Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


mercoledì 27 febbraio 2013

Cambiamento climatico: anche la terra sotto i nostri piedi...

Da “Transition Culture”. Traduzione di MR



Oggi abbiamo un guest post di Chris Bird, autore di “Local Sustainable Homes

Siamo tristemente abituati all'impatto del cambiamento climatico nel meteo e nei livelli del mare, ma cosa ne sappiamo della terra sotto ai nostri piedi? Che ne sappiamo delle parti dure che costituiscono la crosta del pianeta e che gli scienziati chiamano litosfera? Siamo certi che non saranno colpite dal riscaldamento globale? In realtà lo saranno e forse già lo sono. E' probabile che il riscaldamento globale causi un aumento dell'attività sismica come terremoti ed eruzioni vulcaniche, frane, tsunami ed altre cose che non sono buone per le persone. Così, come può accadere questo e dove sono le prove? 

La risposta semplice è che il riscaldamento globale riduce il peso del ghiaccio sulla terra ed aumenta il peso dell'acqua sul letto del mare. Quando è finita l'ultima Era Glaciale, 20.000 anni fa, circa 52 milioni di chilometri cubici d'acqua furono redistribuiti sul pianeta. Trovatevi una calcolatrice e passate qualche minuto a calcolarlo in tonnellate e non sarete sorpresi di imparare che questo peso colossale ha un effetto sul movimento delle placche tettoniche e sul comportamento del magma sotto i vulcani. I geologi hanno scoperto le prove che ciò ha causato grandi terremoti ad alte latitudini precedentemente coperte dal ghiaccio ed uno spettacolare aumento dell'attività vulcanica. 

Un recente saggio di Marion Jegen sulla rivista Geology ha osservato milioni di anni di storia del clima come mostrati dalla geologia del Centro e Sud America. Periodi di fusione glaciale erano seguiti aumenti di 5-10 volte nell'attività vulcanica. Tuttavia, sembra essere la velocità piuttosto che la quantità totale della fusione che prevede quanto intensivamente aumentino le eruzioni e noi siamo impegnati a causare un riscaldamento globale molto rapido!

Ci sono molte più ricerche pubblicate su questo campo e il collegamento fra il cambiamento climatico e gli eventi geologici potenzialmente pericolosi del passato è stato appurato piuttosto bene fra tutti coloro che non credono che il mondo sia stato fatto in sette giorni. Ma il livello del mare è aumentato di 130 metri dopo l'ultima era glaciale e noi attualmente ci troviamo già in un periodo caldo, quindi, quanto cambiamento in più possiamo aspettarci? Cosa succede adesso? Anche le previsioni più terribili suggeriscono un aumento di soli 2 metri per la fine di questo secolo ed è certo che questo non precipiterà le risposte geologiche? 

Mi spiace, ancora cattive notizie. Sembra che la crosta terrestre sia squisitamente sensibile al cambiamento. Per esempio, il fenomeno de El Niño nel Pacifico causa piccole variazioni nei livelli del mare che sembrano innescare un aumento dell'attività sismica nel Est del Pacifico. Inoltre, gli ultimi 300 anni mostrano una correlazione stagionale fra l'attività vulcanica ed una gamma di condizioni ambientali. La Terra non ha la pelle spessa come la nostra!



Come abbiamo visto nel giorno di Santo Stefano nel 2004 ed in Giappone nel 2011, gli eventi sismici sotto il mare possono provocare tsunami devastanti. Ho appena visto alcuni filmati su youtube per ricordarmi quanto fossero scioccanti quelle immagini e il pensiero che i futuri tsunami potrebbero essere provocati dall'uomo è orrendo. 




Gli tsunami potrebbero anche essere causati dal collasso di pendici sottomarine in conseguenza delle destabilizzazione dei depositi di idrati di gas nei sedimenti marini. Gli idrati di gas (idrati di metano o clatrati) sono solidi simili al ghiaccio costituiti da acqua e da gas come il metano, un gas serra potente. Quando le temperature del mare aumentano, questi solidi possono dissociarsi provocando il rilascio di metano e il possibile collasso delle pendici sottomarine. Possiamo solo sperare che le pressioni in aumento all'aumentare del livello del mare controbilanceranno l'effetto delle temperature in aumento per evitare questo potenziale doppio colpo di uno tsunami e del rilascio di metano. 

Non tutti i pericoli geologici associati al cambiamento climatico derivano dai cambiamenti nascosti nella crosta terrestre. Il cambiamento climatico è già associato con condizioni meteo più estreme e questo può avere conseguenze geologiche disastrose. Nel 1999 le forti piogge hanno portato al collasso di una pendice montagnosa nel nord del Venezuela. Sono morte 30.000 persone. Ci sono numerosi altri esempi più vicino a casa. Nelle Alpi europee, per esempio, alluvioni che hanno portato a movimenti di terra hanno ucciso 37 persone. Pochi anni dopo, nel 2002, il collasso di parte di una montagna sul ghiacciaio Kolka, in Russia, ha causato una valanga che ha viaggiato per 24 chilometri ed ha raggiunto velocità di circa 300 km/h. Sono morte 100 persone. La combinazione della fusione dei ghiacciai e di piogge estreme è probabile che renderà tali eventi più comuni.



I laghi di alta montagna trattenuti da dighe di roccia naturale di detriti glaciali pongono un altro pericolo. Mentre i ghiacciai fondono, questi laghi aumentano di misura e minacciano di spazzare via le dighe naturali che li contengono. Ci sono già stati esempi di tali collassi in Himalaya, col Nepal che è particolarmente a rischio. Il lago Tsho Rolpa è cresciuto di 6 volte dagli anni 50 ed è alimentato da ghiacciai che attualmente si ritirano di circa 100 metri l'anno. Un collasso improvviso qui sommergerebbe 10.000 persone. 

Gli eventi geologici collegati al clima hanno anche impatti meno diretti sull'attività umana, Lo spessore del ghiaccio ridotto sui vulcani in Islanda potrebbe portare (sta portando?) ad un aumento di attività. Il pennacchio di cenere dell'eruzione del vulcano Eyjafjallajokull in Islanda, nel 2010, ha causato una grande interruzione del traffico aereo in Europa e l'ulteriore fusione della calotta glaciale del Vatnajokull potrebbe rendere tali eventi più comuni. Potremmo aspettarci interruzioni del traffico aereo, ma ci sono altre conseguenze possibili. Un'eruzione in Islanda di sei mesi, nel 1783, ha diffuso una foschia tossica solforosa su gran parte dell'Europa con un bilancio di morti significativo.



Non c'è un quadro chiaro e certo su come il cambiamento climatico impatterà sulla terra non così solida che abbiamo sotto i piedi. In alcune aree la fusione glaciale potrebbe ridurre l'attività vulcanica e i livelli del mare in aumento potrebbero stabilizzare piuttosto che destabilizzare gli idrati di gas. Ma scherziamo col mondo a nostro rischio e pericolo e, proprio come abbiamo appena visto con l'atmosfera, il riscaldamento globale poterà probabilmente più pericolo geologico che non benefici. Abbiamo anche più ragioni di limitare il cambiamento climatico e di prepararci per un futuro incerto. 

Chris Bird

Questo articolo è basato su prove presentate da 33 scienziati su 'Forzante Climatica di Pericoli Geologici', edito da Bill Maguire e Mark Maslin. Wiley-Blackwell 2013.





lunedì 25 febbraio 2013

Piantare alberi, sciogliere l'esercito e lavorare insieme: la via toscana per sfuggire alla trappola della crescita

Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR





Probabilmente conoscete già la storia dell'uomo che ha inventato il gioco degli scacchi. Si dice che abbia presentato il gioco al re e che abbia chiesto in cambio un chicco di riso sul primo scacco, due nel secondo, quattro nel terzo e così via per tutti i 64 scacchi. La storia dice che il re accettò lo scambio solo per rendersi conto solo in seguito che la quantità di riso che avrebbe dovuto consegnare era gigantesca, più grande della quantità esistente nel mondo intero. 

La storia non dice cosa successe a quel punto, ma possiamo supporre che il re non fosse contento e che l'inventore del gioco ricevette un premio molto diverso da quello che aveva chiesto. Così, impariamo che la crescita è una trappola e che non è applicabile solo ai chicchi di riso su una scacchiera. E' sempre difficile capire le conseguenze della crescita esponenziale e chiunque può cadere nella trappola, persino intere civiltà. Oggi, stiamo ancora cercando di inseguire la mitica “crescita” che, secondo molti, risolverà magicamente tutti i problemi. Tuttavia, molti di noi hanno questa terribile sensazione che sarà tutto inutile e non solo. La sensazione è che la crescita economica ci stia portando dritti all'abisso. 

