Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 11 marzo 2014

Il marmo sulle Alpi Apuane: ritorni economici decrescenti e costi per la comunità sempre più elevati.


L'estrazione del marmo sulle Alpi Apuane sta diventando un'operazione talmente costosa e distruttiva che la si può paragonare al fracking per il petrolio e il gas naturale - la potremmo chiamare "marming" secondo questa analisi di Jacopo Simonetta. E' un'illustrazione molto chiara del problema che stiamo avendo con tutte le risorse minerali. Non stiamo esaurendo niente, ma ci troviamo di fronte a ritorni economici decrescenti e costi ambientali crescenti. In questo caso, Simonetta fa vedere come il tentativo di mantenere in vita a tutti i costi il processo estrattivo finisca per diventare un costo per l'intera comunità

Di Jacopo Simonetta


"In ultima analisi, la nostra economia è un sistema di incentivi alla distruzione delle risorse" H. Daly, J. Farley.


Qualunque processo industriale si alimenta di risorse e produce contemporaneamente beni/servizi da un lato, costi ambientali e sociali dall'altro.  In queste pagine, ci riferiremo quindi a “costi interni” per indicare le spese che figurano come uscite nei bilanci aziendali.   Chiameremo invece “costi esterni” tutti quei costi che non figurano nei bilanci aziendali e che vengono spalmati sulla popolazione a livello locale (ad es. il traffico, l’esaurimento delle risorse, ecc.) o globale (ad es. emissioni di CO2).
Tenuto conto che le voci in uscita dal punto di vista aziendale (stipendi, tasse, acquisti, ecc.) sono le voci in entrata dal punto di vista collettivo, mentre le voci in uscita per il bilancio collettivo sono in parte le entrate di quello aziendale (consumo risorse), in parte altre (inquinamento, traffico, alterazione/distruzione habitat, paesaggio, ecc.), possiamo avere quattro combinazioni possibili:

Osservando questo schema, si comprende che il fattore discriminante fra le diverse situazioni è dato dal diverso rapporto fra costi di produzione interni ed esterni.   In sintesi:
   ·         Se i costi interni ed esterni sono in equilibrio, l’attività avrà effetti economicamente positivi sia dal punto di vista aziendale che da quello collettivo.  Se, invece, i costi esterni sono lievi e quelli interni forti, l’azienda si troverà in cattive acque.     Se entrambi i costi sono pesanti l’attività sarà passiva sia per l’azienda che per la comunità.    Se, infine, i costi esterni sono più importanti di quelli interni, l’azienda potrà essere florida, ma contribuirà ad impoverire anziché arricchire il territorio e la popolazione.  In pratica, in situazioni come questa, la collettività si fa carico di una serie di spese e di danni per permettere all'attività industriale di proseguire.

Questi temi stanno diventando critici in un numero crescente di casi ed, assieme ad un gruppo di operatori del settore lapideo, abbiamo cercato di capire come si declinassero nel caso del marmo apuano.   Senza alcuna pretesa di completezza, i nostri risultati sono stati reiteratamente presentati a tutti i livelli decisionali per anni, nella speranza, perlomeno, di suscitare un più completo ed approfondito studio, ma invano: nessuno pare aver voglia di veder chiaro sulla questione. Probabilmente il rischio di scoprire che abbiamo ragione è troppo alto.

L’industria lapidea in Versilia.

Per secoli l’estrazione e la lavorazione del marmo hanno costituito una delle basi economiche della Versilia, contribuendo in modo sostanziale a delinearne l’ambiente, il paesaggio, la storia e la società. Nel corso degli ultimi 30 anni circa,  il settore è però andato incontro a progressivi cambiamenti nella sua struttura tecnica, operativa, economica e finanziaria, modificando in modo sostanziale i tradizionali rapporti fra il settore lapideo stesso, il territorio e la società. In particolare, la sempre più spinta meccanizzazione ha comportato un fortissimo aumento dei volumi estratti e dei consumi di energia, riducendo di pari passo la manodopera impiegata.  

Nel contempo, la quota di mercato rappresentato dall'esportazione dei blocchi grezzi è salita del 54% a discapito della vendita di materiali lavorati in loco, diminuiti del 65%.   Questi ultimi, anzi, trovano sempre di più a fronteggiare il “dumping” dei prodotti lavorati all'estero a partire dai blocchi apuani esportati. Anche in questo caso, dunque, si verifica una forte contrazione nel numero di aziende e di addetti, ma un aspetto ancora più preoccupante è quello della lievitazione costante dei costi esterni.

