Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


domenica 27 ottobre 2013

"Science and the Future" a Torino





Comincia domani, Lunedì 28 Ottobre 2013, "Science and the Future". Il convegno organizzato principalmente dal professor Angelo Tartaglia del Politecnico di Torino sul contributo della scienza per capire e programmare (per quanto possibile) il nostro futuro.

C'è un bel gruppo di oratori - incluso il ministro del lavoro Enrico Giovannini e il segretario generale del Club di Roma Ian Johnson, che parleranno entrambi Lunedì mattina. Una bella occasione di discutere di cose di cui, normalmente non si parla. Speriamo che abbia una buona risonanza sui media!

Qui il programma del convegno



venerdì 25 ottobre 2013

L'attacco alle persone nel dibattito sul cambiamento climatico




Mi è capitato fra le mani un testo interessante dalla rivista "Psicologia"; ve ne trascrivo un pezzetto che mi è parso particolarmente rilevante al dibattito sul clima.

Ci deve essere, evidentemente una qualche forma di vantaggio nel criticare gli avversari. Gli studi in questo ambito lo confermano e lo spiegano. E' il caso delle esperienze condotte dagli psicologi George Bizer e Richard Petty (2005) effettuate con due gruppi di volontari. Quelli del primo gruppo avevano visionato un messaggio elettorale che incitava a votare per X (personaggio fittizio). Quelli del secondo gruppo avevano visionato un messaggio dello stesso tipo sul candidato X che però, in più, criticava li programma e i comportamenti di Y, l'avversario. Dopo questa prima fase, la maggior parte dei soggetti di entrambi i gruppi scelsero di votare per X. .. (poi) Bizer e Petty mostrarono a tutti quanti un messaggio che criticava la politica di X. Il risultato soprendente fu che quelli del primo gruppo, che inizialmente avevano ricevuto soltanto messaggi a favore di X, dopo le critiche cambiarono parere e scelsero Y. I partecipanti del secondo gruppo, invece, che erano stati conquistati alla causa di X con degli argomenti anti Y, restarono favorevoli a X. (Bizer G., Petty, R (2005) Political Psychology 26(4) 553.)

Ora, quelli che attaccano la scienza del clima da una posizione anti-scientifica hanno chiaramente assimilato molto bene questi concetti. Tutta la questione del "climategate" è un attacco agli scienziati che mira a demonizzarli. Quello che è preoccupante è che il lavoro di Bizer e Petty sembra risultare valido anche in questo campo: demonizzare gli avversari è efficace. La questione del "climategate" ha fatto breccia nelle menti di molta gente - si discute e si discute di fisica dell'atmosfera e di dati ma, alla fine, viene sempre fuori, "si, è tutto vero, ma gli scienziati hanno confessato di aver alterato i dati....." Per non parlare poi dei violenti attacchi personali verso i climatologi più in vista, come Michael Mann e James Hansen. Insomma, il dibattito sul clima non è uno scontro con il fioretto ma, semmai, un duello medievale con lo spadone a due mani.

Questo vuol dire che nel dibattito sul clima dobbiamo fare la stessa cosa con i negazionisti climatici, ovvero insultarli personalmente? Personalmente, direi di no per varie ragioni. Una è che in queste cose vale anche il primo principio di John Wayne che dice che "se tiri fuori la pistola, aspettati che qualcuno ti spari". Partire con gli insulti vuol dire essere sicuri di essere insultati.

Vale anche il principio espresso dal maestro Zen Hofuso Lamoto che dice "non metterti a discutere con un imbecille, chi ti sta intorno potrebbe non capire la differenza". Per cui, continuiamo a discutere con calma. In ogni caso, qualsiasi cosa facciamo, la tattica dell'insulto continuerà a venire usata contro la scienza e gli scienziati.








martedì 22 ottobre 2013

L'acidificazione degli oceani

Sovra-sfruttamento della pesca ed inquinamento sono parte del problema, dicono gli scienziati, avvertendo che un'estinzione di massa delle specie potrebbe essere inevitabile.

Da “The Guardian”. Traduzione di MR (Peak & Transition Translators Team)

Di Fiona Harvey


Il corallo è particolarmente a rischio a causa dell'acidificazione e dell'aumento delle temperature. Foto: Paul Jarrett/PA

Gli oceani sono più acidi ora di quanto lo siano stati per almeno 300 milioni di anni a causa delle emissioni di biossido di carbonio provocate dalla combustione di combustibili fossili e di conseguenza una estinzione di massa di specie chiave potrebbe essere già quasi inevitabile, hanno avvertito giovedì eminenti scienziati marini. Una revisione internazionale della salute degli oceani ha scoperto che il sovra-sfruttamento della pesca e l'inquinamento contribuiscono a loro volta alla crisi, in una combinazione mortale con altre forze distruttive che mettono in pericolo la vita marina, dalla quale dipende la vita di miliardi di persone per il nutrimento e i mezzi di sussistenza.

Nell'avvertimento più duro mai fatto sulla minaccia alla saluta dell'oceano, l'International Programme on the State of the Ocean -IPSO (Programma Internazionale sullo Stato degli Oceani) ha detto: “Questa [acidificazione] è senza precedenti nella storia conosciuta della Terra. Stiamo per entrare in un territorio sconosciuto di cambiamento dell'ecosistema marino e stiamo esponendo degli organismi ad una pressione evolutiva intollerabile. La prossima estinzione di massa potrebbe essere già iniziata”. L'IPSO ha pubblicato le sue scoperte nel rapporto sullo Stato degli Oceani, raccolto ogni due anni dal monitoraggio globale a da altri studi di ricerca.

Alex Rogers, professore di biologia all'Università di Oxford ha detto: “La salute dell'oceano si sta degradando vertiginosamente di gran lunga più rapidamente di quanto avessimo pensato. Stiamo assistendo a un cambiamento più ampio, che avviene rapidamente e gli effetti sono più imminenti di quanto previsto precedentemente. La situazione dovrebbe essere la preoccupazione più seria per ciascuno, visto che tutti saremo colpiti dai cambiamenti nella capacità dell'oceano di sostenere la vita sulla Terra”.

Il corallo è particolarmente a rischio. L'aumentata acidità scioglie gli scheletri di carbonato di calcio che danno forma alle strutture delle barriere coralline e le temperature in aumento portano allo sbiancamento dove i coralli perdono le proprie alghe simbiotiche dalle quali dipendono. Il rapporto che gli attuali impegni dei governi del mondo per il taglio delle emissioni di carbonio non andranno abbastanza lontano e abbastanza rapidamente per salvare molte delle specie delle barriere coralline del mondo. C'è un ritardo temporale di diversi decenni fra il carbonio emesso e gli effetti sui mari, il che significa che un ulteriore acidificazione ed un ulteriore riscaldamento degli oceani sono inevitabili, anche se riducessimo drasticamente e molto rapidamente le emissioni. Non c'è traccia di questo, con le emissioni di gas serra ancora in aumento.

I coralli sono vitali per la salute della pesca, perché agiscono come asili per i giovani pesci e le specie più piccole che forniscono cibo per quelle più grandi.

Il biossido di carbonio nell'atmosfera viene assorbito dai mari – almeno un terzo del carbonio che gli esseri umani hanno liberato si è dissolto in questo modo, secondo l'IPCC – e li rende più acidi. Ma l'IPSO ha scoperto che la situazione è ancora più terribile di quella prevista dai migliori climatologi nel loro rapporto di riferimento la settimana scorsa.

Assorbendo carbonio e calore dall'atmosfera, gli oceani del mondo hanno protetto gli esseri umani dagli effetti peggiori del riscaldamento globale, dicono gli scienziati marini. Ciò ha rallentato il tasso di cambiamento climatico sulla terraferma, ma i suoi effetti profondi sulla vita marina si stanno comprendendo solo adesso.

L'acidificazione nuoce alle creature marine che dipendono dal carbonato di calcio per costruire le barriere coralline e le conchiglie, così come al plancton e ai pesci che dipendo da esso. Jane Lubchenco, ex direttrice del National Oceanic and Atmospheric – NOAA degli Stati Uniti e biologa marina, ha detto che gli effetti si sono già fatti sentire nella pesca di alcuni tipi di ostriche, dove le giovani larve non riuscivano a svilupparsi in modo appropriato dove i tassi di acidità sono maggiori, come sulla costa occidentale degli Stati Uniti. “Possiamo realmente vedere questo che accade”, ha detto. “Non è una cosa lontana nel futuro. E' davvero un problema molto grande”.

Ma i cambiamenti nella chimica dell'oceano vanno oltre, dice Rogers. Gli animali marini usano segnali chimici per percepire il proprio ambiente e localizzare prede e predatori e ci sono prove che la loro capacità di fare questo sia stata compromessa in alcune specie.

Trevor Manuel, un ministro del governo del Sud Africa e co-presidente della Commissione Oceanica Globale (Global Ocean Commission - GOC), ha chiamato il rapporto “un assordante campanello d'allarme sui grandi impatti dell'umanità sugli oceani globali”. “A meno che non ripristiniamo la salute degli oceani, vivremo le conseguenze sulla prosperità, il benessere e lo sviluppo. I governi devono rispondere in modo urgente come nei casi di minacce nazionali – a lungo termine, gli impatti sono altrettanto importanti”, ha detto.

Gli attuali tassi di rilascio di carbonio negli oceani sono 10 volte più rapidi di quelli che hanno preceduto l'ultima grande estinzione di specie, che è stata l'estinzione del Massimo Termico del Paleocene-Olocene, circa 55 milioni di anni fa. Gli scienziati dell''IPSO possono dire che l'attuale acidificazione dell'oceano è la più alta in 300 milioni di anni, secondo le registrazioni geologiche.

Essi hanno richiamato ad un'azione forte dei governi per limitare le concentrazioni di carbonio nell'atmosfera a non più di 450 ppm i biossido di carbonio equivalente. Ciò richiederebbe riduzioni urgenti e profonde nell'uso di combustibili fossili.