Quindi, c'è un modo per liberarsi? Non sappiamo quale sarà il nostro destino, ma ci sono stati esempi di civiltà che hanno gestito un equilibrio a lungo termine. Una è quella del Giappone del periodo Edo, un'altra è la Toscana dopo il Rinascimento. C'è stato un momento fatidico nella storia della Toscana, in cui la gente capì che la soluzione a quei tempi terribili che stavano vivendo non era crescere ma adattarsi. Avvenne gradualmente, ma possiamo individuare il punto di svolta con la signoria del Gran Duca Ferdinando I, che mise la Toscana su una strada che, in una mia personale interpretazione, posso definire con la frase “piantiamo alberi, smantelliamo l'esercito e lavoriamo insieme”. Una strada che portò ad alcuni secoli di pace (o perlomeno senza grandi guerre) e ad una moderata prosperità.

Toscana. Sfuggire alla trappola della crescita



La Toscana è una regione del centro Italia incastonata fra le montagne e il Mar Mediterraneo. E' una terra di colline e pianure dolci; di campi di grano e di cipressi, di fattorie e città fortificate. E così dal tempo degli Etruschi, i primi abitanti dell'area e dai quali deriva l'antico nome di Tuscia.

Anche se piccola e relativamente isolata, la Toscana è giunta a svolgere un ruolo importante nella storia del mondo col Rinascimento; un'era di poeti, pittori, scultori, banchieri ed esploratori. Per un po', la città principale della Toscana, Firenze, è stata il centro del mondo occidentale, il luogo del potere finanziario, il centro del commercio, il posto dove artisti, letterati e professionisti volevano andare per imparare il mestiere.

Ma l'età dell'oro del Rinascimento non è durata a lungo. I suoi tempi di maggior splendore sono stati di un secolo, o forse due. Poi, col sedicesimo secolo, iniziò il declino. Peste, carestie, crisi economica e invasioni militari, portarono gradualmente la Toscana a diventare uno dei paesi più poveri d'Europa. Tuttavia, la popolazione non è mai crollata e qualcosa è sopravvissuto dell'antico spirito di libertà e di indipendenza intellettuale. Agli inizi del diciassettesimo secolo, la Toscana diventò un rifugio per gli Ebrei che fuggivano dalle persecuzioni in Spagna. La Toscana ha conservato le proprie università ed accademie e, nel 1786, fu il primo Stato europeo ad abolire ufficialmente la tortura e la pena di morte. Quindi, il collasso della Toscana non fu totale, è stato gestito. E' stato “dolce” e non così disastroso come avrebbe potuto essere. Come è stato ottenuto questo risultato? E' una lunga storia che merita di essere raccontata. 

Crescita e collasso in Toscana 

Riemergendo dei tempi terribili della Grande Peste, nel quattordicesimo secolo, l'agricoltura Toscana fu in grado di creare le risorse necessarie per far riprendere la crescita della popolazione e per imbarcarsi in quell'era di crescita economica e di grandi realizzazioni artistiche che chiamiamo “Rinascimento”. Ma nulla può crescere per sempre: una popolazione in crescita significava che sempre più terra era necessaria per sfamarla e questo si poteva realizzare solo tagliando le foreste. Ciò, a sua volta, aprì la strada all'erosione. E l'erosione distrugge il suolo fertile che sostiene l'agricoltura. 

Ancora oggi, potete vedere quanto fosse grave il problema dell'erosione in quel tempo guardando la città di Pisa. Oggi è una città dell'entroterra ma, durante il Medio Evo, era un porto attivo e prospero. Si dice che, già nel quindicesimo secolo, il porto di Pisa avava problemi a causa dei sedimenti portati dall'Arno. Nel diciassettesimo secolo, l'interramento divenne così grave che il porto dovette essere abbandonato. I sedimenti che distrussero il porto di Pisa erano il suolo ricco che un tempo aveva sostenuto l'agricoltura toscana e, con essa, la popolazione toscana.

Col declino dell'agricoltura, il sistema economico Toscano cominciò a implodere; commercio e industria non potevano sopravvivere senza cibo. Le carestie divennero comuni. Gli orgogliosi cittadini di Firenze, la città che venne chiamata la “Nuova Atene”, cominciarono a soffrire la fame. Secondo un cronista, nel 1590, i fiorentini furono ridotti a mangiare un tipo di pane che “in altri tempi avrebbero dato ai cani e forse i cani lo avrebbero rifiutato”. 

Le città toscane declinarono anche in termini di forza militare e le città un tempo libere della Toscana caddero una dopo l'altra sotto invasori stranieri. La repubblica di Firenze cadde sotto l'attacco dell'Esercito Imperiale Spagnolo nel 1535. La repubblica di Siena cadde per mano degli eserciti alleati di Spagna  e dei Medici di Firenze nel 1555. Da quel momento, la Toscana divenne una provincia dell'Impero Spagnolo, pur mantenendo un certo grado di indipendenza. 

Piantiamo alberi, smantelliamo l'esercito e lavoriamo insieme

Sin dall'inizio, i Gran Duchi che governarono Firenze e tutta la Toscana ponevano la loro attenzione verso l'interno, alla gestione del territorio toscano. Già nel 1559, ai tempi di Cosimo I della famiglia Medici, la Toscana aveva avviato una politica di protezione dell'agricoltura con leggi severe che proibivano il taglio degli alberi negli Appennini, persino con la pena di morte! Quella politica venne continuata dai governanti seguenti e il Gran Duca Ferdinando Primo fu probabilmente il punto di svolta nell'abbandono di tutti i sogni di crescita ed espansione. 

Il monumento a Ferdinando Primo (1549-1609), Gran Duca di Toscana dal 1587 al 1609. E' stato forse il primo regnante toscano a riconoscere la fine dei tempi di crescita


Ferdinando regnò la Toscana dal 1587 fino alla sua morte, nel 1609. Egli amava dire che regnava non con la forza ma con la “sola dignità” ed il suo motto latino era: “maiestate tantum”. Fece molto per l'agricoltura, promulgando, fra le altre cose, leggi che riducevano il carico fiscale sui contadini. Andò anche più oltre parlando dei toscani come di “api operose” , intendendo che essi dovevano lavorare duramente tutti insieme. Ecco il simbolo delle api operose in una lastra di bronzo sul monumento di Ferdinando a Firenze. 

Le “Api Operose", simbolo di Ferdinando Primo. Immagine  del monumento in Piazza SS. Annunziata, Firenze.


Durante il regno di Ferdinando, rimase un qualche spirito bellicoso in Toscana e questo portò a schermaglie con l'Impero Turco. Ma, in generale, quest'era fu l'inizio di un periodo di attenta gestione del territorio, di riduzione delle spese militari, di ricerca di armonie e giustizia sociale. Potremmo definire questa politica come “piantiamo alberi, smantelliamo l'esercito e lavoriamo insieme”, anche se Ferdinando stesso non usò mai queste parole.  

I Duchi che seguirono Ferdinando Primo proseguirono in questa politica. L'agricoltura rimase un cardine della politica di governo. Le leggi che proteggevano gli alberi furono mantenute ed estese e, nel 1753, il Gran Duca Pietro Leopoldo creò l'Accademia dei  “Georgofili" con lo scopo specifico di promuovere l'agricoltura. L'accademia esiste ancora oggi ed il suo motto è “In favore della pubblica prosperità”.

Il simbolo dell'Accademia dei Georgofili, istituita a Firenze nel 1753. La scritta dice “Prosperitati Publicae Augendae” (“In favore della pubblica prosperità”)


Il governo della Toscana ridusse anche progressivamente le spese militari. La marina cessò praticamente di esistere nei primi anni del diciottesimo secolo e l'esercito creato dalla famiglia Medici fu progressivamente ridotto in forza finché non fu formalmente smantellato nel 1753 dal Gran Duca Francesco Stefano. Nuovi tipi di esercito venivano creati in quei tempi ma, fondamentalmente, la Toscana non si poteva permettere la guerra. Spesso, i suoi confini dovettero essere aperti agli invasori e questo causava meno danni che combatterli. La Toscana subì un buon numero di invasioni ma, in generale, queste guerre non portarono mai grande distruzione. Dopo la caduta di Siena, nel 1555, la Toscana non vide più una propria città assediata o bombardata fino al 1944, quasi quattro secoli dopo.

