Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


sabato 5 aprile 2014

ESSERE RESILIENTI O NON ESSERE RESILIENTI? QUESTO È IL PROBLEMA.

di Jacopo Simonetta



Man mano che il tempo passa, la narrativa e la retorica dello sviluppo sostenibile si diffondono nel mondo politico ed economico, mentre scompaiono da quello della ricerca scientifica.   Oramai, al di la dei tecnicismi e di comprensibili pudori, gli “addetti ai lavori” sono sostanzialmente concordi: è tardi.   L’autobus della sostenibilità è passato, ora cerchiamo di prendere quello della resilienza.   Ma che cos'è la resilienza?    In generale, la capacità di qualcosa a reagire ad uno shock, tornando ad uno stato simile al precedente dopo un tempo più o meno lungo.   Una molla è resiliente.   Un bosco che ricresca dopo un taglio anche, così come una popolazione che recuperi dopo un’epidemia od una carestia.

Parlando di noi stessi, significa che bisogna adattarsi al mutare dei tempi, modificando in modo più o meno radicale la nostra visione del mondo, il nostro modo di vivere, le nostre aspettative, eccetera.   Siamo sicuri di volerlo fare?
Per finalità puramente pratiche, Orlov propone uno schema di valutazione del rischio articolato secondo l’intensità della crisi ed il livello di preparazione alla medesima.    In pratica, vi sono quattro combinazioni possibili:  

A - Non ti prepari ed il collasso economico non avviene: tutto OK, non cambia niente.  
B – Non ti prepari ed avviene il collasso: sei in guai molto, molto grossi.  
C – Ti prepari ed avviene il collasso: sei nei guai, ma molto meno che nel caso precedente.  
D – Ti prepari e non avviene il collasso: hai fatto la figura dello scemo.

In conclusione, il peggio che può succedere preparandosi è passare da stupido e spendere male i propri soldi, mentre il peggio che può accadere a chi è impreparato è morire di fame.  Quindi conviene prepararsi, conclude Orlov.    Inoppugnabile, ma se si pensa seriamente a porre in atto una strategia di resilienza, già a livello di analisi preliminare, emergono immediatamente una serie di problemi.   L’elenco non è completo, è solo un contributo alla discussione.

1 – Innanzitutto, siamo sicuri di intraprendere questa strada?   L’uomo, al pari degli altri animali è tendenzialmente abitudinario e tende a valutare il futuro sulla base dell’esperienza passata, ma quello che sta accadendo non ha precedenti nell'esperienza personale di nessuno.   Il primo scoglio da superare è quindi crederci abbastanza da cambiare in misura sufficiente la propria visione del mondo e le proprie scelte; cosa che genera immediatamente uno stato di stress molto forte.   Da un lato, infatti, tutto il tessuto sociale e culturale in cui siamo inseriti ci dice che sono momenti duri, ma passeranno e tornerà il benessere per noi; prima o poi arriverà anche per quelli che ancora lo aspettano.   Dall'altro, le nostre letture e riflessioni ci dicono che il sistema economico che ha permesso alla popolazione mondiale di passare da circa 2 miliardi a quasi 8 è irreparabilmente condannato, ma nessuno è in grado di dirci esattamente con quali conseguenze.   Evidentemente, è forte il rischio di isolarsi dalla maggior parte delle persone, che vi considereranno dei fissati o degli iettatori, mentre l’assidua frequentazione  di circoli più o meno catastrofisti rischia di generare visioni apocalittiche, finanche maniacali.
 
