Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


mercoledì 21 maggio 2014

Collasso globale e Colonie resilienti

 Una riflessione di Alessandro Corradini sulle cause ultime del collasso in corso (che ci si ostina ancora a chiamare "crisi")
Di Alessandro Corradini

Siamo pieni zeppi di problemi spaventosi:

-          picco del petrolio,
-          cambiamenti climatici,
-          crollo della biodiversità,
-          crisi economica inarrestabile,
-          mafie e corruzioni dilaganti,
-          disoccupazione tecnologica,
-          armi di distruzione di massa (e convenzionali),
-          collasso oceanico (acidificazione, innalzamento dei livelli, anossia, inquinamento da microplastiche, collasso delle specie ittiche, ecc...),
-          inquinamenti d'ogni genere e tipo,
-          mancanza di istituzioni di governo globali a fronte di gravi problemi su scala planetaria,
-          crescenti diseguaglianze sociali, ecc... ecc... ecc...

Un sacco di problemi!

Tutti fenomeni concreti e pervasivi. Non catastrofismo, ma rilevazione oggettiva di un’autentica catastrofe senza precedenti nella storia dell’umanità. Per quanto gravi e spaventosi, tuttavia, tali fenomeni sono sintomi, non cause. Risalendo le catene di causa-effetto che generano questa spaventosa moltitudine di devastazioni, si può risalire ad una sola causa iniziale che le accomuna tutte. L’identificazione di un’unica causa scatenante semplifica enormemente lo scenario complessivo, ma c’è poco da rallegrarsene, poiché tale origine riguarda un fenomeno così radicato ed onnipresente da essere pressoché intrattabile. Mi riferisco ai soldi. Il problema, per inciso, non è che ne abbiamo pochi. Il problema è che ci ostiniamo ad usarli come mezzo di regolazione generale dell’economia nonostante ogni evidenza scientifica ce lo sconsigli!

Il collasso globale a cui stiamo assistendo increduli da ormai sei anni (e che ancora viene eufemisticamente chiamata “crisi”) altro non è che l’accumulo e l’intrecciarsi di tutti quei gravi sintomi generati da un’infinità di comportamenti distorti connessi all’uso del denaro. Di fatto tale pratica consiste in un groviglio di usanze socialmente ed universalmente accettate che danno forma a tutta la nostra realtà, imbrigliandola in una oppressiva varietà di relazioni impersonali che allontanano i decisori dalle conseguenze delle loro decisioni. Questo complesso intreccio è riconducibile a 3 elementi principali:

1)     la massimizzazione della ricchezza monetaria (sia in termini privati, sia in termini collettivi, ossia di PIL),
2)     l’uso del debito (a cui oggi è connesso tra l’altro la creazione stessa della moneta),
3)     gli scambi commerciali (ossia le logiche di mercato e la speculazione).

Il mix di questi tre elementi comporta da un lato una forte de-responsabilizzazione sia degli individui sia delle comunità e dall’altro lato una feroce competizione causata da una scarsità indotta attraverso una redistribuzione della ricchezza completamente iniqua. Una trattazione dettagliata del perché l’uso del denaro, del debito e delle logiche di scambio commerciale abbiano effetti tanto devastanti sulle sorti del nostro pianeta richiederebbe tuttavia un’esposizione troppo estesa e complessa per essere qui riportata. Per chi volesse farsene un'idea approssimativa, potrà trovare qualche interessante spunto di riflessione qui , qui , qui, qui, qui, e qui. Questo microscopico elenco, tutt’altro che esaustivo ed omogeneo, non è che una capocchia di spillo dei motivi per considerare il “Business As Usual” (o BAU, ovvero il solito modo di condurre gli affari) come un vero e proprio "ordigno fine-di-mondo".

Ma non è questo il punto.

Ammesso e non concesso che si condivida questa “radicale” critica all’economia imperante, esistono alternative pratiche all’uso del denaro e dei suoi corollari? Se sì, è possibile realizzare concretamente tali opzioni?

Iniziamo col dire che ogni eventuale alternativa è destinata ad apparirci strana ed aliena. Non può che apparirci così, abituati come siamo ad un’unica e monolitica realtà economica. La quasi totalità degli esseri umani, negli ultimi millenni, sono nati, cresciuti, vissuti e morti in una società monetaria e/o basata sul debito. La stratificazione ed il consolidamento culturale, psicologico e politico dell’attuale paradigma è quindi colossale. Pensare di uscirne collettivamente e rapidamente da questo paradigma appare perciò un’impresa improba e folle. Il pianeta, però, è un paziente ormai grave ed il nostro futuro è fortemente incerto. La comunità scientifica internazionale ci sta avvertendo che siamo ormai ad un passo dalla soglia che conduce alla sesta estinzione di massa del pianeta (e forse abbiamo già iniziato a varcare tale soglia). Un cambiamento radicale è quindi divenuto necessario ed urgente. Serve una cura drastica, ma soprattutto serve una cura che ci appaia molto… “strana”. Non per il gusto di stupire, ma poiché, come sostenne una volta Albert Einstein: “Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l'ha generato”. Tentativi di riformare, regolarizzare ed addomesticare l’attuale economia monetaria e finanziaria, oltre che tardivi, al momento, risulterebbero probabilmente vani e persino controproducenti. È più probabile, infatti, che i grandi capitali, grazie al loro strapotere, addomestichino facilmente qualsiasi tentativo di riforma, piuttosto che il contrario.

Ci serve disperatamente un’opzione sufficientemente radicale e “strana”, ma quale?

La più ovvia e razionale è l’abbandono completo (e sufficientemente repentino) dell’uso del denaro, del debito e degli scambi commerciali. L’intera economia monetaria andrebbe sostituita da una più pratica e realistica economia basata sulle risorse. Le risorse (naturali e non) sono l'unica vera ricchezza materiale. La loro monetizzazione al contrario, per quanto importante all'interno dell'attuale paradigma, è solo un'astrazione mentale funzionale alla ripartizione della ricchezza globalmente presente sul pianeta. La moneta da accesso alla ricchezza materiale, non è la ricchezza materiale, né la può creare “magicamente dal nulla”. Poiché le risorse naturali, a seguito del superamento della capacità di carico del pianeta, sono in via di rapido esaurimento, parrebbe logico strutturare l'economia, la politica e la società in modo da opporsi strenuamente a tale esaurimento. L’idea di fondo è quindi banale: affinché un sistema economico sia sostenibile sul lungo termine, le risorse a sua disposizione devono essere l’elemento da cui partire per regolare produzione e consumi. Non è certo un’idea particolarmente nuova, ne hanno già parlato noti movimenti come il Venus Project e il Zeitgeist Movement (su cui non intendo esprimere giudizi di sorta). L’idea circola ormai da anni e sembrerebbe logico attendersi che l’attuale collasso economico favorisca un suo approfondimento ed un serio e vasto dibattito. Eppure nulla è ancora accaduto in tal senso. Tutto tace, persino a livello teorico ed accademico. Ciò avvalorerebbe l’idea che “mettere in discussione denaro, debito e logiche di scambio” equivalga a pretendere un cambio di prospettiva semplicemente troppo estremo per l’attuale cultura dominante. Movimenti di massa simili alla cosiddetta “Primavera Araba”, agli indignados e ad Occupy Wall Street, ma in senso apertamente anti-monetarista, per ora, non se ne vedono. Si parla di libertà e democrazia, spesso di equità economica, ma non di riformare il sistema economico fin dalle sue fondamenta. Ciò è ritenuto quasi universalmente un’utopia. I pensatori e gli intellettuali di ogni genere e tipo sembrano fermi ad un: “No grazie! Ci siamo già passati, si chiama comunismo e non funziona”. Il fatto che l’economia delle risorse non abbia nulla a che fare con i regimi del cosiddetto “socialismo reale” (i quali mai e poi mai hanno abolito l’uso di denaro, debiti e scambi commerciali) non smuovere minimamente il dibattito. Sia l’immaginario collettivo, sia la classe intellettuale, sia quella politica sembrano completamente soggiogati da un falso e cinico “realismo” imposto dallo stesso sistema economico che ormai nessuno riesce più a gestire e nemmeno moderare. La nostra civiltà è ostaggio di un pseudo-realismo che ritiene plausibile e doverosa una crescita economica infinita utilizzando le risorse finite (ormai quasi letteralmente) del pianeta.

Quindi come se ne esce?

Se un ostacolo è troppo grande per scavalcarlo, si può sempre girarci attorno. La cultura di massa e le istituzioni politiche e sociali sono ormai del tutto impermeabili e refrattarie verso proposte politiche pragmatiche. Queste vengono confuse sistematicamente per estremismi, stramberie ed utopie. È quindi necessario agire per una via meno diretta, cioè quella della colonizzazione. Il nome “colonizzazione” è tristemente associato a pratiche di sfruttamento e dominio. La colonizzazione a cui qui mi riferisco, tuttavia, non ha nulla a che vedere con quella triste esperienza storica. Qui, con “colonizzazione”, ci si vuol riferire semplicemente ad una modalità di diffusione dell’economia basata sulle risorse, attraverso l’inoculazione di detto sistema economico all’interno di quello esistente. Per disfarsi delle logiche monetaristiche, del debito e dello scambio e passare al nuovo paradigma si deve raccogliere subito il consenso immediatamente disponibile. Date le circostanze, sarà un consenso fortemente minoritario e “di nicchia”, ma rapidamente ed economicamente organizzabile. In termini pratici, parliamo quindi di un consenso che tale proposta può raccogliere e concentrare agevolmente in un solo luogo per formare appunto una colonia iniziale, il cui scopo sia quello di fungere da esempio e da “replicatore” per nuove future colonie a lei analoghe. Non potendo convincere e convertire l’economia globale per intero, si parta convertendone un pezzetto alla volta, partendo da chi è già convinto, in modo da minimizzare i tempi di realizzazione da un lato ed i costi di un’eventuale inazione dall’altro. In tal modo si evita di sprecare tempo, risorse, talenti e speranze nell’affannoso ed illusorio tentativo di risolvere tutti i nostri problemi tramite la creazione di un consenso vasto e diffuso. Ci si scorda facilmente infatti che un consenso vastissimo non solo è estremamente improbabile, ma persino inutile. Perché inutile? Beh, diciamo così: esiste un vastissimo consenso planetario che considera la fame nel mondo uno scandalo inaccettabile, ma questo non ha ancora eliminato “lo scandalo”. Meglio una nicchia motivata ed attiva che una massa concorde, ma dissipativa ed inamovibile (soprattutto se per rendere la massa “concorde” si devono spendere colossali risorse mediatiche, finanziarie, politiche e temporali). Per citare l’antropologa Margaret Mead:

« Non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini coscienti e risoluti non possa cambiare il mondo. In fondo è così che è sempre andata ».

Il concetto di “colonia” parte da questa constatazione storica per saltare dalla fase di analisi e discussione collettiva a quella dell’azione, nella speranza di spezzare l’attendismo lassista e suicida su cui sembra essersi ripiegato il mondo.

Ma cosa sarebbe una “colonia”  di preciso?