Ci volle tempo ma, alla fine, queste politiche ebbero i loro effetti nel ridurre la gravità del declino e nel riportare indietro dal collasso la Toscana. Dal diciottesimo secolo in poi, l'agricoltura potè riprendere a produrre. Le carestie non scomparvero, ma poterono essere contenute, mentre il commercio e l'industria ripartirono con una nuova rete fluviale e di strade. 

Non tutto era perfetto in questo periodo. Un problema era che la Toscana non riuscì mai veramente a stabilizzare la popolazione, che cresceva lentamente da meno di mezzo milione nel quindicesimo secolo a più di un milione nel diciottesimo secolo. Di conseguenza, rimaneva un forte pressione per trovare nuove terre agricole. Così, le norme che proteggevano gli alberi vennero allentate più di una volta. Si dice che nel 1780 un gruppo di boscaioli si inginocchiò di fronte al Gran Duca Pietro Leopoldo, implorandolo per la fame. Ne conseguì un decreto che liberalizzava il taglio degli alberi. Ma le montagne vennero riforestate e le politiche di protezione dell'agricoltura mantenute.

I giorni nostri

Col diciannovesimo secolo, la Toscana è confluita nel nuovo Stato italiano e la rivoluzione industriale ha generato una nuova fase di rapida crescita della popolazione e di espansione economica. Col miglioramento della rete dei trasporti e lo sviluppo delle ferrovie, le carestie sono diventate cose del passato. L'ultima registrata in Toscana è stata nel 1899-1899. Le foreste hanno sofferto in questo periodo di espansione, ciononostante oggi la Toscana rimane una delle regioni d'Italia con più boschi, un'eredità della politica dell'antico granducato. 

Ma i tempi sono cambiati e l'ultima ondata di fantasia costruttiva sembra voler trasformare le aree della Toscana un tempo fertili in aree che sembrano i sobborghi di Los Angeles. Con una popolazione di quattro volte più grande di quanto non fosse ai tempi delle carestie e col cambiamento climatico e la crisi petrolifera incombenti, la Toscana sta per affrontare tempi difficili. Ma abbiamo la tradizione di prenderci cura della terra che ci ha già aiutato in passato. Ci aiuterà anche nell'incerto futuro. 

Può la Toscana essere vista come un modello di “collasso morbido” per altre aree del mondo? Forse. Quantomeno ci dà una ricetta che ha funzionato al tempo dei Gran Duchi: “piantiamo alberi, smantelliamo l'esercito e lavoriamo insieme”. Non è proprio quanto stiamo facendo ora, ma potremmo imparare. 

Questa è una versione rivista di un post pubblicato nel 2006 nel blog “Transition Culture.”  E' stato uno dei miei primi post in inglese e, qualche anno dopo, mi sembra appropriato riproporlo su Effetto Cassandra con alcune modifiche e correzioni. Sono grato a Susan Kucera per avermi indotto a tornare su questo soggetto e per avermi consigliato l'analogia con la storia “dei chicchi e della scacchiera”

Note:

Gran parte dei dati che riporto sull'agricoltura toscana in tempi antichi provengono dal libro “ALPI” di Matteo Biffi Tolomei, pubblicato per la prima volta agli inizi del 800 e ripubblicato nel 2004 con una postfazione di Fabio Clauser. (Libreria Editrice Fiorentina)

Dati sulla storia dell'esercito toscano al tempo dei Gran Duchi sono piuttosto difficili da trovare, ma una descrizione può essere trovata in "Corpi armati e ordine pubblico in Italia (XVI-XIX sec.": Seminario di studi, Castello Visconti di San Vito, Somma Lombardo, 10-11 novembre 2000 Livio Antonielli, Claudio Donati Rubbettino Editore, 2003. Per una storia della marina toscana, vedere l'articolo relativo su Wikipedia.

I dati sulla popolazione della Toscana  dal Medio Evo ai giorni nostri si possono trovare nel saggio di Marco Breschi e Paolo Malanima, "Demografia e Economia in Toscana"

Un elenco delle carestie toscane fino al 1736 si può trovare su questo documento dell'Accademia dei Georgofili. Non ci sono molti dati disponibili sulla carestia del 1898-1899 che ha colpito tutta l'Italia e che è stata, probabilmente, l'ultima carestia registrata nel paese. Una descrizione può essere trovata in questo documento.







giovedì 21 febbraio 2013

“Estinzione di massa catastrofica”: probabile se le temperature salgono di 6 gradi nel prossimo secolo


Gli scienziati: gli esseri umani e gli animali dovranno adattarsi per sopravvivere.

Di Beth Brogan
Da “Common Dreams” Traduzione di MR

Un'estinzione di massa “catastrofica” è probabile entro i prossimi 100 anni se la temperatura della Terra aumenta di circa 6°C e il biossido di carbonio si accumula nell'atmosfera, questo prevedono gli scienziati che hanno studiato l'ultimo evento in cui le temperature sono aumentate rapidamente, e così tanto, 55 milioni di anni fa.


Gli scienziati prevedono che un aumento delle temperature di 6°C nel prossimo secolo avrà come conseguenza una “catastrofica” estinzione di massa e richiede che gli esseri umani e gli animali si adattino per sopravvivere (Foto: Redorbit.com)


Gli animali dovranno ridurre la loro dimensione per sopravvivere e adattarsi per esistere con un cibo meno nutriente, secondo il Bighorn Basin Coring Project, attualmente condotto da scienziati americani, britannici, tedeschi e olandesi, i quali stanno studiando l'ultimo evento nel quale la temperatura del pianeta è aumentata così rapidamente di 6°C, come riporta Climate News Network. Il Dott. Phillip dell'Università di Birminham nel Regno Unito, fra i leader dello studio, ha detto che il periodo di riscaldamento precedente “ha portato ad estinzioni catastrofiche della vita negli oceani profondi, in parte a causa dell'aumento dell'acidificazione e in parte a causa della mancanza di ossigeno”. “Ciò che preoccupa gli scienziati è che l'attuale periodo di riscaldamento richiederà soli 200 anni, se l'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha ragione”, riporta per Climate News Network l'Editore Congiunto Paul Brown. “Ciò non da a molte specie vissute a lungo, per esempio gli alberi, il tempo di evolvere e migrare. La conseguenza sarà l'estinzione di massa e per i sopravvissuti, esseri umani, animali ed insetti, ci sarà una corsa ad accaparrarsi una quantità di cibo in diminuzione e meno nutriente”. Alla domanda del Climate News Network su quale effetto avrebbe un aumento di 6°C attualmente sul pianeta, se non viene intrapresa un'azione sufficiente per frenare le emissioni , Jardine ha detto:

“Per me questo mostra soltanto quanto siano realmente pervasivi gli impatti dell'alterazione dell'equilibrio del carbonio. Anche se il cambiamento climatico futuro non fosse un argomento sufficientemente convincente da ridurre le emissioni di carbonio, l'aumento delle concentrazioni di CO2 in atmosfera ha una possibilità molto reale di ridurre la vitalità delle nostre disponibilità di cibo, compromettendo la base della catena alimentare per noi stessi e per gli animali che alleviamo e mangiamo. Se riconosciamo la presenza di temperature in aumento, allora abbiamo un fattore in più per il quale ci potremmo aspettare diminuiscano ulteriormente la dimensione degli animali che alleviamo e quindi la quantità di cibo che possiamo ottenere da loro. Direi che l'impatto di tutto questo su una popolazione umana grande ed in crescita potrebbe essere catastrofico, specialmente nel mondo in via di sviluppo e se vengono anche tenuti in conto i cambiamenti di altre risorse, per esempio l'acqua”.






martedì 19 febbraio 2013

Il Canto del Gallo

Da “The Oil Crash”. Traduzione di MR





Guest Post di Antonio Turiel

- In fin dei conti - dico - se la Francia ha invaso il Mali è per l'uranio, lo sai, no?
- Certo che si. Lo sanno tutti

Cadeva la notte, fredda, piovosa e scura, sopra Bordeaux. Mi ritrovai a guardare il mio amico, e una volta capo. Lui guardava per terra, poi proseguì con voce tranquilla

- La Francia ha 89 centrali nucleari, 59 di loro sono commerciali. L'83% dell'elettricità è di origine nucleare. Non possiamo fare a meno dell'uranio.