2 - Quanto e come prepararsi?   Le possibilità sono praticamente infinite, si va dall'abbassare il termostato di casa od iscriversi ad un GAS, fino al costruire una fortezza stivandola con scorte di viveri e munizioni.   Per decidere sarebbe necessario avere delle idee chiare sulle minacce da affrontare, mentre disponiamo solo indizi molto vaghi circa cosa accadrà e quando    Secondo i modelli esistenti, probabilmente il collasso del sistema economico globale inizierà nel giro di 10-20 anni da ora, ma potremo saperlo per certo solo dopo che sarà accaduto.   Quindi, da un lato c’è abbastanza tempo da indurci a non abbandonare una vita ancora comoda per la maggioranza di noi.   D’altro lato, 10 o 20 anni sono pochissimi per prepararsi davvero a quello che potrebbe succedere, soprattutto tenendo conto che, man mano che la situazione si degraderà, saranno meno numerose le opzioni possibili.   La cosa ha dei risvolti pratici immediati e consistenti.   Ad esempio: investire i risparmi in BOT o comprare argenteria da seppellire in giardino?   Mantenere il proprio posto alla poste o andare a fare il volontario presso una fattoria sperduta?   Seguire una formazione da installatore di pannelli fotovoltaici od imparare a sparare?

3 – La parola “collasso” evoca scenari apocalittici che possiamo intravedere in anteprima in varie parti del mondo, ma non è affatto detto che sia un fenomeno repentino, perlomeno non in rapporto ad una scala temporale umana.   In realtà, la “tempesta perfetta” che sta cominciando a scatenarsi sulle nostre teste è composta da un gran numero di fenomeni parzialmente correlati fra loro.   Alcuni di questi tendono ad indurre crisi croniche e graduali (ad es. il degrado dei suoli, il cambiamento climatico, il peggioramento quali-quantitativo delle risorse idriche ed energetiche, ecc.).   Altri, viceversa, possono colpire in qualunque momento in maniera anche molto violenta (tempeste, sommosse, crisi finanziarie, ecc.).   Altri hanno tempi di sviluppo intermedi (come la possibilità di insediamento di governi totalitari, ecc.)    Altri fattori, infine, avranno un ruolo marginale nella fase di collasso, ma saranno invece cruciali per determinare se e quando ci potrà essere una stabilizzazione o, magari, una ripresa (ad es. la biodiversità). Quali fra questi prevarranno?   Vivremo un collasso repentino e violento alla Orlov, oppure uno graduale e deprimente alla Greer?   Anche in questo caso lo potremo sapere solo dopo, ma come prepararsi se non sappiamo quali sono esattamente le minacce?
4 – Il fatto che il sistema socio-economico globale collassi non significa assolutamente che tutto e dovunque collassi allo stesso modo e nello stesso momento.   Al contrario, l’aggravarsi della crisi provocherà una graduale disarticolazione del sistema globale in sotto-sistemi progressivamente meno interdipendenti.   Nel tempo, le traiettorie evolutive delle singole zone potranno quindi divergere anche di molto in rapporto ad un gran numero di fattori locali (popolazione, risorse, guerre, clima, ecc.).   Cosa accadrà nelle zona dove viviamo noi?    Nessuno lo può sapere e, nuovamente, si pone il problema di prepararsi a qualcosa che, in realtà, non si sa cosa sia.

5 – Mentre ci si prepara per il mondo di domani, bisogna continuare a vivere nel mondo di oggi.   Barcamenarsi contemporaneamente fra le leggi della natura, quelle del mercato e quelle dello stato è un arduo esercizio dai risultati molto aleatori.   Ad esempio, è sicuramente possibile creare una fattoria in grado di funzionare senza petrolio e senza denaro, ma si dovranno comunque pagare tasse, assicurazioni, cure per i malati ed altre cose obbligatorie o necessarie. Ci vorranno dunque dei soldi, ma per guadagnarne bisogna essere inseriti efficacemente in quell'economia di mercato cui ci si dorrebbe sottrarre.    

6 – Ultimo, ma forse principale problema, è il fatto che l’unità di sopravvivenza dell’umanità non è l’individuo, ma la comunità.   Questo comporta la necessità di associarsi ad altri per elaborare e realizzare un progetto comune, sia che si tratti di un GAS che di una fortezza..   Una cosa che moltiplica le difficoltà citate in modo molto notevole.

