Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 31 dicembre 2013

2014: la chiave per sopravvivere al cambiamento climatico

Da “New Scientist”. 27 dicembre 2013. Di Fred Pearce. Traduzione di MR




State pronti – per qualunque cosa. Sarà questo il messaggio del prossimo rapporto del Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) , il suo primo tentativo in 7 anni di prevedere l'impatto del cambiamento climatico su regioni geografiche specifiche .Uscirà in marzo ed enfatizzerà la versatilità al di sopra di ogni misura di mitigazione ben messa a punto. Costruito sul rapporto del IPCC di ottobre sulla più recente scienza del clima, Impatti, Adattamento e Vulnerabilità  è studiato per prevedere come quelle tendenze globali cambieranno le aree in cui viviamo – così come la natura selvaggia, le disponibilità d'acqua, le alluvioni, il cibo e le economie nazionali. In altre parole, le cose delle quali interessa davvero alla gente.

Le bozze del rapporto suggeriscono quello che, in alcuni casi, esprimerà. Ora c'è una sicurezza maggiore che le siccità peggioreranno nell'Europa meridionale, nel Medio Oriente, nel sud ovest degli Stati Uniti  e probabilmente nell'Australia meridionale. Le latitudini più alte a nord – Scandinavia e Canada, diciamo – possono aspettarsi più pioggia e neve. E si sono intensificati gli avvertimenti sulla la vulnerabilità delle disponibilità mondiali di cibo e del riscaldamento dei tropici. Altrove, comunque, risulta più duro del previsto dare un senso alle tendenze future. Visto che i vari modelli climatici che stanno alla base del rapporto sono migliorati, non convergono sulle previsioni concordate ma sono più in disaccordo e trovano nuove imprevedibilità, particolarmente in Asia e Africa. Una bozza dice semplicemente: “L'impatto del cambiamento climatico sulla disponibilità d'acqua in Africa è incerto”. Per l'Asia è analogamente vago: “C'è una bassa certezza sulle proiezioni dell precipitazioni future”. In parte, questo potrebbe dipendere dal fatto che l'IPCC è rimasto scottato  nel 2010, dopo aver fatto la dichiarazione errata secondo la quale l'Himalaya sarebbe stato senza ghiaccio dal 2035, denominata “glaciergate”. (ma era solo un errore di stampa - NdE)

Ma la cautela è in gran parte giustificata: gli scienziati semplicemente non lo sanno. In assenza di specifiche, come si dovrebbero preparare i paesi per il cambiamento climatico? Non possiamo più aspettarci di avere previsioni dettagliate che ci permettono di perfezionare le nostre risposte – costruire dighe più grandi, diciamo, o investire in aria condizionata. Invece, dobbiamo pensare di più alla riduzione delle nostra vulnerabilità a qualsiasi cambiamento climatico ci si potrebbe scagliare contro, per esempio riproducendo colture che possano gestire sia siccità che alluvioni, o costruendo barriere di difesa dalle alluvioni per far fronte ad ogni evenienza.






lunedì 30 dicembre 2013

Fondi neri contro la scienza del clima

Da “Daily climate”. Traduzione di MR

Il Campidoglio degli Stati Uniti di notte: Un passaggio a donazioni da parte di organizzazioni che negano il cambiamento climatico mina la democrazia, secondo l'autore di un nuovo studio che traccia i contributi di tali gruppi. Foto di Rik Koenig/flickr .

21 dicembre 2013

Scavando fra le basi del movimento di negazione del clima, uno studio dell'Università di Drexel scopre una grande fetta di donazioni incanalate attraverso organizzazioni di passaggio che nascondono il finanziatore originale. Le Koch Industries e la ExxonMobil scompaiono dai database pubblici tracciabili dal 2007.

Di Douglas Fischer

I più grandi e consistenti finanziatori che alimentano il movimento negazionista del cambiamento climatico sono alcune fondazioni conservatrici ben finanziate costruite col cosiddetto “denaro nero”, o donazioni nascoste, secondo un'analisi  uscita venerdì pomeriggio. Lo studio, del sociologo dell'Università di Drexel Robert Brulle, è il primo tentativo accademico di provare le basi organizzative e finanziarie che stanno dietro al movimento negazionista. Questo ha scoperto che la quantità di soldi che fluiscono attraverso terze parti, fondazioni di passaggio come Donors Trust o Donors Capital, i cui finanziatori non possono essere rintracciati, è salito drammaticamente negli ultimi 5 anni.

In tutto, 140 fondazioni hanno incanalato 558 milioni di dollari a quasi 100 organizzazioni negazioniste dal 2003 al 2010. Nel frattempo il flusso di contante tracciabile da fonti più tradizionali, come le Koch Industries e la ExxonMobil, sono scomparse. Lo studio è stato pubblicato venerdì nella rivista Climatic Change. “il contro-movimento sul cambiamento climatico ha avuto un vero e proprio impatto politico ed ecologico sullla mancata azione del mondo rispetto al riscaldamento globale”, ha detto Brulle in una dichiarazione. “Come in un dramma di Broadway, il contro-movimento ha le sue star sotto i riflettori – spesso prominenti scienziati contrari o politici conservatori – ma dietro alle star c'è una struttura organizzativa di direttori, sceneggiatori e produttori”. “Se si vuol capire cos'è che guida questo movimento, si deve guardare a quello che succede nei retroscena”.

Finanziatori consistenti 


Per scoprire tutto questo, Brulle ha sviluppato un elenco di 118 influenti organizzazioni negazioniste negli Stati Uniti. Poi ha codificato i dati sul finanziamento filantropico di ogni organizzazione, mettendo insieme le informazioni del Foundation Center, un database della filantropia globale, coi dati finanziari forniti dalle organizzazioni all'Agenzia delle Entrate. Secondo Brulle, i più grandi e consistenti finanziatori erano alcune fondazioni che promuovono “idee di mercato ultra liberista” in molti campi, fra le quali ci sono la Searle Freedom Trust, la fondazione John Williams Pope, la fondazione Howard Charitable e la fondazione Sarah Scaife. Un'altra scoperta chiave: dal 2003 al 2007, le fondazioni affiliate a Koch e ExxonMobil sono state “fortemente coinvolte” nel finanziamento dei tentativi di nagazionismo climatico. Ma La Exxon non ha fatto contubuti pubblicamente tracciabili dal 2008 e gli sforzi di Koch sono drammaticamente diminuiti, ha detto Brulle. In coincidenza con un declino dei finanziamenti tracciabili, Brulle ha scoperto un drammatico aumento nel flusso di contante alle organizzazioni negazioniste da parte di Donors Trust, una fondazione diretta dai donatori i cui finanziatori non possono essere tracciati. Questa fondazione, ha scoperto la valutazione, ora conta per il 25% di tutte le fondazioni di finanziamento tracciabili usate dalle organizzazioni per promuovere il negazionismo sistematico del cambiamento climatico. Una chiamata ed una e-mail a Donors Trust venerdì sera non hanno ricevuto risposta.

Questione di democrazia

Alla fine, Brulle ha concluso che le registrazioni pubbliche identificano solo una frazione dei centinaia di migliaia di dollari che sostengono gli sforzi negazionisti. Il 75% circa degli introiti di quelle organizzazioni, ha detto, provengono da fonti non identificabili.


E, per Brulle, questa è una questione di democrazia. “Senza un flusso libero di informazioni precise, le politiche democratiche e la responsabilità del governo diventa impossibile”, ha detto. “I soldi amplificano certe voci al di sopra delle altre e, di fatto, danno loro un megafono nella piazza pubblica”. Finanziatori potenti, ha aggiunto, stanno sostenendo la campagna per negare le scoperte scientifiche sul riscaldamento globale e soillevare dubbi su “radici e rimedi” di una minaccia sulla quale la scienza è chiara. “Perlomeno, gli elettori americani meritano di sapere chi c'è dietro questi tentativi”.



domenica 29 dicembre 2013

Il petrolio e lo scoppio della bolla economica mondiale

Da “The Guardian”. Traduzione di MR

Di Nafeez Ahmed 

I grandi settori industriali sono a rischio senza una transizione rapida ad un'economia post petrolio più resiliente

I prezzi della benzina sono continuati a salire mentre i prezzi del petrolio raggiungono nuovi picchi. Foto: Lewis Whyld/PA

Uno studio multi-disciplinare condotto dall'Università del Maryland chiede un'azione immediata dai settori di governo, privati e commerciali per ridurre la vulnerabilità all'imminente minaccia del picco del petrolio globale, che potrebbe mettere l'intera economia statunitense ed altre grandi economie industriali a rischio. Lo studio peer- review contraddice le recenti dichiarazioni dell'industria petrolifera secondo le quali i picco del petrolio è stato compensato a tempo indeterminato dal gas di scisto ed altre risorse di petrolio e gas non convenzionale. Un rapporto del World Energy Council (WEC) dello scorso mese, per esempio, dichiarava che era improbabile il picco del petrolio si realizzasse entro i prossimi 40 anni almeno. Questo è dovuto alle riserve globali che sono del 25% più alte che nel 1993. Secondo il rapporto del WEC, l'80% dell'energia globale è attualmente prodotta da petrolio, gas e carbone, una situazione che è probabile che continui nel prossimo futuro.