Non ho detto niente e abbiamo continuato a camminare. Sono vissuto per diversi anni in Francia e ho capito allora come interpretare questa curiosa dimostrazione di cinismo e pragmatismo con il quale i Francesi alla base accettano certe forme di azioni barbariche che il loro governo commette in nome de “La France” .

                                                                           * * * * *

Da alcune settimane la Francia è in guerra. Diverse migliaia di soldati e decine di mezzi blindati sono stati inviati rapidamente al fronte di battaglia in Mali. Obbiettivo: evitare l'avanzata del fronte islamico che si è ribellato nel nord del paese dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il suo timore è che il paese si trasformi in un nidi della Jihad che minacci il mondo occidentale. O questa almeno è, grosso modo, la spiegazione ufficilale.

Gheddafi si è mantenuto al potere grazie ad unità mercenarie formate a partire dalle tribù Tuareg del deserto e, alla caduta del dittatore libico, questi mercenari, con addestramento e attrezzatura militare, si sono rifugiati dai propri cugino della sponda del Mali. In Mali e in Niger da molti anni, periodicamente, si sono ribellati gruppi armati che rivendicavano migliori condizioni di vita per i Tuareg; questa volta, tuttavia, le loro capacità militari erano sensibilmente maggiori. In poco più di un anno, i Tuareg hanno preso il controllo di due terzi del paese, senza che l'esercito del Mali, debole e corrotto, potesse fare granché per fermarli: Che il problema abbia il carattere di guerra civile lo evidenzia anche che non poche unità dell'esercito del Mali siano passate dall'altra parte e mostra anche che il governo del Mali non ha l'appoggio incondizionato della sua popolazione. Di fatto, prima che la Francia cominciasse i bombardamenti l'11 gennaio entrambe le fazioni avevano concordato un cessate il fuoco e stavano negoziando un accordo di pace. Tuttavia, la Francia ha preteso di presentare il conflitto interno come una battaglia per la democrazia è contro l'integralismo islamico ed ha organizzato una coalizione di paesi africani come forza di difesa per non apparire come la vecchia colonialista che interferisce con gli affari della sua ex colonia. Ha persino ottenuto una risoluzione dell'ONU per giustificare l'intervento. L'appoggio dei suoi alleati, tuttavia, è stato tiepido. Più di qualche parola di appoggio degli Stati Uniti e alcuni aerei da carico dei suoi alleati europei, la Francia si ritrova da sola a lottare in Mali, mentre le forze della coalizione africana non arrivano. Il fatto è che la Francia ha cominciato a dispiegare le proprie truppe senza aspettare nessuno, ritrovandosi di fronte alla possibilità che il governo del Mali cadesse che i gruppi Tuareg andassero al potere.

Cosa spinge in questo modo la Francia in Mali? Non è né il petrolio né il gas, materie prime delle quali la quantità potenzialmente sfruttabile nel paese non sono significative e che si possono ottenere più facilmente in altri luoghi. Non sono nemmeno i metalli preziosi dei quali il paese è ricco. No. Ciò che spinge la Francia ad agire in questo momento è l'uranio, in una doppia prospettiva, a breve e a lungo termine. A lungo termine, lo sfruttamento delle miniere di uranio del Mali sarà fondamentale per saziare la fame gallica del materiale sopra il quale fa perno tutto il suo modello industriale e del quale vanno spesso orgogliosi, visto che considerano l'energia nucleare autoctona (nonostante che il combustibile di base, l'uranio, si prenda fuori dal paese). Le quantità di uranio sono significative ma non grandiose (si pensa che a Falea ci siano 5.000 tonnellate di uranio naturale, l'equivalente di 10 ricariche – una ogni 18 mesi – di una centrale nucleare di 1 GW) e che addirittura non sia finita la fase di esplorazione. Tuttavia, queste miniere future saranno imprescindibili un domani. A breve termine, tuttavia, la cosa per cui il Mali è cruciale è per il trasporto dell'uranio del Niger – da non confondersi con la Nigeria. Questo sì è fondamentale per l'industria francese: un terzo dell'uranio che consuma la vecchia metropoli proviene dal territorio del Niger. E le risorse di uranio del Niger sì che sono importanti, fra le maggiori al mondo:


La Francia ha subito molti contrattempi in Niger che, come il Mali, è una sua vecchia colonia. Neglia anni, i governi del Niger sono stati docili ed hanno permesso lo sfruttamento del proprio uranio a basso prezzo e senza che si dovesse assumere i danni ambientali – la maggioranza delle miniere è a cielo aperto – che questo generava, degradando le condizioni di vita del popolo del Niger, che è stato sottomesso “manu militari” quando è stato necessario. Ciò ha generato rivolte frequenti, scioperi e difficoltà crescenti per lo sfruttamento delle miniere a causa delle persecuzioni armate da parte dei gruppi separatisti vicino alla frontiera col Mali. Di fatto, alcuni esperti opinano che dietro alla precipitazione dell'azione francese ci sia la necessità di rafforzare la sicurezza delle miniere e i fatti lo confermano direttamente.

Alle difficoltà di sfruttare l'uranio del Niger, da qualche anno si è aggiunta una competizione sul campo con la Cina, che ha ottenuto alcune concessioni minerarie in Niger e che espande rapidamente le sue operazioni in quel paese. Incapace competere con un paese tanto potente, la compagnia francese Areva ha optato per cercare collaborazione in alcuni progetti minerari, anche nel tentativo di abbassare i costi. Questo perché la risorsa di cui ha tanto disperatamente bisogno la Francia è sempre più scarsa, cara e pericolosa da sfruttare e in più adesso la deve condividere.

Tutta questa penuria dei nostri cugini d'oltralpe sta in un contesto generale su scala mondiale per nulla lusinghiero: l'uranio sta diventando raro e scarso. Al momento, si sta verificando una relativa stagnazione della sua estrazione: secondo i dati della Associazione Nucleare Mondiale il 2012 è il secondo anni di seguito durante il quale l'estrazione mondiale di uranio è diminuita (54.660 tonnellate nel 2010, 54.610 nel 2011 e 5.221 nel 2012). Anche se tali oscillazioni nella produzione sono frequenti nei dati storici ed il disastro di Fukushima ha diminuito lievemente la domanda di uranio, continua ad esserci una differenza considerevole fra l'uranio estratto e quello consumato, il quale è stato finora coperto riusando l'uranio delle testate nucleari russe smantellate, secondo il programma Megatons to Megawatts. Sfortunatamente, il programma scade proprio quest'anno, il 2013, e non verrà rinnovato, quindi ci si aspetta un deficit di uranio e si preconizza uno scenario di problemi di fornitura piuttosto serio; forse l'arrivo precipitoso del temuto picco dell'uranio. Ed è in questo mercato sempre più teso dell'uranio che la Francia si sta giocando la sua raison d'être.

Questa guerra della Francia è un'altra delle guerre per le risorse, simile ad altre precedenti e ad altre che la seguiranno. La sola cosa che la differenzia e sicuramente a quelle che seguiranno è il grado di disperazione dell'aggressore. La Francia industriale che è risorta con forza nel ventesimo secolo, ora agonizza. Il suo stato finanziario non è così buono come si pensa e probabilmente sarà preda degli stessi avvoltoi che non hanno smesso di osservare la Spagna, anche se adesso si finge il contrario. La Francia si gioca una parte importante della sopravvivenza del suo modello industriale nell'assicurarsi la fornitura di uranio del Niger e del Mali. Se ora fallisse, il vacillante tessuto economico e industriale francese non potrà permettersi un'altra guerra. Questa guerra è il canto dell'orgoglioso gallo francese. Forse l'ultimo.

Saluti, AMT

giovedì 14 febbraio 2013

Possiamo fidarci di come i media ufficiali riportano le notizie sui problemi ambientali?


Guest Post di Max Iacono
Da “Cassandra's Legacy”. Traduzione di MR


Fra le varie lezioni che abbiamo imparato nel 2012 c'è anche se possiamo o no credere se realmente i cosiddetti “media mainstream” dicono la verità sui problemi ambientali. O bisogna credere che dicano il contrario ed in modi vari e diversi da rilevare?

L'ulteriore “lezione da imparare” è infatti il soggetto di un intero ed eccellente – pubblicato di recente – libro dal titolo “Project Censored 2013”, che descrive molto bene molti dei problemi importanti che i media mainstream hanno in gran parte (o per intero) censurato, o sui quali ci hanno completamente fuorviato, negli ultimi anni.