Queste sono solo alcune delle difficoltà che si incontrano in fase di progetto.   Quelle che sorgono nelle fasi di eventuale realizzazione e gestione sono, ovviamente, molto più numerose.   Nell'insieme, le probabilità di successo sono scarse.    Diciamo anzi che un successo pieno è praticamente impossibile; il meglio che si può sperare è un successo parziale. Niente di strano, dunque, se la maggior parte delle persone potenzialmente interessate si scoraggi.

In definitiva, la scelta si gioca sulle probabilità di successo del nostro progetto, ma soprattutto sulla diversa probabilità che i due scenari peggiori (dimostrarsi stupido, oppure morire di fame) si concretizzino davvero.   E questo è qualcosa che tocca le più profonde radici antropologiche dei nostri modi di pensare e di sentire, così come si sono evoluti attraverso le generazioni e le vicissitudini.   Calamità ne sono sempre accadute, ma quello che ci indicano i dati registrati ed i modelli di previsione in materia di popolazione, economia, clima, funzionalità degli ecosistemi ed altro è qualcosa che non ha assolutamente precedenti storici, né per intensità, né per vastità dei fenomeni coinvolti.   Lo studio della preistoria ci insegna, è vero, che mutamenti climatici ed estinzioni di massa anche più importanti e veloci di quelli in corso (o probabili nel prossimo futuro) sono già avvenuti in passato ed il mondo è cambiato, ma non è finito.    Durante i più recenti fra questi avvenimenti la nostra specie era presente ed è sopravvissuta, ma le difficoltà che hanno dovuto superare alcune centinaia di migliaia di cacciatori paleolitici ha poco a che vedere con quelle che dovranno affrontare 8 miliardi di individui post-industriali.

Siamo capaci di credere veramente che qualcosa che non è mai accaduto nella storia stia accadendo sotto i nostri occhi in questo momento?    Molto difficile.   E per coloro che ci riescono, è elevato il rischio di sprofondare in stati depressivi in grado di bloccare qualunque reazione (“Tanto oramai…”).  Ciò che occorre è riuscire ad immaginare una ragionevole via di mezzo fra il “business as usual” e l’apocalisse.  Il che significa mantenersi in funambolico equilibrio fra un ragionevole ottimismo ed un concreto pessimismo: un esercizio per il quale siamo del tutto impreparati.  Eppure riuscirci è ancor più importante del saper seminare gli zucchini o filare la lana.



Jacopo Simonetta


21 commenti:

  1. Complimenti. Post utilmente descrittivo e pragmatico.

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  2. Bel Post. :-)

    Non ricordo quale autore abbia detto che la civiltà (cioè il “sistema” di cui gran parte di noi esseri umani fanno parte) ci ha sradicati dalla terra e reimpiantati in contenitori artificialmente irrigati.
    Se prima ci pensava solo il pianeta Terra, al nostro sostentamento, ora dipendiamo anche dalla irrigazione artificiale (la tecnologia).
    La Natura è molto resiliente, la tecnologia NO.
    Noi esseri umani siamo “tecnodipendenti”.
    = “poco resilienti”.
    E stiamo distruggendo a velocità iperbolica la Terra che ci potrebbe far sopravvivere nei decenni futuri, nei millenni e milioni di anni futuri.
    Il rendersene conto, è buona cosa.
    Il darsi da fare per riunirsi nell'abbraccio armonioso con Madre Terra dovrebbe rendere felici, si starebbe facendo la cosa giusta.
    Ma gran parte della informazione ufficiale tiene la testa di quasi tutti noi sotto la sabbia.
    Purtroppo le convinzioni mentali di molti di noi, antropocentriche (=noi siamo gli esseri viventi migliori del Creato), delegative (=non è mio compito), di fiducia esagerata nella tecnologia, ci deresponsabilizzano.
    Per riacquisire resilienza dovremmo riaffidarci a “Madre Natura”, ascoltarla in tutte le sue innumerevoli forme, imparare dai “popoli non civilizzati” come si vive in “armonia col tutto”.