Il nuovo studio dell'Università del Maryland, al contrario, conduce una revisione della letteratura scientifica sulla produzione globale di petrolio e obbietta che la massa degli studi credibili e indipendenti indica indica che un “picco di produzione del petrolio convenzionale [è] probabile prima del 2030”, con un “rischio significativo” che possa avvenire “prima del 2020”. Il petrolio non convenzionale come le sabbie bituminose canadesi è “Improbabile che si espandano a sufficienza da compensare il divario” e questo vale anche per il “petrolio e il gas di scisto”.I pozzi di scisto, sostiene lo studio, “raggiungono il loro livello di produzione massimo (picco) molto prima di quelli convenzionali e sono pertanto difficili da gestire con profitto”.Anche se l'USGS (United States Geological Survey), la IEA (Energy Information Administration) e la IEA (International Energy Agency) stimano priezione secondo le quali il declino del petrolio convenzionale sarà più che compensato da giacimenti “ancora da sviluppare” o “ancora da scoprire”, altri studi scientifici trovano che queste “proiezioni sono eccessivamente ottimistiche”. Il nuovo studio è pubblicato nellla rivista Global Environmental Change (GEC) dall'eminente editore accademico Elsevier. GEC è la più influente rivista di studi geografici e ambientali del mondo. Facendo una mappatura dei settori chiave più vulnerabili all'impatto del picco del petrolio, il saggio conclude:

“Dato che ci sono prove sostanziali del fatto che il Picco del Petrolio sia imminente, la scarsità di ricerca che guardi ai potenziali impatti economici di questo fenomeno è sorprendente”. 

Lo studio nota che “la scarsità di petrolio pone un rischio molto alto per le economie” e indicano le prove secondo le quali gli alti prezzi del petrolio sono stati una “causa parziale” della crisi finanziaria globale del 2008. Per concentrarsi sull'economia statunitense – la più grande consumatrice di petrolio e di prodotti a base di petrolio del mondo – lo studio ha scoperto che tutti i grandi settori industriali erano a rischio, compreso quello alimentare e dalla trasformazione del cibo, dell'agricoltura primaria, dei metalli e dalla loro lavorazione e dei trasporti:

"Siccome tali settori contribuiscono in modo sostanziale al PIL statunitense e siccome sono collegati molti altri settori, potrebbero mettere l'intera economia a rischio in caso di Picco del Petrolio o di altre interruzioni della fornitura. L'attuale sistema economico dipende fortemente da essi e la loro produzione potrebbe diventare significativamente più costosa a causa degli aumenti del prezzo del petrolio".

Il FMI (Fondo Monetario Internazionale) ha calcolato che perché l'economia globale cresca del 4% nei prossimi 4 anni, la produzione di petrolio deve aumentare del 3% all'anno. Questo sembra sempre più improbabile.

Lo scorso anno, in un saggio su Nature scritto insieme a Sir David King, l'ex capo consigliere scientifico del governo britannico ed attualmente delegato del governo per il cambiamento climatico, ha concluso che un “punto di non ritorno” nella fornitura globale di petrolio è stato raggiunto sin dal 2005, con la produzione globale convenzionale che ha toccato il tetto di circa 75 milioni di barili al giorno (Mb/g) nonostante l'aumento dei prezzi del 15% all'anno. Questo saggio ha anche notato che la produzione nei pozzi di gas di scisto può crollare dal 60 al 90% nel primo anno di operazioni. Ci sono due modi principali per adattarsi a questo rischio potenziale, secondo il nuovo studio. Uno è di diminuire la vulnerabilità dei settori critici:

“Fra gli esempi potrebbe esserci il contenimento della forte dipendenza dai fertilizzanti promuovendo le tecniche di agricoltura biologica o ridurre la distanza complessiva percorsa da persone a beni incoraggiando economie locali e decentralizzate”. 

L'altra è identificare dei sostituti per i settori vulnerabili con produzioni da settori meno vulnerabili.
Il problema col secondo approccio è che “la nostra società sta raggiungendo i limiti del flusso di produzione globale possibile di molte risorse naturali”, compresi carbone, fosforo, uranio ed altri minerali. Tuttavia, i rischi mappati qui potrebbero aiutare a “progettare una tabella di marcia verso un'economia post petrolio”.

Il Dr Nafeez Ahmed è direttore esecutivo dell'Institute for Policy Research & Development e autore di Guida alla crisi della Civiltà: e come salvarla, fra gli altri libri. Seguitelo Twitter@nafeezahmed


venerdì 27 dicembre 2013

François Roddier: oltre l'effetto "Regina Rossa"

Da “Oil Man”. Traduzione di MR


Tutti s'inchinano di fronte alla Regina Rossa di “Alice nel paese delle Meraviglie” (Disney, 1951)


Di Matthieu Auzanneau

Un astrofisico francese reinterpreta l'evoluzione dell'universo della vita e delle società umane a partire dalla termodinamica e scopre la mostruosa trappola che ci è stata tesa. Rivoluzionario?

“Qui, vedete, bisogna correre il più velocemente possibile per rimanere nello stesso posto”, dice la Regina Rossa in “Attraverso lo specchio e quel che alice vi trovò” di Lewis Carrol.

Per affrontare l'esaurimento dei giacimenti di petrolio entrati in declino, l'industria dell'oro nero deve incessantemente mettere in produzione delle risorse nuove intatte: l'equivalente di quattro Arabie Saudite supplementari da trovare in soli 10 anni, secondo la compagnia Shell, sono niente di meno che la metà della produzione mondiale attuale. Sfida vertiginosa, forse impossibile, al centro degli argomenti discussi su questo blog.

Ho preso l'abitudine di confrontare questa necessità implacabile ad una corsa sul tapis roulant. Più o meno, la stessa corsa fatidica è quella di impegnarsi per tutte le risorse finite alle quali siamo ricorsi. Dal suo successo o fallimento dipende senza dubbio la sorte dell'economia della crescita.

Quando l'ambiente si evolve più rapidamente di quanto una specie vivente vi si possa adattare, questa specie è destinata ad estinguersi. E' ciò che il biologo americano Leigh Van Valen ha chiamato nel 1973 l'effetto “della regina rossa”.

François Roddier, fisico francese conosciuto per i suoi lavori in astronomia, ha fatto di questo effetto “della Regina Rossa” il fulcro di un notevole saggio sul futuro della specie umana pubblicato nel 2012. Il suo titolo: Termodinamica dell'evoluzione.

Mettete dei cubetti di ghiaccio e dell'acqua calda in un Termos, otterrete dell'acqua che rimarrà tiepida; chiudete una mosca in un piccolo contenitore ermetico e lei morirà molto rapidamente: un sistema chiuso, privato di qualsiasi apporto esterno, tende inevitabilmente all'immobilità. Esso vede crollare le sue strutture organizzate. I fisici lo chiamano “l'equilibrio termodinamico”.

L'evoluzione di un sistema aperto, alimentato da un apporto esterno di energia, è più sorprendente, ma non per questo meno familiare.

Quando un sistema riceve un flusso continuo di energia, questo flusso permette la comparsa di “strutture dissipative di energia” messe in evidenza da Ilya Progogine, premio Nobel per la chimica nel 1977.

Il mondo è pieno di tali strutture.

Le stelle sono delle strutture dissipative d'energia, che trasformano l'energia gravitazionale attraverso delle reazioni nucleari e la dissipano sotto forma di irraggiamento. Un ciclone è un'altra forma di struttura dissipativa, si dispiega grazie alla differenza di calore fra l'equatore e i poli. Gli esseri viventi sono in tutta evidenza delle strutture dissipative di energia, così come le società umane, a maggior ragione.

Tutte queste forme molto diverse si strutturano grazie ad una stessa affascinante proprietà: le strutture dissipative si mantengono  producendo dell'energia interamente gratuita convertibile in lavoro meccanico. Per fare questo, esse utilizzano al massimo il flusso di energia nel quale appaiono.

”Le strutture dissipative si auto organizzano in modo tale da massimizzare il flusso di energia che le attraversa”, scrive François Roddier. Di colpo, esse ”massimizzano la velocità alla quale l'energia si dissipa” attraverso di loro.

Ed è là che cominciano i problemi.

Le strutture dissipative obbediscono tutte alle leggi fisiche che regolano il comportamento dell'energia: le leggi della termodinamica. L'energia si conserva (prima legge della termodinamica), ma finisce sempre per dissiparsi sotto forma di calore (seconda legge). Questa dissipazione è irreversibile. L'energia – elettrica, chimica, ecc. - una volta trasformata in calore, non è più gratuita: essa è più o meno “persa”, nel senso che il calore non non può essere interamente riconvertito in lavoro meccanico. In termodinamica, la misura della dissipazione dell'energia sotto forma di calore, altrimenti detta la misura della disorganizzazione dei sistemi, del disordine irrimediabilmente crescente del mondo, si chiama entropia.

Le strutture dissipative massimizzano la velocità alla quale dissipano l'energia, si può dire che esse massimizzino il tasso di produzione dell'entropia: esiste una legge di produzione massima di entropia (MaxEP, secondo l'acronimo inglese). Questa legge, empirica, non è stata perfettamente dimostrata dai matematici.

“Essa tuttavia si conforma all'esperienza”, insiste François Roddier in uno scambio via email. “Essa ha il merito di collegare la biologia alle leggi della fisica. Essa si applica anche alle scienze umane. Le società umane si auto organizzano per massimizzare il loro tasso di dissipazione di energia”.