Il libro è disponibile su Amazon sia in versione Kindle sia in cartaceo. Recentemente l'ho comprato e l'ho letto. Ho pensato che la prefazione del Dr. Nafeez Mosssadeq Ahmed fosse particolarmente chiara, convincente e che riassumesse bene la situazione attuale rispetto alla censura dei media mainstream verso gli “argomenti scomodi”, in particolare quelli che interessano e preoccupano i lettori di Effetto Cassandra e che hanno a che fare con l'ambiente ed i suoi vari aspetti. Ed anche con la “scomoda verità” estrema di Al Gore, che sta diventando sempre più scomoda oggi per qualcuno, ma molto più comoda ai milioni, o persino ai miliardi, di persone che pensano che debba essere fatto urgentemente qualcosa per il cambiamento climatico. Alcuni hanno detto che il rapporto delle persone da un lato rispetto a quelle dall'altro è di 1 a 99 (o 99 a 1), ma lascerò questo aspetto quantitativo specifico da parte per il momento.

Il libro – e questo post particolare che cerca di dare un'idea dell'argomento del libro – offre anche un'ulteriore prospettiva, o amichevole avvertimento, per tutti noi riguardo gli ubiqui “media mainstream” - ed è anche una specie di seguito al mio precedente post su Effetto Cassandra dal titolo "Limiti dello Sviluppo": una storia alternativa.

In quel post ho provato ad argomentare che il vecchio libro Limiti dello Sviluppo (pubblicato per la prima volta nel 1972) avrebbe potuto essere accolto meglio – o almeno ricevuto un po' meno male e meno “demonizzato” - se avesse tenuto conto nel suo Modello del Mondo (o almeno se avesse fatto questo separatamente in modo qualitativo) non solo le variabili che ha considerato e modellato – cioè una serie di variabili economiche, industriali, di risorse, di inquinamento e demografiche tutte in interazione all'interno del modello di dinamica dei sistemi – ma avesse anche selezionato variabili quali cultura, identità, politica, scienza politica, economia politica, istituzioni della società ed ideologia.

Credo che questo secondo gruppo di variabili fossero quelle che hanno causato la “demonizzazione” del libro, una volta che il suo messaggio centrale, il fatto che sussistono limiti alla crescita e che la “crescita economica perpetua” non è possibile su un pianeta finito, emergeva chiaramente contro di esse nel cosiddetto mondo (sociale) reale. Vale a dire contro “il mondo reale” di affari, politica, economia, religione e di varie discipline accademiche e professioni e contro i loro molti rappresentanti e sostenitori. E ciò anche perché per molti di coloro che sono attivi in quelle discipline e professioni, apparentemente il “mondo reale della fisica, della chimica e della biologia” (e ecologia) purtroppo è considerato come '”piuttosto irreale”, secondario o perlomeno non particolarmente degno di seria considerazione politica o di massima priorità. E, naturalmente, un attore molto importante in quel contesto sociale allargato – ed uno che influenza e condiziona anche significativamente tutto il resto – sono i cosiddetti media mainstream (o corporativi) in tutte le loro forme. Vale a dire, i giornali, le riviste, i canali televisivi, le radio ecc. ecc. maintream, generalmente di proprietà di multinazionali, compresi alcuni media su Internet.

I media mainstream hanno “informato”, o informato male, o “disinformato e fuorviato” il pubblico rispetto al libro Limiti dello Sviluppo? E, ancora più significativo in questo momento specifico, stanno informando o disinformando attualmente rispetto alla gamma di problemi, argomenti e questioni ambientali serie in corso? E in particolare rispetto a cambiamento climatico, picco del petrolio, limiti della crescita ed altri argomenti e problemi ambientali particolarmente importanti come il metano artico, l'acidificazione degli oceani, la fusione del ghiaccio di Artico e Antartico, le riserve di pesce in diminuzione o in declino, la perdita di habitat e biodiversità, la deforestazione in corso, l'avanzamento della deforestazione e diversi altri. Il lettore può decidere su questo, ma vorrei offrirvi la seguente considerazione:

Per prima cosa, sotto segue un elenco dei 15 capitoli del libro Censored 2013 che fornisce un'idea di quali argomenti abbiano trattato coloro che hanno scritto il libro – ci sono stati diversi autori che hanno contribuito con diversi capitoli – pensano che i media mainstream abbiano censurato o sui quali ci abbiano mentito (al grande pubblico). E, inoltre, molto spesso in modi furbi e ingannevoli che sono molto difficili da rilevare, prendere in esame e smontare. E, per coloro che potrebbero essere interessati ad esaminare alcuni dei modi specifici e delle tecniche attraverso le quali i media mainstream (in questo esempio specifico il canale Fox News, ma non sono assolutamente gli unici) ci mentono e cercano di ingannarci, si può leggere il seguente articolo, molto buono, che riassume le loro 14 tecniche principali “14 tecniche di propaganda che la Fox "News" usa per fare il lavaggio del cervello agli americani”.

Alcuni degli argomenti e delle sezioni del libro in “Project Censored 2013” hanno a che fare con alcuni dei problemi principali trattati su Effetto Cassandra – cioè cambiamento climatico, picco del petrolio e limiti alla crescita – ed alcuni hanno invece a che fare con altri problemi relativi a politica, democrazia e politica interna ed estera degli Stati Uniti, che vengono spesso ugualmente censurati o sui quali si mente. E se si legge il libro si potrebbe anche considerare piuttosto adatto un possibile titolo alternativo per il libro, che mi è venuto in mente (solo come “scherzo”9 e cioè: “Progetto Smontato, Negato, Distorto, Ritardato, Cancellato e Ingannato circa i Media Mainstream” (Project Dissembled, Denied, Distorted, Delayed, Deleted, Deflected and Deceived), o forse più succintamente e umoristicamente semplice “Mainstream Media Project-7D”. In ogni caso, ecco l'elenco dei capitoli del libro:

1. “Le 25 principali storie e notizie censurate del 2011-2012. Raggruppamenti:
i) Lo stato di polizia e le libertà civili
ii) Dal “salvataggio dei banchieri” al “disordine benedetto”: notizie che possiamo usare per creare
    un'economia per il 99% delle persone
iii) Ambiente e salute
iv) Costi umani della guerra e della violenza
v) Donne e generi, razze ed etnie

2. Déjà vu: cos'è accaduto alle storie precedentemente censurate?

3. L'ozio americano: notizie da cibo spazzatura, abusi nelle notizie e la voce del muto libero

4. Democrazia dei media in azione

5. Ritorsioni della proprietà: una tassonomia dei concetti legati alla censura

6. L'1% globale della classe dominante smascherata

7. La guerra dell'informazione: come il governo sta cercando la  Total Information Awareness e ciò che questo lascia presagire per la libertà e la democrazia

8. Guerra batteriologica: come recuperare il dibattito sull'educazione dalla corruzione corporativa

9. Kent State: è stato qualcosa che ha a che fare coi diritti civili o con l'assassinio di studenti che protestavano? 

10. La tensione creativa del futuro emergente: affrontare le 7 sfide dell'umanità

11. Discorso su Guantanamo e la fabbricazione del consenso

12. Inquadrare Al-Awlaki: come gli ufficiali del governo e dei media corporativi  hanno legittimato un'uccisione mirata

13. Un'America moralmente disimpegnata: sacrificare rifugiati iracheni alla paura del terrorismo e dell'immigrazione

14. Sulla strada di Fukushima: la storia non raccontata dietro al complesso nucleare-mediatico-industriale del Giappone

15. Un'occupazione della verità: l'amministrazione indiana del Kashmir

Come conclusione, ho aggiunto sotto una citazione che contiene diversi esempi specifici riguardo a come i media mainstream hanno recentemente trattato il picco del petrolio e il cambiamento climatico, che include ciò che il Dr. Nafeez Mosaddeq Ahmed dice su ognuno di essi nella sua eccellente prefazione al libro. 

In un momento in cui il mondo affronta punti di non ritorno con l'escalation di crisi multiple, la pubblicazione di questo volume è di significato epocale. 