Come qualsiasi altra attività produttiva, infatti, l’estrazione e lavorazione del marmo comporta una serie di vantaggi e di svantaggi, anche limitandosi ai soli aspetti economici. Ma mentre i vantaggi sono direttamente correlati al fatturato ed al numero di addetti, gli svantaggi sono proporzionali ai volumi di materiale mosso.   E’ quindi evidente che la politica di aumentare i quantitativi, abbassando i costi unitari  e la manodopera impiegata crea una situazione perversa in cui i vantaggi gradualmente diminuiscono, mentre gli svantaggi aumentano. Certamente questi problemi sono determinanti nel fare dell’area apuana una delle 10 zone di maggiore criticità ambientale ed economica a livello toscano. Ed anche la più difficile da approcciare, a giudicare dal fatto che è questa l’unica fra le aree di crisi della Toscana per la quale non è stato neppure possibile attivare il tavolo istituzionale di concertazione previsto dal Piano Regionale di Azione Ambientale fin dal 2007.

Trattandosi di un lavoro preliminare, ci siamo concentrati su tre fasi critiche della filiera: escavazione, trasporto a valle, segagione e prima lucidatura delle lastre. Per ognuno di questi passaggi sono state valutate le principali spese inerenti i costi interni (stipendi tasse, acquisto di beni/servizi, ecc.) ed esterni (consumo risorse, inquinamento, impatto sulle infrastrutture pubbliche, consumo di suolo, ecc.). Abbiamo poi considerato il valore commerciale del materiale in entrata ed in uscita da ogni fase della filiera e, quindi, abbiamo avanzato un’ipotesi di saldo aziendale e di saldo collettivo Le cifre si riferiscono ad una “tonnellata tipo”,  vale a dire sui valori medi di una tonnellata costituita per il 15% da blocchi squadrati, 15% da blocchi informi e 70% da pietrame.  Sono valori comuni sulle Apuane, ma singole cave presentano valori anche molto diversi a seconda dei filoni, delle tecniche, ecc.  Inoltre, le cifre sono ai valori del 2008, ma ai nostri fini quello che conta sono le proporzioni fra i diversi costi e ricavi, non la cifra assoluta.

La prima osservazione che balza evidente è che tutti i passaggi della filiera presentano un saldo collettivo negativo, così da piazzare l’attività lapidea nell'area economica in cui il bilancio risulta attivo per le aziende e gli addetti, ma negativo per la collettività. Tuttavia, tale saldo passivo risulta di importanza assai diversa a seconda delle fasi.  

Nel trasporto e nella lavorazione, infatti,  il passivo collettivo appare inferiore al vantaggio aziendale.   Ciò significa che, almeno teoricamente, sarebbe possibile imporre una serie di compensazioni e mitigazioni tali riportare sostanzialmente in equilibrio la situazione. Viceversa, nell’estrazione le esternalità sono superiori di un fattore dieci al valore commerciale del prodotto. Questo dato da solo, per quanto preliminare, rende evidente che, nelle condizioni attuali di mercato,  l’attività di cava di per sé comporta una perdita di ricchezza collettiva considerevole e non realisticamente compensabile. E ciò malgrado le aziende interessate realizzino guadagni consistenti e gli addetti percepiscano stipendi di tutto rispetto.

Un’altra considerazione che risulta evidente, è che l’esportazione di materiale grezzo può essere interessante per le ditte, mentre rappresenta una grave perdita per la comunità.  Un fatto questo empiricamente già ben noto, ma che siamo ora in grado di quantificare nell'ordine di oltre 150 € per tonnellata di roccia scavata. Ciò porterebbe a considerare l’industria lapidea come del tutto negativa nell'economia della Versilia, ma il problema non è così semplice in quanto nel bilancio sociale le perdite sono rappresentate da costi indiretti ed in parte dilazionati nel tempo, mentre le entrate sono dirette ed immediate.  Fra queste, ovviamente, la principale è l’occupazione. 

Abbiamo quindi stimato, come ordine di grandezza, quanta parte della montagna sia necessario rimuovere per generare un posto di lavoro nelle tre fasi della filiera.   Ne è emerso che, mentre per far lavorare un operaio in fabbrica è necessario distruggere annualmente circa 1.000 ton. di roccia (circa 300 mc), per far lavorare un cavatore ne sono necessarie dieci volte tanto (10.000 ton.), mentre per far lavorare un camionista si arriva alla cifra di circa 200.000 ton./anno!

Infine, abbiamo considerato quando rende/costa all'azienda ed alla società un addetto a queste tre, diverse fasi della filiera.