Beh, una colonia, prima di tutto, sarebbe una comunità di persone, una comunità coesa attorno ad idee economiche rigidamente coerenti con l’effettiva disponibilità e la massimizzazione delle risorse. L’attuale economia è tutta concentrata sulla massimizzazione monetaria a noi tanto famigliare e grazie a questa spacca la società sottostante in una miriade di strutture ed individui separati da vorticosi fiumi di concorrenza, diffidenza e contrattazione. Con le “colonie” parliamo invece di realtà organizzative in cui aspetti economici, tecnico-scientifici e politici non sono separati e conflittuali, bensì fusi insieme in un approccio istituzionalmente pragmatico e razionalista. Per giungere a tale traguardo occorre possedere un alto grado di complessità interna. Una colonia quindi non ha nulla a che vedere con una minuscola comunità, basata sul pauperismo o su filosofie analoghe a quelle dei “figli dei fiori” o della “New Age”. Le colonie sono comunità dalla dimensione minima di diverse centinaia di persone (senza un limite massimo) e caratterizzate da una densissima consistenza tecnologica, scientifica ed organizzativa.

Una colonia sarebbe qualcosa di mai visto prima. Sarebbe una comunità opulenta, determinata ed acculturata. Sarebbe però anche un luogo fisico attraente, un sistema produttivo iper-efficiente ed un micro-mondo con una struttura organizzativa mai sperimentata prima. Una realtà assolutamente NON spontanea, ma frutto piuttosto di un accurato e laborioso lavoro di progettazione, studio e pianificazione. Un lavoro decisamente impegnativo, collettivo e multidisciplinare, al punto da potersi definire olistico e perpetuo. Le risorse risparmiate dal “rinunciare a convincere tutti” a creare un mondo migliore devono essere in gran parte spese in questa intensissima fase di progettazione e riprogettazione perenne. Per questo stesso motivo non è possibile dare ora una rappresentazione completa e precisa di cosa sarà una colonia. Una descrizione puntuale sarà possibile solo dopo quella fase di progettazione multidisciplinare iniziale che ancora non è mai avvenuta.

Da un punto di vista generale e concreto, tuttavia, si può già dire che una colonia sarà un luogo in cui le cose di cui si necessita non si comprano, ma si prendono liberamente in prestito senza che avvengo nessun tipo di scambio commerciale tra le parti. Anche per beni di consumo quali alimenti, bevande, vestiti e quant’altro, non dovrebbe esserci nessuno scambio, né di moneta, né di merci, né di diritti od altre utilità. Tale economia, ai nostri occhi, può apparire a prima vista come una società inauditamente generosa. Si tratta tuttavia di un’illusione: si può tagliar gole per una goccia d’acqua, se ci si trova persi in un deserto; regalarne a litri a degli sconosciuti parrebbe follemente generoso in quella situazione, ma basta uscire dal deserto per considerare immediatamente tale morbosa attenzione per l’acqua una follia. L’essere umano è un animale fortemente adattativo e se cambia completamente il contesto in cui opera, allora cambia anche completamente il suo modo di pensare e comportarsi. Uscendo dall’economia di scambio basata sul denaro e sul debito ci si sbarazza anche di gran parte di quell’egoismo e quella bramosia di soldi che ci contraddistingue ora. Non si tratta di rendere “perfetti” gli esseri umani privandoli delle normali pulsioni egoistiche (operazione impossibile e/o sconveniente). Si tratta piuttosto di creare un contesto “migliore” per facilitare comportamenti positivi ed auspicabili. Quel contesto “migliorativo” sarebbe appunto la colonia.

Le prime colonie, in particolare, dovendo fungere da esempio e supporto per tutte le colonie future, dovranno essere lussureggianti, sovra-strutturate, riccamente attrezzate, tecnologicamente avanzatissime, risolute nel perseguire gli obiettivi comuni e profondamente acculturate (soprattutto sul piano tecnico e scientifico). In poche parole dovrebbero essere realtà… fortemente elitarie. Può suonare ingiusto, ma si tratta di una necessità, poiché su di esse graverà la responsabilità di garantire il successo dell’intero processo di colonizzazione (con tutto ciò che questo implica a livello globale). Le prime colonie oltre a favorire l’intera opera di colonizzazione con la loro “robustezza” devono anche apparire attraenti sotto ogni possibile punto di vista: il ché implica possedere sistemi produttivi iper-efficienti, sistemi organizzativi impeccabili, un’estetica affascinante, una convivialità seducente, ecc... Chi non è un colono deve desiderare ardentemente di poterlo divenire un giorno. Guardando una colonia, dall’esterno si deve rimanere sbalorditi al punto di sforzarsi di voler sapere e capire come funziona prima e di volerne far parte dopo. Creare una tale “attrattività estrema” partendo dall’economia monetaria in cui attualmente ci troviamo implica inevitabilmente creare delle enclavi inizialmente molto elitarie. Tale difetto iniziale andrebbe però via via stemperandosi ed infine sparirebbe completamente man mano che le colonie si moltiplicano. Scopo delle colonie, infatti, rimarrebbe ovviamente quelle di creare sempre nuove colonie e di sostenersi vicendevolmente in modo da espandere ed irrobustire l’economia non-monetaria, non-creditizia e non-mercantilista a tutto vantaggio delle sorti del pianeta, ma anche a proprio vantaggio. Ma mano che le colonie si moltiplicano, l’accumulo di conoscenze, esperienze e risorse condivise rende i costi di fondazione delle nuove colonie decrescenti e la necessità di vincere le resistenze psicologiche e l’incredulità dei non-coloni, meno pressante. Ciò renderà le nuove colonie sempre  meno elitarie e sempre più “ordinarie” ed inclusive.

L’atto stesso della colonizzazione, in quest’ottica, è quindi opposta al concetto storico di violenza o sfruttamento del colonizzato. Al contrario la colonizzazione dell’economia attuale da parte di economie basate sulle risorse appare di fatto come una liberazione ed un’emancipazione dell’intera umanità basata sull’adesione spontanea e volontaria al nuovo paradigma. Non è solo umanità e benevolenza a chiedere un tale comportamento, lo chiede anche la logica: le persone motivate sono più efficienti ed efficaci di quelle indotte o costrette ad operare in un modo che non le rappresenta. L’adesione spontanea, oltre che democraticamente corretta, è fondamentale per una società che brama un efficientismo senza precedenti come appunto dovranno fare le colonie.

Ma perché le colonie abbiano successo devono avere effettivamente un’economia più efficiente di quella monetaria. E sarà così.

Perché?

Saranno efficienti anche ma, non solo per la leva motivazionale e l’approccio scientifico/razionalista che le modellerà. Essendo organizzate per massimizzare le risorse (non solo quelle materiali come l’energia e le materie prime, ma anche quelle umane, immateriali ed organizzative), all’interno delle colonie è possibile strutturare produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi con modalità molto difficili od impossibili da attuare e/o sostenere in modo sistematico all’interno di economie monetarie/creditizie/mercantiliste in cui attualmente noi tutti viviamo.

Farò qui 5 esempi per rendere quest’ultimo concetto meno nebuloso e più concreto. Tali esempi non sono da considerarsi esaustivi, ma piuttosto minimali e basilari. Essi hanno uno scopo meramente illustrativo volto a facilitare una visione di come le cose potrebbero funzionare dentro un tale “strano” sistema economico e allo stesso tempo per mostrarne i possibili vantaggi e peculiarità. Di seguito parlerò quindi di:

1)     Omniteche;
2)     Tassazione temporale;
3)     Efficienza sostenibile;
4)     Propagazione accelerata delle conoscenze;
5)     Prevenzione sociale.

                                                  
Le “OMNITECHE”

Una biblioteca è un’istituzione che presta libri, una videoteca una che presta filmati ed una ludoteca un’istituzione che presta giocattoli. Nulla di strano in questo. Estendendo tale concetto, tuttavia, si può anche immaginare un’istituzione che presta qualsiasi cosa: un’omniteca per l’appunto. Le omniteche sono entità alquanto improbabili in un sitema economico di mercato poiché la loro presenza è in antitesi alla concezione di scambio economico di mercato. In un’economia basata sulle risorse, tuttavia, tale istituzione potrebbe non solo esistere, ma essere l’istituzione più diffusa per eccellenza, così come ora lo sono i negozi per noi. Come abbiamo detto, infatti, una colonia è un luogo in cui i beni di cui si necessita non si comprano, né si noleggiano, né si barattano o scambiano.

Una biblioteca non può prestare libri che non ha e di solito lo fa seguendo determinate regole interne (presta solo ai tesserati, un numero massimo di libri, da restituire entro un limite massimo di tempo, ecc…) e così pure l’omniteca non può prestare beni che non possiede e quando li presta lo fa seguendo delle proprie regole (che rispecchiano la strategia dell’intera colonia per preservare o accrescere il più possibile le risorse globalmente disponibili all’interno di quel micro-mondo).

A differenza della biblioteca però l’omniteca presta di tutto e non solo libri, il ché implica anche beni di consumo come cibo, acqua, vestiti, medicinali. Anche per i beni di consumo, nella colonia, si mangia, beve, ecc… liberamente e gratuitamente, ma sempre e solo all’interno della disponibilità e sostenibilità delle risorse collettive, quindi all’interno delle regole imposte dall’ominiteche. Parliamo di regole condivise, appositamente architettate e costantemente perfezionate dalla colonia nella sua totalità al fine di minimizzare sprechi ed abusi.

Sul piano fisico e logistico, non è detto che un’omniteca debba essere intesa come un unico ed immenso magazzino con tutti i possibili beni concepibili. Può essere intesa piuttosto come un a serie di punti di distribuzione variamente disposti e specializzati, ma facenti tutti capo ad una sola autorità: la colonia stessa. Ogni colono non è quindi solo un utente delle omniteche, ma anche un proprietario, un gestore, un amministratore, un controllore. Questa sovrapposizione ed alternanza di ruoli deve far leva su un senso di appartenenza e di responsabilizzazione perenne che coinvolta tutti i coloni, senza eccezione alcuna.

Se la competizione commerciale offre forse i suoi vantaggi, anche la collaborazione evoluta sicuramente ne ha di importanti, ad esempio: in un’economia basata sulle risorse, se lascio morire di fame un mio simile (o anche solo se lo mantengo in uno stato sub-ottimale), non sto solo commettendo qualcosa di moralmente discutibile, sto anche danneggiando il mio stesso patrimonio, poiché quella persona, la sua forza fisica e le sue competenze sono parte della mia stessa ricchezza (che è poi quella di tutti gli altri coloni). Allo stesso modo se un colono distruggesse un bene della colonia, farebbe non solo un atto eticamente discutibile, ma danneggerebbe sé stesso in modo del tutto paragonabile a quello di un appartenente ad un nucleo famigliare che devasti i beni della propria famiglia. Il mondo e gli esseri umani non sono perfetti ed eventi deleteri possono sempre accadere, ma è evidente che la struttura sociale della colonia, analogamente a quella della famiglia rendono più improbabili incidenti del genere. Un contesto che, ai diritti legati alla proprietà privata, sostituisce, come perno dell’intera economia, il dovere di conservare, arricchire e condividere beni comuni, è un contesto che tende a minimizzare “incidenti” invece abbastanza frequenti in una realtà come la nostra. In quest’ultima è nettamente distinto “ciò che è mio da ciò che è tuo” e quindi anche i pesi e gli oneri su cui ricade ogni danno accidentalmente o volutamente arrecato. Ciò causa una tensione perenne verso la competizione e la sfiducia reciproca anche quando queste risultano dannose od eccessivamente onerose.