Mentre scrivo, un campione delle ultime notizie dei media “mainstream” illustra la natura senza precedenti della nostra attuale difficile situazione come civiltà. Il meteo bizzarro ed estremo della prima estate statunitense ha spinto un eminente scienziato del clima a dichiarare arditamente che stiamo “sicuramente vedendo in azione il cambiamento climatico”, sotto forma di finestra su un futuro in peggioramento. Disastrose ondate di calore da record, incendi e tempeste anomale sono un assaggio delle cose che arriveranno - “Questo è solo l'inizio” ha detto un meteorologo. 

Simultaneamente, il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato le sue previsioni di crescita per l'Economia americana, avvertendo che la crisi in corso nell'Eurozona, insieme col debole mercato immobiliare, rischia di innescare una recessione dal 2013, mentre il tasso di disoccupazione si trasforma in “disoccupazione maggiormente strutturale”. 

Mentre il modello defunto del capitalismo da casinò semina il terrore in casa, fa la stessa cosa all'estero. I prezzi globali del cibo sono raddoppiati fra il 2006 e il 2008 e, nonostante alcune fluttuazioni, rimangono largamente su livelli da record. Una delle cause chiave è stata la speculazione dei derivati – 13 trilioni di dollari sono stati investiti in materie prime alimentari nel 2006, poi tirati via nel 2008 e poi di nuovo reinvestiti nel 2011. I prezzi del cibo alle stelle hanno generato una crisi alimentare senza precedenti per il mondo povero in tutto il mondo in via di sviluppo. 

Ma un altro motore della crisi alimentare è il cambiamento climatico, che ha già portato le colture al fallimento nelle principali regioni-paniere per gli alimenti. Questo potrà solo peggiorare col modello “business as usual”, che ci potrebbe portare ad un minimo di 4°C di aumento [delle temperature] per metà secolo. Anche un aumento di 2°C ci potrebbe portare ad un minimo di 4°C di aumento [delle temperature] per metà secolo. Anche un aumento di 2°C porterebbe a drammatiche perdite nelle colture e all'impennata del prezzo della carne; a 4°C, le colture di riso potrebbero essere ridotte del 30%, portando a carenze globali di cibo e alla fame.  

In mezzo a questa frenesia montante di tempeste perfette, tuttavia, durante lo scorso anno i media si cono concentrati su una apparente luce alla fine del tunnel: il petrolio non convenzionale e il gas. “Il petrolio ha raggiunto il picco?” Dice un titolo del Wall Street Journal. Oltreoceano, la BBC si è chiesta: “Scarsità: è morta l'idea del 'picco del petrolio'?” Anche gli ambientalisti sono saltati sul carrozzone. Andrew C. Revkin sul New York Times ha dato “uno sguardo nuovo al lungo addio del petrolio”, mentre George Monbiot ha scritto su Guardian che “Ci eravamo sbagliati sul petrolio. Ce n'è abbastanza da friggerci tutti”.

L'essenza di questo messaggio uniforme è che i nuovi metodi di perforazione – come la fratturazione idraulica, il fracking, fra gli altri – hanno permesso all'industria dei combustibili fossili di sfruttare riserve non messe in produzione precedentemente di sabbie bituminose, petrolio di scisti e di gas di scisti, portandoli sul mercato a prezzi più convenienti di quanto finora immaginabile e trasformando effettivamente gli Stati Uniti da importatori a esportatori di petrolio.
Non dovrebbe risultare essere una grande sorpresa ai lettori di Project Censored che, ancora una volta, le notizie dei media corporativi hanno offuscato i fatti. Gli ultimi dati della Energy Information Administration (EIA) confermano che il supposto massiccio incremento della produzione di petrolio non convenzionale catapultato per lanciare il mondo in un futuro glorioso di abbondanza di petrolio – capace di sostenere i miracoli della crescita economica capitalistica ad infinitum – ha avuto un impatto trascurabile sulla produzione mondiale di petrolio. Viceversa, nonostante gli Stati Uniti producano una “offerta totale di petrolio” di 10 milioni di barili al giorno – 2,1 in più rispetto al 2005 – la produzione mondiale di greggio rimane in gran parte il plateau appena ondulato che è stato da quando ha smesso di crescere intorno a quello stesso anno. Come riportato dal corrispondente per i mercati petroliferi Gregor Macdonald, che ha lavorato in precedenza col Financial Times e la Harvard Business Review, fra le altre pubblicazioni:

“Dal 2005, nonostante una fase di transizione dei prezzi, la produzione globale di petrolio è rimasta intrappolata al di sotto del tetto dei 75 Mb/g (milioni di barili al giorno). La nuova produzione dai nuovi giacimenti e dalle nuove scoperte arriva, ma non a un tasso sufficiente per compensare i giacimenti in declino. In generale, il declino generale è stato stimato ad un minimo del 4% all'anno e di almeno il 6% all'anno. Dato che le nuove risorse di petrolio vengono sviluppate e entrano a tassi molto minori, il declino in corso presenta una sfida formidabile all'impresa di incrementare l'offerta per la quale non vedo la serie di fattori in una combinazione tale da portare la produzione globale di petrolio greggio più in alto del 2012 il prossimo anno, o da lì in avanti. 

Questo fatto assodato non è ancora stato riportato da nessun notiziario sui media o quello che sia, da nessuna parte nel mondo. Infatti, Macdonald indica che i dati della Revisione Statistica della BP mostrano che il petrolio dell'apogeo e realmente in declino. Nel 1973, il petrolio, come percentuale dell'uso di energia, ha raggiunto il picco intorno al 48,5%. 40 anni dopo, “il petrolio è ancora lì come fonte di energia primaria mondiale, con un ruolo molto ridotto come offerta di solo il 33,5% di tutto il consumo mondiale di energia. 

La disparità in quanto riportato è istruttiva. Nel giugno del 2012, la concentrazione dei media corporativi sul boom del petrolio non convenzionale ruotava intorno ad uno studio in particolare, quello del dirigente petrolifero Leonardo Maugeri – ex vicepresidente esecutivo della compagnia italiana ENI. Il rapporto non era peer-reviewed ma in quanto pubblicato al Centro Belfer per la Scienza e gli Affari Internazionali dell'Università di Harvard dal Geopolitics of Energy Project, “che è sostenuto in parte da una sovvenzione generale da parte della (stessa) compagnia petrolifera (l'ENI)”, ha concesso il WSJ. Difficilmente una prospettiva imparziale, quindi. 
Nel frattempo, una serie di rapporti peer-reviewed da parte di scienziati indipendenti pubblicati in riviste molto rispettabili da gennaio a giugno 2012 – Science, Nature e Energy – sono state oscurate dalle notizie riportate dai media corporativi. Su Energy, Gail Tverberg ha documentato che dal 2005 “l'offerta mondiale di petrolio non è aumentata”, che questa è stata “la causa principale della recessione del 2008-2009” e che “l'atteso impatto della ridotta offerta di petrolio” significherà “che la crisi finanziaria alla fine peggiorerà”. Una analisi ancora più schiacciante è stata pubblicata su Nature da  James Murray e Sir David King, il secondo ex capo dei consiglieri scientifici del governo britannico. L'analisi di Murray e King ha scoperto che nonostante l'aumento riportato nelle riserve di petrolio, la produzione di sabbie bituminose ed il gas da fracking, l'esaurimento dei giacimenti esistenti nel mondo sta ancora correndo dal 4,5 al 6,7% all'anno e la produzione ai pozzi di gas di scisto potrebbe crollare dal 60 al 90% nel primo anno di operazioni.

Un'inchiesta del New York Times del 2011 è quella curiosamente dimenticata nell'ondata di rapporti sulle opportunità aperte dal fracking che ha scoperto che “potrebbe non essere facile e a buon mercato estrarre il gas dalle formazioni di scisto in profondità, come sostengono le compagnie, secondo centinaia di e-mail delle industrie e documenti interni ed un'analisi dei dati da centinaia di pozzi”. Le e-mail hanno scoperto dirigenti industriali, avvocati, geologi di stato e analisti di mercato verbalizzare “scetticismo circa le previsioni rosee” e chiedendosi se “le compagnie stessero intenzionalmente, ed anche illegalmente, sovrastimando la produttività dei loro pozzi e la dimensione delle loro riserve”. Un anno dopo, sembra, tali rivelazioni erano destinati semplicemente ai loro vuoti di memoria.