Secondo Roddier, la comparsa nel corso della storia dell'universo di forme di strutture dissipative che massimizzano intorno a sé l'entropia in modo sempre più efficacie, costituisce il senso stesso dell'evoluzione, “dal Big Bang alle scienze sociali”.

A 77 anni, l'astrofisico giudica lui stesso la sua teoria “ardita”, ma non per questo non la difende con serenità.

L'idea non è del tutto nuova. Nel 1922, l'americano Alfred Lotka, celebre per i suoi lavori sulla dinamica delle popolazioni, ha affermato che la selezione naturale tende a massimizzare il flusso di energia che attraversa le strutture organiche. Nel corso degli anni sessanta, l'ecologista americano Howard Odum ha suggerito che la proprietà identificata da Lotka sarebbe una legge termodinamica ribattezzata “principio di potenza massima”. In un articolo pubblicato nel 1997, l'americano Rod Swenson ha stimato che una legge di produzione massima d'entropia ”spiega perché, invece di vivere in un mondo altamente improbabile, noi viviamo e siamo il prodotto di un mondo da cui ci si può infatti aspettare che produca tanto ordine quanto è capace di produrne”.

Dopo diversi decenni, dei fisici, dei chimici, dei biologi e dei cibernetici esplorano e mettono in dubbio questa legge empirica, ipotetica, di produzione del massimo dell'entropia.

François Roddier, osa presentare la produzione massima di entropia delle strutture dissipative come l'autentica ”terza legge della termodinamica”. Nella misurazione di questa “legge”, l'astrofisico francese reinterpreta l'evoluzione del cosmo e della vita, fino alla storia dell'economia, della politica e anche della religione! Impossibile riassumere qui tutto il percorso, mi accontento delle sue trame e delle sue conclusioni, terribili, per il mondo di oggi. Diciamo che questo percorso è mozzafiato, a volte sconcertante ma molto più spesso convincente, sempre accattivante e soprattutto... perfettamente coerente con l'ipotesi di partenza.

Alcuni parleranno senza dubbio di un guazzabuglio di analogie. Non è ciò che sento io, ma io non sono che un giornalista: approfondite.

Esplorando un'intuizione condivisa con altri, Roddier non esita a seguire il suo ragionamento fino a molto lontano sul terreno della speculazione e della congettura. E' il privilegio del saggista.

Opportunità senza precedenti (e senza dubbio discutibili) vengono così aperte. Eccone la trama.

Auto organizzandosi, una struttura dissipativa – stella, organismo vivente, ecc. - riesce a diminuire la sua entropia interna, in cambio di un aumento del flusso di entropia che la attraversa. Essa “esporta la propria entropia”, scrive François Roddier. Tutti dicono che la natura aborrisce il vuoto. Sembrerebbe anche che ogni volta che può, la natura fa comparire queste strutture che lottano contro l'aumento inesorabile dei propri livelli di entropia massimizzando l'entropia dei loro ambienti.

L'astrofisico americano Eric Chaisson ha mostrato nel 2001 che nel corso della storia dell'universo sono apparse delle strutture capaci di dissipare l'energia in modo sempre più efficace, rapportando la loro produzione di energia gratuita alla loro massa:

François Roddier, ”Termodinamica dell'evoluzione”, Edizione Parole 2012, p. 50.

”E' impressionante constatare che un essere umano dissipa per unità di massa diecimila volte più energia del Sole”, nota François Roddier, che afferma:

“La terza legge della termodinamica implica che l'Universo si auto organizzi in modo tale da massimizzare il suo tasso di produzione di entropia. Esso crea delle strutture dissipative capaci di produrre dell'energia gratuita e di dissipare questa energia in modo sempre più efficacie”. (p. 50.)

L'entropia permette di misurare il livello di organizzazione o di disorganizzazione di un sistema. Dai lavori già vecchi dei fisici americani Willard Gibbs poi di Claude Shannon, sembra che un aumento dell'entropia possa essere considerato come una perdita d'informazione. L'entropia che esportano le strutture dissipative “equivale a una importazione di informazione” sul loro ambiente, riassume François Roddier (... che fornisce i dettagli su questo punto decisivo e delicato nel forum riportato qui).

Più una struttura dissipativa sarà in grado d'acquisire dell'informazione sul suo ambiente, più essa massimizzerà la sua produzione di entropia.

Con la comparsa della vita, l'efficacia della dissipazione di energia ha accelerato, afferma Roddier, all'inizio grazie alla trasmissione dell'informazione genetica, poi grazie all'emergere dell'intelligenza, infine grazie all'evoluzione culturale, la quale tende  mettere in comune le intelligenze in modo incessantemente più vasto e più intenso, fino alla comparsa dell'Internet di oggi.

Dove ritroviamo l'effetto della Regina Rossa e del tapis roulant: più una struttura dissipa efficacemente l'energia, più rapidamente essa altera il suo ambiente, più rapidamente questa deve acquisire dell'informazione su quell'ambiente e più evolve di conseguenza al fine di restarvi adattata!

L'umanità sarebbe impegnata in una corsa fra l'accrescimento dell'entropia che essa stessa genera e l'accrescimento dell'informazione che è in grado di aggregare in quanto massimizza la propria produzione di entropia. Là si ritrova precisamente l'idea di “spirale energia-complessità” che propone l'antropologo americano Joseph Tainter, presentata su questo blog nel 2011. In Roddier, l'idea stavolta è radicata nella storia intera dell'evoluzione.

Questa evoluzione tende necessariamente, secondo François Roddier, all'emergere di un “cervello globale che ha cominciato a costituirsi col secolo dei Lumi e dovrebbe portare ad una “simbiosi di tutti gli esseri umani”.

In attesa di realizzare questo antico sogno (quello di Lovelock, Azimov, Deleuze e Guattari, Teilhard de Chardin, Spinoza oppure del profeta Micah), “il cervello globale dell'umanità attraverserà ineluttabilmente un periodo da incubo” , profetizza a sua volta François Roddier :

“Le società umane (…) si auto organizzano formando un “cervello globale” capace di memorizzare sempre più informazioni. Queste informazioni permettono loro di dissipare sempre più energia. E' ciò che chiamiamo progresso scientifico e tecnico”. (p. 36.)

”Nutrita fin qui dalle energie fossili, una specie di latte materno fornito dalla Terra che l'ha generato, l'umanità si è potuta sviluppare. E' quasi la prova di recesso. Divenuta adulta, essa dovrà apprendere a nutrirsi da sola. L'umanità si renderà allora conto che solo l'energia solare può assicurare la sua sopravvivenza a lungo termine. (…) Tutte le altre forme di energia  - specialmente nucleare – sono escluse, perché, aumentando irreversibilmente la loro entropia, esse portano necessariamente l'umanità alla sua condanna”. (p. 164.)

Il petrolio, “latte materno” delle società moderne? (D.R.)

Non sorprende che François Roddier unisca gli obbiettori della crescita. Egli offre alla loro battaglia etica contro l'avidità una giustificazione fisica e biologica, vale a dire ecologica:

“La selezione naturale ha favorito la cultura liberale, perché è la specie culturale più adattabile ai cambiamenti. Favorendo la competizione e le disuguaglianze, essa facilita l'adattamento della società ad un progresso tecnico sempre più rapido”. (p. 138.)

“Non possiamo né ridurre le disuguaglianze sociali, né proteggere il nostro ambiente senza rallentare la nostra crescita economica. Ma siamo tutti in competizione per massimizzare la dissipazione d'energia”.  (p. 153.)
“Il PIL (Prodotto Interno Lordo) di una società è una misura del suo tasso di produzione di entropia. (…) Massimizzando il suo profitto, il produttore massimizza il suo tasso di produzione di entropia”. (p. 176 & 177.)

“La produzione di energia gratuita è massima quando tutte le operazioni effettuate sono reversibili. Tutti i fisici dicono che una trasformazione è particolarmente più vicina alla reversibilità di quella che è effettuata lentamente. Quindi dobbiamo rallentare la velocità dei cicli, cioè aumentare la durata di vita di tutti i prodotti che fabbrichiamo”. (p. 165.)

... La sospensione ieri da parte del governo Ayrault della tassa ambientale sui veicoli pesanti non è un'incidenza della legge di massimizzazione dell'entropia, allo stesso tempo un indice della trappola che ci tende la regina Rossa? In un contesto diverso e pertanto di tutte le altre premesse ideologiche, il presidente boliviano Evo Morales stesso ha dovuto rinunciare a sopprimere gli aiuti al trasporto su gomma;  quanto all'esperienza nel vicino stato dell'Ecuador per preservare il parco naturale di Yasuni dalle perforazioni petrolifere.

(pubblicata dal mensile “La Décroissance” - La Decrescita)

L'81,6 % dell'energia prodotta nel mondo è sempre di origine fossile, finita, esauribile (petrolio, carbone e gas naturale). La percentuale è pressoché la stessa che durante lo shock petrolifero del 1973; nel frattempo, la produzione mondiale di energia è più che raddoppiata.  

Continuiamo a dissipare quell'energia sempre più velocemente, mentre il nostro “cervello globale” fa dei nodi e dei cerchi. Non si è vinto, ma bisogna essere giocatori. 

François Roddier, Thermodynamique de l'évolution, Edizioni Parole, Artignosc-sur-Verdon, 2012, €19.