La pressione sociale esercitata dalla collettività coloniale, tramite le regole dell’omniteche, sui singoli coloni, non è un’intrusione dispotica all’interno delle libertà personali, così come la fruizione gratuita degli stessi beni e servizi non è un eccesso di prodigalità. E’ semplicemente la logica conseguenza che scaturisce dalla piena consapevolezza del fatto che non ci possono essere “scelte personali” completamente slegate dalla disponibilità collettiva delle risorse condivise. In ultima analisi, infatti, indipendentemente dal sistema economico adottato, le risorse presenti su un pianeta finito devono essere obbligatoriamente finite e qualsiasi “scelta personale” che finga che siano infinite è semplicemente un’illusione.

La presenza capillare delle omniteche rende il concetto stesso di proprietà privata non inutile, né proibita, ma certamente marginale. La ricchezza personale e quella collettiva divengono quindi tendenzialmente la stessa cosa. D’altra parte essere liberi, in funzione di espedienti connessi a regole condivise, di poter distruggere le altrui potenzialità, per non dire l’intero pianeta ed il futuro delle generazioni a venire ad esso connesso, in una civiltà degna di questo nome, non dovrebbe far parte delle opzioni considerate tollerabili.

Le omniteche, cioè i bazar che “regalano” o prestano i beni a disposizione dell’intera economia, non sono l’albero della cuccagna né una forma di comunismo rivisitato. Sono il trionfo della logica razionalista, dell’onestà intellettuale e della collaborazione civile. Le omniteche benché possano apparirci utopiche, sono solo un sistema di distribuzione delle risorse economiche la cui estensione reale oltrepassa i confini fisici dell’omniteca stessa e permea l’intera colonia sotto forma di pressione sociale, controllo distribuito e partecipazione attiva (il sistema immunitario della colonia che garantisce la possibilità di mantenere il sistema nel lungo periodo).

La TASSAZIONE TEMPORALE

In un’economia monetaria, un sistema di tassazione perfettamente egualitario ed equilibrato pare un obiettivo quasi impossibile da raggiungere. In un colonia, priva di denaro, invece è piuttosto semplice istituire un sistema di tassazione perfettamente equo. Dato che non circolano soldi e che le 24 ore giornaliere sono uguali per qualsiasi colono, porre una quota di tale tempo ad esclusiva disposizione delle esigenze della collettività è un modo estremamente semplice, verificabile e pratico per organizzare una tassazione non-monetaria. Eliminando la tassazione monetaria, si eliminano anche tutti gli intrighi politici, le sperequazioni sociali, i costosi sistemi di regolamentazione e controllo, le farraginose e gigantesche infrastrutture burocratiche e tutte le deformazioni di mercato legate alla concorrenza scorretta che caratterizzano le economie monetarie in merito all’annosa questione delle tasse nonché alla loro evasione ed elusione. Tali costi ed inefficienze sono semplicemente estranee ed inapplicabili ad un’economia basata sulle risorse che operi tassazioni temporali.

Benché teoricamente semplicità, efficienza ed equità siano raggiungibili anche tramite la “normale” tassazione monetaria, all’atto pratico, esse sono difficilmente raggiungibili nella realtà quotidiana e comunque non senza asprissime lotte sociali. Il fatto è che, in un’economia monetaria, le differenze di reddito e patrimonio, cioè le differenze monetarie tra individui, sono la misura stessa della differenza sociale e materiale che passa tra l’essere avvantaggiati o svantaggiati rispetto agli altri. La tassazione, in una società che fa delle differenze monetarie la principale leva motivazionale e competitiva, non può risultare miracolosamente affrancata dalla faziosità ed arbitrarietà che un tale atteggiamento discriminatorio inevitabilmente implica. Viceversa l’inclusione di una quota fissa di tempo da parte di ogni persona esistente nell’economia, all’interno dell’apparato pubblico coloniale, ha il vantaggio di aumentare enormemente il controllo distribuito ed una partecipazione non solo “premurosa” ma anche tecnicamente consapevole della “cosa pubblica”. Un tale livello di coinvolgimento collettivo è semplicemente impossibile in un’economia in cui circola denaro. In essa, infatti, l’apparato statale ed i cittadini sono due entità disgiunte e sovente contrapposte. Da tale separazione scaturiscono inevitabilmente una lunga serie di dinamiche di coercizione, collusione e corruzione che degradano gravemente le potenzialità teoriche dell’economia monetaria nel suo complesso e ,al tempo stesso, gettano le basi per un clima di insicurezza, sfiducia e contrapposizione che paralizza i vari attori attorno a comportamenti egoistici ed opportunistici tipicamente di breve o brevissimo respiro. 
                 
L’EFFICIENZA SOSTENIBILE

L’introduzione della produzione industrializzata ha creato un’abbondanza senza precedenti nella storia. Allo stesso tempo però, rimanendo in economie monetarie, si è presto incappati in un colossale problema di inquinamento e di sperpero sistemico di risorse fisiche legato a fenomeni industriali come l’obsolescenza programmata, l’usa-e-getta e tante altre modalità di produzione, consumo o speculazione finanziaria volte unicamente a massimizzare la movimentazione complessiva del denaro a scapito di tutto il resto (sopravvivenza a lungo termine dell’intero pianeta compresa). La concorrenza economica derivante da “l’uso di denaro, del debito e dello scambio commerciale” spinge, infatti, gli individui a fomentare in ogni modo (ed ad ogni costo) i propri simili a consumare sempre di più (contribuendo a fomentare un perverso, frustrante e perenne ciclo di illusione ed insoddisfazione). I soggetti economici che non si adeguano a tale esasperazione grottesca del consumo, nella nostra economia, risultano competitivamente inadeguati e quindi tendono purtroppo ad incappare nel fallimento economico a cui sono poi associati il discredito sociale e un restringimento delle libertà di scelta a livello personale. La pressione sociale verso una tale deviata omologazione culturale e quindi fortissima.

Tale tendenza collettiva sfocia in una colossale distruzione di risorse (energia e materia) priva di una reale utilità sia per i singoli sia per la collettività nel suo complesso. I bisogni ed i desideri spontanei hanno un grado di disomogeneità e limitatezza che mal sia adatta sia alla produzione di massa sia alla religione “della crescita economica infinita”. Tali bisogni sono quindi stati rapidamente affiancati da ben più numerosi e lucrosi “bisogni e desideri indotti”, il cui soddisfacimento non implica una reale utilità, ma sfortunatamente implica un reale consumo di preziose risorse, cioè uno spreco. A tale insostenibile danno, si aggiunge poi un corrispondente livello d’inquinamento legato alla produzione prima ed al consumo poi, fino allo smaltimento dei beni prodotti con tali logiche di brevissimo respiro.

Tale assurdo e triste comportamento collettivo non è strettamente legato a bontà d’animo o all’intelligenza dei singoli. Per sopravvivere e prosperare (ma anche più banalmente per essere socialmente accettati) all’interno di un’economia monetaria si è spronati ad agire così. Se però si abbandona l’uso di denaro, del debito e degli scambi commerciali, allora tutto ciò che brucia risorse senza produrre un’utilità reale smette d’essere un cosiddetto “male necessario” per tornare ad essere quel che in effetti è: solo e soltanto “un male”. Non dovendo vendere qualcosa né comprare altre cose, non v’è necessità di esasperare, ingannare e convincere gli altri ad espandere al massimo i propri consumi. Anzi, in un economia delle risorse, meno i singoli consumano a parità d’utilità e meglio è per tutti. Il concetto stesso di rifiuto, spreco od inquinamento sono antitetici ad un’economia volta a massimizzare le risorse poiché tali concetti ne sono una negazione di fatto. Mentre in un’economia consumista c’è un interesse strategico a ché gli altri siano perennemente insoddisfatti, in un’economia “coloniale” v’è un interesse strategico a ché gli altri siano il più soddisfatti possibile. La maggior efficienza a cui il sistema delle colonie spinge non riguarda perciò solo l’uso efficiente delle risorse materiali, ma anche lo sviluppo armonico ed il benessere delle persone (intese sia come lavoratori, sia come consumatori, sia come persone e basta). In un’economia “coloniale”, ad esempio, venendo meno il rapporto reddito/consumo, decade anche l’enorme alibi psicologico, politico e sociale con cui si accetta l’inaccettabile in nome di una piena occupazione (per altro impossibile da realizzare pienamente in società altamente tecnologiche).

Inoltre nelle economie monetarie ogni reale incremento d’efficienza raggiunto, traducendosi in una maggior disponibilità del bene risparmiato, porta sovente al paradosso di Jevons ovvero ad un maggior consumo collettivo di tale bene (poiché la maggior disponibilità complessiva del bene risparmiato comporta un suo abbassamento di prezzo che ne favorisce il consumo). Un’economia coloniale, al contrario, tende spontaneamente a tradursi in una forma di economia circolare in cui ogni risorsa è rimessa “in circolo” anziché smaltita anticipatamente e dannosamente in una discarica o in un  “termovalorizzatore” (che rappresentano la fase finale della consueta logica lineare di estrazione, lavorazione, consumo nelle economie monetarie). La circolarità dei beni e servizi, in una colonia, non è d’altra parte ostacolata da interessi privati che potrebbero vedere in tale virtuosismo un attentato ai loro profitti, poiché il concetto stesso di “profitti” non è contemplato, mentre quello di utilità sì (ed essa è collegata inesorabilmente alle risorse reali e quindi al loro sfruttamento razionale e moderato).

La PROPAGAZIONE ACCELERATA DELLE CONOSCENZE

Un’economia monetaria pone drastici vincoli alla libera circolazione della conoscenza. Vincoli quali, ad esempio, i diritti d’autore, i segreti industriali, i brevetti, ecc… Tali tutele legali sono di fatto un freno socialmente accettato che ferma o rallenta (a seconda dei casi) la circolazione di idee e conoscenze. Tale vincolo però svanisce, se si eliminano i soldi, il debito e lo scambio dall’economia. Svanendo quest’ultimi, infatti, svanisce anche la necessità di porre tutele legali (e non) al loro sfruttamento economico/monetario. Inoltre, dato che la psicologia ha dimostrato che la creatività è sfavorita ed inibita dalle mere ricompense in denaro, ingabbiare la produzione intellettuale, scientifica e tecnologica all’interno di logiche monetarie deprime oltre alla loro circolazione anche le potenzialità produttive in tali ambiti. Come se tutto ciò non bastasse, va poi ricordato che, nella nostra attuale economia, libera ed imparziale circolazione della conoscenza tecnica lede gravemente i vantaggi competitivi derivanti dalle asimmetrie informative di mercato. Attualmente, retorica e buoni propositi a parte, esiste quindi una convenienza diffusa a mantenere le conoscenze tecniche al livello minimo necessario a far funzionare l’economia monetaristica stessa. La circolazione delle idee, delle conoscenze scientifiche e di quelle tecnologiche è poi ulteriormente ostacolata, nell’attuale economia, da logiche volte ad ammortizzare pienamente gli investimenti in specifiche unità produttive. Nelle economie attuali, esiste inoltre la necessità di massimizzare i profitti tramite il rilascio sul mercato di prodotti con numerose versioni intermedie, caratterizzate da piccoli miglioramenti graduali e da incompatibilità possibilmente totali rispetto ai modelli precedenti, in modo da spingere i consumatori ripetuti ad acquisti ripetuti con la maggior frequenza possibile a fronte di costi di ricerca e sviluppo mantenuti il più possibile bassi. Tutte queste logiche distorsive perdono completamente utilità e senso in un’economia che si basa sulle risorse anziché sul lucro monetario derivante dal loro scambio.