Seguendo la sezione aperta sopra, la prefazione al libro continua per descrivere ulteriori esempi ed anche il ruolo che ha il libro in quanto “Project Censored 2013” può giocare nei media mainstream. Il che è qualcosa che spesso fa al posto di presentare fatti reali e storie credibili e le loro rispettive storie più plausibili e più sensibili, generalmente descrittive, o esplicative o narrazioni prescrittive, che potrebbero aiutare a tenere insieme ed integrare (ad esempio “collegare i puntini”) riguardo le importanti prove e fatti e da qui anche sostenere ed essere in grado di fornire un aiuto significativo a coloro che sono preoccupati e stanno cercando di fare qualcosa riguardo ai problemi... attraverso le proprie varie battaglie in corso. E dico “in corso” perché i problemi chiave (già elencanti sopra) NON stanno certamente per andarsene nel 2013. Quindi faremmo bene a stare pronti anche per il lungo trascinarsi ed avremo bisogno di tutto l'aiuto intellettuale e di altro tipo che possiamo avere. Ed avere accesso ad un'informazione accurata, affidabile e valida è naturalmente la quintessenza, proprio come è la quintessenza per la democrazia in sé perché funzioni bene. 

Ma non sono un “teorico della cospirazione” e inoltre niente è in bianco e nero. I “media mainstream” ed i loro infiniti scrittori e protagonisti, sono tutti ugualmente cattivi e fuorvianti o omettono sempre storie importanti? E sono sempre cattivi e bugiardi tutto il tempo ed in ogni occasione? E tutto ciò che riportano i “media non- mainstream” è sempre reale, veritiero e corretto? E anche se “le eccezioni confermano spesso la regola”, rimangono sempre, e in ogni caso, un elemento chiave della responsabilità personale provare a scoprire ciò che è realmente vero o falso e cosa è onesto o no e quale narrazioni e trame hanno più senso e quali no. Così è probabilmente utile anche provare a consultare fonti multiple, anche se forse solo una fra tutte più tardi mostrerà di aver contenuto i fatti ed essere stata corretta. Bisogna anche ricordare, naturalmente, che una bugia o un inganno ripetuti 50 volte sono ancora bugie. Ma penso che possa essere di grande “ex ante” “aiuto euristico”, quando si naviga nel territorio dell'informazione, sapere almeno in linea generale quali sono gli amici – e se sono solo amici del “bel tempo” e NON anche amici del “bel clima” - o se invece sono i bugiardi a servizio di sé stessi ed ai promulgatori di esercizi assortiti in inganno, per esempio la gente del tipo “la presa in giro comincia qui”.

lunedì 11 febbraio 2013

Bill McKibben: il tempo non è dalla nostra parte


Da “Tomdispatch” del 6 gennaio 2013
Traduzione di MR


In quanto al cambiamento climatico nel 2012, la parola d'ordine è stata “caldo” (con “record” subito vicino). Gli Stati Uniti continentali sono arrostiti. La siccità ha colpito con gusto e, mentre l'anno terminava, non ha mostrato alcun segno di volersene andare presto. I livelli dell'acqua del fiume Mississippi sono crollati a livelli pericolosamente bassi da mettere a rischio il traffico e gli scambi su una delle arterie nazionali più affollate. Nel frattempo è stato stimato che una quantità record di gas serra è stata emessa in atmosfera. E nel caso aveste pensato di mettere quelle parole, “caldo” e “record” da parte per un istante, le prime previsioni per il 2013 suggeriscono che, abbastanza tristemente, che saranno probabilmente ancora molto in uso. Nessuno di noi dovrebbe realmente sorprendersi di questo, visto che gli effetti negativi dell'emissione di gas serra in atmosfera ha oltrepassato per anni le previsioni dei sobri scienziati del clima.

Un numero sorprendente di americani, dalla costa di Jersey al Midwest arrostito, hanno visto gli effetti del cambiamento climatico da vicino e di persona in questi ultimi anni, sotto forma di disastri "naturali" da miliardi di dollari che si moltiplicano negli Stati Uniti. Di conseguenza, sembra esserci una sempre maggiore consapevolezza che questo non sia un qualche vago disastro possibile in futuro, ma una crescente realtà nelle nostre vite. Nei notiziari televisivi, tuttavia, “meteo estremo” – una frase che sembra terribile ma che viene intesa senza un significato più ampio –  è diventata presente per gli esempi dell'intensificazione dei modelli meteorologici da parte del cambiamento climatico. Dopo tutto, non c'è motivo di attrarre troppo l'attenzione su una realtà triste.

Forse è questo il motivo per cui, a fine anno, l'unico “dirupo” del quale abbiamo sentito parlare fino alla nausea è stato quello fiscale (fiscal cliff), che si sarebbe rivelata una parte veramente flessibile del panorama americano. Per un momento, in modo metaforico e misto, “incombeva” senza fine e poi si è rivelato essere cancellabile o spostabile – in realtà qualcosa di simile ad un “fiscal bluff”, con tutti i doppi sensi che vi interessa leggervi. Ma perché non c'è nessuna enfasi sul “dirupo del clima” in un anno i cui, come ha recentemente scritto sul Guardian, “i governi hanno girato le spalle al pianeta vivente, dimostrando che nessun problema grava, seppur grave, avrà la priorità sulle preoccupazioni immediate, seppur banali”?

Qualsiasi cosa possa riguardare la vostra metafora mista – vortice del ghiaccio in fusione, abisso della siccità o forse solo all'inferno (nel senso del bruciare) – il cambiamento climatico di sicuro merita una qualche attenzione immaginifica in un mondo in cui, come il frequentatore regolare di TomDispatch e fondatore di 350.org, Bill McKibben suggerisce, il tempo non è dalla nostra parte. Tom

Obama contro la fisica
Ecco perché il cambiamento climatico non aspetterà il Presidente

Di Bill McKibben

Il cambiamento normalmente avviene molto lentamente, anche una volta che tutte le persone serie decidessero che c'è un problema. Questo perché, in un paese grande come gli Stati Uniti, l'opinione pubblica si muove a correnti lente. Siccome il cambiamento, per definizione, richiede di andare contro potenti interessi, ci possono volere decenni perché queste correnti erodano le fondamenta della fortezza degli interessi particolari.
Prendete, per esempio, “il problema delle nostre scuole”. Non preoccupatevi si in realtà c'era un problema o se far sì che ogni studente dedichi i suoi anni di scuola a riempire test standardizzati lo avrebbe risolto. Pensate solo alla linea temporale. Nel 1983, dopo alcuni anni in cui gli esperti si sono schiariti la gola, la Commissione Carnegie ha pubblicato “Una nazione a rischio”, insistendo che una “marea di mediocrità in aumento” minacciava le nostre scuole. Le più grandi fondazioni e le persone più ricche li hanno lentamente scossi verso l'azione e per tre decenni abbiamo applicato con esitazione una serie di correzioni e riforme. Abbiamo avuto una Corsa ai Vertici, Insegnare per l'America, atti costitutivi, tagliandi e... ci troviamo ancora nel mezzo della “riparazione” dell'educazione, molte generazioni di studenti più tardi.

Anche di fronte a innegabili problemi reali – diciamo, la discriminazione contro i gay – uno può sostenere che un cambiamento graduale sia stata in realtà l'opzione migliore. Se una qualche Suprema Corte mitica e liberale avesse dichiarato, nel 1990, che il matrimonio fosse stato legge, la reazione sarebbe stata grave e rapida. C'è sicuramente una discussione da fare sul fatto che spostarsi di stato in stato (a partire da stati più agili e più piccoli come il Vermont) in ultima analisi, ha reso il felice esito più solido man mano che la cultura è cambiata e le generazioni sono maturate. Ciò non significa dire che non ci fossero milioni di persone che soffrivano come conseguenza. C'erano. Ma le nostre società sono costruite per muoversi lentamente. Le istituzioni umane tendono a lavorare meglio se hanno anni o persino decenni per fare cambiamenti di rotta graduali, mentre il tempo smussa i conflitti fra le persone.
E questa è sempre stata la difficoltà con il cambiamento climatico – il più grande problema che abbiamo affrontato. Non è una lotta, come la riforma dell'educazione, l'aborto o il matrimonio gay, fra gruppi in conflitto con opinioni in conflitto. Non poteva essere più diverso ad un livello fondamentale. Stiamo parlando di una lotta fra gli esseri umani e la fisica. E alla fisica non interessa affatto il calendario umano. Alla fisica non può fregar di meno se un'azione precipitosa aumenta il prezzo del gas o danneggia l'industria del carbone in Stati in agitazione. Non le può fregar di meno se mettere una tassa sul carbonio rallenti il ritmo di sviluppo in Cina o rende l'agribusiness meno redditizio.