Conferenza nella quale Roddier condensa in modo brillante la sua tesi (2010):




martedì 24 dicembre 2013

venerdì 20 dicembre 2013

Il pianeta saccheggiato: un rapporto al Club di Roma

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR (Peak & Transition Translators Team)


Questa è una versione testuale di un discorso che ho tenuto al forum sulle Risorse Mondiali di Davos il 7 ottobre 2013. Per una descrizione più dettagliata dello stesso tema vedete questo post su un precedente discorso a Dresda.

Signore e signori, è un piacere essere qui ed oggi il mio compito è quello di raccontarvi una cosa che sta alla base di qualsiasi cosa facciamo: le risorse minerali. E' il tema di un libro che è il risultato di un programma di ricerca sponsorizzato dal Club di Roma e che ha coinvolto me ed altri 16 coautori. Ecco la copertina de “Il Pianeta Saccheggiato”.


Al momento esiste solo una versione tedesca, stiamo lavorando su quella inglese, ma ci vorrà un po' di tempo – alcuni mesi. In ogni caso, il titolo dovrebbe esservi chiaro anche se non parlate tedesco e potete notare che diciamo “Il Pianeta Saccheggiato”, non “Il Pianeta Migliorato” o “Il Pianeta Sviluppato”. No, il concetto è questo: saccheggiato. Come esseri umani, ci siamo comportati con le risorse minerarie come se fossimo pirati che saccheggiano un galeone catturato, arraffando tutto ciò che possono e più velocemente che possono.

Ora, naturalmente, c'è un problema con l'idea di saccheggiare il pianeta Terra. Cioè quanto a lungo possiamo andare avanti a farlo. A livello di base, è questione di buon senso: sappiamo che una volta che abbiamo bruciato il petrolio, questo finisce. Sappiamo che dopo che abbiamo disperso il rame in piccoli pezzetti sparpagliati non lo possiamo recuperare. Sappiamo che i diamanti sono per sempre, forse, ma sappiamo anche che, una volta che li abbiamo estratti da una miniera, non cene saranno più in quella stessa miniera.  Le risorse minerarie non sono infinite. 

Così, c'è questa domanda fastidiosa: per quanto a lungo possiamo continuare ad estrarre? E' una domanda che ci siamo cominciati a porre nel 19° secolo e la risposta è sia facile sia difficile. E' facile dire “non per sempre”, ma è difficile dire esattamente per quanto tempo. Quindi, che forma assumerà l'esaurimento? Come verrà percepito nell'economia? E, visto che pensiamo di essere tanto intelligenti, possiamo trovare qualche trucco per evitare, o perlomeno ritardare, il problema?

Il primo studio che ha tentato di quantificare questa domanda è il rapporto che è stato sponsorizzato dal Club di Roma già nel 1972, "I Limiti dello Sviluppo". Ne avrete sicuramente sentito parlare: ecco la copertina di quel libro:


Ora, avrete probabilmente sentito dire anche che questo studio era “sbagliato”, cioè, che aveva fatto previsioni errate, che era basato su dati e modelli errati e accuse simili. Ciò è stato il risultato di un'ondata di critiche, un vero e proprio tsunami direi, che ha fagocitato il libro ed i suoi autori dopo la pubblicazione dello studio. Gli autori sono stati accusati non solo di aver sbagliato, ma di far parte di una cospirazione globale che puntava a rendere schiava la razza umana e a sterminare le razze di colore (non sto scherzando, è stato detto diverse volte). 

Tuttavia, se c'è stata una reazione così aspra al libro è stato anche perché esso andava al cuore di alcune assunzioni fondamentali della nostra società, della nostra credenza più profonda che, in qualche modo, non solo la crescita è sempre buona, ma che possiamo continuare a crescere per sempre. Ma il libro diceva che questo era impossibile. E non diceva solo questo, diceva che i limiti della crescita sarebbero apparsi in un lasso di tempo che non era di secoli, ma solo di decenni. Sotto potete vedere i principali risultati dello studio del 1972, lo scenario chiamato “caso base” (o “scenario standard”). I calcoli sono stati rifatti nel 2004, dando risultati analoghi:

Quindi potete capire le ragioni della rabbiosa reazione negativa allo studio. E' la stessa cosa che sta accadendo oggi per il Cambiamento Climatico. Siamo umani, se vediamo qualcosa che non ci piace tendiamo a cercare modi per ritenerla sbagliata. E' normale, ma a volte diventa patologico, come è accaduto nel caso dello studio del 1972. Ho descritto questa storia in un mio libro: “I Limiti dello Sviluppo Rivisitati”.

Sono sicuro che fra voi stiate confrontando queste curve con l'attuale situazione economica e vi chiediate se questi vecchi calcoli possano risultare essere sorprendentemente buoni. Ma mi piacerebbe anche dire che queste curve non sono – e non sono mai state – da considerarsi come previsioni. No, gli autori dello studio hanno detto chiaramente che non volevano che questa fosse una profezia. Queste curve, produzione, estrazione, ecc..., hanno detto, sono i risultati dell'azione umana e che potevamo agire – avremmo potuto agire – in modo tale da evitare che il collasso mostrato nello scenario si verificasse. Sfortunatamente, non è stato fatto nulla e questo scenario si sta pericolosamente dimostrando essere una profezia.  

Allora, come mai questo modello ha descritto così bene il comportamento dell'economia mondiale (e potrebbe descriverne il futuro)? Be', ho parlato di questo in un mio discorso più ampio, ma qui posso solo dirvi che il modello era basato su ipotesi ragionevoli, in gran parte sul buon senso e sull'idea che la gente cerca di massimizzare i propri profitti a breve termine, che è un assunto tipico della maggior parte dei modelli negli studi economici. Ma, piuttosto che scendere nei dettagli, vi mostrerò qui come si confronta il modello coi dati storici e come può essere considerato, entro certi limiti, uno strumento predittivo. 

Per prima cosa, lasciate che riassuma il “cuore” dei risultati del modello. Questi risultati, naturalmente, cambiano a seconda delle ipotesi iniziali, ma c'è un risultato di fondo che continua a ritornare. Ciò che otteniamo da parametri come la produzione o l'accumulo di capitale, a prescindere da come organizzate i loro elementi, è una curva a campana, quella che Hubbert aveva già proposto nel 1956:


Questa curva potrebbe essere o meno inclinata, potrebbe essere irregolare, ma questo cambia poco sul fatto che la parte in discesa non è piacevole come la parte in salita per coloro che la vivono. Ora, ci sono molti esempi della tendenza dei sistemi del mondo reale a seguire la curva a campana, ma lasciate che ve ne mostri solo uno, un grafico fatto recentemente da Jean Laherrere: 


Questi sono i dati della produzione mondiale di petrolio. Come potete vedere, ci sono delle irregolarità e delle oscillazioni. Ma notate come, dal 2004 al 2013, cioè 9 anni, abbiamo seguito la curva: ci muoviamo su strade prevedibili. Questo è un modello molto semplice; la sua sola ipotesi è che la produzione seguirà una curva a campana. E lo fa, naturalmente entro certi limiti. Ma notate come già 9 anni fa avremmo potuto prevedere ragionevolmente bene la produzione di petrolio di oggi.  Abbiamo dei buoni metodi di previsione, apparentemente.

Naturalmente, ci sono altri elementi in questo sistema. Nella figura sulla destra potete vedere anche l'apparizione delle cosiddette risorse petrolifere “non convenzionali”, che seguono la propria curva e che stanno mantenendo la produzione di combustibili liquidi (un concetto leggermente diverso da quello di “petrolio greggio”) piuttosto stabile o leggermente in aumento. Ma, vedete, il quadro è chiaro e la capacità predittiva di questi modelli è ragionevolmente buona. Dobbiamo solo prestare loro un po' di cura: i fattori politici possono cambiare molto queste curve e se cercate una curva a campana nella produzione dell'Arabia Saudita non ne troverete una. Ma questo ci dice semplicemente una cosa che sappiamo già: il governo saudita controlla la produzione sulla base di fattori politici piuttosto che sulla base della ricerca dei profitti immediati. 

Quindi, il modello rivela una tendenza. Mostra cosa accade normalmente in un sistema in cui la gente cerca di sfruttare una risorsa non rinnovabile ottenendone il massimo profitto. E c'è una ragione per questo comportamento. Ciò che fa la gente, ovviamente, è sfruttare prima le risorse “facili”. Meno sforzo fai per estrarre ed elaborare una risorsa, più alto è il profitto che puoi trarne. Immaginate quindi di trovare un blocco di carbone appena sotto la superficie. Lo prendete, lo portate a casa e lo bruciate. Fare questo non vi costa quasi niente in energia – è questo più o meno che la gente faceva agli albori della “rivoluzione del carbone”; raccoglieva semplicemente il carbone a livello del terreno. Ma poi, naturalmente, ha esaurito questo carbone facile. Dovevano scavare tunnel sotterranei e questo comportava molto lavoro. Oggi, siamo giunti a una cosa del genere:


Questa immagine proviene dalla copertina de “Il Pianeta Saccheggiato” e mostra una ruota gigante usata per estrarre il carbone; sta da qualche parte in Germania. Ora, pensate un attimo a quanta energia serve per fare una ruota simile. Dovete estrarre minerale di ferro da una miniera, fonderlo, trasformarlo in acciaio e alla fine trasformarlo in quella cosa enorme. E questo non è tutto – è tanta l'energia di cui avete bisogno per far funzionare la ruota, per portare via il carbone dalla miniera e così via. E' difficile pensare che potremmo essere così intelligenti da trovare modi per estrarre carbone senza usare questo tipo di attrezzatura. Pensate a come si potrebbe sostituire quella ruota gigante con un iPad!