Nessun paese del mondo sta affrontando in modo proprio lo sfruttamento della pesca, ha scoperto il rapporto, e i quasi due terzi stanno miseramente fallendo. Almeno il 70% della popolazione mondiale di pesci viene pescata troppo. Dare alle comunità locali più controllo sulla propria pesca e favorire gli operatori di piccola scala rispetto ai grandi vascelli commerciali aiuterebbe a farlo, ha scoperto il rapporto. I sussidi che guidano la sovra capacità delle flotte di pescherecci dovrebbero essere a loro volta eliminati, istituite zone di conservazione marina e le attrezzature per la pesca distruttiva dovrebbero essere proibite.  Ci dovrebbe anche essere una gestione migliore delle zone di oceano che si trovano oltre in confini nazionali dei paesi.

Il rapporto dell'IPSO ha anche scoperto che gli oceani sono stati “deossigenati” - il loro contenuto medio di ossigeno è probabile che scenda del 7% per il 2100, in parte a causa del  defluire dei fertilizzanti e delle fognature nei mari ed anche come effetto collaterale del riscaldamento globale. La riduzione di ossigeno è una preoccupazione quando le aree di forte esaurimento diventano di fatto morte.

Rogers ha detto: “La gente semplicemente non sa dei ruoli importantissimi che gli oceani giocano nel sistema terrestre. Il fitoplancton produce il 40% dell'ossigeno dell'atmosfera, per esempio, e il 90% di tutta la vita negli oceani. Siccome gli oceani sono così vasti, ci sono ancora aree che non abbiamo mai visto veramente. Abbiamo una percezione molto limitata di alcuni dei processi biochimici del più grande ecosistema del mondo”.

I cinque capitoli del rapporto sullo Stato degli Oceani sono è un riassunto che è stato pubblicato sul Marine Pollution Bulletin, una rivista peer-review.

lunedì 21 ottobre 2013

La crisi della civiltà

Nafeez Mossadeq Ahmed parla della crisi della civiltà in un film di Dean Puckett. Dura oltre un'ora, ma vale la decisamente la pena di vederlo. Sottotitoli in Italiano di Massimiliano Rupalti.



venerdì 18 ottobre 2013

La vera ragione per cui non abbiamo agito rispetto al cambiamento climatico? Non siamo attrezzati per farlo

Da “The Guardian”. Traduzione di MR (Peak & Transition Translators Team)

I climatologi del IPCC meritano un elogio per il fatto di continuare la lotta con un altro rapporto – generalmente gli esseri umani preferiscono negare




“L'IPCC sembra ipotizzare che non abbiamo ancora raggiunto la massa critica di conoscenza in cui la scienza galvanizza l'azione … Ma stiamo davvero soffrendo di una mancanza di conoscenza” Foto: Jim Reed/ Jim Reed/Corbis



26 September 2013

Venerdì, a Stoccolma, i climatologi dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) lanciano l'ultimo rapporto sulla scienza del clima. Hanno confezionato la loro saggezza accumulata in una agile sintesi per i politici. E questa è solo il primo di una serie di eventi. Lunedì, l'IPCC pubblicherà il rapporto completo di circa 1.000 pagine. Nella primavera del 2014 ci sarà un altro rapporto sugli impatti del cambiamento climatico e poi un altro sulla mitigazione e l'adattamento. Per ottobre del prossimo anno, il momento per il quale è programmata la pubblicazione della sintesi finale, tutto ciò avrà prodotto qualcosa nell'ordine delle 3.000 pagine, piene di fatti e cifre, per documentare quello che sappiamo sul cambiamento climatico, cosa sappiamo delle conseguenze e come possiamo affrontarle.

Francamente, siamo già passati di qui. Ogni cinque o sei anni, l'IPCC cerca di scuoterci con un'altra valanga di carta. Ci sono stati quattro rapporti di valutazione dal primo apparso nel 1990 e questo è il quinto. Ogni rapporto è più dettagliato e più sicuro della natura umana del cambiamento climatico, ma essenzialmente è più della stessa cosa. L'IPCC sembra ipotizzare che non abbiamo ancora raggiunto la massa critica di conoscenza dove la scienza galvanizzerà l'azione, quindi produce un rapporto dopo l'altro. Ma stiamo davvero soffrendo di mancanza di conoscenza?

Molto era già conosciuto circa l'aumento delle temperature, il livello del mare, la fusione delle calotte glaciali e gli eventi atmosferici estremi quando i politici si sono incontrati a Copenhagen nel 2009. Ciononostante non sono riusciti ad accordarsi su un'azione significativa. Quindi chiaramente questo non riguarda la mancanza di comprensione. C'è qualcosa di nobile nella fede incrollabile del IPCC nel potenziale di trasformazione della conoscenza. Ma allora perché gli ultimi quattro rapporti non hanno avuto effetti tangibili? Alcuni attribuiscono ciò alla situazione di stallo politico e questo in effetti può essere parte della spiegazione. Ciononostante, mi sembra che il nostro fallimento collettivo nell'affrontare il cambiamento climatico non sia semplicemente dovuto all'impasse politico o all'insufficiente conoscenza. Ci dev'essere qualcos'altro in atto.

E questo qualcos'altro ha molto a che fare col modo in cui siamo attrezzati come esseri umani. Spesso preferiamo negare piuttosto che affrontare i nostri problemi, per quanto possano essere ineludibili. Spesso ci sottraiamo alle responsabilità per la nostra parte del casino e speriamo che gli altri faranno le pulizie. Abbiamo una tendenza immorale all'ambivalenza quando sentiamo che il conto sarà pagato da stranieri lontani o dalle future generazioni. E siamo restii ad accettare come vero qualcosa che potrebbe mettere a rischio il nostro amato stile di vita. Pertanto, alcuni di noi sono più che disposti ad ascoltare i ciarlatani che ci dicono quello che vogliamo sentire, per esempio che il cambiamento climatico è una bufala e che dovremmo pensare positivo e tutto andrà bene.


Non fosse causato dall'uomo, si sarebbe tentati di dire che il cambiamento climatico è un problema che viene dall'inferno. Ha tutte le caratteristiche di un problema che non può essere risolto e forse nemmeno gestito. Ma alcune persone semplicemente non sono disposte a mollare. La posta in gioco è troppo alta per far questo e mentre la credenza nel potenziale trasformativo della conoscenza potrebbe essere eroica, non abbiamo niente di meglio. I climatologi dell'IPCC non possono essere elogiati a sufficienza per il fatto di tenere duro contro ogni difficoltà.



giovedì 17 ottobre 2013

La rana è stanca


Da “The frog that jumped out”. Traduzione di MR (Peak & Transition Translators Team)

Di Ugo Bardi

Dal blog “Il pessimista razionale  - The Rational Pessimist” - un post che fornisce molto cibo per la mente. Perché l'IPCC continua a fare in continuazione lo stesso rapporto, quando la gente ci si fa un bello sbadiglio sopra?

Il nuovo rapporto del IPCC e la fatica del cambiamento climatico

Sei anni fa, l'uscita del Quarto Rapporto di Valutazione (AR5) del IPCC ha causato una considerevole agitazione. Sospetto che la pubblicazione del Quinto Rapporto di Valutazione (AR5), con la prima puntata in arrivo questa settimana, sarà accolto da uno sbadiglio.

Cosa è cambiato? Citerei quattro grandi fattori: 1) la Grande Recessione, 2) la campagna ben coordinata e finanziata di scetticismo climatico, 3) lo iato nell'aumento delle temperature e, ultimo ma non meno importante, 4) la fatica del cambiamento climatico. Io sospetto in più che anche se da 1) a 3) non fossero avvenuti, 4) da solo sarebbe stato sufficiente a rompere l'inerzia di ogni azione per mitigare il cambiamento climatico.

Quindi, perché non possiamo mantenere la concentrazione su quella che dev'essere la minaccia più grande affrontata dall'umanità negli ultimi 10.000 anni? Forse perché il ritardo fra causa ed effetto, che nel caso del cambiamento climatico è misurato in decenni piuttosto che in anni, è troppo grande.

In passato, credevo che l'assicurazione sulla vita offrisse una speranza come modello di comportamento per valutare i rischi a lungo termine visto che l'industria è costruita su individui che valutano le conseguenze per decenni nel futuro. Ma nel caso dell'assicurazione sulla vita, gli individui possono prendere una pugnalata nella distribuzione del rischio futuro considerando la distribuzione del rischio attuale.

Una donna sulla ventina con bambini piccoli sa che c'è una possibilità esterna che essa (o il suo compagno) possa morire a causa di un attacco di cuore, un ictus o un cancro nei sui 30 o 40 anni. Perché Perché a parte poche centinaia di amici e conoscenti coi quali è entrata in contatto negli anni, essa probabilmente conosce, direttamente o indirettamente, più di una persona morta giovane. In breve, l'assicurazione sulla vita si fonde bene con una narrativa della vita personale di un individuo.

Ma il cambiamento climatico no. Il rischio è astratto nella misura in cui non c'è connessione con l'esperienza di vita di gran parte della gente. Anche i diagrammi dei tizzoni ardenti del Terzo Rapporto di Valutazione (TAR) del 2001 fa un lavoraccio nel comunicare il rischio (ed anche questo è stato escluso dal AR4 per motivi politici come potete leggere qui), visto che è solo una rappresentazione di categorie generali di rischio e non è basato sulle esperienze che gli individui possono interiorizzare:


Pertanto, mentre l'unità di misura decennale è appropriata per misurare la portata e gli effetti del riscaldamento globale antropogenico (AGW) appare troppo lunga perché l'azione sociale e politica si coalizzino. Ciononostante, il AGWsi muove alla velocità della luce se confrontato al cambiamento climatico naturale.

Il climatologo Stefan Rahmstorf, scrivendo nel blog tenuto da scienziati Real Climate, mette in evidenza un recente saggio di Marcott et al su Science che ricostruisce la temperatura globale a ritroso a oltre 11.000 anni fa. Questo periodo, chiamato Olocene, comprende gli anni da quando è finito l'ultimo periodo glaciale, che è generalmente commisurato all'ascesa della civiltà umana.