Per motivi analoghi a quelli sopraccitati, non solo le conoscenze già disponibili sono ostacolate dalle logiche monetaristiche, ma anche l’uso dei dati grezzi lo è. Dal momento che i singoli soggetti economici non desiderano che altri sappiano cose che li possano danneggiare. Non vivendo in un ambiente economico che premia la collaborazione, l’attuale tendenza generalizzata è quella di tenere i dati raccolti (di qualsiasi tipo essi siano) a proprio esclusivo vantaggio, perdendo così gli infiniti vantaggi che deriverebbero invece da una loro aggregazione, integrazione e/o incrocio. Questo aspetto, dati i bassissimi costi di calcolo già oggi raggiunti, implica un danno latente immenso per le attuali comunità.
                         
Nonostante l’economia monetaria abbia creato un mito popolare del progresso scientifico e tecnologico, facendo credere che esso possa risolvere praticamente ogni cosa, la realtà è che essa si oppone fortemente a tale progresso, non di rado arrivando persino ad impiegare ingenti risorse finanziarie per screditare la comunità scientifica in modo da preservare forme di business altrimenti screditati (il caso delle lobby del tabacco sia preso a caso esemplare, ma non unico, di tale tendenza). Inutile dire che anche questi aspetti illeciti e/o illegali perdono di valore e significato se si esce dalle logiche basate sullo scambio commerciale.

Sul lato opposto, la conoscenza, in una economia coloniale, sarebbe la più preziosa delle risorse, poiché essa è di fatto l’unica che può espandersi senza limiti e che comporta ricadute a cascata su tutte le altre risorse. 

La PREVENZIONE SOCIALE

Un’economia monetaria è un’economia piena di contrasti, conflitti d’interesse e contraddizioni. L’interesse di una buona salute pubblica, ad esempio, confligge con l’esigenza di un’industria farmaceutica di vendere farmaci e cure di vario genere. L’interesse di società private che utilizzano od operano intorno alle carceri, contrasta con l’interesse collettivo di una giustizia imparziale e con la prevenzione (anziché la repressione ex-post) del crimine. L’interesse ad una pace duratura confligge con l’interesse dell’industria bellica a vendere armi. L’interesse collettivo ad un’ottima cultura generale confligge con il vantaggio competitivo dei singoli tra classi sociali differenti e con l’esistenza di asimmetrie informative. Si potrebbe andare avanti all’infinito a descrivere interessi generali rilevanti che contrastano con interessi privati di pari importo. Tali conflitti e le loro deleterie conseguenze sussistono in un’economia monetaria, ma sono degli intollerabili “non-senso” in economie non-monetarie.

Un’economia non-monetaria potrebbe facilmente basare la strategia di salute pubblica sulla prevenzione invece che sulla cura delle patologie, un approccio difficile da realizzare in un economia che venera l’aumento infinito del PIL. Non solo, grandissima parte (se non tutta) la corruzione e la criminalità (organizzata e non) deriva dalla possibilità e dalla necessità di convertire denaro in utilità. Se si spezza tale legame, allora si elimina anche la prima causa del crimine “professionale” e dei sistemi di corruzione sistemica degli apparati pubblici e privati. La prevenzione sociale (intesa in senso lato), in un’economia delle risorse, non è un costo, una scelta ideologica o un sogno, ma un semplice e banale investimento per minimizzare i costi e massimizzare l’utilità sia dei singoli sia della collettività.

Venendo meno le sperequazioni sociali inoltre vengono meno tutte criticità associate a tali sperequazioni reddituali e patrimoniali. Ciò vuol dire che le economie coloniali, a livello sociale partirebbero immediatamente avvantaggiate rispetto ad economie monetarie di entità analoga. Le colonie avrebbero non solo meno sprechi, ma anche meno esternalità negative non solo in ambito ambientale ma anche relazionale e sociale.


Concludo dicendo con piena convinzione che l’utopia è impossibile, ma se pensiamo che anche il “meglio” sia impossibile e persino un modesto “più efficiente” possa essere impossibile, allora non siamo poi così moderni come vorremmo far credere a noi stessi e agli altri.


Alessandro

54 commenti:

  1. L'Alessandro-pensiero puó apparire utopico ma é perfettamente razionale nei suoi causa-effetto. Forse ha ragione, forse solo le nostre limitazioni culturali ci impediscono di guardare dove guarda lui.

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  2. Interessante. Ci sarebbero molte cose da dire, ma limiti di spazio e di tempo mi impongono di fare due sole osservazioni:
    la prima (del tutto marginale, ma la storia è un mio pallino) un'economia basata sul debito ha una tradizione recentissima. Di fatto, fino al XV° secolo il prestito di denaro si chiamava usura ed era soggetto a forti limiti legali, oltre che una pesantissima sanzione sociale. La sanzione sociale è rimasta viva a lungo, fino a pochi decenni fa far debiti era considerato disonorevole, perlomeno in molti ambienti.
    la seconda è più sostanziale. Condivido molto di quello che dici dei malfunzionamenti dovuti alla totale monetarizzazione non solo della nostra economia, ma anche della nostra mente. Tuttavia i paesi comunisti (in cui il denaro aveva un tutt'altro significato) sono collassati prima ancora di noi. Qundi ci deve essere una radice ancora più profonda ed io ne individuo almeno 2, strettamente correlate: L'incermento demografico e l'industrializzazione. Il primo è auto.evidente, il secondo meno. Georgescu-Roegen ci ha insegnato che per ragioni incomprimibilmente fisiche qualunque produzione industriale si basa sulla concentrazione di bassa entropia in determinate aree (geografiche, sociale, temporali, ecc.) scaricando alta entropia sul resto del sistema. In pratica, un gioco a somma negativa in cui chi vince necessariamente lo fa a spese di altri che perdono più di quanto il primo guadagni (in termini fisici, non monetari). Ergo è una roba che può non distruggere il pianeta solo a condizione di rimanere un fenomeno di nicchia (rispetto alle dimensioni del sistema complessivo).
    In conclusione una voce di speranza: lascia fare ai nostri capi e vedrai che riusciranno a distruggere il denaro prima di quanto noi pensiamo. Inflazione e deflazione? Non saprei, ma basta aspettare e vedremo quale delle due si incaricherà di spazzare via stipendi, pensioni e risparmi.
    Allegria!
    Jacopo

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    1. Interessante il discorso sulla produzione industriale, potrei spiegarlo in maniera leggermente più approfondita? Vorrei capire meglio. :-)

      Comunque articolo davvero stimolante, complimenti!

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    2. Anche se immagino che si capisca, ovviamente intendevo dire "potresti"...

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    3. Ci posso provare, ma in una risposta è comunque difficile.
      I processi industriali prelevano dall'ambiente le materie prime l'energia, dissipano la seconda per trasformare le prime in oggetti vendibili che hanno un entropia molto più bassa di quella delle materie prime di partenza. Ma sappiamo che (fotosintesi a parte) l'entropia può solo aumentare, allora se in una parte diminuisce, dove sta aumentando? Aumenta nel calore a bassa temperatura e nei rifiuti (solidi, liquidi, gas) che seguono il prodotto (fra il 70 ed il 90% dei rifiuti sono scarti di lavorazione e di miniera). E sempre per legge termodinamica sappiamo che se l'entropia diminuisce di x da una parte dall'altra aumenta di y dove y > x sempre e comunque. Ed alla fine qualsiasi prodotto industriale diventa rifiuto (eventualmente previo riciclaggio). L'erogazione di servizi funziona alla stessa maniera in quanto per erogare servizi si usano prodotti industriali (ad es. per informare su internet si usano computers, server, lineee ed una quantità di energia stimata nel 2% dei consumi globali! Se si pensa che le miniera ne consumano il 10% c'è da riflettere.)
      In conclusione, l'industria è un gioco alla meno in cui chi ha le manifatture vince, chi ha le cave e le discariche perde. E per forza se uno vince altri devono perdere, il benessere per tutti e l'industria sono due cose incompatibili. Una volta si diceva "Come il diavolo e l'acqua santa".
      Jacopo

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  3. Sovrappopolazione anche nell'Europa socialdemocratica? Popolazione troppo anziana soprattutto nell'europa socialdemocratica ? organizzazioni statali ed un domani locali esclusivamente indirizzate ai servizi alla persona ? Secondo me questi tre punti, cioè una morale normata sull'individuo, sono almeno altrettanto teratomatose dei punti elencati nel post.

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  4. ho chiesto mesi fa a ugo bardi una cosa del genere.. un "piano seldon" (queste le mie parole) è questa l'unica via x salvare la razza umana dall'auto distruzione.. non ce ne sono altre
    la divulgazione fine a se stessa - come sempre ho detto scatenando le ire di rupalti - ha fallito.. lo vedete con i vostri occhi.. la gente semplicemente se ne frega, gli opulenti potenti gli dicono di star buoni e loro stanno buoni
    quando solo ti azzardi a spiegare che crescita infinita in un pianeta finito è un assurdo matematico ti insultano (capitato personalmente), ti tacciono di follia, ti ridono in faccia e ti mettono alla gogna

    le colonie probabilmente saranno il punto di ripartenza, delle piccole "arche" di noe da cui ripartire.. chi è fuori muore.. lo so è crudele, ma in fondo al vostro animo sapete che non possiamo salvare tutti.. che la situazione è troppo grave e troppo a uno stadio avanzato.. non siamo sul ciglio del baratro, stiamo gia cadendo.. fin quando non ci sara l'impatto non sentiremo dolore (ovvio)

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    1. bisogna organizzarsi e non domani.. subito, solo io avverto questo enorme senso di urgenza? una buona organizzazione necessita di tempo e di risorse

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  5. Articolo davvero molto interessante, di fatto è un'attualizzazione dell'opera di Gandhi e di Lanza del Vasto ricercata in termini economici e scientifici.

    A me un modello di sviluppo simile sembra tutt'altro che un'utopia, ci vedo solo una grande difficoltà - anche se superabile - lo scontro concettuale con l'espansione demografica e, di conseguenza, con l'urbanizzazione.

    Tutto questo non potrà più, infatti, avvenire in piccoli paradisi rurali come era per i villaggi indiani di Gandhi o per le comunità di Lanza del Vasto... ma dovrà necessariamente avvenire nelle città.
    Ciò richiede un doppio movimento, che parta dal basso, dalla cittadinanza.

    Per rendere il progetto realizzabile le colonie potrebbero muoversi su due piani.

    1) Da una parte le prime élite dovranno organizzarsi e costituirsi come comunità "traduttrici" capaci all'interno di funzionare secondo questo modello di sviluppo e di dotarsi di meccanismi di dialogo con l'esterno: non potendosi ritirare su un'isola deserta si dovranno organizzare con le macro-comunità ospite per assicurare il rispetto delle leggi, il pagamento delle tasse, etc...

    2) Dall'altra parte - all'interno delle città - le colonie, distribuite verosimilmente sul territorio urbano, dovranno organizzarsi per trasformare la città stessa. E quindi costruire una realtà politica, un'amministrazione ombra, che faciliti il cambiamento culturale e rimuova gli ostacoli.

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    1. molto interessante.
      @Artilibere, quello che dici non è assimilabile al Movimento di Transizione, almeno negli scopi?

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    2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    3. Effettivamente credo che quella possa essere una risposta possibile...

      Sinceramente non ne so moltissimo e non voglio parlarne a sproposito, ma avevo l'idea che le transition town (è questo il movimento di transizione, giusto?) fossero realtà più rurali che urbane e con un'organizzazione molto individualista... lontane dall'idea di colonia che disegna Alessandro. Mi sbaglio?