Ecco, c'è questo problema fondamentale. State estraendo carbone per ottenerne energia. Ma dovete spendere energia per estrarre carbone. Quindi è uno scambio. Potete misurare quanto sia buono l'affare prendendo il rapporto fra l'energia ottenuta e l'energia spesa (EROI o EROEI). Più alto è il rapporto, più siete felici. Questo vale per tutti i minerali che producono energia: petrolio, gas e simili e non sarete sorpresi di sapere che questo rapporto tende a scendere mentre continuate a sfruttare la vostra risorsa. Cioè mentre impoverite la vostra risorsa, i vostri rendimenti scendono. Ciò è mostrato in questa figura (di David Murphy):


Vedete che la percentuale di energia “netta”, cioè l'energia che guadagnate, scende mentre esaurite le risorse “buone”. Per EROEI al di sotto di 20, il problema è significativo e al di sotto di 10 diventa grave. E, come vedete, ci sono molte risorse energetiche che stiamo usando negli ultimi tempi che hanno questo tipo di basso EROEI. 

Ora, il problema dei ritorni decrescenti esiste anche per i minerali che non vengono estratti per produrre energia. Dobbiamo ancora spendere energia per estrarre i minerali e, mentre comincia l'esaurimento, dovete usare sempre più energia. Ciò rende la risorsa più costosa. E non c'è dubbio che questo processo sia in corso. Servono enormi quantità di energia per estrarre la quantità di beni minerali di cui ha bisogno la società industriale. Lasciate solo che vi mostri un esempio: 


Questa è la miniera di rame di Morency, in Australia; potete farvi un'idea della dimansione dell'operazione quando capite che qui puntini bianchi sulla sinistra sono degli edifici. Questa è la misura tipica dell'industria mineraria moderna – la quantità di energia che impiega è a sua volta enorme. Si può stimare che sia sull'ordine del 10% dell'energia primaria totale prodotta nel mondo.  

A questo punto, penso che possiate capire le ragioni della curva “a campana”. L'impoverimento non è un fenomeno del tipo “tutto o niente”. E' un'evoluzione graduale nella quale l'estrazione mineraria diventa sempre più costosa; ciò significa sia in termini di energia necessaria sia in termini di soldi. Mentre il vostro profitto diminuisce lentamente, vi rimangono sempre meno risorse da investire in ulteriore estrazione mineraria. Così, non è possibile continuare a crescere, si arriva a un picco e ad un declino. Naturalmente, ci sono molti più fattori che influenzano la curva: i prezzi, gli interventi politici, la tecnologia, eccetera. Ma il cuore del modello, il declino dell'energia netta, rimane un fattore potente nella formazione delle curve di produzione che, a loro volta, condizionano l'economia e generano un declino globale. 

Quindi, dato che questo è il modello, dove ci troviamo in termini reali? Ecco alcuni dati complessivi:

(Da un saggio di Krausmann et al, 2009 http://dx.doi.org/10.1016/j.ecolecon.2009.05.007)

Questi dati arrivano fino al 2005; da allora, queste tendenze si sono mantenute anche se la crescita sembra rallentare. Ma, se ci deve essere un picco, non ci siamo ancora arrivati. Tuttavia, abbiamo prove chiare che l'industria mineraria globale si trovi sotto un grande stress. Lo deduciamo principalmente dalla tendenza dei prezzi. Ecco alcuni dati che riguardano alcuni beni minerali selezionati, metalli importanti per l'industria:


(Adattato da un grafico riportato da Bertram et al., Resource Policy, 36(2011)315))

Ed ecco alcuni dati sul petrolio. Qui ci sono i dati sia dei prezzi sia della produzione (dal blog “Early Warning” di Stuart Staniford:


E vedete che, anche se siamo capaci di gestire una produzione leggermente in crescita per quanto riguarda il petrolio greggio, possiamo farlo solo a prezzi sempre più alti. Questo è un effetto degli investimenti sempre più alti nell'estrazione di risorse difficili – l'energia costa denaro, dopo tutto.

Ora, alcuni dati sul cibo. Naturalmente, il cibo non è una risorsa minerale, anche se in realtà parzialmente lo è, perché l'agricoltura moderna 'estrae” suolo fertile. Ma il punto principale è che la moderna produzione agricola ha bisogno di energia che proviene dal petrolio ed anche di fertilizzanti ed altri elementi che vengono prodotti usando combustibili fossili. Quindi, se i prezzi del cibo aumentano è a causa dell'esaurimento del petrolio e del aumento generale dei prezzi di tutti i beni minerali, come potete vedere sotto: 


Ciò che che vedete qua è un grosso problema perché tutti sappiamo che la domanda di cibo è fortemente inelastica – in parole povere, abbiamo bisogno di mangiare, o si muore. Diversi episodi recenti nel mondo, come le guerre e le rivoluzioni in Nord Africa e nel Medio Oriente, sono state collegate a questi aumenti dei prezzi del cibo. 

Tutto questo è già piuttosto preoccupante, ma il vero disastro è un altro. Nonostante il fatto che la produzione di petrolio si trovi in uno stato di plateau, non vediamo alcun plateau nelle emissioni di CO2. Stiamo creando un disastro climatico. Come vedete dai dati più recenti, il CO2 sta ancora aumentando in modo pressoché esponenziale: 


Quindi, ciò che stavo dicendo all'inizio sta accadendo: lo scenario de "I limiti dello Svilupp"o non doveva diventare una profezia ma, sfortunatamente, lo sta diventando. Ecco gli ultimi calcoli sulla traiettoria mondiale, fatti con una versione aggiornata del programma usato per “I Limiti dello Sviluppo” del 1972, con anche degli aggiornamenti nei dati storici, naturalmente. E, sfortunatamente, sembra che ci stiamo avvicinando sempre di più all'inizio di un declino irreversibile: 


Notate una cosa su questa figura. Vedete, il Club di Roma è stato spesso accusato di presentare solo problemi, non soluzioni. Ma guardate la figura sopra: vedete qual è il problema, ma vedete anche qual è la soluzione. Pensateci: perché avremo un collasso? Perché siamo cresciuti troppo. Non c'è modo di eludere questo fatto: se si cresce al di sopra del limite di sostenibilità allora ci si ritrova in ciò che viene definito “superamento (overshoot)” - si va oltre l'impronta ambientale consentita. Non c'è nulla che si possa fare se non tornare al di sotto del limite, ma nel superamento si sono consumate delle risorse che non possono essere ricreate se non in tempi lunghissimi. Così, si è condannati al declino, di fatto ad un rapido declino, potete chiamarlo collasso, se preferite, è la stessa cosa. 

Quindi, se il problema è il superamento, vedete immediatamente quale può essere e quale non può essere la soluzione. Di sicuro non può essere quella di inventare qualche gadget ingegnoso che produce più energia o ci permette di continuare senza usarne tanta. Se producete più energia dai combustibili fossili, allora questa energia extra sarà usata da qualcun altro per altri scopi e tutto rimane com'è – compresa la produzione di inquinamento. Finché continuiamo a dire che la soluzione a tutti i mali dell'economia è la crescita, non c'è nulla che possiamo fare per evitare di andare in superamento. E ad un certo momento dovremo pagare per le conseguenze. La crescita è il problema; fermare la crescita è la soluzione. La sola possibile (potrebbe non essere sufficiente, comunque!)

Così, la prima cosa alla quale dobbiamo puntare se vogliamo mitigare il problema è di rallentare. Naturalmente, questo non è facile da fare, perché tutto la nostra dialettica politica, oggi, è basata sulla crescita. Ma alla fine, se non troviamo un modo per frenare la crescita con la nostra azione, allora il sistema stesso (o la “Natura”) ci costringerà a rallentare e quindi a declinare. Sarà la stessa cosa, solo un po' più veloce e doloroso. 

Un ultimo punto, ma certo non il meno importante. Nel modello, il declino della società industriale è il risultato non solo dell'esaurimento ma anche dell'inquinamento. E' un altro elemento del modello; col primo studio del 1972, gli autori non sono riusciti ad individuare esattamente quale fosse il fattore principale che generava questo problema, ma ora sappiamo che è l'emissione di gas serra, principalmente di CO2. E non ho bisogno di dirvi che il cambiamento climatico ha un risvolto negativo ulteriore in confronto all'esaurimento delle risorse; è ciò che chiamiamo “punto di non ritorno”. Con l'esaurimento, non possiamo fare peggio che esaurire qualcosa. Col cambiamento climatico, possiamo innescare una serie di retroazioni che crescono fuori controllo completamente da sole. E il rischio è quello di arrivare ad una quantità di danno davvero orribile, compresa la distruzione dell'ecosistema terrestre. 

Alla fine, c'è un punto fondamentale che mi piacerebbe enfatizzare: il cambiamento climatico e l'esaurimento delle risorse non sono problemi separati. Sono due lati dello stesso problema. L'esaurimento non ci salverà dal cambiamento climatico, mentre il cambiamento climatico non fermerà il nostro saccheggio del pianeta. 