Come potete vedere, ci stavamo felicemente avviando al rallentatore verso una nuova era glaciale quando abbiamo cominciato a bruciare combustibili fossili. Rahmstorf poi ci fornisce gentilmente un grafico che aggiunge la storia pregressa della temperatura durante l'ultima era glaciale più la stima centrale del IPCC della temperatura fino al 2100 basata sulla traiettoria più probabile di emissione da combustibili fossili. Il cambiamento di passo è ovvio, ma non è ancora abbastanza veloce da avere un impatto sulle aspettative future degli elettori.


Senza alcuna urgenza visibile di mitigare le emissioni fra la maggior parte della popolazione, sembra che siamo ridotti a pregare che a) che la sensibilità climatica alla CO2 di manifesti nel limite minimo delle stime e b) che questo ci dia tempo sufficiente per una tecnologia energetica non fossile di protezione da sviluppare e portata su scala prima che il cambiamento climatico estremamente pericoloso sia insediato.

Questo è un puro e semplice gioco d'azzardo con un'alta posta in gioco: se non abbiamo fortuna con la sensibilità e la tecnologia, ci rimane un conto orrendo in termini di effetti negativi del cambiamento climatico. Sfortunatamente, non sembra esistere un modo di trasmettere questa minaccia in un modo che si intrecci con le storie di vita degli individui.




mercoledì 16 ottobre 2013

Cementificare il pianeta: qualcuno ha detto “antropocene”?

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR (Peak & Transition Translators Team)


Questo grafico proviene da un articolo di Krausmann et al., (vedi sotto). Non una sorpresa vedere che la crescita di tutti i beni minerali è stata in aumento durante il secolo scorso. Ma ciò che impressiona è la crescita dei “minerali da costruzione” che significano sabbia, pietra, cemento e cose simili. Incredibilmente veloce: in termini di massa è il bene minerale dalla più vasta produzione sul pianeta. Ed anche in anni più recenti, non mostra segni di cedimento.

Pensate a questo: 25 miliardi di tonnellate all'anno corrispondono a più di 3 tonnellate a persona. Pensate a un cubo di 10 chili di pietra e cemento che vi viene consegnato e depositato di fronte alla vostra porta di casa ogni mattina, ogni giorno dell'anno.

Cosa guida questo processo gigantesco? Sembra che ci siamo impegnati con incredibile entusiasmo nell'impresa di cementificare il pianeta. Finora, sembra che siamo stati capaci di cementificare solo una piccola percentuale della superficie del pianeta ma, data la bellezza della crescita esponenziale, il giorno in cui avremo trasformato la Terra in una brillante palla di cemento non può essere troppo lontano.

Qualcuno ha detto “antropocene”?




lunedì 14 ottobre 2013

Apocalypse Now: L'inarrestabile cambiamento climatico antropogenico diventerà realtà per la fine del decennio e potrebbe rendere inabitabili New York, Londra e Parigi entro 45 anni, dichiara un nuovo studio

Da “DailyMail”. Traduzione di MR (Peak & Transition Translators Team)


  • Una ricerca dell'Università delle Hawaii dichiara che il cambiamento climatico antropogenico ora è inevitabile
  • La Terra si scalderà pericolosamente nei prossimi 50 anni
  • I tropici sopporteranno il peso maggiore di un disastroso aumento della temperatura di almeno 7°C 
  • Milioni di persone si dovranno spostare, milioni di specie saranno minacciate di estinzione
  • Le grandi città come New York e Londra combatteranno per sopravvivere ad un innalzamento delle temperature dalle dimensioni che gli esseri umani non hanno mai sperimentato prima

Tema caldo della ricerca: Camilo Mora e
la sua squadra prevedono che in circa
un decennio Kingston, in Giamaica, sarà
 caldo fuori scala - permanentemente, Singapore
nel 2028. Città del Messico nel  2031.
Il Cairo nel 2036.  Phoenix e Honolulu
nel 2043, mentre il riscaldamento globale
si fa strada.

La Terra sta correndo verso un futuro apocalittico, nel quale le grandi città come New York e Londra potrebbero diventare inabitabili, a causa del cambiamento climatico antropogenico irreversibile, entro 45 anni, secondo uno sconvolgente nuovo studio pubblicato questa settimana. Si potrebbe scatenare una crisi umanitaria, visto che centinaia di milioni di rifugiati climatici si riverseranno illegalmente attraverso le frontiere,  in fuga dalle conseguenze dell'innalzamento delle temperature che potrebbe lasciare intere regioni del pianeta senza vita. E mentre l'orologio del giorno del giudizio sta ticchettando, coi primi segni di cambiamento attesi per la fine di questo decennio, i ricercatori dello studio dichiarano che è troppo tardi per invertirlo e l'umanità deve prepararsi per un mondo in cui gli anni più freddi saranno più caldi di quelli che ricordiamo come i più caldi. Infatti, lo studio dell'Università delle Hawaii pubblicata in rete mercoledì nel sito della rivista Nature prevede che anche se utilizziamo tutte le risorse per fermare le nostre attuali emissioni di carbonio, i cambiamenti sono irrevocabili e li si può soltanto rimandare. Se tutto rimane com'è, New York City comincerà a sperimentare temperature drammatiche che alterano la vita dal 2047, Los Angeles dal 2048 e Londra dal 2056. Tuttavia, se le pericolose emissioni di gas serra vengono stabilizzate, New York sarà in grado di allontanare gli inevitabili cambiamenti fino al 2072 e Londra fino al 2088. Le prime città statunitensi a sentire i cambiamenti sarebbero Honoluu e Phoenix, seguite da San Diego e Orlando, nel 2046. New York e Washington avranno un nuovo clima intorno al 2047, Los Angeles, Detroit, Houston, Chicago, Seattle, Austin e Dallas, un po' più tardi. 


Deviazione climatica: questa mappa mostra le città che verranno colpite per prime dal cambiamento climatico inevitabile e in quale hanno comincerà se non viene fatto nulla per stabilizzare le emissioni di biossido di carbonio.

Futuro apocalittico? Per il 2047 New York e Washington avranno climi nuovi. Alla fine, gli anni più freddi in una particolare città saranno più caldi degli anni più caldi del passato. 

Trafalgar Square abbandonata a Londra: per il 2043, 147 città, più della metà di quelle studiate, saranno passate ad un regime di temperature più calde che va oltre le registrazioni storiche, secondo lo studio.


Il leader dello studio, Camilo Mora, ha calcolato che l'ultima delle 265 città a passare ai al suo nuovo clima sarà Anchorage, in Alaska, nel 2071. C'è un margine di errore di 5 anni nelle valutazioni. Per il 2043, 147 città – più della metà di quelle studiate – saranno passate ad un regime di temperatura più alta che va oltre le registrazioni storiche – in quella che viene chiamata Deviazione Climatica. 

Le proiezioni attuali della squadra condotta dal biologo Mora prevedono che l'epicentro del riscaldamento globale saranno i tropici che sopporteranno il peso più grande dei cambiamenti iniziali, con aumenti della temperatura che inizieranno a Manokwari o lì intorno dal 2020. Tuttavia, se le attuali emissioni venissero fermate oggi, Manokwari, che è proprio sull'Equatore, vivrebbe comunque cambiamenti della temperatura dal 2025.

Epicentro: Mora prevede che il caldo senza precedenti cominci nel 2020 a Manokwari, Indonesia

“Siamo abituati al clima in cui viviamo. Con questo cambiamento climatico, ciò che accadrà è che ci sposteremo fuori dalla zona di comfort”, ha detto Camillo Mora, il principale autore dello studio alla NBC News. “Sarà scomodo per noi come esseri umani e sarà molto scomodo anche per le altre specie”. Lo studio afferma che per il 2050 fra 1 e 5 miliardi di persone vivranno in aree con un clima senza precedenti, ha detto il coautore dello studio Ryan Longman, un dottorando dell'Università delle Hawaii. “I paesi che verranno colpiti per primi dal cambiamento climatico senza precedenti sono quelli con la minore capacità economica di reagire. Ironicamente, questi sono i paesi che sono meno responsabili del cambiamento climatico”, ha detto. “Allargando la nostra comprensione del cambiamento climatico, il nostro saggio rivela nuove conseguenze per la biodiversità ed evidenzia l'urgenza di agire ora”.


Proiezioni spaventose: Mora precede che il caldo senza precedenti inizi nel 2020 a Manokwari, in Indonesia. Poi Kingston, in Giamaica. Entro i prossimi due decenni, 59 città vivranno in quello che essenzialmente è un nuovo clima, comprese Singapore, L'Avana, Kuala Lumpur e Città del Messico. 


Il pianeta futuro: queste proiezioni del cambiamento delle temperature globale, basato su due diversi scenari, mostrano il mondo dal 1986 al 2005 e quello che si potrebbe scatenare alla fine di questo secolo con un aumento della temperatura media da 32 a 39°C.

Lo studio di Mora e dell'Università delle Hawaii, a Manoa, sposta il modo in cui i climatologi hanno esaminato finora le implicazioni delle emissioni di gas serra. Mentre molti si sono concentrati sul clima che si riscalda rapidamente nell'Artico e gli effetti sulla vita selvatica, come gli orsi polari, e anche sui livelli del mare, la squadra di Mora si è preoccupata degli effetti sulle persone – specialmente ai tropici – dove vive la maggioranza della popolazione mondiale e i cui cittadini hanno contribuito per la parte minore al riscaldamento globale.  

E' nei tropico già caldi che un aumento di solo un paio di gradi può alterare l'equilibrio della vita, menomare le colture, diffondere malattie e portare alla migrazione di massa verso climi più freschi. “Il riscaldamento nei tropici non è poi molto, ma stiamo per superare piuttosto rapidamente le recenti esperienze di temperatura. Questo sarà devastante per le specie e lo sarà probabilmente anche per le persone”, ha detto Stuart Pimm, un biologo della conservazione all'Università di Duke alla NBC News. Mora e i suoi colleghi hanno raccolto i modelli climatici globali e costruito un indice delle stime su quando un determinato punto del globo andrà oltre le temperature sperimentate della Terra durante gli ultimi 150 anni fra il 1860 e il 2005.