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    4. anche io parlerei senze cognizione. a Roma effettivamente c'è una sede di questo movimento di transizione, all'Appio Latino. le due persone che ho incontrato di domenica ad un banchetto alla villa della Caffarella (per chi conosce) offrivano pane a lievitazione naturale fatto da loro. se ho capito, organizzano laboratori per la pianificazione. direi che non sono individualisti :-)

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    5. ovviamente è panificazione, non pianificazione.. e senza, non senze.
      sorry

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    6. @artilibere
      Le Transition Towns sono un fenomeno in espansione piuttosto rapida e per quanto abbiano, quasi per definizione, direi, uno sviluppo completamente a macchia di leopardo stanno cominciando ad interessare realtà sempre più grandi. In Inghilterra sono città di transizione Nottingham, Cardiff, Bristol e altre che non sono propriamente insediamenti rurali. Una delle esperienze più avanzate, paradossalmente, con tanto di valuta locale è il quartiere di Brixton a Londra. Peccato che in Italia se ne parli ancora poco. Se a qualcuno interessa, la mappa è qui: http://www.transitionnetwork.org/initiatives/map

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    7. grazie Animaleale, han qualcosa a vedere con le cosidette Smart Cities?

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  6. Come faranno colonie del genere a cautelarsi da attacchi dall'esterno? Avranno bisogno di 'forze di sicurezza' armate?

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    1. sarebbe un'enorme contraddizione, visto che le armi sono una concausa di gran parte dei punti critici.

      in particolare da cosa pensi dovrebbero difendersi e proteggersi?

      le colonie non costituirebbero sacche né di denaro né di potere, e in quanto risorse i "coloniali" ne avrebbero tante quante gli altri. sfruttate molto meglio e non sprecate, ma le virtù non sono appetibili non essendo reificabili.

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    2. Ah, non saranno certo le loro virtù a essere appetibili, ma, in periodi di scarsità di risorse come quelli che si approssimano, anche i frutti della terra potrebbero essere motivo sufficiente per incursioni violente dall'esterno. Se non si metterà in conto una tale evenienza si rischierà di venir sopraffatti, uccisi o schiavizzati (la vecchia storia della servitù della gleba..).

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    3. Mi sembra però di capire che l'autore intendesse le colonie come un mezzo per cambiare la società e l'economia, non come dei bunker di lusso in cui i ricchi si rintanano mentre gli altri affogano nella disperazione più assoluta. Se fuori dalle colonie tutti muoiono di fame e sono pronti a sbranarti per una patata, allora direi che le colonie, nel senso in cui pare averle concepite l'autore dell'articolo, avrebbero fallito il loro scopo principale (salvare il pianeta) indipendentemente dal fatto di venire saccheggiate (e/o schiavizzate) oppure no.

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  7. Io proverei a non fare un minestrone globale e considerare i singoli (alcuni reali, altri meno) problemi.
    Se non altro perché credo che la ragion umana sia limitata e per funzionare bene debba analizzare caso per caso e poi (se riesce) operare una sintesi.
    picco del petrolio attualmente non c’è alcun picco, ma un plateau che probabilmente continuerà ancora per anni o decenni (pochi)
    cambiamenti climatici esistono gli effetti di questi e sono già catastrofici (alluvioni, siccità, uragani) in diverse parti del globo. Purtroppo le previsioni indicano un loro aumento di frequenza e di intensità. Non ci sono soluzioni magiche per evitarlo.
    crollo della biodiversità avviene a tassi allarmanti. L’ uomo sta operando come un agente particolarmente potente della selezione naturale e cieco esattamente come questa.
    crisi economica inarrestabile questa è inesistente a livello del mondo. C’è una piccola parte del mondo (l’ europa mediterranea) che è in stagnazione e sta cercando di risalire dalla double-dip recession del 2008-2009/2011-2013
    mafie e corruzioni dilaganti difficile dirlo a livello globale, ed anche in Italia non saprei se ai tempi di Ciancimino e Lima fossero meno potenti.
    disoccupazione tecnologica questa non l’ ho capita.
    armi di distruzione di massa (e convenzionali) grazie al progresso scientifico-tecnologico asservito alla volontà di potenza degli Stati e di altre grandi organizzazioni è in crescita soprattutto sulle armi convenzionali.
    collasso oceanico (acidificazione, innalzamento dei livelli, anossia, inquinamento da microplastiche, collasso delle specie ittiche, ecc...) non esageriamo. L’ innalzamento del livello marino non comporta per nulla un collasso oceanico. L’acidificazione è un problema serio e determinerà perdita di biodiversità ma non di certo un collasso generalizzato. Le specie ittiche in pericolo sono ovviamente quelle predate oltre misura da noi umani e altre collegate da legami ecosistemici, ma non di certo tutte
    inquinamenti d'ogni genere e tipo: non ci sono soluzioni poco costose, o chi inquina paga la bonifica o gli altri la pagano o non si bonifica e ci penserà la natura su tempi geologici.
    mancanza di istituzioni di governo globali a fronte di gravi problemi su scala planetaria: questo è verissimo. Da ricorfdare che non sono mai esistite queste istituzioni.
    crescenti diseguaglianze sociali: mi pare un falso problema. Ciò che conta è la qualità di vita della maggioranza della popolazione umana. E sembra proprio che (grazie al lavoro di Cina, India, Brasile ed altri) stia aumentando, anche se a noi occidentali ex-colonialisti ciò incute timore.

    ecc... ecc... ecc... tanti problemi sono tante opportunità.

    Stiamo sereni, da stoici o da epicurei.

    P.S. Riguardo alla moneta, è solo un MEZZO di scambio. E' irrazionale considerarla una causa dei problemi determinati dalle COSE materiali prodotte e scambiate dall' umanità.

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    1. Anche la carota che si mette davanti al muso del ciuco è un mezzo di scambio

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    2. L'esaurimento delle risorse, non influenza, la proliferazione delle armi convenzionali e non? L'esaurimento delle fonti energetiche fossili non è legata a filo doppio al riscaldamento globale? E questo non è legato alla produttività agricola e alla biodiversità? Ecc...

      Gli esseri umani amano dividere la realtà in categorie. Una necessità cognitiva tutta nostra di cui l'Universo pare fregarsene.

      Chiamare plateau il raggiungimento del picco, cambia qualcosa (a parte le parole)? Il petrolio economicamente allettante si sta esaurendo e dell'altro (quello troppo costoso per estrarlo) non gliene fregherà niente a nessuno. Anche i diamanti bruciano, ma non mi pare vi siano molte turbine alimentate a diamanti.

      "L’ innalzamento del livello marino non comporta per nulla un collasso oceanico".

      Vero, ma se abiti sulla costa o vicino ll'estuario di un fiume come la stragrande maggioranza della popolazione umana, qualche problemino lo comporta.

      Le specie ittiche predate dall'uomo sono le uniche in pericolo?!

      Non direi proprio. Tali specie ittiche vivono forse scollegate da tutto oppure all'interno di ecosistemi (quelli oceanici) per gran parte completamente sconosciuti?

      Inquinamento di ogni genere e tipo... " o non si bonifica e ci penserà la natura su tempi geologici". La Terra ha senz'altro tempi geologici a sua disposizione, ma l'umanità?

      "...alla moneta, è solo un MEZZO di scambio" . Forse se la usassero dei computer sarebbe una frase quasi sensata, ma poichè la moneta è usata da esseri umani con risorse cognitive limitate e fortemente "irrazionali", beh... le armi da fuoco sono solo dei pezzi di ferro ed è quindi irrazionale considerarli un problema? Senza contare poi il fatto che vi sono di studi psicologia e sociologia che smentiscono clamorosamente l'idea che la moneta sia "solo un MEZZO di scambio".

      Su una cosa sono totalmente d'accordo: i problemi sono anche opportunità...

      ...ma non se si rimane troppo sereni, serafici e filosoficamente distaccati dal mondo. Infatti le opportunità non colte non sono soluzioni.

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    3. La disoccupazione tecnologica è un concetto di cui s'è occupato John Maynard Keynes nel suo libro “La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”. In sintesi estrema:

      Il tasso di sostituzione del lavoro umano da parte di macchine (in senso lato) tende ad essere più elevato del tasso di creazione di nuove figure professionali richieste dalle nuove tecnologie emerse.

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    4. Vero la carota è un mezzo di scambio tra l' energia spesa per coltivarla e l' energia del ciuco che traina il carretto.
      Ovviamente il ciuco deve mangiarsela prima o poi, se no non si scambia nulla.

      Sulle connessioni tra i fatti: buisogna valutarle caso per caso, ovviamente esistono ma non tutte quelle che ci appaiono evidenti sono reali. Serve umiltà, pazienza e senso critico per verificarle.

      Sul picco o plateau: certo che cambia! E nei fatti non a parole.
      Che la produzione di petrolio (come quella di ogni materia prima, pure quelle rinnovabili) raggiungerà un massimo è inevitabile sui tempi lunghi.
      Il punto è che l' andamento prima o dopo il massimo (brusca salita seguita da crollo? lenta salita con crollo? brusca salita con lenta discesa? lenta salita e lenta discesa?) farà la differenza.

      L' innalzamento del livello medio dei mari procurerà immensi problemi a centinaia di milioni di persone (le città costiere sono parecchie), questo è vero, ma all' oceano e ai suoi abitanti non-umani non gliene fregherà nulla.

      Sulle specie ittiche avevo precisato "e altre collegate da legami ecosistemici, ma non di certo tutte". Aggiungo che benchè i pesci siano vertebrati come noi e quindi ci stiano più simpatici delle meduse è assai probabile che noi li selezioneremo negativamente favorendo altri classi animali (celenterati, echinodermi etc etc).

      Sull' inquinamento: l' umanità affronterà se è capace gli impatti negativi delle sue azioni inquinanti, volute o meno.

      Sulla moneta, sinceramente i bla-bla di psicologia e sociologia non li considero adeguati. Il PIL globale in termini monetari è quantitativamente correlato all' energia primaria usata dall' umanità ogni anno. Piaccia o non piaccia la moneta è un mezzo di scambio. Poi per il singolo soggetto può essere psicologicamente molto di più (come per papà Goriot) ma poco importa a livello globale.
      Ah, le armi NON solo solo pezzi di ferro e a volte (con la dissuasione del loro possesso) permettono di evitare problemi.

      Riguardo alla soluzione dei problemi: non è detto che esista.
      Le soluzioni efficaci, se ci saranno, le vedremo.
      Le opportunità non colte genereranno altri problemi che a loro volta saranno opportunità da cogliere, almeno potenzialmente.

      Grazie per il concetto teorico di disoccupazione tecnologica. Chissà come farà la Germania ad avere tassi di disoccupazioni bassissimi ed un' economia ad alti tassi di nuova (e vecchia) tecnologia?

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    5. Lezione lungimirante...direi globalistica, per approfondimenti leggiti i bocconiani http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/23/uscire-dalleuro-svalutare-in-un-mondo-globalizzato/996689/

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    6. A quale argomento immagini di ripondere in maniera lungimirante?
      Alla svalutazione della carota?
      O all' uscita (magica, visto che la BCE detiene 100 e passa miliardi di titoli di Stato italiani) dall' euro per passare ad una moneta debole ed incapace di competere nel mondo globalizzato?
      O uscire per poi dissolvere il valore legale della moneta e tornare al baratto o al bitcoin?
      O ad altre geniali pensate?