Emerge immediatamente evidente che la collettività si fa carico di costi considerevoli per permettere ad un certo numero di persone di lavorare, ma in misura molto diversa a seconda del lavoro che fanno.    Anche da questo punto di vista infatti, il costo sociale di un camionista o di un operaio in fabbrica potrebbero essere riportati sotto controllo con opportuni provvedimenti, mentre ogni singolo cavatore rappresenta un buco da  oltre 1.000.000 di euro all'anno che vanno spalmati in parte sulla collettività locale, in parte su quella globale.    Ma sempre, si badi bene, in termini non direttamente monetari e dunque difficili da definire ed ancor più difficili da spiegare, specialmente quando sull'altro piatto della bilancia ci sono “soldi subito”.    E molti soldi, i titolari dei permessi di escavazione mettono a bilancio attivi compresi fra i 5 ed i 10 milioni di € l'anno, al netto di tutte le tasse e le spese, comprese quelle di "rappresentanza".  In pratica, quello del marmo apuano è un affare in cui alcune decine di persone si arricchiscono in modo difficile a credere, alcune centinaia ne ricavano un buono stipendio; tutti gli altri pagano per loro.

Una situazione molto ben conosciuta da tutti coloro che si occupano di risorse naturali e su cui sono state scritte intere biblioteche, senza spostare di una virgola l’ago della bilancia decisionale degli enti preposti, siano questi il governo federale degli USA per il “fracking” del gas e del petrolio, od il comune di Stazzema per questa operazione che potremmo chiamare, per analogia, “marming”.





18 commenti:

  1. Siete eccezionali

    Marianna

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  2. un'analisi perfetta e completa, complimenti!

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  3. Il problema principale di questo studio e' che denuncia chiaramente un problema, ma non indica delle alternative solide. A questo punto la collettivita viene facilmente convinta che e' giusto continuare a sventrare la montagna, consumare energia e immettere CO2 per la salvaguardia dei posti di lavoro.

    Nessun politico, nemmeno uno onesto, si sognerebbe mai di far chiudere una attivita' apparentemente redditizia avendo contro non solo i danarosi proprietari delle ditte, ma anche la collettivita' dei lavoratori e la collettivita' in genere.

    IN pratica, il problema risiede nel come e' fatta la nostra percezione, che sconta molto rapidamente i fatti futuri e non localizzati. In effetti, alle persone non importetbbe, nemmeno se ammettesse che questo studio ha ragione. La gete vuole vivere qui ed adesso, non riesce a proiettarsi in avanti se non ha alternative qui ed adesso.

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  4. Caro Phitio hai centrato esattamente il problema. Politicamente non c'è partita perché dal lato di chi ci guadagna ci sono poche persone, ma molto determinate, ben organizzate e con ampi mezzi a disposizione sulla stampa ed altrove. Dalla parte di chi ci rimette c'è una massa enorme di gente, ma del tutto demotivata e disorganizzata. I pochi motivati sono rapidamente tagliati fuori dai canali di comunicazione e dal lavoro. E' successo, ad esempio, ad un dirigente sindacale che ha provato a sostenere che l'escavazione doveva essere subordinata a garanzie credibili di lavorazione in loco per ovvi fini occupazionali. E' stato immediatamente trasferito (dal suo sindacato) e sepolto in un ufficio "affari inutili".
    Jacopo

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    1. Beh, non ci voleva molto, una volta che si capisce una cosa o due su come lavora la mente delle persone.
      Il fatto tragico purtroppo e' che quando le cose cominceranno ad andare veramente male, la ditta chiudera, il padrone se ne va, gli operai restano senza lavoro e la collettivita' senza ambiente.

      Forse bisognerebbe far partire qualche attivita' collaterale e non immediatamente sostitutiva a quella de marming. Tollerata dai capoccia del marmo, non osteggiata dai sindacati ( i quali hanno perso da tempo i loro connotati di agenti sociali), ed in grado di generare posti di lavoro.

      Una specie di airbag economico, insomma, o zattera di supporto.

      Quando poi tutti saranno nelle pesche, partire anche da quel poco potrebbe essere fondamentale. IN effetti la capacita' di espandere una idea, da parte di una popolazione sotto stress non dovrebbe mai essere sottovalutata. Il guaio accade quando la popolazione sotto stress non ha idee da mettere in uso, allora si che comincia il caos.

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  5. metto il dito nella piaga: come avete ricavato la stima di 150 euro di perdita per la collettività per tonnellata di materiale estratto? penso a danni per la salute (polveri, inquinamento, ) e al danno paesaggistico, ma fatico a capire come sia possibile tradurli in cifre
    grazie
    L.