Perso per sempre: un nuovo studio sui tempi del cambiamento climatico calcola i le probabili date per quando le città e gli ecosistemi nel mondo avranno regolarmente ambienti caldi mai visti prima sulla base di 150 di registrazioni.

Per giungere alle loro proiezioni, i ricercatori hanno usato osservazioni, modelli computerizzati ed altri dati per calcolare il punto in cui da quel momento in poi ogni anno sarà più caldo dell'anno più caldo mai registrato durante gli ultimi 150 anni. 

Per esempio, il mondo complessivamente ha registrato il suo anno più caldo nel 2005. Il nuovo studio, pubblicato mercoledì sulla rivista Nature, dice che per l'anno 2047, ogni anno che seguirà sarà probabilmente più caldo di quell'anno torrido da record. Alla fine, l'anno più freddo in una particolare città o area sarà più caldo dell'anno più caldo nel proprio passato. “In media, i tropici vedranno un cambiamento climatico senza precedenti 16 anni prima del resto del mondo, a cominciare dal 2020 a Manokwari in Indonesia”, ha detto Mora in un a conferenza stampa coi giornalisti giovedì. Ha aggiunto che se l'umanità continua a bruciare combustibili fossili, la soglia media per quanto riguarda il pianeta è il 2047 – con temperature che aumentano di 7°C. 

Se l'emissione di gas serra vengono stabilizzate, questa data viene posticipata di soli 20 anni, come media. Ma, quei 20 anni in più acquisiti attraverso il taglio delle emissioni potrebbero rivelarsi cruciali per la sopravvivenza di molte specie, ha detto Mora. “Immaginate di essere in un'autostrada e scorgete un ostacolo sulla strada poco più avanti”, ha detto Mora. “Premete sull'acceleratore o frenate?”

“Colpire un ostacolo a minor velocità minimizzerà il danno alla macchina ed ai suoi occupanti, più o meno allo stesso modo in cui giungere ad una soglia climatica a minor velocità ridurrebbe le conseguenze per i sistemi biologici. La velocità alla quale colpiamo un ostacolo farà un'enorme differenza”. 

Deviazione climatica: il punto di non ritorno del riscaldamento globale

La deviazione climatica è il modo in cui gli scienziati monitorizzano le misure del riscaldamento globale quando l'ambiente è davvero cambiato per sempre. 
Una città o una nazione giunge ad una deviazione climatica quando la temperatura media del suo anno più freddo da quel punto in poi si prevede che sarà più alta della temperatura media del suo anno più caldo misurato nei 150 anni precedenti. 
Secondo il nuovo studio per esempio, la data della deviazione climatica di New York City è il 2047.
Questo significa che ogni anno dopo il 2047 sarà più caldo della data più calda registrata a New York dal 1860 al 2005. 
Lo studio dell'Università delle Hawaii prevede che la data della deviazione climatica del Pianeta Terra sia il 2047. Ciò indica quanto rapidamente il globo e l'umanità sono destinati a sentire gli effetti del cambiamento climatico antropogenico – almeno secondo il nuovo studio.


Rifugiati climatici: le temperature che cambiano possono rendere alcune nazioni inabitabili e portare ad una migrazione incontrollabile lungo i confini

Mora ammette che il suo studio è soggetto a variabili geografiche, dicendo che i cambiamenti che egli prevede non avverranno allo stesso tempo in tutto il mondo. Tuttavia, egli ha ridotto il margine di errore delle sue proiezioni a 5 anni in entrambi i sensi, cose che definisce 'notevole', dato che lo studio ha usato 39 diversi modelli di 21 squadre in 12 paesi.  Scettici come Eric Post, un biologo dell'Università di Stato della Pennsylvania, ha detto che mentre non è d'accordo con la precisione dello studio di Mora, come su tutto il lavoro sul cambiamento climatico, la gente e i politici dovrebbero tenerne conto. “Se la valutazione di Mora e colleghi si dimostra precisa, badate professionisti della conservazione – la corsa del cambiamento climatico non è solo iniziata, è fissata, con il traguardo dell'estinzione che incombe più vicino ai tropici”, ha scritto sulla rivista Nature. 

La ricerca di Mora lo ha portato alla conclusione che tutte le specie in ognuna delle regioni colpite da avversi aumenti di temperatura hanno tre opzioni nette. O si muovono verso un clima più fresco, o si adattano al clima più caldo o si estinguono. Tuttavia, è qui che possono sorgere conflitti fra nazioni quando la gente disperata e affamata cercherà di emigrare in massa verso nord o verso sud per sfuggire alle terre aride in cui sono giunti a vivere. “”Abbiamo questi confini politici che non possiamo attraversare facilmente. Come la gente in Messico – se il clima dovesse impazzire lì, non è che si possano spostare negli Stati Uniti”, ha detto Mora alla BBC News. 


Troppo tardi per fermarlo: la data del 2047 per quanto riguarda il mondo intero è basata sul continuo aumento delle emissioni di gas serra dalla combustione di carbone, petrolio e gas. Se il mondo riesce a ridurre le emissioni di biossido di carbonio ed altri gas, questa sarebbe rimandata al 2069, secondo Mora. 

La squadra di Mora ha scoperto che per una misura – l'acidità dell'oceano – la Terra ha già superato la soglia entrando in un regime completamente nuovo. Ciò è avvenuto circa nel 2008. Ogni anno da allora, l'acidità dell'oceano è stata più alta del precedente record, secondo il coautore dello studio Abby Frazier. Delle specie studiate, la barriera corallina sarà la prima a ritrovarsi in un nuovo clima – intorno al 2030 – ed è molto vulnerabile al cambiamento climatico, ha detto Mora. Judith Curry, una climatologa dell'Istituto di Tecnologia della Georgia, ha detto di aver trovato che l'approccio di Mora abbia più senso del massicio rapporto uscito dall'IPCC dell'ONU lo scorso mese. 

Il climatologo Michael Mann dell'Università di Stato della Pennsylvania ha detto che la ricerca “possa in realtà presentare uno scenario all'acqua di rose quando si tratta di quanto siamo vicini al superamento della soglia di diversi impatti climatici pericolosi”. “Per alcune misure, ci siamo già arrivati”, ha detto

domenica 13 ottobre 2013

Gas di scisto: la produzione comincia a calare

Da “The Oil Man”. Traduzione di MR (Peak & Transition Translators Team)

di Matthieu Auzanneau

E' lì che è cominciato il boom del gas di scisto. Ed è lì che pare che stia cominciando il declino. I giacimenti di Barnett e di Haynesville, nel sud degli Stati uniti, hanno superato il loro picco di produzione rispettivamente nel novembre e nel dicembre del 2011.

I pozzi di Barnett e Haynesville hanno finora fornito sin qui circa la metà della produzione americana di gas di scisto.

Lo sviluppo successivo del terzo giacimento nordamericano di gas di scisto, quello di Marcellus presso i monti Appalachi, compensa per ora il declino dei due precedenti. Il perseguimento dello sviluppo di Marcellus gioca un ruolo chiave per il mantenimento a livello di plateau della produzione totale di gas naturale negli Stati Uniti, stabile dall'inizio del 2012.

Evoluzione della produzione dei giacimenti di gas di scisto negli Stati Uniti, che costituiscono l'80% della produzione totale di gas di scisto. Fonte: J. David Hughes.

La produzione di gas naturale del giacimento di Barnett, situato nel bel mezzo della vasta area urbana di Dallas Fort-Worth, in Texas, si è stabilizzata a 4,84 miliardi di piedi cubici in giugno, in diminuzione del 16,5% in un anno e del 20,5% su due anni. La prima corsa verso il gas di scisto è avvenuta qui, nel cuore dell'industria americana degli idrocarburi, grazie all'impennata dei prezzi dell'energia iniziata all'inizio degli anni 2000.

Il giacimento di gas di scisto di Haynesville, a cavallo fra Texas e Louisiana, è stato il secondo ad essere sviluppato negli Stati Uniti, a partire dal 2009. Le sue estrazioni si sono ridotte di quasi un quinto dal momento del picco nel dicembre del 2011. La produzione dei pozzi situati in Louisiana ha subito un calo di non meno del 28% in solo un anno e mezzo, secondo i dati forniti da Washington.

Fonte: EIA.

Indispensabile per estrarre il gas di scisto, la fratturazione della roccia non permette di liberare il gas se non all'interno di un perimetro ristretto intorno alla zona fratturata. Di conseguenza, la produzione di un pozzo di idrocarburi di scisto di solito raggiunge il proprio massimo di produzione alla sua apertura e declina quindi molto rapidamente, spesso dai primi mesi di estrazione. Per mantenere una produzione alta, è necessario perforare incessantemente dei nuovi pozzi, da dieci a cento volte in più che per il petrolio convenzionale, secondo la direzione del gruppo Total.

Il principale produttore del giacimento di Barnett, la compagnie Devon Energy, ha già fatto cinque impianti di perforazione quest'anno, contro i dieci del 2012. “La nostra produzione a Barnett rimane stabile soprattutto perché abbiamo preso delle misure per limitare i declini della produzione esistente”, ha detto nel mese di agosto il portavoce di Devon Energy. “Tuttavia, a causa della nostra attività di perforazione ridotta, ci aspettiamo di vedere la nostra produzione crollare nel corso del secondo semestre di quest'anno”, ha precisato.

La riduzione del numero di perforazioni è la conseguenza della combinazione di due fattori, uno economico e l'altro geologico: il declino dei prezzi del gas naturale dalla fine del 2011 (esso stesso provocato dal boom del gas di scisto) e la tendenza a dover perforare i nuovi pozzi nelle zone meno ricche di idrocarburi.
Chesapeake, uno dei leader del gas di scisto negli Stati uniti, lo scorso anno ha dovuto eliminare dai sui conti non meno di 4.600 miliardi di piedi cubici di riserve dette "provate". Queste riserve, situate principalmente nei giacimenti di Barnett e Haynesville, costituivano poco meno di un quarto delle riserve totali rivendicate dalla compagnia.