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    7. Allora l'hai letto il blog dei bocconiani =D

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    8. "Chissà come farà la Germania ad avere tassi di disoccupazioni bassissimi ed un' economia ad alti tassi di nuova (e vecchia) tecnologia?"

      Ci riesce con i minijob. All’incirca sette milioni di tedeschi, cioè un lavoratore su quattro, ha un contratto con basso salario, ovvero i famosi minijobs (mini-impieghi). La piena occupazione (quasi) teutonica è quindi ottenuta precarizzando e svalutando la manodopera.

      La scelta tra rendere il tasso di disoccupazione evidente oppure occultatao con tali stategie di breve periodo rispecchia convenienze politiche, finanziarie e propagandistiche il cui scopo è strettamente speculativo (creando artificialmente forti differenziali tra i tassi all'interno dell'Europa). Un'abile mossa di drenaggio bancario che non incide minimamente su quanto affermato da John Maynard Keynes.

      Il fatto stesso che in passato lo stesso problema (la disoccupazione tecnologica) fu risolto espandendo significativamente il settore terziario ed ora non più, denota un logorio del sistema economico a livello internazionale che pare strutturale ed irreversibile.

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    9. L' economia tedesca con la sua grande capacità esportatrice (in questo anche noi non siamo affatto male) e l' ottima gestione delle finanze pubbliche (dove noi abbiamo fatto malissimo soprattutto nel primo decennio del duemila) non è affatto basata sui minijob, che esistono e non sono affatto da disprezzare.
      Il salario dei miei colleghi tedeschi è nettamente superiore al mio (anche considerando un costo della vita più alto) e a quello dei mie colleghi italici (lavoro in un' azienda a media tecnologia 50%italiana e 50% tedesca e conosco le cose dal di dentro) a parità di lavoro e competenze.
      E' del tutto inutile citare Keynes se poi si crede a storielle come quella della precarizzazione e svalutazione della manodopera tedesca. Semmai quella italiana lo è stata in parte non piccola in questi anni, ma questo che non va bene (scarso potere d' acquisto dei lavoratori italiani) in più è avvenuto con tassi di occupazione molto più bassi della Germania (purtroppo tra i più bassi in Europa) e gestione della cosa pubblica clientelare ed inefficiente (debiti su debiti ed aumento della spesa pubblica non compensato da un aumento delel tasse sui soliti noti).
      Noi Italiani abbiamo solo da imparare dalla gestione economica dello Stato tedesco e di molte imprese di medie-grandi dimensioni che investono in ricerca e fanno utili sul valore aggiunto della tecnologia.
      Ma finchè crederemo alle favole (spesso spacciate per verità dai nostri politicanti che mentono sapendo di mentire) saremo il ventre molle dell' Europa.

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    10. Che il potere d’acquisto ed il taso d’occupazione italiana siano più basi di quelli germanici è pacifico. Altrettanto che le esportazioni tedesche siano migliori di quelle italiane e che lo siano per via del più elevato tasso tecnologico medio (poichè la tecnologia è ciò che chiede il mercato oggi). Che la spesa pubblica germanica sia assai più oculata (apparenze a parte) è invece assai opinabile visto l’accesso preferenziale al credito internazionale di cui gode e ha goduto la Germania. Accesso preferenziale al credito riconducibile a motivi di mera speculazione finanziaria il cui stampo è rigorosamente a-nazionale (cioè slegata da nazionalismi di sorta, ma che piuttosto sfrutta tali nazionalismi per crearsi ricche opportunità di lucro basati sui differenziali indotti dalle aspettative drogate degli investitori).

      Comunque sia tutto ciò ha ben poco a che fare con la disoccupazione tecnologica. I minijob tedeschi possono piacere o meno, ma di fatto esistono ora e non esistevano 50, 40, 30 o 20 anni fa. Tale passata e persistente mancanza non avvenne per carenza d’immaginazione. Mancò per assenza d’una reale esigenza industriale (retorica contrattualistica a parte ovviamente).

      In un mondo in cui persino gli operai delle catene di montaggio in Cina (vedi caso FOXCONN) sono insidiati da aggressivi piani industriali che tendono ad automatizzare l’intero processo produttivo, porsi la domanda del “se” esita qualcosa chiamata “disoccupazione tecnologica” pare originale (soprattutto se si guardano i tassi occupazionali complessivi). E parliamo dello stesso mondo in cui i robot industriali stanno divenendo user-friendly come i pc lo divennero soppiantando i vecchi calcolatori centralizzati. Parliamo dello stesso mondo dove le automobili possono guidarsi da sole, dove alcuni articoli giornalistici sono già ora creati in automatico da software, dove i computer iniziano a comprendere (o se preferite ad “elaborare funzionalmente”) il linguaggio naturale umano, dove parte dei piloti militari sono divenuti obsoleti e sostituiti (per ora) da meno qualificati “operatori da remoto” (in attesa di tecnologie di IA affidabili). Parliamo dello stesso mondo dove la quasi totalità dei professionisti del trading sono soppiantati da software dedicati (anche se i tg continuano spesso a mostrare vecchie foto o filmati delle borse degli anni '80), un mondo dove i taxisti sono facilmente sostituibili da app in grado di aprire il setore ai non professionisti, dove i traduttori di professione sono insidiati sia da software di traduzione automatica sia dal crowdsourcing, ecc… ecc… ecc…

      Quanti lavoratori a bassa e media qualifica sono e saranno spazzati via nei prossimi anni da questa ondata “innovatrice”? E quanti lavoratori qualificati ed altamente qualificati serviranno per sostituirli?

      Potremmo "credere alle favole" secondo cui, per ogni operaio licenziato in catena di montaggio, l'economia richiederà poi dieci ingegneri per costruire, programmare e mantenere il robot che li ha sostituiti, ma se così fosse credo che ben poche aziende avrebbero guardato ed ancor meno guarderebbero oggi con vivo interesse all’automazione spinta. Un sospetto questo che pare confermato dal calo degli iscritti all'università oltre che, come si ricordava prima, dal fatto che i robot industriali moderni saranno sempre più programmabili con procedure non-informatiche (cioè a bassa qualifica).

      Insomma le favole sono tante in un mondo che si ostina a pensare "seriamente" di poter far crescere all'infinito la propria economia partendo da risorse finite. In tale assurda situazione, ognuno è ovviamente libero e legittimato a scegliere la favola a cui preferisce credere.

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    11. Hai ragione, ognuno può credere alle favole che preferisce soprattutto se non tiene presente che “la persona più facile da ingannare siamo proprio noi stessi, quindi occorre molta vigilanza”.
      Se ti fa piacere credere che l’ oculata gestione delle finanze statali tedesche non sia tale fai pure. Ma la tua idea che l’ accesso favorevole al credito speculativo tedesco lo dimostrerebbe è francamente fantasiosa. Ricorda molto ciò che sosteneva Keynes riguardo alla sepculazione not far removed, intellectually from ascription of cattle disease to the ‘evil eye’
      Riguardo alla tua domanda: Quanti lavoratori a bassa e media qualifica sono e saranno spazzati via nei prossimi etc etc”
      in sé una buona domanda ma al di là della tua pessimistica e retorica risposta il fatto è che non esistono risposte buone per tutte le stagioni.
      In passato i risultati raggiunti in varie Nazioni (Gran Bretagna, Francia, Italia, Germania, Giappone, USA etc etc prima durante e dopo le due guerre mondiali) hanno quasi sempre smentito le paure dei pessimisti.
      Certo in futurto non è detto che sia così e soprattutto non è detto che lo sarà per tutte le Nazioni.
      Un’ investimento (statale o privato o misto non importa poi tanto) sull’ educazione e sull’ università, oltre che sulla ricerca scientifica, è importante per evitare che aumenti la disoccupazione ed ottenere risultati positivi: La Germania lo ha fatto e lo continua a fare con ottimi risultati, l’ Italia lo ha fatto poco e male. Peggio ancora continua a regalare i suoi migliori laureati con l’ emigrazione dei cervelli ad altri Paesi compresa la Germania.
      O l’ Italia cambia, ma è nelle sue possibilità il farlo, o per lei la risposta alla domanda sarà negativa, ma non per un destino inelluttabile bensì per proprie incapacità.

      Riguardo al fatto che non è possibile una crescita illimitata in un sistema limitato ovviamente non ci piove (come già detto altre volte ribadisco che è una ovvietà)
      ma ciò non ha alcun rapporto logico-razionale con la disoccupazione tecnologica,
      semmai ha un forte rapporto con la crescita demografica, laddove esiste, perché in questo frangente storico Italia e Germania sono a tale riguardo a crescita zero (la prima anche economica, la seconda per nulla).

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  8. Sono d'accordo con Paolo C. Una colonia di elite come quella descritta, non avrà certo denaro o potere, avrà però più cibo, più tecnologia, case più calde, salute... siamo sicuri che alla vista di un orda di affamati/ignoranti che vivono li accanto o che passano di li questo generi un pensiero di umile e disinteressata voglia di imparare e di farsi sollevare al "livello di elite", ovviamente coi tempi che occorrono?
    Quanti degli "altri" una colonia riuscirà a supportare e sostenere nella loro transizione? Non è più probabile che sull'intelletto prevalga la fame, l'invidia e quindi la violenza?
    Chi vorrà essere tassato (temporalmente) di più per convertire questi stolti quando può godere del suo status?
    Provocazioni, le mie, quanto vorrei sbagliarmi...

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    1. provocazioni? hai detto come andrà a finire.. le colonie devono essere necessariamente militarizzate (per difesa) - si vis pacem para bellum amici miei..
      ricordate il paradosso maori ... https://mammiferobipede.wordpress.com/2013/06/26/il-paradosso-maori/

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    2. aggiungo: probabilmente potrebbe venire a crearsi una situazione spiacevole di scelta.. etico/morale chiamatela come volete..

      chiedetevelo, se dovesse accadere (io spero sempre di sbagliarmi) cosa scegliereste?
      sopravvivenza della razza umana
      o
      misericordia?

      spero che nessuno mai debba fare queste scelte orrende,terribili..

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  9. Errore formale allarmante: costruire un modello che sia internamente funzionale, ma che non sia falsificabile dall'esterno (mondo reale) è molto comune, ma semplicemente non funziona. E' proprio come il marxismo, no non hai già giustificato questa cosa nell'articolo perché marxismo e comunismo sovietico sono differenti, ovvero un'utopia nemmeno finita di descrivere dal suo autore poiché si era messo a scrivere del paradiso americano e del bengodi creato dalla corsa alle ferrovie, sì proprio così Marx non era un marxista.

    Altro problema: mettiamo di voler fare una colonia in Italia, diciamo a Rimini, da dove si prendono le materie prime necessarie alla costruzione e mantenimento di edifici e mezzi per il sostentamento energetico? Se non ho i soldi che do ai cinesi per le terre rare che sono necessarie allo sviluppo tecnologico moderno? Che fanno mi prestano del neodimio ci faccio un magnete, lo uso per un po' poi glielo ridò?

    Il debito non è male in assoluto così come i soldi che hanno valore solo perché noi glielo diamo, così come ogni altra risorsa sulla Terra. Se domani scoprissimo che l'oro è altamente cancerogeno il suo valore crollerebbe poiché siamo noi che glielo diamo. Il denaro è solo un'unità di conto e contenitore di valore generato dalla produzione di un bene e servizio, nient'altro, è un mezzo non può essere nè bene nè male.