    Gianni Tiziano

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  3. Molto ben scritto e argomentato. Come direbbero gli inglesi: you speak from my heart!

    impiegato, residente a Roma, faccio fatica a far sopravvivere un geranio in giardino... ai fini pratici sono nello scenario B insieme con il 99,9% della popolazione. senza retorica, qualcuno là fuori è stato abbastanza prevvegente e fortunato (?) da scegliere e riuscire ad autoprodurre cibo/vestiti/ etc? magari vuole raccontare il suo punto di vista, se non la sua esperienza

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  4. Sono quasi certo (certa è solo la morte, ma questa cosa gli va parecchio vicino, perché in fondo si tratta anche proprio di una morte) che lo scenario D sia praticamente impossibile. Magari non si tratterà di un vero e proprio collasso (ce lo auguriamo tutt*, ma i più informat* ci sperano poco) e se sì non ne conosciamo le dimensioni e le modalità (pur avendone ognun* di noi un'idea), ma anche se non si tratterà di collasso, di una cosa siamo certi: la civiltà che conosciamo non ha futuro.

    Quindi mi sento sereno e tranquillo nell'affermare che più che una possibile figuraccia per il futuro, il punto è farne una nel presente di fronte a persone che, dalla nuvoletta della vita virtuale di oggi, non capiscono quello che fai (e sono spesso poco disponibili, comprensibilmente, a capirlo). Ancora per poco, non capiscono. Lo scenario D, quindi, lo escluderei "al priore d'anzio" (cit. Totò).

    Aggiungo che la resilienza è anche la parola chiave del movimento di Transizione (di cui faccio parte). Questo esperimento sociale ha scoperto che è possibile fare qualcosa anche di importante facendo leva e ricostruendo la comunità. Per certe cose siamo decisamente in ritardo ed alcune conseguenze ce le dovremo gestire, ma per altre possiamo ancora fare molto. La Transizione cerca proprio quell'equilibrio fra consapevolezza disincantata e voglia di fare qualcosa, insieme. Magari vi può interessare. In quanto a "resilienza applicata", credo sia uno degli esperimenti sociali più concreti al mondo.

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  5. Pur rendendomi conto che è poca cosa, consiglio un passo da fare subito, anzi prima: smetterla, in questi articoli, di parlare al futuro facendo ipotesi su quel che sarà o non sarà e cominciare a parlare del presente confrontandolo col passato, per dare l'idea realista e verificabile da chiunque di quel che è in relazione con quel che è stato. Credo che sia un "linguaggio" molto più efficace e penetrante, perché spazza via d'un colpo... l'effetto Cassandra. Chi potrebbe negare quel che ha sotto agli occhi? E ancora, chi ha anni a sufficienza, come potrebbe negare il modo in cui quel che ha sotto agli occhi si relazione con quel che ha avuto anche solo venti o trent'anni fa? Perché non provate a mettere in piedi (se ne avete la possibilità organizzativa) qualche sorta di "giornata della memoria" a sfondo ambientale e sociale, sulla falsariga (e magari in sostituzione) di quello strazio ormai fuori dal tempo che ci viene imposto in merito all'olocausto? Quel che è successo e che sta succedendo all'ambiente dove viviamo non è da meno, anzi...

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  6. "Ottimissimo" post. Da tempo se ne sentiva la necessità. Tuttavia mi pare di poter concludere che ci sia davvero poco da fare per il singolo. A me sembra che il cuore del problema siano i punti 5 e 6. Da una parte il sistema cerca di tenere tutti dentro con la forza (perché ovviamente ne va della sua sopravvivenza) e dall'altra chi cerca di uscirne è (di nuovo ovviamente) visto come un anormale dai vicini e quindi evitato, abbandonato, ecc. Purtroppo per la mia minuscola esperienza anche persone che sanno bene di cosa si sta parlando non paiono avere interesse a costruire una conoscenza diffusa ed una serie di relazioni con altri al di fuori della loro cerchia di amicizie, conoscenze, diciamo in genere gruppo di appartenenza.
    Ultima cosa: per i singoli la preperazione è anche dipendente dall'aspettativa di vita e di vita sana. Se i tempi del collasso sono paragonabili al tempo che uno ha ancora da vivere, è davvero così sensato sforzarsi di costruire una scialuppa di salvataggio che quando si dovrà usarla non ci si riuscirà più a salire sopra?