Il caso della Chesapeake non è isolato.

Altri attori importanti, come BP e BHP Billiton, hanno ugualmente rivisto nettamente al ribasso nel 2012 la quantità annunciata delle loro riserve di gas di scisto. Ora è il turno della Shell, che ha espresso il desiderio di spendere i propri capitali in un altro giacimento di idrocarburi di scisto texano importante, Eagle Ford, dopo aver annunciato in luglio una forte riduzione dell'ammontare delle riserve di gas non convenzionale, riportava oggi il Financial Times.

La tendenza fa eco ad un grido d'allarme espresso l'anno scorso dal patron della Exxon, Rex Tillerson: ”Non si fanno soldi, e tutto in perdita. (...) Stiamo perdendo anche la camicia [nella faccenda del gas naturale]”.


 Ripartizione delle perforazioni nel giacimento texano di Barnett. I pozzi più produttivi, rappresentati dai puntini rossi, ricoprono le zone geologiche più ricche, gli “sweet spots”. Fonte: J. David Hugues.

Vecchia storia naturale: come le altre specie animali, gli uomini hanno la tendenza a raccogliere prima i frutti più maturi ed a portata di mano. Il destino umano scorre lungo il pendio di minor resistenza, a volte perdendosi.

Gli “sweet spots”, le zone più ricche dei giacimenti di Barnett e di Haynesville sono già state perforate intensamente. Le perforazioni future rischiano di essere meno produttive e quindi meno redditizie: bisognerebbe che fossero allo stesso tempo più numerosi per sostituire i frutti migliori già raccolti.

Le estrazioni di gas dal giacimento di Haynesville sono cominciate a decrescere malgrado l'aumento del numero di pozzi:


Prosecuzione di un forte declino iniziato o stabilizzazione? Il futuro di Barnett e di Haynesville sarà ricco di insegnamenti su cosa attenderci in seguito sul boom del gas di scisto.

Per ora le opinioni sono divergenti, da un lato gli esperti che ritengono che i tempi migliori di quei giacimenti pionieri siano terminati, dall'altro coloro che valutano che i giacimenti siano ancora ben conservati, insistendo sulla “resilienza” dell'industria texana. Tuttavia, durante gli ultimi mesi, nella stampa americana nessuno si arrischia ad ipotizzare che il declino dei giacimenti di Barnett e di Haynesville possa essere reversibile. 

Aprendo la prospettiva, sembra che per quanto visibile su scala mondiale i frutti migliori da aspettarsi dal boom del gas di scisto siano quelli che si stanno raccogliendo ora negli Stati Uniti. 

In Polonia, paese annunciato come il più promettente d'Europa, i giganti americani Exxon, Talisman e Marathon Oil hanno gettato velocemente la spugna, si lamentava a luglio The Economist. Il settimanale liberale inglese attribuisce la responsabilità alla burocrazia polacca, ma ammette anche che la geologia della Polonia si è rivelata “più difficile del previsto”. Le risorse polacche di gas di scisto si trovano sepolte più in profondità di quelle statunitensi. Una differenza che limita gravemente la redditività potenziale delle perforazioni.
In Cina, le importanti risorse potenziali sono ugualmente intrappolate a maggiore profondità che negli Stati Uniti, cosa che sembra gravare tanto quanto in Polonia sulla fattibilità dei progetti proposti, sottolinea oggi il New York Times. Inoltre, quelle risorse sono sparpagliate nel vasto territorio cinese e si trovano spesso in zone desolate difficili da raggiungere con le macchine pesanti necessarie per l'estrazione del gas di scisto, segnala l'agenzia Reuters.


Taxi che aspettano per fare il pieno a Chongqing nel 2009. Immagine Reuters.






sabato 12 ottobre 2013

Record mondiale di efficienza di una cella solare: 44,7%

Da “Qual Energia”. Traduzione di MR (Peak & Transition Translators Team)

L'Istituto Fraunhofer per i Sistemi Energetici ISE, Soitec, CEA-Seti e Il Centro Helmholtz di Berlino hanno hanno annunciato insieme di aver stabilito un nuovo record per la conversione di luce solare in elettricità usando una nuova struttura di cella solare con quattro subcelle solari. Superando la concorrenza, dopo soli 3 anni di ricerche ed inserendo la tabella di marcia a livello di classe mondiale, è stato misurato un nuovo record di efficienza del 44,7% ad un concentrazione di 297 soli.

25 settembre 2013

L'Istituto Fraunhofer per i Sistemi Energetici ISE, Soitec, CEA-Seti e Il Centro Helmholtz di Berlino hanno hanno annunciato insieme di aver stabilito un nuovo record per la conversione di luce solare in elettricità usando una nuova struttura di cella solare con quattro subcelle solari. Superando la concorrenza, dopo soli 3 anni di ricerche ed inserendo la tabella di marcia a livello di classe mondiale, è stato misurato un nuovo record di efficienza del 44,7% ad una concentrazione di 297 soli. Questo indica che il 44,7% dello spettro solare di energia, dall'ultravioletto all'infrarosso, viene convertito in energia elettrica. Questo è un grande passo verso un'ulteriore riduzione dei costi dell'elettricità solare e continua a spianare la strada per la tabella di marcia verso il 50% di efficienza.

Nel maggio del 2013, la squadra franco-tedesca del Fraunhofer ISE, Soitec, CEA-Leti e il Centro Helmholtz di Berlino avevano già annunciato una cella solare col 43,6% di efficienza. Lavorando su questo risultato, un'ulteriore lavoro di ricerca e passaggi di ottimizzazione hanno portato all'attuale efficienza del 44,7%.

Queste celle solari vengono usate in concentratori fotovoltaici (CFV), una tecnologia che raggiunge più del doppio dell'efficienza degli impianti FV convenzionali in luoghi con molto sole. L'uso a terra delle cosiddette celle solari multi giunzione III-IV, che originariamente derivavano dalla tecnologia spaziale, ha prevalso nella
realizzazione di efficienze maggiori per la conversione di luce solare in elettricità. In questa cella solare multi giunzione, diverse celle costituite da diversi materiali semiconduttori II-IV vengono impilati l'uno sull'altro. Le singole subcelle assorbono diverse gamme di lunghezze d'onda dello spettro solare.

“Siamo incredibilmente orgogliosi della nostra squadra che ora lavora già da 3 anni su queste celle solari a 4 giunzioni”, dice Frank Dimroth, Capo del Dipartimento e Capo Progetto incaricato di questo lavoro di sviluppo al Fraunhofer ISE. “Questa cella solare a 4 giunzioni contiene le nostre capacità collettive di molti anni in quest'area. Oltre ai materiali migliorati e all'ottimizzazione della struttura, una nuova procedura chiamata incollaggio a cialda gioca un ruolo centrale. Con questa tecnologia, siamo in grado di connettere due cristalli semiconduttori che altrimenti non potrebbero essere messi l'uno sull'altro con un'alta qualità del cristallo. In questo modo possiamo produrre la combinazione ottimale di semiconduttori per creare le celle solari a più alta efficienza”.

“Questo record mondiale che migliora il nostro livello di efficienza di più di un punto percentuale in meno di 4 mesi dimostra il potenziale estremo della nostra cella solare a 4 giunzioni, potenziale che risiede nelle tecniche di incollaggio e nelle competenze della Soitec”, dice André-Jacques Auberton-Hervé, presidente e amministratore delegato della Soitec. “Questo conferma l'accelerazione della tabella di marcia verso le più alte efficienze che rappresentano un contributo chiave alla competitività dei nostri sistemi CFV. Siamo molto orgogliosi di questo risultato, una dimostrazione di una collaborazione di grande successo”.

“Questo nuovo valore record rafforza la credibilità dell'incollaggio diretto dei semiconduttori che è sviluppata nel quadro della nostra collaborazione con Soitec e Fraunhofer ISE. Siamo molto orgogliosi di questo nuovo risultato, che conferma l'ampia strada che c'è nella lavorazione di semiconduttori avanzati III-IV”, ha detto l'amministratore delegato della Leti, Laurent Malier.

(Riprodotto da materiali forniti dall'Istituto Frauhofer)




venerdì 11 ottobre 2013

Cambiamento climatico: stiamo perdendo il dibattito

Da “The frog that jumped out”. Traduzione di MR (Peak Transition Translators Team)

Di Ugo Bardi


”E' uno di quei giorni in cui sento di essere sceso sul pianeta sbagliato. Un rapporto terrificante sulla rottura del clima viene salutato con indifferenza e fandonie”. (Tweet di George Monbiot)


E' uscito il nuovo rapporto dell'IPCC e ci racconta cose che sappiamo già e che la maggior parte della gente rifiuta ancora di credere o che sceglie di ignorare.

Niente di nuovo nel dibattito, non cambierà niente. La cosa migliore che potrà capitare è che il rapporto genererà un moderato interesse per qualche giorno prima di scomparire dalla sfera dei media. Nell'ipotesi peggiore, qualcuno ci troverà dentro qualcosa che può essere interpretato come un errore e questo sarà sufficiente a demolire l'intero rapporto nei media, proprio com'è accaduto al rapporto precedente con la storia della fusione dei ghiacciai himalayani.

Gli scienziati stanno ancora lavorando sulla base dell'idea che il loro lavoro sia quello di esaminare, analizzare e riportare; finita qui. Forse questa è una definizione corretta dei doveri degli scienziati in molti campi, ma gli scienziati sono anche esseri umani e, come esseri umani, devono fare di più quando le loro scoperte indicano che stiamo per affrontare un pericolo terribile, com'è nel caso del cambiamento climatico. Sono coloro che possono percepire il pericolo meglio di chiunque altro ed è una loro responsabilità quella di raccontare questo alla gente.

Immaginate di vedere qualcuno che sta per saltare da una finestra dal quarto piano. Andate lì e gli dite “come scienziato, posso dirti quale sarà la tua velocità quando arriverai a terra. Ma non ti dirò se saltare dalla finestra è pericoloso o no”.