    Altre mille cose sono cavolate assurde come ad esempio la sanità che venera il PIL, in un sistema di sicurezza sociale come quello italiano questo non è vero poiché tramite la prevenzione ci sarebbe uno spreco minore di risorse immediatamente individuabile dal calo delle tasse e quindi preferibile da parte di tutti. Il problema è che l'uomo, soprattutto in gruppo, è irrimediabilmente stupido (vedi il caso Stamina)

    Ah e l'uomo è già stato raggruppato in queste "colonie" ipertecnologiche in passato, no non era Atlantide, ma le tribù di cacciatori-raccoglitori che vivevano di sussistenza. Spero sia stato bello scrivere al computer questa enorme boiata permessa solo dal petrolio e dalla chimica per la produzione della macchina, dal carbone per l'energia elettrica e dal debito senza cui la progettazione e realizzazione sarebbero state impossibili. Ovviamente tutto acquistato dal denaro.

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    1. che bimbo propositivo!

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    2. Beh, l'autore sembra non essere l'unico a compiere errori allarmanti:

      - Se qualcosa è fisicamente realizzabile, allora è anche misurabile e quindi falsificabile. La sua affermazione è quindi priva di significato reale. Pura retorica.

      - Marxismo e comunismo sovietico sono differenti, ma entrambi usavano il denaro (Marx in persona incluso). Proprio come il capitalismo.

      - Nell'articolo si dice che colonie non devono usare il denaro al loro interno, ma non all'esterno (cosa che risulterebbe impossibile allo stato attuale).

      - Il debito non è male? Vero, finchè si presume verrà pagato o finchè non si viene costretti a farlo. Sfortunatamente per questo pianeta si è già molto oltre quel punto.

      - Il denaro ha valore finchè glielo si da, è vero, ma i beni fisici (le risorse) hanno utilità. Confonderli è come credere che il simbolo 1 e, ad esempio, "una mela" siano la stessa cosa e quindi credere di potersi mangiare inumeri o le mele indifferentemente.

      - La sanità pubblica italiana, una delle migliori al mondo, è forse priva di corruzione e malaffare? E quella privata? L'interesse pubblico prevale sempre?!

      - Trovo paradossale il tentativo di offendere qualcuno che dice che dovremmo tutti ragionare in termini di risorse, dicendogli che ha potuto fare quel che ha fatto con delle risorse.

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    3. Qualcuno ha il coraggio di affermarmare che il Re è, effettivamente, nudo
      Maria Luisa Cohen

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  10. Ciao Ugo,
    il gruppo di lavoro nazionale che si occupa di Energia e d'Ambiente l'ho già avviato,
    adesso sto sviluppando un portale dedicato a: Energia, Ambiente e Ricerca.
    Lo potete trovare qui:
    www.energiaricerca.it
    E’ in una fase ancora embrionale, ma crescerà, datemi tempo.
    Il suo scopo è quello di raccogliere le informazioni importanti in modo sistematico, riportare i dati statistici mondiali, fare elaborazioni, fare previsioni e fare ricerca teorica su alcuni aspetti ritenuti importanti per tali argomenti.
    Spero di riuscire ad avere le risorse per poterlo far crescere continuamente.

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  11. I XIII Comandamenti delle Comunità che Persistono

    I. Probabilmente non dovresti metterti assieme a cuor leggero e formare una comunità con persone così a caso, che non hanno molto da mettere in comune, e che si sentono libere di andarsene non appena si annoiano o la cosa smette di essere divertente. La comunità dovrebbe essere formata come un cosciente, finalizzato ed aperto atto di seccessione dalla società, un evento storico significativo che verrà passato attraverso la storia e commemorato in canzoni, cerimonie e rievocazioni. Un classico evento di fondazione è quello in cui i membri fondatori cedono tutte le loro proprietà private, rendendole comuni, in una cerimonia solenne, durante la quale essi prendono nuovi nomi e si congratulano l'un l'altro per i nuovi nomi come fratelli e sorelle. I membri fondatori dovrebbero essere ricordati e riveriti per il loro atto coraggioso e generoso. Questo trasform la comunità in una entità sinergica ed autocosciente con una volontà propria che trascende le volontà dei singoli membri.
    II. Probabilmente non dovresti intrappolare le persone all'interno della comunità. L'appartenenza alla comunità dovrebbe essere volontaria. Ogni membro dovrebbe avere una garanzia ferrea di essere in grado di abbandonare in qualsiasi momento, senza che gli venga posta alcuna domanda. Detto ciò, bisognerebbe fare qualunque cosa per impedire alle persone di lasciare la comunità perchè le defezioni fanno molto male al morale. Un buon trucco è quello di concedere alle persone una vacanza quando ne hanno bisogno, ed un buon modo per farlo è avere un programma di scambio con un altra comunità simile. Non ci dovrebbe esere una garanzia ferrea di poter tornare indietro e di essere accettati di nuovo, ma ciò dovrebbe in generale essere possibile. A coloro che nascono all'interno della comunità dovrebbe essere data una opportunità esplicita, durante gli anni della adolescenza, di ribellarsi, scappare, uscire fuori e vedere il mondo e seminare il loro grano selvatico, ed anche l'opportunità di tornare indietro, prendersi la predica ed essere accettati come membri integrali della comunità. Quando le persone si comportano male, può essere utilizzata la minaccia della espulsione, ma questa dovrebbe essere considerata come la "opzione nucleare". D'altra parte, si dovrebbe avere una qualche regola per espellere le persone più o meno automaticamente se si comportano molto ma molto male (sebbene questi casi dovrebbero essere estremamente rari) perchè lasciare che tali persone rimangano a gironzolare attorno fa molto male al morale.
    III. Probabilmente non dovresti andare avanti come se la comunità non conta. La comunità dovrebbe vedere sè stessa come separata e distinta dalla società che la circonda. Il suo separatismo dovrebbe manifestarsi nel modo in cui i membri si relazionano con i membri della società circostante: come rappresentanti esterni della comunità piuttosto che come membri individuali. Tutti i rapporti con il mondo esterno, eccetto lo scambio di cortesie e di conversazioni, dovrebbero essere impostati nell'interesse della comunità. Non dovrebbe essere possibile per un esterno riuscire a sfruttare una debolezze individuale o una differenza tra i membri della comunità. Per ottenere certi vantaggi, specialmente se la natura della comunità è clandestina, i membri possono mantenere l'illusione di agire come individui, ma in realtà essi dovrebbero agire sempre in favore della comunità.

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  12. IV Probabilmente non dovresti sparpagliarti nel territorio. La comunità dovrebbe essere relativamente auto contenuta. Non può essere virtuale o riunirsi solo periodicamente. Deve esistere un luogo geografico o un posto di raduno, con ampi spazi pubblici, anche se la locazione cambia nel corso del tempo. La comunità dovrebbe essere basata in unasistemazione di vita comuneche fornisce tutte le necessità. Una comunità che vive in appartementi separati sparsi per la città non durerà molto a lungo; se questa è la maniera con cui sei costretto a incominciare, allora usa il tempo a tua disposizione per risparmiare denare e comprare della terra. Una sistemazione abitativa buona, semplice, che minimizza i costi e ottimizza la coesone di gruppo e la sicurezza è di fornire a tutti gli adulti e le coppie delle camere da letto ampie abbastanza per loro e per i loro bambini, delle camere separate per i ragazzi di una certa età, e delle stanze comuni per tutte le altre necessità. Questo può essere realizzato utilizzando un grande edificio oppre diversi edifici più piccoli.
    V Probabilmente non dovresti consentire una privatizzazione strisciante. La comunità dovrebbe raggruppare e condividere tutte le proprietà e le risorse con eccezione degli effetti personali. Tutto il denaro ed i beni provenineti dall'esterno, inclusi stipendi, pensioni, donazioni e anche elergizioni statali, dovrebbeno finire nel slavdanaio comune, dal quale verrebbero allcoti per gli usi comuni. Questi usi comuni dovrebbero includere tutte le necessità: cibo, riparo, abiti, medicine, assistenza ai bambini, assistenza ai vecchi, educazione, intrattenimento etc. I mebri che divenissero improvvisamente ricchi, attarverso eredità o in qualunque altra forma, dovrebbero avere una possibilità di scelta: mettere tutte le ricchezze nel salvadanaio, oppure tenersele e lasciare la comunità. Questo schema di consumo comune è molto efficiente.
    VI Probabilmete non dovresti predere le decisioni da solo. La comunità dovrebbe avere delle finalità e delle necessità comuni che dovrebbero essere rese esplicite. Queste finalità e necessità dovrebbero essere raggiute attraverso una azione comune e non attraverso azioni individuali. Il benessere della comunità dovrebbe essere il risultato di una azione collettiva, di membri che lavorano assieme per un progetto comune. Inoltre, questo lavoro collettivo dovrebbe essere in gran parte volontario, ed i membri che si stufano di un determinato compito o di un determinato gruppo dovrebbero poter porre a questione in una assemblea e chiedere di essere riassegnati. E' grande se i membri hanno nuove e brillanti idee su come fare le cose, ma queste idee dovrebbero essere discusse in assemblee aperte ed espresse come iniziative da intraprendere collettivamente.

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  13. VII Probabilmente non dovresti lasciare che qualcuno ti dia degli ordini dall'esterno. E' meglio se la comunità stessa diventa la sorgente ultima di autorità per tutti i suoi membri. Essa dovrebbe avere un codice di condotta universalmente accettato, che è meglio conservare in maniera non scritta e tramadarlo solo oralmente. Il ricorso finale, oltre ed al di sopra della giurisdizione di qualsiasi sistema esterno di giustizia e di qualsiasi autorità esterna, o di qualsiasi autorità all'interno el gruppo, dovrebbe essere l'assemblea aperta, dove ognuno ha la libertà di parlare. Alle persone dovrebbe essere consentito di parlare solo in prima persona: qualsiasi tentativo di rappresentazione di opinioni altrui dovrebbe essere considerato solo una chiacchiera e ignorato. Probabilmante non dovresti utilizzare delle tecniche legalistiche come il conteggio dei voti e voto per acclamazione. Il dibattito dovrebbe continuare fino a che non venga raggiunto un consenso. Per raggiungere una decisione consensuale, usa ogni trucco a tua disposizione per vincere le (potenzialmente chiassose e divisive) voci che si oppongono, fino a minacciare l'espulsione. Una comunità che non è in grado di raggiungere un consenso pieno su questioni chiave non può funzionare e dovrebbe essere automatcamente divisa. Ma questo esito tende ad essere raro, perchè lo stato dei membri dipende dal fatto che essi mettano le necessità della comunità prima delle proprie, ed una di queste necessità è proprio la necessità di raggiungere un consenso. Le decisioni prese dall'assempble aperta dovrebbero avere la forza di legge. Le decisioni imposte alla comunità dell'esterno dovrebbero essere considerate atti di persecuzione e contrastate con proteste non violente, disobbedienza civile, evasione e, se le condizioni lo permettono, organizzando un esodo. La vi migliore testata dalla storia per evitare di essere soggetti ad una autorità esterna è quello di fuggire in gruppo. E poi, probabilmente non dovresti spercare il tuo tempo in cose come votazioni, tentare di essere eletti, testimoniare davanti ad una corte, intentare cause conro persone o istituzioni o in overi giuridici.
    VIII Probabilmente non dovresti metterti a questionare la meravigliosa bontà della tua comunità. La tua comunità dovrebbe avere una autorità ed un significato morale per i membri al sua interno. Non dovrebbe essere una mera strumentalità o una condizione di vita senza altra finalità che mantenerti sfamato, vestito, protetto e intrattenuto. La comunità non dovrebbe essere considerata in maniera utilitaristica. Ci dovrebbe essere una ideologia alla base, da non mettere in discussione, ma che deve essere interpretata per fissare un isieme di finalità specifiche e norme di comportamento. La comunità non dovrebbe nella pratica quotidiana mettere in discussione queste norme e queste finalità. La comunità dovrebbe anche essere in grado di raggiungere queste finalità e rispettare queste norme e di tracciare e misurare il suo successo nel fare ciò. Le migliori ideologie sono sistemi a definizione circolare dove il sistema è un buon sistema perchè è utilizzato da persone buone, e queste persone sono buone proprio perchè usano un buon sistema. Poichè la ideologia non va messa in questione, non c'è bisogno che sia particolarmente logica e può anche essere basata su una conoscenza mistica, la fede o una rivelazione. Ma non deve essere completamente sciocca o nessuno la prenderà mai seriamente.