    Guido

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  7. Complimenti, questo dovrebbe essere il punto di partenza per cercare una soluzione resiliente, gli ostacoli principali apparentemente sembrano solo politici e culturali, ma in pratica sono squisitamente economici e militari, 85 famiglie controllano la maggioranza della finanza e tramite questa il potere globale legale e non. E' li che bisognerebbe intervenire, ma come?
    Giovanni

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  8. Guido: "è davvero così sensato sforzarsi di costruire una scialuppa di salvataggio che quando si dovrà usarla non ci si riuscirà più a salire sopra?"

    Eh, non è mica una questione da poco! In effetti la si tiene più nell'ombra di quanto si dovrebbe, e non credo che sia un caso. Invece, come la mia esortazione a "parlare al presente o, al più, al passato", andrebbe portato in primo piano quanto più spesso possibile. Fate però caso verso cosa spinge la retorica (e raramente la retorica nasce da sè, laddove più spesso è costruita da chi ha i mezzi per costruirla e diffonderla a proprio uso e consumo): tutto si deve fare "per le generazioni future", per "i nostri [vostri, per meglio dire] figli". Riflettere. Chiedersi perché. Grazie, Guido.

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  9. grazie per questo post. Alle volte si ha bisogno di un po' di 'realismo positivo'.
    c'è molto da fare, e molte persone attendono di essere guidate nella direzione giusta.
    Bisogna fare tante piccole cose tutti insieme, per farle diventare grandi.
    ciao a tutti
    Federico

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  10. Vorrei rispondere in particolare a Guido: semplicemente perché comunque ci sarà qualcuno che ne trarrà giovamento. Non sarò io perché muoio prima? Non saranno i miei figli perché non ne ho o perché moriranno giovani? Chissenefrega, comunque ci sarà qualcuno. Hai notato che tutte le cose che ancora ci funzionano non le abbiamo fatte noi ma qualcuno prima di noi? Un proverbio francese dice: "il Re Sole passeggiò fra i cespugli, noi passeggiamo nel parco di Versailles". A me Luigi XIV è antipatico, ma il proverbio è validissimo. E questo ci riporta al discorso di MrKeySmasher (scusa, non potresti trovarti uno pseudonimo più facile?). Penso che la suo sia un'eccellente idea. Ci voglio pensare ed in anticipazione vi narro un'aneddoto: Anni fa un vecchietto mi raccontò che il suo nipotino gli chiese "nonno, cosa sono le rane?" Lui rimase allibito: le rane sono dappertutto! Uscì col bimbo per portarlo a vederle, ma non ritrovò più, né le rane, né l'acqua e neppure i fossi dove le aveva pescate per anni. Ed era così oramai da decenni, solo che lui non ci aveva mai fatto caso perché adesso mangiava bistecche e non rane. Ma se avessimo di nuovo bisogno di loro?
    Jacopo
    PS Non credo che sia tempo perso la "giornata della memoria", ma credo che si dovrebbe fare in modo diverso. Meno retorica e più paura, non è detto che cose del genere non accadano di nuovo.

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  11. C – Ti prepari e non avviene il collasso: hai comunque capito di aver vissuto meglio. anche solo in termini di qualità della vita.

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  12. Sopra ogni cosa è insinuare il dubbio nell'animo di molte persone che davvero abbiamo instaurato l'Antropocene sulla Terra, e che la sua principale caratteristica è che vi sono "troppi invitati a cena".

    Ciò non significa che alcuni debbano abboffarsi e gli altri raccogliere gli avanzi e le croste buttate sotto la tavola.

    Al contrario bisogna con l'aiuto dei Mecenate presenti al banchetto, far sì che tutti possano almeno sfamarsi, ma capire che un tale evento è meglio che non si ripeta in futuro.