Ora, guardate il riassunto per decisori politici del rapporto dell'IPCC e cercate la parola “pericolo” ("danger"). Non la troverete.

Facciamocene una ragione: stiamo perdendo questo dibattito. Dobbiamo cominciare a raccontare alla gente cosa pensiamo veramente del pericolo che abbiamo di fronte. Altrimenti, non c'è speranza.

(Considerazioni simili sono state espresse Clive Hamilton in un post dal titolo il rapporto dell'IPCC non farà alcuna differenza nella cultura negazionista)






giovedì 10 ottobre 2013

Comunicazione sul cambiamento climatico: modelli a confronto

Nota: L'articolo originale sul Guardian aveva un titolo totalmente stupido: "I messaggi minacciosi sul cambiamento climatico non sono efficaci" - il che non è assolutamente quello che Dan Kahan dice in questo post. Quindi, siamo giustificati a cambiare il titolo su "Cassandra", così come gli editori del Guardian sarebbero giustificati a mettere il loro titolista a fare un mestiere più consono alle sue capacità intellettuali, tipo lucidare le maniglie delle porte - UB.


In questa intervista con Yale 360, il professor Dan Kahan spiega perché gli scienziati e i media devono inquadrare la scienza in modi che abbiano miglior risonanza con il pubblico

Da “The Guardian”. Traduzione di MR


Vista dell'Oceano Pacifico sul pianeta Terra. Foto: MODIS/Terra/NASA

E' un ritornello comune: se solo la gente sapesse di più della scienza, non ci sarebbe cosi tanta contrapposizione sul problema del cambiamento climatico. Ma il lavoro pionieristico di Dan M. Kahan è andato molto avanti per dimostrare che quell'idea è sbagliata. Infatti, ha scoperto che non è la mancanza di comprensione scientifica che ha portato al conflitto sul cambiamento climatico, ma piuttosto il bisogno di aderire alla filosofia e ai valori del proprio gruppo “culturale”. Kahan, un professore di legge e psicologia alla Scuola di Giurisprudenza di Yale, dice che gli “individualisti” - coloro che credono che gli individui dovrebbero essere responsabili del proprio benessere e che non si fidano della legge o del controllo governativo – tendono a minimizzare il rischio del cambiamento climatico. Dall'altro lato, nota, ci sono coloro che identificano, col favore del gruppo del “comunitarismo”, un più ampio ruolo del governo e di altre entità collettive nell'assicurare il benessere degli individui e tendono a non fidarsi dell'attività commerciale – li vede come propensi a favorire le restrizioni sulle emissioni di gas serra.

In un'intervista con la collaboratrice di Yale Environment 360,Diane Toomey, Kahan ha sostenuto questo per rompere questa contrapposizione, il problema necessita di essere re-inquadrato in un modo che minimizzi la probabilità che le posizioni sul cambiamento climatico saranno identificate con un particolare gruppo culturale. Ci sono modi per mettere insieme la scienza con dei messaggi positivi verso il pubblico, piuttosto che minacce?” ha detto. “penso che se qualcuno crede che semplicemente non ce ne sono, penso che questa persona non abbia molta immaginazione”.

Yale Environment 360: E' stato un sentire comune in certi circoli che le persone che minimizzano la minaccia del cambiamento climatico non sono scientificamente acculturate – semplicemente non capiscono l'evidenza che sta loro di fronte. Ma la tua ricerca mostra che non è così. Infatti, la contrapposizione sul cambiamento climatico può essere ascritta al gruppo culturale di appartenenza - “individualismo” contro “comunitarismo”. Cosa credono questi gruppi opposti e come questo ha a che fare con le credenze di ognuno, o le non credenze, sulla minaccia del cambiamento climatico?

Dan Kahan: I gruppi vengono definiti dalla loro comprensione di come dovrebbe essere organizzata la società. Le persone più individualiste credono che gli individui dovrebbero essere responsabili di assicurare condizioni che consentano loro di prosperare senza l'assistenza o l'interferenza di ogni tipo di autorità o entità collettiva. Le persone più comunitarie pensano che la collettività è responsabile di assicurare le condizioni per il benessere individuale e a volte dovrebbe essere capace di assumere la precedenza sugli interessi individuali, se c'è un conflitto. Le persone più individualiste saranno più deluse dal credere che le conseguenze di attività che amano, come molte attività commerciali, stanno creando danni che avremmo dovuto limitare. Ma se crediamo che le persone impegnate nelle attività di mercato stiano creando molta iniquità, per noi sarebbe congeniale credere che quest'attività sia davvero pericolosa e che dovrebbe essere limitata.

Così, parte della teoria è che le persone abbiano una predisposizione, basata sui propri valori e sul coinvolgimento emotivo con l'informazione, a capire in un certo modo... E' importante riconoscere che è così che le persone prendono ogni tipo di informazione relativa alla scienza. Le persone hanno bisogno di accettare molto di più di quello che si sa della scienza di quanto esse siano in grado di immaginare da sole. Guarderanno sempre i propri simili, coi quali condividono le vedute.

e360: Ma stiamo parlando di una questione scientifica qui. Sta dicendo che le persone guardano verso gli scienziati che percepiscono come “simili”?

Kahan: Gran parte delle cose sulle quali le persone stanno prendendo decisioni informate che dipendono dalla scienza non saranno quelle per le quali esse hanno consultato gli scienziati. Gran parte di ciò che le persone sanno – le decisioni che prendono – è basato sulle informazioni che viaggiano attraverso ogni tipo di intermediari. Gli scienziati non vanno in TV a dare ordini. Questo non è un buon modello di come le persone vengono a sapere ciò che si sa della scienza – dalla bocca degli scienziati all'orecchio del cittadino. Le persone immaginano queste cose perché si trovano nelle reti di altre persone che fanno parte della loro vita quotidiana. E quelle reti le guidano normalmente ed attendibilmente verso ciò che è conosciuto.

e360: In uno studio che tu e tuoi colleghi avete pubblicato sulla rivista Nature Climate Change, hai scoperto che mentre l'alfabetizzazione scientifica aumenta, la contrapposizione sul cambiamento climatico di fatto aumenta a sua volta. Perché è così?

Kahan: Una volta che hai un problema che è diventato un simbolo della tua appartenenza e alla lealtà a un gruppo, fare un errore può costare davvero caro alla tua appartenenza a quel gruppo. Se avessi girato intorno al campus [di Yale] con un cartello che dicesse “il cambiamento climato è una truffa”, anche se ho una cattedra, la mia vita non sarebbe bella com'è. Sai, Bob Inglis, il deputato della Carolina del Sud, era il Babe Ruth delle valutazioni politiche conservatrici. Nessuno faceva meglio di lui [nella valutazione dei gruppi conservatori] in tutte le questioni che normalmente determinano se sei un conservatore in regola. E poi un giorno dice, “Bene, sono preoccupato dal cambiamento climatico e dall'impatto che potrebbe avere sui miei elettori e su altra gente nel paese”. Poco dopo, si ritrova senza carica perché sconfitto alle primarie. Ora, immagina che tu sia un barbiere nel quarto distretto della Carolina del Sud [che era rappresentato da Inglis al Congresso]. Pensi sia una buona idea che quando qualcuno viene a farsi la barba gli allunghi una petizione con su scritto “Salva gli orsi polari” o qualcosa del genere? Voglio dire, saresti disoccupato all'istante come lo è diventato lui. L'impatto di fare uno sbaglio relativamente al tuo gruppo di appartenenza è grande. Il costo del fare uno sbaglio sulla scienza è zero.

Così, penso che le persone, siccome in genere elaborano le informazioni in un modo che sia buono per loro, vanno prevedibilmente a formare punti di vista che le connetta al proprio gruppo.

e360: Quindi, si comportano razionalmente.

Kahan: E' un tipo di razionalità. Non devi essere un ingegnere aerospaziale o un climatologo per far questo riguardo al cambiamento climatico, perché è davvero ovvia la posizioni che ha il tuo gruppo.

e360: Parliamo di un esperimento affascinante che hai realizzato. Hai chiesto alle persone di valutare uno studio sul cambiamento climatico dopo aver letto il primo di tre articoli. Un articolo non aveva niente a che fare col cambiamento climatico, un altro chiedeva delle leggi severe sulla CO2 ed un terzo perorava la causa della ricerca sulla geoingegneria, la manipolazione dell'ambiente per compensare l'aumento della CO2. Hai scoperto che il gruppo che ha letto l'articolo sulla geoingegneria era meno contrapposto sulla validità dello studio sul cambiamento climatico. Perché dovrebbe essere così?

Kahan: Abbiamo esaminato se le persone, nel giudicare la validità delle prove sul cambiamento climatico, sarebbero state più o meno di mente aperta in base al fatto che fossero satai appena esposti a informazioni sia sulla geoingegneria sia suoi limiti del carbonio. Logicamente parlando, se le informazioni sul cambiamento climatico sono valide non dipende dal fatto che tu possa porre dei limiti di emissione del carbonio, o dalla geoingegneria, o da nient'altro. O c'è un problema o non c'è. Ma, psicologicamente, l'ipotesi era che questi due tipi di storie avrebbero determinato il significato che le persone attribuivano alle prove sul cambiamento climatico. Il significato della storia del limite di carbonio era quella che porta le persone più individualiste a resistere alle prove sul cambiamento climatico. E' un specie di messaggio che comunica che il gioco è finito. La storia della geoingegneria, d'altro canto, ha in sé certi tipi di tema che le persone che hanno un a visione del mondo individualistica trovano attraenti e stimolanti – il fatto che usiamo la nostra ingegnosità per affrontare e superare i limiti, compresi i limiti che loro stessi possono aver generato con l'uso della propria ingegnosità. Così, il solo saper che la geoingegneria era una possibilità, l'ipotesi era che questo avrebbe dato un senso alle prove successive che abbiamo mostrato loro sul cambiamento climatico, che quindi non sarebbero più state una minaccia. E misurare il risultato qui è facile: stai prendendo la situazione con mente più aperta? Ed abbiamo scoperto che lo erano e, siccome lo erano, c'era meno contrasto.
e360: E' difficile immaginare Bill Mckibben, per esempio, che modifica il suo messaggio mentre manifesta contro l'oleodotto di Keystone. McKibben, immagino, continuerà a chiedere quello in cui crede: no all'oleodotto. Mi chiedo, finché il cambiamento climatico continua, forse queste posizioni sono state troppo radicate per troppo tempo per sperare in una qualche riduzione dei contrasti.