Penso che il problema principale che abbiamo sia un problema di comunicazione. Vedete, negli anni 70, il Club di Roma e gli autori de “I Limiti dello Sviluppo” sono stati accusati di avere modelli sbagliati per le loro previsioni. Questo non era vero, ma essi hanno fatto lo stesso un errore fondamentale. Hanno pensato che il loro lavoro fosse enunciare il problema e che qualcuno, in qualche modo, avrebbe fatto qualcosa per risolverlo. Non è andata così. Enunciare il problema ha semplicemente portato le persone a screditare il Club di Roma e lo studio de “I Limiti dello Sviluppo”.

Questo è ciò che sta succedendo oggi con l'IPCC e i suoi rapporti sul clima. L'IPCC sembra pensare che il suo lavoro sia quello di presentare il problema e che quindi qualcuno farà qualcosa per risolverlo. Questo non funziona. Lo abbiamo visto col Club di Roma e lo stiamo vedendo con l'IPCC che sta attraversando lo stesso processo di diffamazione e demonizzazione che è stato scatenato contro il Club negli anni 80. 

Così, non penso che sia una questione di mancanza di soluzioni per i problemi gemelli di esaurimento e cambiamento climatico. Abbiamo le soluzioni ed abbiamo anche soluzioni eccellenti: sia l'esaurimento sia il cambiamento climatico sono problemi che abbiamo creato con le nostre azioni. Se invertiamo la nostra azione possiamo almeno ridurre enormemente la dimensione dei problemi. Il punto, naturalmente, è come farlo e, in questa fase, la priorità è trovare un accordo sul fatto che certe cose devono essere fatte. Penso che non sia impossibile e, alla fine, possiamo essere del tutto felici anche senza un grosso SUV, come la mia giovane amica, la signorina Ruza Jankovich, mostra in questa foto:


h/t Ruza Jankovich – l'automobile mostrata qui è una vecchia Fiat “500” che è stata prodotta negli anni 60 e che può spostare le persone senza bisogno di nessun SUV .




mercoledì 18 dicembre 2013

Curve pericolose con il petrolio.

Da “The Oil Crash”. Traduzione di MR


Cari lettori, il 12 di novembre è uscita l'edizione 2013 del World Energy Outlook (WEO 2013) pubblicato ogni anno dall'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA), con la sua relativa presentazione alla stampa. La maggior parte dei quotidiano spagnoli si sono concentrati su aspetti banali di questa presentazione, anche se qualche quotidiano, come il Financial Times ha evidenziato alcuni aspetti inquietanti dai caratteri sottili di questo rapporto. Ho fatto una rapida lettura dello stesso (sono 708 pagine e vi anticipo alcune delle mie conclusioni generali, che sono naturalmente molto diverse da quelle dei media spagnoli e non sono per niente rassicuranti. Se è possibile, nei prossimi giorni o io o qualcun altro faremo un'analisi più approfondita di alcuni dettagli.

Il WEO 2013 è strutturato in tre parti principali. La parte A è dedicata all'analisi dello stato della produzione di energia di tutti i tipo su scala globale; la parte B analizza il caso specifico del Brasile e la parte C è dedicata interamente al mercato del petrolio (pertanto l'analisi del petrolio è separata dalla parte A).

Come è consuetudine, gli scenari che dipinge la IEA per il futuro fino al 2035 sono tre: Politiche Attuali (vale a dire, continuazione delle tendenze osservate in questo momento), Nuove Politiche (se le nuove politiche annunciate dai Governi per lottare contro il cambiamento climatico venissero avviate) e Scenario 450 (nel quale si prendono misure drastiche per evitare che la concentrazione di gas serra nell'atmosfera superi le 450 ppm equivalenti di CO2). Lo scenario centrale (in qualche modo, quello che la IEA considera più probabile) è quello delle Nuove Politiche e quindi i commenti saranno riferiti a questo, salvo se diversamente specificato.

Della parte A richiama l'attenzione varie cose. La prima è che si considera che il vero “combustibile del futuro” sia, nelle parole della IEA, “l'efficienza energetica”. Secondo le sue stime, l'efficienza energetica “fornirà” più energia aggiuntiva del petrolio da qui al 2035. Tale affermazione dimostra una comprensione uguale a zero di ciò che rappresenterà questa efficienza in termini economici (non esiste nemmeno il minimo riferimento al Paradosso di Jevons in tutto il documento), il che non è solo sorprendente ma preoccupante, tenendo conto che i fondamenti teorici del paradosso di Jevons sono ben compresi e spiegati nella teoria economica classica, ma è chiaro che la IEA preferisce evitare di alludere alle sue conseguenze negative sulla crescita economica. Proprio nella discussione sulla crescita economica si enfatizza che la crescita del PIL è sempre meno dipendente dal consumo energetico, come si sta osservando negli ultimi decenni, anche se si riconosce che c'è un forte legame fra le due cose (che di fatto esisterà sempre, come ha brillantemente esposto Tom Murphy).

In realtà, in vista della persistenza della crisi nella OCSE e dei segni di debilitazione di molte economie emergenti, l'impressione è che la minor dipendenza della crescita osservata del PIL dall'energia negli ultimi anni potrebbe obbedire più alla volontà di mascherare le cifre dell'evoluzione del Pil stesso che ad una vera smaterializzazione dell'economia (ma questo sarebbe materia per un'altra discussione che va oltre il contesto di questo post). I lettori più avvezzi troveranno curioso verificare come nei tre scenari che propone la IEA si presume che il tasso di crescita dell'economia mondiale sarà del 3,6% annuo in media per tutto il periodo fino al 2035, cioè, che il PIL arriverà ad essere in quell'anno qualcosa in più del doppio di quello attuale. Nello stesso periodo si presume una crescita del consumo di energia del 1,6% all'anno da qui al 2020 e solo del 1% dal 2020 al 2035, il che porterebbe ad una crescita del consumo di energia accumulato in tutto il periodo del 33%. Pertanto, la IEA presume che continuerà e a buon ritmo il miglioramento dell'efficienza energetica, misurata con l'intensità energetica o rapporto fra il PIL e il consumo di energia, come mostra il grafico seguente, che mostra anche il consumo totale di energia primaria.

Notate la stagnazione nel consumo di energia nella OCSE; da lì viene la necessità del miglioramento dell'efficienza energetica: senza di essa, il PIL non potrebbe crescere. Siccome non c'è una base fisica solida per assicurare che l'intensità energetica debba migliorare sempre, se interpretiamo bene la previsione della IEA che il consumo di energia dell'OCSE non aumenterà più, la faccenda si fa abbastanza cupa. La cosa si presenta peggio se teniamo in considerazione che anche se si presume che la produzione di petrolio possa ancora salire fino a raggiungere i 101,4 milioni di barili al giorno (Mb/g) nel 2035 (un po' di più di quello che stimavano l'anno passato), i paesi dell'OCSE (che attualmente consumano circa 43 Mb/g dei poco meno di 90 Mb/g che si consumano nel mondo) dovranno continuare a perdere accesso al mercato petrolifero, con conseguenze che possono essere soltanto funeste.

E' il caso di aggiungere, a mo' di aneddoto, che il piccolo incremento della produzione di petrolio nel 2035 rispetto alla previsione dello scorso anno proviene dai guadagni di lavorazione, come chiarisce una nota a piè della pagina 73 (molte volte l'informazione chiave si trova nelle note a piè di pagina). Ricordiamo che i guadagni di lavorazione sono quelli che si producono dopo la raffinazione del petrolio: esce un volume di prodotti risultanti superiore a quello del petrolio che entra. Come è logico, la quantità di energia che apporta il petrolio dopo la raffinazione non può essere superiore a quella che aveva prima della raffinazione, anche se i prodotti risultanti possono invece essere un po' più energetici visto che nel processo si usa gas naturale. Ciò che ci indica qui la IEA è che la lavorazione dei petroli di sempre peggior qualità, più pesanti (che comportano grandi investimenti in raffinerie) porta a maggiori aumenti del volume e maggior uso di gas naturale per la sua lavorazione. Questo gas dirottato per la produzione di petrolio non viene sottratto dai grafici di produzione del gas, per cui si produce ancora una volta una doppia contabilità che proviene dal non tener conto di qual è l'energia netta che giunge alla società (cioè, al netto dei costi energetici della mera produzione di energia). Significativamente, la IEA avverte (gli dedica tutto il capitolo 16) che arriveranno tempi turbolenti per il settore delle raffinerie, con un “eccesso di capacità” di circa 10 Mb/g nel 2035, situato fondamentalmente in Europa (visto che qui il consumo di petrolio può solo crollare).

In realtà, questo WEO fa vedere in modo nitido alcuni limiti e non solo per il petrolio. Tenendo conto che la IEA non può accettare che la produzione di nessun combustibile possa scendere, il riconoscimento del fatto che le produzioni di alcuni di essi siano stagnanti è la cosa più simile al riconoscimento dell'arrivo del picco produttivo. Come mostra la figura seguente, secondo la IEA ci si aspetta poca crescita della produzione di energia da petrolio e carbone; i grandi aumenti si affidano al gas naturale (confidando forse nel fiasco del gas da fracking), al nucleare (nonostante che il picco dell'uranio sembri più vicino di quello degli altri combustibili e che il programma Megatons to Megawatts finisca quest'anno), alla biomassa (probabilmente senza tenere conto del fattore di carico delle coltivazioni e del loro basso EROEI) e alle rinnovabili (i cui limiti abbiamo discusso numerose volte su questo blog nella serie “I limiti delle rinnovabili”).

