarlo sta crollando. I redditi voluttuari dei lavoratori sono in ritardo a causa degli alti prezzi dei combustibili e dei metalli di oggi. I governi trovano difficile alzare le tasse. Le aziende di combustibili e metalli trovano difficile alzare i prezzi a sufficienza per finanziare le operazioni al di fuori del flusso di cassa. In definitiva (cosa che potrebbe non essere in un futuro non troppo lontano) questa situazione deve giungere ad un triste finale.


Figura 4. Ripagare i prestiti è facile in un'economia in crescita, ma molto più difficile in un'economia in contrazione.

I governi possono coprire questo problema per un po', con tassi di interesse super bassi. Ma se i tassi di interesse dovessero mai salire ancora, il loro aumento è probabile che porti ad un enorme default del debito e a grandi fallimenti finanziari a livello internazionale. Ciò accade perché tassi di interesse più alti portano alla necessità di tasse più alte e perché tassi di interesse più alti significano che acquisti come case, automobili e nuove fabbriche diventano meno accessibili. I tassi di interesse in aumento significano anche che il prezzo di vendita delle obbligazioni esistenti crollano, creando potenzialmente problemi finanziari per banche e compagnie di assicurazione.

8. Il fatto che il mondo sia finito significa che la crescita economica dovrà rallentare e alla fine fermarsi. Stiamo già assistendo ad un crescita economica rallentata nelle parti del mondo che hanno assistito ad una diminuzione del consumo di petrolio (Unione Europea, Stati Uniti e Giappone), anche se il resto del mondo ha visto aumentare il proprio consumo di petrolio.


Figura 5. Consumo di petrolio basato sulla Revisione Statistica dell'Energia Mondiale della BP.

I paesi che hanno cali particolarmente accentuati nel consumo di petrolio, come la Grecia (Figura 7 sotto), hanno avuto avuto cali particolarmente accentuati nella propria crescita economica, mentre i paesi con rapidi aumenti di consumo di petrolio a di altre forme di energia, come la Cina mostrata nella Figura 2, hanno mostrato una rapida crescita economica.


Figura 6. Consumo di petrolio della Grecia, sulla base dei dati IEA.

Il motivo per cui stiamo già arrivando ad avere difficoltà col consumo di petrolio è perché per il petrolio stiamo raggiungendo i limiti di un mondo finito. Abbiamo già tirato fuori gran parte del petrolio facile da estrarre e quello che rimane è più costoso e lento da estrarre. La produzione mondiale di petrolio non sta crescendo tanto velocemente nel totale e i prezzi devono essere alti per coprire gli alti costi di estrazione. Qualcuno deve essere lasciato fuori. I paesi che usano una grande percentuale di petrolio nel proprio mix energetico (come la Grecia, col suo settore turistico) trovano che i prodotti che producono sono troppo costosi nel mercato mondiale. I paesi che usano principalmente carbone (che è meno caro) come la Cina, hanno un enorme vantaggio di costo in un mondo che compete sui costi.

9. Il fatto che il mondo sia finito è stato omesso praticamente da ogni modello che prevede il futuro. Questo significa che i modelli economici sono praticamente tutti sbagliati. I modelli prevedono generalmente che la crescita economica continuerà all'infinito, ma questo non è realmente possibile in un mondo finito. I modelli non considerano nemmeno il fatto che la crescita economica sarà ridimensionata nelle economie evolute. Anche i modelli sul cambiamento climatico comprendono un consumo futuro di combustibili fossili esagerato, in entrambi i loro scenari standard e nei loro scenari di “picco del petrolio”. Ciò è conveniente per i legislatori. I limiti del petrolio fanno paura perché indicano un possibile problema a breve termine. Se un modello di cambiamento climatico indica una necessità di ridimensionare l'uso futuro di combustibili fossili, questi modelli danno invece al legislatore un problema più lontano di cui parlare.