Kahan: Non sono sicuro circa Bill McKibben. Non ci ho parlato, quindi non so cosa pensa. Ma so che [il climatologo] James Hansen pensa che dovremmo avere l'energia nucleare. Abbiamo fatto lo stesso esperimento usando l'energia nucleare [al posto della geoingegneria] ed abbiamo ottenuto effetti simili.

Penso che la sola cosa che di sicuro non funziona sarebbe uno stile di inquadramento dei problemi e di presentare le informazioni che continuano ad accentuare la percezione che le parti del dibattito siano identificate con particolari gruppi. Credo che ci siano modi – di fatto molti modi – di presentare le informazioni sul cambiamento climatico e la scienza che non hanno questo effetto. La domanda è: quali sono così e come possiamo usarli? Il punto è, ci sono modi per combinare la scienza con significati che diano fiducia alle persone piuttosto che minacciarle? Credo che se qualcuno crede che non ce ne siano, penso che questa persona non abbia una grande immaginazione.

e360: Tu offri degli esempi a livello locale – la Florida, per esempio – dove l'adattamento al cambiamento climatico ha avuto luogo senza incorrere nell'ostacolo dell'identità culturale. Perché in quei casi la dinamica individualismo/comunitarismo non si è attivata?

Kahan: La ragione per cui lì c'è il potenziale per promuovere l'impegno è che i significati sono completamente diversi. Le persone in Florida hanno avuto un problema col clima da quando ci sono arrivate. E' un clima cattivo. Viene sopraffatto dall'acqua e dagli uragani. Non è che questo sia nuovo per loro. Posso trovare materiali che sono stati distribuiti negli anni 60 che non sono poi così diversi da quelli che usano ora per cercare di spiegare alle persone perché ci dobbiamo preoccupare della penetrazione dell'acqua salata nelle falde. Ad intervalli di pochi anni bisogna fare qualcosa, visto che il livello del mare sale. Sono abituati a parlare di questo e sono abituati a parlarne coi vicini. Possono essere rossi e blu quando parlano di certi problemi nazionali, ma sono tutti soltanto dei proprietari. Il tipo delle assicurazioni lì dice una cosa e la stessa cosa dice la compagnia elettrica. Ora, le persone avranno sempre dei battibecchi, perché le scelte si devono sempre fare in politica. Ma per gli scopi di questo dibattito, sono tutti nella stessa squadra. Non c'è bisogno di inventarsi messaggi d'inquadramento intelligenti. Basta usare il modo in cui le persone parlano già di questi problemi.

e360: Stai dicendo che in Florida parlano della minaccia del cambiamento climatico senza usare le parole “cambiamento” e “climatico”?

Kahan: Le perosne parlano di clima e cambiamento climatico in Florida, ma ciò di cui parlano realmente è: come affrontiamo il problema che abbiamo sempre affrontato? Non so se ci sia un taboo nel pronunciare la parola “clima”. Ciò di cui parlano è: cosa facciamo qui in Florida?

e360: Ho inteso che hai un progetto sul tappeto ora in Florida, nel quale guardi alla comunicazione della scienza sul problema del cambiamento climatico.

Kahan: Stiamo facendo da consiglieri per diversi attori municipali che fanno parte del Southeast Florida Regional Climate Compact. Quei gruppi stanno lavorando insieme dalle quattro contee più famose della Florida per attuare una direttiva che è in realtà stata fatta passare durante la legislatura repubblicana e firmata dal governatore repubblicano nel 2011: cioè che tutti dovrebbero aggiornare i propri piani generici d'uso della terra perché si adeguino alle informazioni più recenti sull'aumento del livello del mare ed altri tipi di impatti negativi del clima. Abbiamo parlato di come creare un ambiente di comunicazione per la scienza nel quale i membri saranno ricettivi al tipo di informazioni che arrivano loro. Ma, naturalmente, molto del tempo usato per comunicare è: che ne dite delle stime di questo modello su come salirà esattamente il livello del mare? E che ne dite di quel modello? E se facciamo questa ipotesi?

Queste sono persone che decidono in posti amministrativi che prendono informazioni da scienziati e che cercano di dar loro un senso e di capire lo scambio, i costi e i benefici. Quello che cerchiamo di fare è aiutare i membri del Compact a capire quale sia la prova migliore a disposizione per comunicare la scienza.

A proposito del rapporto del 2013 dell'IPCC

Da “The Oil Crash”. Traduzione di MR. (Peak & Transition Translators Team)

Cari lettori,

Carlos de Castro ha scritto questo post sull'ultimo rapporto dell'IPCC. Un rapporto contro il quale è subito nato ogni sorta di attacco, nonostante i molti esperti che conosco lo considerino timido, secondo tanta gente impegolata con un BAU, che a questo punto è già impraticabile, questo rapporto è troppo audace (vedete, per esempio, si infervorano i commentatori nei confronti di uno degli ultimi e inquietanti articoli Antonio Ruiz de Elvira). Per concludere, considero che le riflessioni di Carlos possano essere di vostro interesse.

Saluti.
AMT

di Carlos de Castro

Cambiamento climatico e scienza (o dell'ultimo rapporto dell'IPCC del 2013)

Sinceramente devo confessare che il mio approccio ai rapporti dell'IPCC è abbastanza olistico e scettico; non vi confondete, per cortesia, con l'atteggiamento scientificamente stupido dei negazionisti (che inoltre è umanamente suicida-assassino). Finora ho dedicato più di una dozzina di ore a qualcosa che ancora “non si può” citare ufficialmente, ma sul quale anche in questa forma mi piacerebbe fare qualche riflessione.

Effettivamente, rispetto al rapporto precedente (2007) abbiamo fatto molti passi avanti nella comprensione di un fenomeno tremendamente complesso e siamo consapevoli inoltre che ci rimane ancora molta strada da fare per comprenderlo bene. Tutto questo grazie al lavoro di migliaia di scienziati-formiche che cominciano ad operare quasi come un formicaio. Il rapporto riconferma ciò che avevano già dimostrato scientificamente nel 2007: il cambiamento climatico esiste, è molto grave ed è causato principalmente dagli esseri umani.

Ma prima di continuare con la critica, lasciate che vi ricordi il caso CFC-ozono che abbiamo già dimenticato, data la nostra breve memoria collettiva. Evidenziamo alcune date: anni 30 del ventesimo secolo, vengono inventati i CFC e comincia la loro crescita esponenziale (il vero male della nostra civiltà è questo tipo di crescita e la mancanza di comprensione della stessa). All'inizio degli anni 70, alcuni scienziati cominciano ad inquietarsi per la possibile influenza che possono avere alcuni composti sullo strato di ozono. Nel 1974 queste inquietudini prendono forma nelle prime “prove” scientifiche. Molina e Rowland pubblicano un articolo che conclude così: “I CFC raggiungono la stratosfera liberando cloro”. E Stolarski e Cicerone concludono nel loro articolo: “Il cloro nella stratosfera distrugge l'ozono”. Andiamo, se è bianco e in bottiglia... Per chiunque con un briciolo di cervello sembrava logico, ma le aziende implicate (ed alcuni scienziati pagati da esse) hanno cominciato col negazionismo dell'ovvio: le prove non erano prove scientifiche e i vari Molina, Rowland e gli altri sono stati etichettati come “pazzi allarmisti”. E la società chiese queste “prove” scientifiche, che sono arrivate in un rapporto del 1989, 15 anni più tardi. L'argomento in quegli anni è diventato scottante, perché i modelli sottostimavano la realtà (non prevedevano un buco tanto grande e rapido). Ma l'umanità è riuscita alla fine a trovare la soluzione: sostituire i CFC, una cosa molto semplice che implicava solo poche aziende.

Suppongo che al lettore questo tema risuoni (lo stesso schema si è ripetuto per la connessione tabacco-cancro, piogge acide-boschi...). Non impariamo perché la nostra cultura è ancorata a molti miti che ci impediscono questo apprendimento, il più importante progresso tecnologico. Stessa cosa per il cambiamento climatico; la fisica fondamentale per la sua comprensione elementare è del diciannovesimo secolo e le prime prove scientifiche datano agli anni 60-70 del secolo scorso. Siccome il tema è molto più complesso, abbiamo tardato mezzo secolo per trovare la dimostrazione scientifica (di recente). Questo è un problema fondamentale, il nostro metodo scientifico è lento e conservativo e, per problemi pressanti (nei quali la posta in gioco è l'umanità stessa) non si sta dimostrando utile. Quasi 50 anni persi perché la società richiede dimostrazioni e non si adegua alle prove ragionevoli (e ci sono molti, molti interessi dietro)...

Chiaramente, i rapporti dell'IPCC soffrono di tutti i nostri difetti culturali. Nel rapporto precedente è stato fatto un errore che ha fatto il giro del mondo: i ghiacciai dell'Himalaya potrebbero scomparire nel 2035. E i negazionisti si sono lanciati sulla giugulare. Oggi il rapporto del 2013 sembra più diretto ad evitare i negazionisti e la loro sete di sangue che ad accettare critiche come la mia (il che lo rende più lento e conservativo del normale). Quando ho letto le notizie sui ghiacciai, la mia critica all'IPCC andava proprio nel senso opposto. In questi casi dovremmo dire: non possiamo dimostrare che i ghiacciai dell'Himalaya scompariranno nel 2035; confondiamo l'onere della prova, costruiamo una scienza non cauta, ed è così che va.