Dal resto della parte A emerge la menzione esplicita a problemi di fornitura di petrolio ed elettricità in molte parti del mondo, le meravigliose prospettive che la IEA vede ancora nel settore del gas, la contraddizione inerente al fatto che il carbone è la risorsa più abbondante ma quella che dovrebbe essere consumata di meno se vogliamo lottare veramente contro il cambiamento climatico, il brillante futuro che attende l'energia rinnovabile e la produzione nucleare (anche se riconosce alcune pietre sul loro cammino e che il nucleare crescerà solo in Cina) e la lode dell'efficienza energetica come la vera salvezza dal problema energetico nel quale ci troviamo. Richiama l'attenzione tanta insistenza quando i guadagni da efficienza presumibili per il 2035 (come si vede nella figura qua sotto, dell'ordine di centinaia di Megatonnellate equivalenti di petrolio, Mtoe) impallidiscono in confronto al consumo di energia primaria prevista per questo anno (circa 17.000 Mtoe, come mostriamo più in alto discutendo della intensità energetica).

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Rispetto alla parte B del WEO 2013, dedicata al Brasile, non farò grandi commenti; sottolineo soltanto che le proiezioni sulla produzione futura di petrolio sembrano altamente sovrastimate, alla luce degli ultimi eventi della OGX e dei problemi che ha persino la compagnia nazionale Petrobras.

Il nocciolo del WEO 2013 sta, in definitiva, nella parte C, in cui si dedica anche un paragrafo alla discussione sul picco del petrolio (pagine 447 e 448). La IEA naviga in acqua turbolente qui. Da un lato continua a parlare del picco del petrolio come una “teoria”, dall'altro cita riferimenti solidi, come Laherrere, e riconosce che il petrolio "tight" (o petrolio da scisti) (che si sfrutta col fracking, come abbiamo già spiegato), non rivoluzionerà il mondo del petrolio; al massimo potrebbe posticipare il picco del petrolio di qualche anno. Osano persino andare più in là, riconoscendo che il profilo di produzione di un pozzo di petrolio tight è molto più scosceso di quello del petrolio convenzionale e che il suo sfruttamento smette rapidamente di essere economico: il grafico seguente, chiarificatore, si trova a pagina 467:


E' significativo anche che si riconosca che le risorse recuperabili dal LTO sono dell'ordine dei 345.000 milioni di barili (che equivale a circa 10 anni al tasso di consumo attuale, se si potessero estrarre a tutta velocità; ciò spiega perché il LTO non comporterà nessun cambiamento pratico). In realtà la IEA qui fa una svolta importante, moderando, e di molto, l'ottimismo espresso nei rapporti precedenti rispetto a questo tipo di tecnologia – fracking – e di risorsa – petrolio leggero di roccia compatta (tight oil). E' altresì chiaro che al di fuori degli Stati Uniti la produzione di LTO sarà abbastanza marginale (probabilmente perché non possono contare sul dollaro per far leva sul cattivo investimento insito nel LTO).

Tutta la parte C sembra un compendio di scuse per cercare di giustificare che il declino sotto accusa della produzione di petrolio greggio proveniente dai giacimenti esistenti oggigiorno (che secondo lo stesso WEO è di un 6% all'anno) non sarà un grande problema su scala mondiale. Pensate che con un 6% di diminuzione annuale i giacimenti attualmente in produzione saranno decaduti nel 2035 di una quarta parte di quanto producono ora, cioè, da 70 MB/g a soli 18 Mb/g – una diminuzione di 52 Mb/g, che viene tradotto con il linguaggio eufemistico al quale ci ha abituati la IEA a “ci si aspetta una caduta di più di 40 Mb/g”.

Nella stessa parte C c'è una lunghissima spiegazione del perché la produzione di petrolio greggio diminuisce col tempo; essenzialmente, spiegazioni tecniche di picco del petrolio e senza usare mai il termine! Tutta questa discussione comprende tavole dei tassi di declino per diversi tipi di giacimento, con dati significativi come, per esempio, che i tassi di declino terminale sono di circa il 6% all'anno per giacimenti a terra e fino al 12% all'anno per i giacimenti in mare, o che il declino al di fuori dell'OPEC (7,8% all'anno) è più rapido che all'interno dell'OPEC stessa (4,5% all'anno). Nessuna menzione, questo sì, a crescenti costi di estrazione, che come sappiamo sono vincolati alla caduta dell'energia netta che ci fornisce il petrolio, aspetto che sembra cominciare ad essere preoccupante. C'è anche un'analisi che mostra che, con l'investimento adeguato, il tasso di declino si può ridurre ad un 2,5% all'anno, senza che, curiosamente, si colleghi il maggior sforzo estrattivo con la redditività. Merita anche menzione, per la sua audacia, la discussione a pagina 514 sul concetto di “picco delle macchine” (peak car) (cioè, che l'uso delle macchine sembra essere giunto al suo massimo e già retrocede).

Ma ciò che sciocca di più di questo WEO è che non si trova da nessuna parte il grafico dell'evoluzione della produzione di petrolio secondo lo scenario centrale che appariva nei WEO degli anni precedenti. C'è solo una tavola a pagina 458 molto meno dettagliata degli altri anni (si distingue solo il petrolio convenzionale, non convenzionale e i liquidi del gas naturale), ma di grafici non ce ne sono, nemmeno nella presentazione alla stampa. Forse hanno paura che qualche analisi come quella che ho mostrato l'anno scorso nel post “Il tramonto del Petrolio”, anche se in realtà credo che il problema sia dovuto dal fatto che è sempre più difficile dissimulare il crollo della produzione di petrolio greggio che sta già cominciando. Per chi è stato sufficientemente perseverante da arrivare a pagina 470 del WEO 2013, lì incontriamo il modo in cui la IEA presenta le cattive notizie. La figura (in basso) mostra come si svilupperà la produzione di tutti i liquidi del petrolio di quasi tutte le fonti possibili (greggio convenzionale, biocombustibili, LTO, pesanti, di alto mare...), con l'unica eccezione dei liquidi del gas naturale (che in realtà non avrebbero dovuto essere mai contati come petrolio), sotto la premessa “se non si fa un investimento”. Tutto uno squillo di allarme.

Sicuramente la frase “se non si fa un investimento” è il modo politicamente corretto che usa la IEA per avvertire che “è necessario fare quest'investimento altrimenti ci mettiamo in guai seri”. Curiosamente, una delle barre si riferisce all'anno 2013, che sta per finire, per cui la diminuzione osservabile rispetto ai livelli del 2012 sembra indicare che la produzione sta già diminuendo in modo significativo.

Per concludere con la mia analisi della parte C, mi piacerebbe evidenziare la seguente figura, che ci mostra come la IEA si aspetta che vari la produzione di petrolio in alcuni paesi del mondo da qui al 2035.

Si vede che tutta la crescita della produzione di petrolio greggio si affida all'Iraq (e sappiamo quanto sia tutto esagerato), Brasile (cosa che sembra poco probabile ad oggi) e Kazakhstan (del quale un giorno parleremo). Per sottolineare che paesi come l'Arabia Saudita o il Kuwait sono giunti al loro massimo di produzione. 

La conclusione di questo rapporto è sintetizzata molto bene nell'ultima frase della presentazione alla stampa: “La transizione a un settore energetico più efficiente e a minore intensità di carbonio è più difficile in tempi di difficoltà economica, ma non meno urgente”. Un fine eufemismo che si definisce con l'ultima parola: urgente.

Saluti.
AMT





lunedì 16 dicembre 2013

Petrolio: la strada è in discesa.

Da “Oil Man”. Traduzione di MR (h/t Fabio Biagini)

Di Matthieu Auzanneau

La domanda di petrolio dovrebbe continuare a crescere e passare da 87 a 101 milioni di barili al giorno (Mb/g) da qui al 2035, secondo il rapporto della Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA) pubblicato ieri. Rispondere a questa richiesta promette di costituire una sfida la cui enormità che è stata confermata di nuovo e che viene specificata un po' meglio.

La IEA ammette che “il declino della produzione dei giacimenti esistenti sarà un grande motore di investimento nella produzione”. Per la prima volta, essa dedica un capitolo intero al problema del declino della produzione esistente. Sottotitolo del capitolo: “Il declino non sempre porta al crollo”.

A partire dall'analisi di 1.600 giacimenti che hanno superato il picco di produzione, la IEA stima il loro tasso medio di declino al 6% all'anno. Ciò significa che se l'industria smettesse oggi di investire sulla ricerca e la messa in produzione di nuove risorse, le estrazioni petrolifere mondiali precipiterebbero di circa la metà da qui al 2020 (guardate il grafico qui sotto!)

Produzione petrolifera osservabile in caso di assenza di tutti i nuovi investimenti. IEA, WEO 2013.

Questo declino naturale della produzione rappresenta un problema di una scala senza precedenti: mai finora l'industria petrolifera ha affrontato un tale tasso di caduta della produzione di un numero di giacimenti così alto.

Anche solo per mantenere la produzione al livello raggiunto nel 2012, l'industria petrolifera dovrà, da qui al 2020, sviluppare circa 34 Mb/g di capacità supplementare, stima la IEA. Questa rappresenta l'equivalente di tre Arabie Saudite. Il tasso di declino annunciato dalla IEA è ormai lo stesso che aveva evidenziato nel 2011 l'ex Amministratore Delegato della Shell, Peter Voser.