10. Anche le relazioni economiche più fondamentali tendono ad essere stimate male in un mondo finito. E' comune che gli economisti guardino alle relazioni che funzionavano in passato e presumano che relazioni simili funzioneranno anche adesso. Per esempio, ai ricercatori piace guardare quanto debito una economia può permettersi rispetto al PIL o quanto debito si può permettere un'azienda. Il problema è che la quantità di debito che un'economia o un'azienda possono permettersi si contrae drammaticamente al contrarsi dei tassi di crescita economica, a meno che il tasso di interesse sia estremamente basso. Un altro esempio; gli economisti credono che prezzi più alti porteranno a dei sostituti o ad una riduzione della domanda. Sfortunatamente, non hanno mai smesso di considerare che la riduzione della domanda per un prodotto energetico potrebbe avere un impatto avverso grave  sull'economia – per esempio, potrebbe significare che molti posti di lavoro in meno siano inevitabili, Meno posti di lavoro significano meno domanda (o accessibilità), ma è proprio quello che si desidera? Gli economisti sembrano anche credere che i prezzi dei prodotti petroliferi continueranno ad aumentare finché non raggiungeranno il livello di prezzo dei sostituti. Se le persone sono più povere, non è proprio così, come detto prima.

11. Oltre a quelli di prodotti energetici e metalli ci sono molti altri limiti che sono un problema in un mondo finito. C'è già una disponibilità inadeguata di acqua potabile in molte parti del mondo. Questo problema può essere risolto con la desalinizzazione, ma fare questo è costoso e sottrae risorse da altri usi. La terra coltivabile in un mondo finito è soggetta a limiti. Il suolo è soggetto ad erosione e la sua qualità si degrada se viene trattato male. Il cibo dipende da petrolio , acqua, terra coltivabile e qualità del suolo, quindi raggiunge rapidamente i limiti se uno qualsiasi di questi input viene disturbato. Gli insetti impollinatori, come le api, sono a loro volta importanti. Probabilmente il problema più grande in un mondo finito è quello di una popolazione troppo grande. Prima venisse introdotto l'uso dei combustibili fossili, il mondo era in grado di sfamare solo 1 miliardo di persone. Non è chiaro se sia possibile sfamarne la stessa quantità oggi, senza combustibili fossili. La popolazione mondiale è oltre i 7 miliardi.

Ora ci troviamo in un mondo finito

A questo punto, il problema di raggiungere i limiti in un mondo finito si è trasformato principalmente in un problema finanziario. I governi ne sono particolarmente condizionati. Sentono di aver bisogno di prendere in prestito quantità sempre maggiori di denaro per fornire i servizi promessi ai propri cittadini. Il debito è un problema enorme, sia per i governi sia per i singoli cittadini. I tassi di interesse devono rimanere molto bassi di modo che l'attuale sistema “stia insieme”. I governi o sono inconsapevoli della vera natura dei loro problemi o fanno qualsiasi cosa si in loro potere per nascondere la vera situazione ai suoi elettori. I governi si affidano agli economisti per consigli su cosa fare in futuro. I modelli degli economisti fanno un vero e proprio lavoraccio nel rappresentare il mondo di oggi, quindi forniscono una guida poco utile. Il modo fondamentale per affrontare i limiti sembrano essere le “soluzioni” dettate dalla preoccupazione per il cambiamento climatico. Queste soluzioni sono dubbio beneficio quando si tratta di limiti reali di un mondo finito, ma fanno sembrare che i politici facciano qualcosa di utile. Forniscono anche un flusso continuo di introiti alle istituzioni accademiche e alle aziende “verdi”. Il pubblico è stato placato da ogni sorta di storie fuorvianti su come il petrolio da scisto sarà una soluzione. L'alleggerimento quantitativo - Quantitative Easing (usato dai governi per abbassare i tassi di interesse) ha temporaneamente permesso alle borse di volare e ai tassi di interesse di rimanere piuttosto bassi. Quindi, superficialmente, tutto sembra perfetto. La questione è quanto durerà. I tassi di interesse aumenteranno e rovineranno la felice situazione? O sarà un altro problema finanziario (per esempio, un problema di debito in Europa o in Giappone) a far cadere il castello di carte? O il problema finale sarà un declino dell'offerta di petrolio, forse causato dal raggiungimento dei limiti del debito di aziende di petrolio e gas? Il 2014 sarà un anno interessante. Teniamo le dita incrociate rispetto a come andranno le cose. E' surreale quanto siamo vicino ai limiti senza che nei media prenda piede quello che è il vero problema.