Nel rapporto del 2013 ci sono pagine dedicate alla discrepanza fra l'aumento osservato delle temperature negli ultimi 15 anni (lento) e quello previsto dai modelli (più veloce). E tuttavia si passa in punta di piedi (e quasi si tergiversa) sulla discrepanza fra la diminuzione del ghiaccio dell'Artico osservata (molto rapida) e la previsione dei modelli. Di rapporto in rapporto, le discrepanze vengono a poco a poco corrette ma, in ciò che ci interessa di più, cioè gli effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi, i rapporti e i nostri modelli sono quasi sistematicamente inferiori. Siamo sempre indietro rispetto alla realtà e non sembra che ci interessi molto. Mi riferisco al fatto che quando si pubblica un rapporto dell'IPCC sappiamo già che le osservazioni di cui disponiamo in quella data lo renderanno obsoleto, perché conservativo. Come se non stessimo giocando alla roulette russa. Richiamo la vostra attenzione, per esempio, sulla figura 9.24 del rapporto:


Nel grafico a destra vediamo le osservazioni del ghiaccio artico in settembre in nero, la media dei modelli “antichi” in azzurro e la media degli ultimi modelli in rosso. Cercate anche la Figura 12.28 alla io quale avrei già fatto riferimento nel capitolo 9 per essere più precisi.  

Il rapporto, finora, dice testualmente che un 25% dei modelli danno una tendenza uguale o maggiore della diminuzione di questo ghiaccio rispetto a quella osservata. Pensate, al posto dire che un 75% dei modelli danno una diminuzione minore di quella osservata, che è la stessa cosa, ma non lo è (e se si guarda nel dettaglio si ha un vantaggio nel “calibrare” il passato). Io invece lo avrei scritto così: “Stiamo imparando nuove retroazioni nell'interazione ghiaccio-atmosfera-mare, ma anche se i modelli afferrano sempre meglio la tendenza è very likely (molto probabile) che siano troppo limitati e che la perdita accelerata del ghiaccio artico continui con la tendenza osservata ed è very likely che nel prossimo decennio vedremo anni nei quali nei quali in settembre il ghiaccio possa considerarsi scomparso (meno di un milione di Km2). Questo è un problema per i nostri modelli, ancora non in grado di tenere conto dei cambiamenti che si osserveranno nell'albedo e nelle correnti oceaniche della zona, per cui la retroazione nel clima globale qui saranno maggiori di quelle attese”. Ma senza dubbio me lo depennerebbe il politico di turno...

Prima che uscisse il rapporto avevo già previsto che su questo tema le osservazioni lo avrebbero reso obsoleto. Sappiamo già che il ghiaccio artico in in alcuni anni a settembre molto probabilmente rimarrà senza ghiaccio prima del 2030, ma i modelli pubblicati dall'IPCC non prevedono questo prima del 2050 (in quello precedente non prima del 2085).

La cosa negativa è che si suppone che il rapporto sia la scienza che raggiunge i Policy Makers perché cambino solo leggermente il BAU. Poi, fra il 2007 e il 2013, questi politici hanno considerato un aumento del livello del mare di 50 cm, poiché il rapporto del 2007 diceva che sarebbe stato fra i 20 e i 50 centimetri, anche se sapevamo dalla scienza che sarebbe stato intorno al metro perlomeno (ed è una differenza enorme, andate subito alla figura terrificante 13.25 che se non passa inosservata forse la cancellano). 

Nel rapporto attuale si da già un forbice vicina al metro (che ancora una volta può essere considerata conservativa). Così che i progetti delle dighe olandesi dovranno essere di nuovo rifatti, le misure di adattamento proposte in Bangladesh sono diventate obsolete, ecc. Stiamo giocando alla roulette russa e la scienza ci sta invitando, involontariamente, a giocarci. Se nel mio edificio vedo un incendio ed esco correndo ad avvisare i vicini gridando “al fuoco, al fuoco!”, i vicini non aspetteranno che qualcuno dimostri loro con 90% di probabilità che io sono un tipo sincero. E se vi dicessero che dico la verità solo nel 10% dei casi, chi rimarrebbe seduto a guardare la televisione?

O cambiamo la metodologia e il modo di trasmettere la scienza in casi come la crisi energetica, la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico o questa non potrà contribuire ad una transizione non traumatica della nostra Civiltà.

Il riscaldamento globale non è ancora stato provato


mercoledì 9 ottobre 2013

Fabbriche di catastrofi


Longarone il giorno successivo alla catastrofe (foto tratta dal libro  “Sulla pelle viva” )

Di Silvano Molfese

Il Vajont può essere preso come emblema di una catastrofe artificiale. La diga fu costruita dalla SADE pensando ai milioni di kWh che si sarebbero aggiunti alle altre centrali idroelettriche gestite da questa grande impresa. Il 9 ottobre del 1963 franò il monte Toc. La frana fu cosi grande da causare quasi duemila morti, la distruzione di Longarone e di altri centri abitati nonché una duratura perdita di boschi e pascoli. Come accadde una tragedia cosi grande?

Si potrebbe spiegare il disastro dicendo che la realtà geologica del monte Toc fu oscurata, agli occhi dei progettisti, dai potenziali profitti della diga sul Vajont. Al contrario, gli abitanti di Erto e Casso, in prevalenza contadini, sapevano che il terreno poteva franare. Fin dall’inizio Tina Merlin seguì le vicende legate alla costruzione della diga e sostenne i diritti e le argomentazioni dei montanari di Erto Casso.  Tina Merlin fece una costante e documentata denuncia dei gravi rischi che le comunità del Vajont correvano; figlia di contadini, era una giornalista comunista e l’argomento fu preso a cuore da un partito politico: in Italia, nel clima della guerra fredda, il rischio della frana fu considerato anche come una presa di posizione partitica.  

L’energia idroelettrica è una fonte rinnovabile; comunque è bene rammentare anche gli altri elementi dell’ecosistema soprattutto quando gli impianti sono mastodontici (*). I contadini di Erto e Casso vedevano nelle montagne il sostentamento per se e per il loro bestiame, sebbene in condizioni dure,  ed erano consapevoli che il “Toc, monte malato; Salta, monte che trema.” (Merlin, 2000)

Nella mente dei progettisti di quella grande impresa, la SADE, invece svaniscono gli abitanti della valle; nella diga vedono solo la produzione di elettricità: tanta energia tanti incassi.  Con l’energia elettrica lavorano le industrie e noi italiani siamo poveri di energia rispetto agli altri paesi dell’Europa industriale: adesso possiamo produrcela da soli! E poi sempre più spesso anche in Italia i contadini possono diventare operai ed avere il mensile, anche loro possono maneggiare più soldi e permettersi l’elettricità in casa.

“Fra l'energia solare naturale - che è la vita dell'ecosistema - e la tecnologia solare ci sono di mezzo le strategie dei tecnocrati, sulla cui saggezza è bene avere dubbi.”  ( Sertorio, 2002). Una grande impresa come la SADE, per gli investimenti che realizzava, godeva di forti sovvenzioni pubbliche, aveva acquistato un giornale ed inoltre aveva legami molto forti con i centri decisionali dello Stato: quando l’Ing. Desidera, capo del Genio Civile di Belluno, cercò di far rispettare le leggi dello Stato bloccando i lavori della diga, venne rimosso da Belluno nel giro di ventiquattro ore! (Merlin, 2000)

“La grande impresa è un prodotto degli uffici legali, non della natura.  …  Profitti e perdite per loro sono solo profitti e perdite, e questo non perché siano dirette da cattive persone, niente affatto: il calcolo finanziario è semplicemente parte integrante degli atti che conferiscono status legale alle imprese. Come dire, fa parte del loro sistema operativo. …  Questo sistema conosce solo limiti interni, di ordine finanziario; rendiconti periodici, richieste di azionisti e creditori e cose del genere. Elementi che, abitualmente, spingono a distruggere la natura, non a usarla con parsimonia.”  (Rowe, 2008)

Le dimensioni della SADE sono ben poca cosa quando si fa il confronto con le società petrolifere: queste usufruiscono di sovvenzioni pubbliche, possiedono azioni dei media, allacciano rapporti con i centri degli apparati statali a livello mondiale! Il dramma del Vajont, per quanto grande, fu locale. Oggi un grande rischio per l’umanità intera viene dalla combustione di carbone, petrolio e metano. L’ industria petrocarbonifera, nonostante le numerose evidenze scientifiche, per diversi decenni ha cercato in tutti i modi di nascondere la realtà: e cioè che concentrazioni sempre crescenti di biossido di carbonio in atmosfera comportano un aumento di eventi meteorologici estremi, della desertificazione e conseguente scarsità di cibo per la popolazione mondiale. Se continuiamo di questo passo le conseguenze saranno globali e prolungate nel tempo per molte generazioni a venire.

Sono due visioni del mondo opposte: la civiltà contadina guarda la realtà nel suo insieme pensando al futuro; l’attuale società industriale, fondata sull’uso di combustibili fossili, è portatrice di una visione riduzionista. Una visione miope conduce alla morte della nostra civiltà.

(*) Mario Silvestri faceva notare che la diga di Assuan in Egitto “   bloccando il defluire consueto del limo contenuto nell'acqua del Nilo, ha reso più sterili le acque stesse, meno pericolose da bere, ma più povere di fertilizzanti per l'agricoltura. Così parte dell'energia elettrica ricavata dallo sbarramento è utilizzata per produrre concimi artificiali, con i quali fertilizzare i terreni un tempo fertilizzati naturalmente dal limo. E la produzione di fertilizzanti si porta dietro la sua scia di veleni chimici, difficili da abbattere.” (Silvestri, 1988)


Bibliografia

Merlin T. , 2000 . – Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont, 61, 167.
Rowe J. , 2008. – I beni comuni: un’economia parallela. -  State of the World 2008.  Edizioni Ambiente, 318
Sertorio L., 2002 . -  Storia dell’abbondanza. Bollati Boringhieri, 99
Silvestri M., 1988 . - Il futuro dell’energia. Bollati Boringhieri, 129