Insomma, ”la strada è dritta, ma è molto ripida”. Maledettamente ripida.

La IEA conferma incidentalmente il declino annunciato per la produzione di petrolio convenzionale, riconosciuto per la prima volta nel suo rapporto del 2010. Questa produzione di petrolio liquido classico, che fornisce i 4/5 dell'attuale offerta di combustibili liquidi, si ridurrà a 65 MB/g nel 2035 contro i circa 70 Mb/g di oggi, a giudizio della IEA. L'agenzia internazionale, incaricata di consigliare i paesi ricchi (e importatori di petrolio) membri dell'OCSE, conferma ugualmente la sua diagnosi emessa lo scorso anno di un declino in corso (Messico, Angola, Gran Bretagna, Norvegia) o imminente (Russia, Iran, Kuwai) di alcuni dei pesi massimi della produzione mondiale.

Lo sviluppo di petroli non convenzionali – sabbie bituminose, petrolio di scisto, ecc. - così come di liquidi del gas naturale (NGL) permetterà di colmare il divario crescente fra la domanda e l'offerta di petrolio greggio convenzionale, assicura la IEA.

I petroli non convenzionali e i NGL sono più difficili e costosi da produrre.

La IEA sottolinea in particolare che i pozzi petroliferi di scisto (o del substrato roccioso, per dirlo in modo più appropriato) hanno un declino ben più precoce e pronunciato di quello del petrolio convenzionale. L'agenzia prevede per la prima volta un picco della produzione di petrolio di scisto degli Stati Uniti, di cui fissa la data per il 2025. Una previsione sensibilmente più ottimista di quelle ormai avanzate dall'amministrazione Obama (picco nel 2020) e dalla segreteria generale dell'OPEC (picco nel 2017).

La IEA insiste sul futuro mantenimento dei costi di produzione molto elevati. Le spese del settore petrolifero e del gas dovranno raggiungere un nuovo record nel 2013 e superare i 700 miliardi di dollari.

Impennata dei costi degli investimenti nella produzione petrolifera e di gas dopo il 2000. IEA, WEO 2013.

La chiave del futuro della produzione mondiale di petrolio sembra essere là.
Un analista della Douglas-Westwood Associates, una delle società di consulenza più prestigiose in seno all'industria petrolifera, spiega:

“La maggior parte dei grandi produttori ora ha bisogno di un barile di Brent a 120 o 130 dollari per mantenere il loro livello attuale di dividendi insieme ai loro programmi d'investimento”.

Il gruppo francese Total ha a sua volta annunciato a settembre una forte diminuzione delle proprie spese d'investimento di capitale future, nonostante le estrazioni di greggio siano in declino dal 2004.

La domanda di petrolio negli Stati Uniti tende a ridursi quando il prezzo del barile di Brent è al di sopra dei 103 dollari; essa fa la stessa cosa in Cina quando il prezzo del Brent supera i 120 dollari, indica la società Douglas-Westwood Associates all'agenzia specializzata Platts.

L'industria petrolifera corre dunque il rischio di ritrovarsi presa in mezzo fra i costi di produzione sempre maggiori ed una domanda che non potrà soddisfare.

La produzione petrolifera mondiale e la crescita economica mondiale si sono fin qui sviluppate in modo quasi parallelo, come il prezzo del greggio e quello dei prodotti alimentari.


venerdì 13 dicembre 2013

Trasformare l'elettricità in cibo

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR

Il nostro articolo pubblicato sul “Journal of Cleaner Production”, dove discutiamo la possibilità di usare l'energia elettrica rinnovabile per alimentare tutte le fasi del processo agricolo. Per una copia di questo articolo, mandate un messaggio a ugo.bardi(aggegginostrano)unifi.it

Quando si discute di energia in agricoltura, il paradigma è la produzione di energia sotto forma di biocombustibili. Ma l'idea dei biocombustibili derivati da prodotti agricoli è un errore monumentale. La moderna produzione alimentare dipende quasi completamente dai combustibili fossili: l'agricoltura è una consumatrice di energia, non una produttrice.

Il problema è che l'esaurimento graduale sta rendendo i combustibili fossili sempre più cari. E prezzi dei combustibili più alti generano immediatamente prezzi del cibo più alti. E' accaduto, ed è un grosso problema, specie per la gente povera del mondo (il grafico sotto proviene dai dati FAO)


Così, che cosa faremo? Ci serve energia per l'agricoltura, non c'è dubbio su questo. Per ottenere questa energia potremmo tornare al lavoro umano e agli animali da soma, come in passato. E' il concetto dei “50 milioni di contadini” (nei soli Stati Uniti) proposto da Richard Heinberg. Ma il lavoro del contadino di un tempo non era per niente piacevole e nemmeno tanto efficiente. L'agricoltura preindustriale produceva solo un modesto surplus a spese di un numero di persone maggiore. Non c'è dubbio che l'arrivo della moderna agricoltura meccanizzata sia stata vista ovunque come un grande progresso nella liberazione della gente dalla schiavitù del duro lavoro manuale dell'agricoltura. (Immagine sotto -1971- per gentile concessione di Stefan Landsberger)



Così, possiamo eliminare i combustibili fossili in agricoltura senza dover tornare alle pratiche spacca-schiena del passato? Io ed alcuni colleghi abbiamo cominciato a porci questa domanda già qualche anno fa e questo ci ha portato a studiare l'idea di usare l'energia rinnovabile (NON intesa come biocombustibili) per alimentare macchine agricole. Abbiamo notato che le moderne tecnologie rinnovabili (principalmente eolico e fotovoltaico) producono elettricità e che trasformare l'energia elettrica in combustibili è costoso ed inefficiente. Così, l'idea che abbiamo sviluppato è stata quella di usare direttamente l'elettricità per alimentare l'agricoltura.

Il risultato è stati il “progetto Ramses”, che ci ha portato a sviluppare un prototipo di veicolo agricolo che non fosse solo un trattore, ma un veicolo multifunzione per diverse applicazioni, compreso l'immagazzinamento di energia (nella foto sotto, da sinistra a destra, Toufic El Asmar, Paolo Pasquini e Ugo Bardi).


Il veicolo Ramses è stato un successo come prototipo ed è stato usato in diverse attività agricole per alcuni anni, prima in Libano ed ora in Italia. Ci ha insegnato diverse cose: una è che, facendo i calcoli appropriati, oggi la meccanizzazione elettrica in agricoltura è ancora marginalmente più costosa dei motori convenzionali, basati sui combustibili fossili. A causa di questo costi marginalmente maggiori, i contadini usano ancora motori convenzionali e il Ramses è ancora solo un prototipo.

Ma le cose stanno gradualmente cambiando e, alla fine, a causa sia dell'esaurimento sia del cambiamento climatico, dovremo “svezzare” l'agricoltura dai combustibili fossili. Questa idea ci ha portati ad un esame più completo del processo agricolo. Se il Ramses ha dimostrato che possiamo usare l'energia elettrica per molte mansioni che richiedono energia meccanica, è anche vero che l'agricoltura ha bisogno di molto di più: le servono fertilizzanti, pesticidi, trasporto, refrigerazione ed altro. Possiamo svolgere tutte queste mansioni usando l'energia elettrica prodotta dalle fonti rinnovabili?

Questo è ciò di cui parla il nostro articolo recente sul “Journal of Cleaner Production” (autori Ugo Bardi, Toufic El Asmar e Alessandro Lavacchi, vol. 19, pp. 2034-2048 - 203). Si tratta di un esame esteso di come l'energia viene usata in agricoltura e di come, in futuro, potremmo ottenere questa energia dalle fonti rinnovabili, abbandonando i combustibili fossili e allo stesso tempo mantenendo alta la produttività della moderna agricoltura.

I risultati? Come potete immaginare, non sarà un'impresa facile, ma abbiamo trovato che non è neanche impossibile. Via via che le moderne rinnovabili (eolico e solare) aumentano la propria efficienza e costano meno è perfettamente possibile pensare di integrarle nel processo agricolo, prima riducendo e quindi eliminando del tutto il bisogno di usare localmente combustibili fossili.

Poi, naturalmente, la produzione agricola non è basata solo sull'uso locale di combustibili fossili: i fertilizzanti, per esempio, vengono prodotti in grandi impianti industriali, Questi impianti possono essere alimentati dall'energia rinnovabile e risulta, per esempio, che ci sono metodi conosciuti per usare l'elettricità e generare ammoniaca come fertilizzante senza bisogno di usare metano o idrogeno come materia prima. Neanche così, anche un'energia abbondante può risolvere tutti i problemi, per esempio il graduale esaurimento delle risorse minerali di fosforo. Per quello, solo una gestione accurata di ciò che abbiamo può mantenere la disponibilità dei fertilizzanti a base di fosfato necessari.

Quindi, il risultato finale del nostro studio è che le moderna energia rinnovabile può essere di incredibile aiuto all'agricoltura, ma non per l'agricoltura sprecona ed insostenibile di oggi. E' possibile trasformare l'elettricità in cibo e non abbiamo bisogno di tornare alle pratiche spacca-schiena di un tempo. Ma dobbiamo immaginare e costruire un'agricoltura che non distrugge le risorse che usa.

Per una copia del nostro articolo sul “Journal of Cleaner Production” scrivetemi all'indirizzo ugo.bardi(pispoloattorcigliatohiocciola)unifi.it