martedì 22 aprile 2014

“Furia recursiva”: le ragioni del passo falso di "Frontiers"

Da “Resource Crisis”. Traduzione di MR

di Ugo Bardi

Come probabilmente sapete, l'editore scientifico “Frontiers” ha recentemente deciso di ritirare un saggio già approvato e pubblicato (“Recursive Fury”, Furia recursiva) sul tema degli atteggiamenti cospirazionisti nel dibattito sul cambiamento climatico. Questo gesto ha provocato le dimissioni di alcuni editori di Frontiers, compreso me stesso, come ho descritto in un post precedente. Qui torno sul tema più in dettaglio.


Quando sono stato contattato dallo staff di “Frontiers” e mi è stato chiesto di diventare “editore capo” con loro, ho pensato che fosse un'eccellente idea. Ero attratto, principalmente, dal fatto che la rivista fosse completamente “open access”, un'idea che ho sempre appoggiato (sono stato probabilmente uno dei primi a sperimentare con l'editoria open access in chimica). Così ho accettato l'offerta con considerevole entusiasmo ed ho cominciato a lavorare su una rivista (in realtà una sezione di una rivista) dal nome “Frontiers in Energy Systems and Policy".

Una volta diventato editore, ho scoperto la struttura peculiare del sistema di Frontiers. E' un enorme schema piramidale in cui ogni rivista ha delle sotto-riviste (chiamate “specialties” nel gergo di Frontiers). La piramide si estende alle persone coinvolte: comincia con i “capi editori”, che supervisionano i “capi editori di specialità”, che supervisionano gli “editori associati”, che supervisionano i “revisori”. Visto che ogni passaggio coinvolge una crescita di un fattore 10-20 nel numero di persone coinvolte, potete capire che ogni rivista della serie di Frontiers può coinvolgere diverse migliaia di scienziati. L'intero sistema potrebbe contare, probabilmente, decine di migliaia di scienziati.

Perché questa struttura barocca? La spiegazione ufficiale è che questo rende il processo della revisione più rapido. In questo, la struttura piramidale di Frontiers sembra apparentata in qualche modo a un sistema militare di “comando e controllo” che è, di fatto, progettato per accelerare il processo di comunicazione/azione. Naturalmente, se sei arruolato come editore su Frontiers, non ti vengono dati ordini dai livelli superiori; ciononostante vieni continuamente tormentato da comunicazioni e reminder su quello che devi fare e devi passare queste comunicazioni ai livelli inferiori al tuo. Tutti questi messaggi tendono a stimolarti a completare i tuoi compiti.

Ma la mia impressione è che la struttura piramidale di Frontiers non è stata creata solo per la velocità, aveva un obbiettivo di marketing. Di sicuro, coinvolgendo così tanti scienziati nel processo crea un'atmosfera di partecipazione che li incoraggia a sottoporre i loro saggi alla rivista ed è qui che gli editori fanno soldi, naturalmente. Non posso provare che la struttura di Frontiers si stata concepita in questi termini dall'inizio ma, apparentemente, non sono alieni all'uso di tattiche di promozione aggressive per i loro affari.

Come potete immaginare, un sistema così complesso porta molti problemi. Primo, la pletora di sotto-riviste rende l'intero sistema di Frontiers simile all' “Emporio Celeste della Conoscenza Benevola” descritto da Borges – in breve, un casino. Poi, in caso di sistemi molto grandi, il problema del controllo è praticamente irrisolvibile: vedi il caso delle “Guerre Stellari” di Reagan come esempio. Forse Frontiers non è così complesso come la vecchia iniziativa di difesa strategica americana (SDI), ma i problemi sono gli stessi. Il loro sito internet dovrebbe gestire l'attività di migliaia (o forse decine di migliaia) di scienziati ma, nella mia esperienza, non ha mai funzionato decentemente bene. E gestire tutto il sistema deve richiedere un considerevole staff permanente. Di conseguenza, pubblicare con Frontiers non è a buon mercato.