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    1. Come specificato, si tratta di un lavoro preliminare destinato ad individuare l'ordine di grandezza delle cifre ed a sollevare il problema.
      Le voci che abbiamo considerato e prezzato (€ 2008) sono le seguenti.
      Ho provato a trascrivere anche le note che spiegano come abbiamo formato i vari prezzi, ma non posso perché è troppo lungo ed il programma non accatta. Se sei interessato, mandami un indirizzo a cui possa mandarti il lavoro originale completo. Questo qui pubblicato è un riassunto.

      - Esaurimento della risorsa (non rinnovabile e limitata) 107 €/ton
      - Distruzione di territorio. 0, 6 €/ton.
      - Distruzione di cavità carsiche e falda freatica
      - Produzione di rifiuti esclusa marmettola
      - Consumo di energia (elettrica, carburanti, esplosivi) 5 €/ton.
      - Inquinamento delle acque. (Elevato, ma non prezzato per mancanza di dati).
      - Incidenti sul lavoro (Elevato, ma non prezzato per mancanza di dati)
      - Consumo di acqua 0,1 €/ton
      - Discariche (marmettola). 50 €/ton


      Totale 169,50 €/ton.

      Jacopo

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  6. ok, grazie, Jacopo, questo dimostra che non avevo capito.
    In sostanza la voce principale del danno collettivo è la risorsa stessa che viene depauperata, seguito dal costo di discarica.

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    1. A quel che mi risulta per ora si. Ma ci sono varie voci che non abbiamo potuto considerare per mancanza di dati. Per questo sarebbe importante rifare il lavoro con un minimo di finanziamento che consenta una raccolta dati più completa ed un'analisi più elaborata. Ma nessuno lo vuole fare e (a voce) mi hanno anche detto che ciò accade perché si sa benissimo che, in sostanza, abbiamo ragione. Ma non si può dire.
      Jacopo

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  7. ...Io, pur non essendo toscano, intuisco che il marmo delle apuane sia un eccellenza mondiale; qualcuno ha mai osato fare una stima dei danni all'ambiente ed alle prossime generazioni causati dal così detto sistema sanitario ? IL marmo possiamo esportarlo, malati e curatori ?

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    1. Gli aspetti sanitari, in particolare gli incidenti sul lavoro, sono una delle voci che si sa essere importanti, ma che non abbiamo potuto quantificare per mancanza di dati.
      Jacopo

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  8. Questa attività la chiamerei più correttamente "marbling"

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  9. In ultima analisi, il risultato del lavoro è questo:
    Il trasporto del materiale genera impatti molto vistosi, ma economicamente compensabili, se solo gli enti pubblici lo volessero.
    La lavorazione presenta impatti solo parzialmente compensabili sul piano economico, ma genera un elevato n. di posti di lavoro e quindi un indotto importante che qui non abbiamo potuto valutare.
    L'escavazione genera praticamente solo danni ed un numero di posti di lavoro risibile, ma molto ben remunerati. L'unica giustificazione per mantenere questa attività sarebbe la creazione di posti di lavoro tramite la lavorazione e la vendita di prodotti finiti. Così non è, anzi, la tendenza è ad esportare grezza una percentuale crescente del materiale estratto.
    Jacopo

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  10. Non ho mai letto niente di cosi' _poco_ convincente su questo blog.

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  11. A parte il discorso incomprensibile sull'economia fatto in apertura, non dite nemmeno come li calcolate questi costi...

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    1. Questo è il riassunto di un lavoro molto più grosso dove queste cose, ovviamente, sono spiegate. Se qualcuno è interessato ai dettagli, mi mandi un indirizzo mail e gli manderò il lavoro originale che, come detto e ripetuto, non pretende affatto di essere né perfetto, né conclusivo. Al contrario vuole servire da stimolo per fare di meglio.
      Jacopo

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  12. sono daccordo su tutta l'analisi fatta ed aggiungo due cose .
    Negli ultimi anni , specialmente nella provincia di massa e carrara sono stati fatti investimenti strutturali , i quali spacciati per opere di bene collettivo hanno indebitato le casse comunali mettendo in crisi la gestione di tutti i servizi al cittadino .
    i Tunnel a carrara ., gia in funzione ., ma solo per le cave ed il viadotto santa chiara di gassano in Lunigiana stanno segnando e non poco i territori , visto che specialmente per il secondo si sono dirottate tutte le risorse e le energie in un opera inutile , su un territorio dove la viabilità e molto compromessa , come nel comune di Fivizzano dove vi sono localita che rischiano l'isolamento ad ogni pioggia , e dove da anni ormai non si interviene più per mancanza di fondi e mezzi , mentre il territorio muore , diventando oltretutto preda facile per discariche abusive visto che la popolazione è assente .

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