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  14. IX Probabilmente non dovresti pretendere che la tua vita sia più importante della vita dei tuoi fgli o nipoti (o dei figli o dei nipoti di altri membri della comunità se tu non ne hai).Se sei vecchio ed è disponibile un sostituto più giovane qualunque sia il lavoro che stai facendo, il tuo compito primario dovrebbe essere quallo di aiutarlo a sostituirti e poi levarti di torno. Prova a pensare alla morte come una sorta di movimento intestinale - la maggior parte delle volte sarai tu a svuotare l'intestino (se vai di corpo regolare): un giorno sarà l'intestino a disfarsi di te. Come membro di una comunità, non stai vivendo per te stesso, stai vivendo per la comunità - specificamente, per le sue future generazioni. Il fine principale della comunità è quello di trascendere l'esistenza dei suoi singoli individui attraverso la conservazione del suo DNA biologico e culturale. A questo fine, probabilmente dovresti evitare di mandare i tuoi figli alla scuola pubblica e considerarla invece una sorta di avvelenamento mentale. Essa a poco a che fare con l'educazione e molto a che vedere con l'istituzionalizzazione. Se questo significa che la tua comunità deve spendere parecchie risorse nell'assistenza ai bambini e nella docenza domestica, che sia così; dopo il cibo, il riparo ed i vestiti questo è il più importante dei compiti.
    X Probabilmente non dovresti tentare di utilizzare la violenza, perchè probabilmente non funzionerebbe. Internamente, mantieni i tuoi metodi di controllo sociale in maniera informale: chiacchiere, ridicolo, reprimende e disprezzo funzionano veramente bene e sono parecchio a buon mercato. Ogni tipo di controllo formale attraverso la minaccia di violenza è realmente distruttivo della solidarietà del gruppo, è terribile per il morale ed è molto costoso. Dovresti tentare di instillare dei tabù contro le persone arrabbiate (anche bambini ed animali). Usa l'espulsione come ultima risorsa. Quando hai a che fare con gli esterni, non armarti oltre poche armi difensive e non letali, non cercare di apparire una minaccia, stai lontano dalla vista delle autorità esterne il più possibile e lavora per creare buona volantà tra i tuoi vicini cosicchè possano aiutarti se ne ahi bisogno. Cerca di evitare il servizio militare. Se sei coscritto, dovresti rifiutarti di portare armi o usare forze latali di qualsiasi tipo.

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  15. XI Probabilmente non dovresti lasciare che la tua comunità diventi troppo grande.Quando sei cresciuto oltre i 150 membri adulti, è tempo di fondare una colonia. Con più di un centinaio di membri, raggiungere il consenso in una assemblea aperta diventa significativamente più difficile e lungo e fa aumentare il livello di frustrazione nel già difficile processo di creazione del consenso. La gente comincia a cercare di aggirare il problema nascondendo il processo di decisione all'interno di comitati, ma questo è incompatibile con la democrazia diretta, nel quale nessuno può essere forzato ad adeguarsi ad una decisione con la quale la persona non acconsente (eccetto che nel caso di decisione di espulsione della persona, ma la maggior parte delle persone se ne vanno volontariamente prima di raggiugere questo punto). Inoltre, 150 persone è più o meno il numero massimo di individui con cui molti di noi sono in grado di intrattenere rapporti interpersonali. Aumenta il numero e presto finirai er aver a che fare con persone quasi estranee, erodendo la fiducia. Il modo migliore per dividere una comunità in due metà è quello di sorteggiare quali famiglie rimarranno e quali famiglie andranno via. La tua comunità dovrebbe rimanere in assoluti termini amichevoli con la nuova colonia (tra le altre cose, per dare ai tuoi figli una più ampia scelta per il matrimonio), ma probabilmente è una cattiva idea considerare la nuova colonia ancora parte della tua comunità: ora loro sono autonomi, indipendenti ed unici senza alcun obbligo di consultazione verso la tua comunità o di consenso su qualsiasi questione.
    XII Probabilmente non dovresti lasciare che la tua counità diventi troppo ricca. La gratificazione materiale,il lusso e gli stili di vita sontuosi non sono un bene per la tua comunità: i bambini diventano viziati, gli adulti sviluppano dei gusti costosi e delle cattive abitudini. Nel momento in cui i tempi diventano difficili,la tua comunità farà fatica ad adattarsi. Questo succede perchè le comunità che enfatizzano la gratificazione materiale divengono alienate e conflittuali quando non sono più in grado di fornire i beni materiali necessari per ottenere e mantenere quel livello di gratificazione. La tua comunità dovrebbe fornire i livelli base di comfort materiale e un assolutamente elevato livello di comfort spirituale ed emotivo. Ci sono un sacco di moti per bruciare la ricchezza in eccesso: attraverso attività di espansione della comunità, attraverso volontariato presso la società all'esterno, supportando progetti, cause ed iniziative e così via. Si può anche spendere il surplus nelle arti, nella musica, nalla letteratura, nell'artigianato etc.
    XIII Probabilmente non dovresti lasciare che la tua cominità diventi troppo accogliente per i tuoi vicini. Ricorda sempre che cosa è che ti ha fatto formare una comunità all'inizio: il fatto che la società circostante non funzionava più, non era in grado di darti ciò di cui avevi bisogno e, per dirla nel modo più chiaro possibile, non c'era più niente di buono. Nel tempo la tua comunità può diventare forte e di successo e ottenere riconoscimento dalla società circostante, che, nel frattempo, è divenuta troppo debole e conflittuale al suo interno per offrire alcun tipo di resistenza, men che meno per perseguitarti. Ma la tua comunità ha bisogno di un pò di persecuzione ora e per sempre, per darti una buona ragione per continuare salvaguardare la tua separatezza. A questo scopo, è di aiuto mantenere certe pratiche che alienano appena un pò la tua comunità dalla società circostante, non così tanto da provocare un loro attacco coi forconi, ma abbastanza per mantenerli a distanza e per lasciarti solo la maggior parte del tempo.

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  16. Il punto XIII e' una colossale sciocchezza.

    La colonia deve essere un esempio inclusivo non esclusivo. Dovrebbe fornire supporto alla formazione di nuovoe colonie, tramite l'accoglienza e poi l'invio di membri formati alle nuove idee per la fondazione di nuove colonie. Se si cerca di alienare la colomia dal resto del mondo, fatalmente si creera' un bias ideologico con il resto della societa' e un movimento di introversione che si inasprira' fino all'isolamento. Non ci tengo proprio a rivedere delle comuita' mormoni post-industriali. Se si teme la corruzione con l'esterno e si pensa di ovviarla con l'isolamento culturale, allora non ci si deve aspettare che gli "altri" non reagiscano allo stesso modo e non guardino con sospetto, invidia o perfino rancore a questo alienamento. L'abbiamo gia' visto altrove, oltre che nei mormoni, per esempio con certe comunita' ebraiche ortodosse e ovviamente in tutte le sette.

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    1. Sono d'accordo con Phitio. Le colonie dovrebbero evitare di scivolare nel settarismo.

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  17. Cultura,buon esempio e modelli di vita sostenibili.
    Definizione ben chiara di cosa possa essere sostenibile e cosa no.
    Questo partendo subito con i bambini di oggi,per noi è tardi e possiamo solo provare a limitare i danni.
    La moneta è un mezzo e tale rimane,se non si cambiano i valori non cambia nulla.

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  18. Comunque sia,lo scopo di queste riflessioni dev'essere quello di spingere più persone possibili a capire l'impraticabilità della strada che ci ostiniamo a percorrere.
    Il problema risorse,come ho scritto altrove,spingerà tra non molto a guerre per l'approvvigionamento,siano esse militari o economiche e queste riguarderanno i figli dei nostri figli,non generazioni lontane.
    Dovremmo riuscire a ragionare almeno nell'ottica di un paio di generazioni a venire,dovremmo,ma continuiamo a non riuscirci.
    Mai,nella storia del pianeta terra una specie ha depredato beni come sta facendo la cerchia votata al consumismo.
    Dobbiamo ampliare la piattaforma d'ascolto partendo da basi comprensibili a tutti,rinchiudersi in piattaforme elitarie serve solo a sentirsi meglio,ma non cambia la prospettiva futura.
    La storia ci giudicherà per quello che siamo,una generazione che egoisticamente e in modo infruttuoso,rispetto all'energia utilizzata,ha spolverato, nello 0,01% del tempo che ne avrebbe reso sostenibile l'uso,le risorse disponibili.

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    1. Il problema delle risorse è già qui, riguarderà noi in prima persona, non i figli dei nostri figli. Concordo in pieno con "CD" che poco più su scriveva di avvertire l'urgenza di un cambiamento, bisogna muoversi, perchè c'è che ci manca è proprio il tempo: più rimandiamo più la caduta sarà rovinosa, date le energie in gioco.

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    2. Concordo con Simone Costi. La più scarsa delle risorse, al momento, pare essere il tempo a disposizione per adeguare l'azione dell'umanità a comportamenti collettivi sensati. Ciò che è più grave è che manca anche la percezione della reale urgenza di intervenire. Un'informazione giornalistica (e non) pericolosamente simile alla disinformazione di massa lascia volutamente credere che i problemi ecologici e persino economici (il debito) saranno un guaio per i nostri nipoti. Basta però guardare con attenzione fuori dalla finestra per accorgersi che quei guai stanno già iniziando a colpire. Picco del petrolio e GW hanno contribuito pesantemente a destabilizzare l'intero Nord Africa, in quello che è stata eufemisticamente rinominata "Primavera Araba". Questi episodi per ora sono sporadici, al combaciare di diversi fattori contemporaneamente, ma col passar del tempo tenderanno a divenire sempre più sistematici a meno che non si prendano drastici ed immediati provvedimenti su scala globale.

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  19. Aspettiamo con impazienza la traduzione dell'ultimo articolo di Nafeez

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  20. L'essere umano dovrebbe sempre pensare alle sette generazioni future, nel momento in cui compie delle scelte.
    Noi, ci pensiamo alle sette generazioni future ?
    Gli indiani nordamericani ci pensavano.
    Arrivò l'europeo, e gli indiani furono sottomessi.
    L'europeo schiaccia i diritti altrui, non rispetta il modo di vita altrui.
    Purtroppo.

    Gianni Tiziano

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