Così, dopo quasi un anno di lavoro con Frontiers, sono diventato sempre più perplesso. Ho avuto la sensazione di essere solo un ingranaggio in una gigantesca macchina che non funzionava molto bene e che aveva il solo scopo di fare soldi per i livelli alti della piramide. Per favore, non mi fraintendete. Non sto dicendo che ci sia qualcosa di sbagliato nell'idea di fare soldi nel business dell'editoria: assolutamente no. E' chiaro anche che se gli editori sono un'impresa commerciale, allora loro un suo diritto decidere cosa pubblicare e cosa non pubblicare. Il modo in cui Frontiers si è comportato con “Recursive Fury” mostra questo atteggiamento in modo cristallino. Il loro management ha ascoltato solo i loro avvocati ed ha preso una decisione che ha comportato il rischio finanziario minore per loro. Non è stata solo una gaffe occasionale, è stata la conseguenza della struttura decisionale dell'editore.

Una volta chiarito questo punto, mi è sembrato anche chiaro quale fosse il problema: dato per scontato che un editore commerciale può pubblicare quello che vuole, chi difende la scienza (e in particolare la scienza del clima) dai gruppi di interesse, dalle lobby dai gruppi assortiti contro la scienza e dai vari pazzoidi individuali? Non si può chiederlo a un'impresa commerciale che è (correttamente) concentrata sul profitto. Ma si può chiedere perché così tanti scienziati dovrebbero regalare il proprio tempo e il loro lavoro ad un'impresa commerciale che non sembra essere realmente interessata a difendere la scienza. A questo punto, la mia scelta era ovvia. Mi sono dimesso come editore di Frontiers. Altri hanno fatto lo stesso per ragioni analoghe.

Spero che queste righe aiutino a chiarire la mia posizione in questa storia. Come ho detto nel mio commento precedente, le mie dimissioni non avevano niente a che fare con le virtù (o i difetti) del saggio intitolato “Recursive Fury”. Non sono qualificato per giudicare in quel campo e, comunque, non è questo il punto. Il punto che ho voluto sostenere – e spero che si sia compreso – è che dobbiamo reagire al clima di intimidazione che sta fagocitando la scienza. Questo clima di intimidazione assume molte forme e il caso di “Recursive Fury” mostra che ora ha raggiunto anche l'editoria scientifica. Il problema, qui, non è di uno specifico editore. E' che siamo bloccati da un modello vecchio di un secolo di comunicazione: costoso, inefficace e, peggio ancora, facilmente sovvertito dai gruppi di interesse particolare (su questo punto, vedete per esempio questo post di Dana Nuccitelli).

Quindi, cosa possiamo fare? All'inizio l'open access mi sembrava una buona idea per migliorare il processo editoriale, ma è diventato sempre più chiaro che potrebbe causare più danni che guadagni. In aggiunta all'aver generato centinaia di “riviste predatorie” di bassa qualità, gli editori tradizionali se ne sono appropriati e l'hanno trasformato in un modo per estrarre ancora altro denaro dai bilanci della ricerca scientifica.

Credo ancora nell'editoria open access, ma credo che ci sia molto lavoro da fare se vogliamo che diventi la rivoluzione della comunicazione scientifica che speravamo diventasse. Per questo ci vorrà tempo e, al momento, siamo bloccati in un sistema basato sull'editoria commerciale che non è necessariamente desiderosa di difendere la scienza in questo momento difficile. Ma possiamo almeno combattere astenendoci dal pubblicare con riviste che non difendono la scienza e possiamo anche andarcene come editori, come ho fatto con Frontiers. Questo dovrebbe dar loro almeno una spinta nella giusta direzione.