    Fuori di metafora, per quanto sia e sarà un passaggio difficile, anzi forse il più difficile mai fatto dall'umanità intera, c'è la possibilità di farlo con una quota di vittime non superiore a quella di drammatici passaggi del passato.
    Dico questo, non per quale sorta di visione soprannaturale, ma perchè il dramma non sta ancora tutto e solo nelle cose in sè, ma nell'idea di come stiano le cose, idea che nella mente di troppe persone è confusa, sbagliata, falsa, o semplicemente assunta per momentanea comodità.
    Sono le idee nelle nostre menti che generano quell'inerzia che ci può portare all'esito fatale della civiltà planetaria o ad una sua salvezza in extremis.

    Dobbiamo guadagnare tempo, non denaro.

    E se si dice che il tempo è denaro, allora questo denaro bisogna spenderlo per convertirlo in tempo.

    E di questi tempi, questo tipo di conversione, e di riconversione, anche se pare un miracolo, è quello che bisognerebbe invocare per primo.

    Marco Sclarandis



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  13. Per Paolo de Luca: Quando si parla di resilienza subito si pensa alla campagna, ma la maggior parte della popolazione se la dovrà cavare in città. E non c'è solo il cibo di cui preoccuparsi. Penso che qualcuno che sappia fare cose utili (ad esempio fare o riparare scarpe, filare e tessere, costruire aggeggi che funzionano cannibalizzando quelli rotti ecc.) troverà sempre qualcuno che gli darà dei soldi (o del cibo) per i suoi servizi. Quelli messi male sono quelli che non sanno fare niente al di fuori del sistema vigente.

    Per Massimiliano Rupalti: come si contattano quelli di Transizione? Ci sono anche in Francia? Esiste una rete con dei nodi localizzabili e contattabili come in USA?
    Grazie

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    1. per Jacopo, anticipando Massimiliano: io sono atterrato su http://transitionitalia.wordpress.com
      guarda caso, proprio ieri al Parco della Caffarella di Roma ho potuto parlare con la sig.ra Isabella che fa parte del primo e che io sappia unico "punto" a Roma - proprio lì in zona (appio Latino). Lo 0,1% comincia a muoversi e guardarsi intorno..

      "Quelli messi male sono quelli che non sanno fare niente al di fuori del sistema vigente".. mi verrebbe da dire, appunto ;-) beh, potrei riciclarmi come portalettere in bicicletta! la "gamba" c'è!

      grazie
      ciao

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    2. Scusa il ritardo, ho visto solo ora il commento.
      Be', in Italia c'è Transition Italia, di cui anch'io faccio parte (quindi sono anche un contatto): http://transitionitalia.wordpress.com/le-nostre-attivita/conferenze-transition-talks/organizza-una-incontro/. Sul lato sinistro della main page del blog ci sono anche i link ai blog delle varie iniziative locali, in più c'è una mappa, più o meno aggiornata, dei luoghi in qualche modo toccati dalla Transizione: https://maps.google.it/maps/ms?ie=UTF8&hl=it&msa=0&msid=105357292015553058209.00045c706ea6ca41f898f&ll=43.036776,8.789063&spn=19.643893,26.71875&z=5.

      Per la Francia e Stati Uniti, vedi la mappa internazionale: http://www.transitionnetwork.org/initiatives/map
      o la mappa degli Hub:
      http://www.transitionnetwork.org/initiatives/national-hubs

      Contatti diretti non ne ho, c'è però Cristiano Bottone che al momento fa da riferimento per l'Hub italiano, quindi lui ne ha.

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  14. Possibile che non ci sia nessuno che sta studiando la resilienza dei sistemi organizzati della società, come per prima cosa il sistema sanitario, poi il sistema produttivo, il sistema scolastico, il sistema assistenziale, ecc.? Dobbiamo aspettarci solo impreparazione generalizzata dei sistemi e collasso repentino, come nelle guerre, come nel caso dell'uragano Katrina, o come nel caso dei terremoti? Dobbiamo aspettarci solo deboli e parziali ripristini di infrastrutture e sistemi organizzativi? Io credo che invece qualcuno ci stia pensando, pur non sapendo quali possono essere le fonti di informazione al proposito.

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    1. La soluzione c'è... bisogna solo applicarla!

      Sappiamo che se non facciamo niente, la società collasserà... cioè: si morirà. Pochissimi superstiti vivranno come nomadi e con lo stesso tenore di vita del medioevo.

      L'alternativa c'è!
      I problemi sono a livello mondiale e a tale livello devono essere risolti.
      I passi da fare sono i seguenti:

      1) Federazione mondiale degli Stati, che deleghi all'organismo centrale solo i compiti esistenziali dell'umanità (ambiente, energia, acqua, di contro... inquinamento ecc.)

      2) Vietato per legge di fare più di un figlio e prima del 30 anni di età (in tutto il mondo) e dimostrare di poterlo sostenere economicamente.

      3) Spostare le enormi spese militari in Ricerca e innovazione;

      4) Vietare tutti i beni altamente inquinanti e autorizzare gli equivalenti non inquinanti.

      5) Dematerializzare tutto il possibile;

      6) Razionalizzare le risorse (ogni Paese avrà a disposizione una certa quantità di risorse l'anno che dovrà farsi bastare); solo in casi di calamità gli altri aggiungeranno risorse;

      7) In tutti gli appalti pubblici, vinceranno le aziende che dimostreranno che i loro prodotti/servizi sono i più eco-compatibili;

      8) Sarà vietato per legge, qualsiasi prodotto Usa e Getta, a meno che sia al 99% riciclabile.

      9) Tutte le risorse del pianeta sono Pubbliche (della federazione mondiale) che ne autorizza lo sfruttamento di X quantità l'anno.

      10) Un sistema del genere sarebbe sicuramente autoritario (la democrazia non penso sia sufficiente a far rispettare le nuove regole).

      11) Ogni anno verrà fissato l'obbiettivo ambientale da raggiungere.

      12) varie ed eventuali... :-)

      Chi legge queste righe, possibilmente dirà che sono stato un pò troppo esagerato!...
      Bene... l'alternativa è la morte!
      Cosa preferite?

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    2. Questo sarebbe il libro dei sogni !!!
      Inutile dire che a livello mondiale non verrà non solo attuato, ma neanche preso in considerazione neppure uno solo dei punti sopracitati.
      L'unica alternativa che ci rimane è fra:
      1. Godersi la vita il più possibile senza pensarci e morire subito appena arriva il collasso.
      2. rovinarsi la vita per prepararsi e morire lo stesso, solo un pò più tardi dell'alternativa 1.
      A voi la scelta ...

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  15. Post da incorniciare. semplicemente perfetto

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    1. Vero: questo post ha avuto un successone. Come meritava

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  16. I punti di Orlov possono essere razionalemnte considerati anche nel seguente modo:
    1: OK
    2: hai elevate probabilità di essere nei guai. Ma potresti anche (con probabilità basse) migliorare la tua posizione rispetto a prima del collasso. Infatti gli effetti delle guerre o delle grandi recessioni (esempi di collassi) non sono omogenei, se la maggioranza ci rimette (alcuni tutto altri poco o tanto) per qualcuno l' effetto è benefico ("ha fatto una fortuna con la guerra ").
    3: sarebe bello se fosse garantito il "molto meno", ma è un pensiero consolatorio. Se il collasso è complessivo e tu ti sei preparato ma le moltitudine dei tuoi simili no avrai elevate probabilità di essere trascinato in basso dagli altri. In più l' imprevedibilità degli scenari di collasso e della miriadi dieventi conseguenti rende molto difficile prepararsi per bene ad un ipotetico collasso.
    4: non è solo la "figura da scemo". Se hai investito molto (non solo denaro, ma anche tempo sottratto all atu avita) per prepararti, perderai molto nell' errata previsione del collasso.

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