La fisica non capisce che una rapida azione rispetto al cambiamento climatico minaccia gli affari più lucrativi sulla Terra, l'industria dei combustibili fossili. E' implacabile. Essa prende il biossido di carbonio che produciamo e lo trasforma in calore, che significa fusione dei ghiacci e livelli degli oceani in aumento e formazione di tempeste. E, a differenza di altri problemi, meno fai, peggio diventa. Non fare nulla e presto avrai un incubo fra le mani.

Possiamo rinviare la riforma della sanità per un decennio ed il costo sarebbe terribile – tutta la sofferenza senza risposta per oltre 10 anni. Ma se ci ritorniamo, il problema sarebbe della stessa dimensione. Col cambiamento climatico, a meno che non agiamo piuttosto alla svelta in risposta al calendario stabilito dalla fisica, non c'è ragione di agire affatto. A meno che non capiate queste distinzioni, non capite il cambiamento climatico – e non è affatto chiaro che il Presidente Obama le capisca.


Ecco perché la sua amministrazione a volte è infastidita quando non ricevono il credito che pensano di meritare per aver affrontato la questione durante il primo mandato. La misura che indicano più spesso è l'aumento del chilometraggio per litro delle automobili, che avrà effetti lentamente durante il prossimo decennio. E' esattamente il tipo di trasformazione graduale che la gente – e i politici – amano. Avremmo dovuto adottarla anni fa (e l'avremmo fatto, se questo non avesse sfidato il potere di Detroit e delle sue unioni e quindi sia i Repubblicani sia i Democratici l'hanno tenuta a bada). Ma qui sta la cosa terribile: non è più una misura che impressiona la fisica. Dopo tutto, la fisica sta scherzando o negoziando. Mentre noi stavamo discutendo se il cambiamento climatico fosse persino un argomento ammissibile da introdurre nell'ultima campagna presidenziale, essa stava fondendo l'Artico. Se vogliamo rallentarla, dobbiamo tagliare globalmente le emissioni ad un ritmo sensazionale, di qualcosa come il 5% all'anno per fare una reale differenza.

Non è colpa di Obama il fatto che questo non avvenga. Lui non può forzare perché questo avvenga. Considerate il momento in cui il grande presidente dell'Ultimo secolo, Franklin Delano Roosevelt, stava affrontando un nemico implacabile Adolf Hitler (l'analogia più vicina alla fisica che possiamo fare, in quanto egli era follemente solipsistico, anche se nel suo caso anche maligno). Anche quando l'esercito tedesco ha cominciato a conquistare l'Europa, tuttavia, FDR non poteva radunare l'America per farla alzare dal divano e combattere. C'erano anche gli equivalenti dei negazionisti climatici allora, felici di ipotizzare che Hitler non presentasse una minaccia per l'America. Infatti, alcuni di loro erano le stesse istituzioni. La Camera di Commercio degli Stati Uniti, per esempio, si è opposta rumorosamente al Lend-Lease.

Quindi Roosvelt ha fatto tutto ciò che poteva con la sua autorità e poi Pearl Harbour gli ha offerto il suo momento, egli ha spinto più forte che poteva. Forte, in questo caso, significava, per esempio, dire alle industrie automobilistiche di mollare le auto per un po' e a loro posto produrre carri armati ed aerei da combattimento. Per Obama, di fronte ad un Congresso comprato dall'industria dei combustibili fossili, un approccio realistico sarebbe stato quello di fare assolutamente tutto quanto poteva con la sua autorità – nuove regole per  l'Environmental Protection Agency – EPA – (Agenzia per la Protezione dell'Ambiente), per esempio. E, naturalmente, dovrebbe rifiutare di concedere l'autorizzazione per la costruzione dell'oleodotto per le sabbie bituminose Keystone XL, Una cosa che non richiede alcuna autorizzazione da John Boehner o dal resto del Congresso.

Finora, tuttavia, è stato al massimo tiepido quando si tratta di tali misure. La Casa Bianca, per esempio, ha annullato le nuove regole che si era proposta l'EPA su ozono e smog e lo scorso anno ha aperto l'Artico alle perforazioni petrolifere, mentre svendeva vaste fasce del Powder River Basin in Wyoming a prezzi stracciati ai minatori di carbone. Il suo Dipartimento di Stato ha rattoppato i negoziati globali sul cambiamento climatico. (E' difficile ricordare un fallimento diplomatico di più alto profilo di quello di Copenhagen). Ed ora Washington risuona di voci sul fatto che egli approverà il oleodotto di Keystone, Che consegnerà 900.000 barili al giorno del greggio più sporco della Terra. Quasi alla goccia, questa è la quantità di petrolio che il suo nuovo regolamento per consumo per chilometraggio delle auto risparmierebbe.

Se fosse serio, Obama farebbe di più che semplicemente l'ovvio e il facile. Cercherebbe anche un momento tipo Pearl Harbour. Dio sa che ha avuto questa opportunità nel 2012: l'anno più caldo nella storia degli Stati Uniti continentali, La più profonda siccità della sua vita ed una fusione dell'Artico così grave che lo scienziato climatico capo del governo ha dichiarato ”l'emergenza planetaria”. Di fatto, sembra che egli non noto neanche questi fenomeni, facendo la campagna per il secondo mandato come se fosse in una bolla di aria condizionata, anche se la gente della folla che lo saluta stesse svenendo in massa dal caldo. Nella campagna del 2012, ha continuato a dichiarare il suo amore per una politica energetica “tutto come sopra”, dove apparentemente petrolio e gas naturale erano virtuose allo stesso modo di Sole e vento.

Solo alla fine della campagna, quando l'Uragano Sandy sembrava presentare un'apertura politica, ha accennato a coglierlo – e il suo staff faceva sapere ai giornalisti sullo sfondo che il cambiamento climatico ora sarebbe stato una delle sue tre priorità (o, forse, dopo Newtown le prime 4) per il secondo mandato. E' un inizio, immagino, ma è molto lontano dal dire alle industrie automobilistiche che si devono riorganizzare per sfornare turbine eoliche. E comunque, si è ritratto alla prima occasione. Alla sua prima conferenza stampa dopo le elezioni, ha annunciato che il cambiamento climatico era “reale”, rimarcando così il suo accordo col Presidente George H.W. Bush nel 1998, diciamo. In difesa delle “future generazioni”, ha anche convenuto sul fatto che dovremmo fare “di più”. Ma affrontare il cambiamento climatico, ha aggiunto, comporterebbe “scelte politiche difficili”. Infatti, sembrano troppo dure, perché qui erano le sue linee fondamentali:

“Penso che gli americani ora si siano così concentrati, e continueranno ad essere concentrati, sulla nostra economia, i nostri posti di lavoro e la nostra crescita, che se il messaggio fosse in qualche modo che ignoreremo posti di lavoro e crescita solo per affrontare il cambiamento climatico, credo che nessuno ci si impegnerebbe. Io non mi ci impegnerò”. E' come se il Primo Ministro Britannico durante la Prima Guerra Mondiale avesse dichiarato “non ho niente da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore. E Dio sa quanto questo risulti male nei sondaggi, quindi dimenticatelo”. Il presidente dev'essere spinto a fare tutto ciò che può – e oltre. Ecco perché migliaia di noi andranno a Washington D.C. Nel fine settimana della Giornata del Presidente, in quella che sarà la più grande manifestazione ambientalista dopo anni. Ma c'è un'altra possibilità che dobbiamo considerare: che forse egli non sia semplicemente all'altezza della situazione e che dovremo essere noi a farlo per lui, meglio che possiamo

Se egli non affronterà l'industria dei combustibili fossili, lo faremo noi. Ecco perché in 192 campus in tutta la nazione i movimenti attivi di disinvestimento ora stanno facendo del loro meglio per sottolineare il fatto che l'industria dei combustibili fossili minaccia il loro futuro. Se non userà la sua posizione come super potere per condurre i negoziati internazionali sul cambiamento climatico fuori dal loro solco, ci proveremo noi. Ecco il motivo per cui giovani di 190 nazioni si raduneranno a Istanbul in giugno nel tentativo di spingere l'ONU all'azione. Se egli non ascolterà gli scienziati – come i 20 migliori climatologi che gli hanno detto che l'oleodotto di Keystone era uno sbaglio – allora è sempre più chiaro che i migliori scienziati devono essere arrestati per potersi esprimere.

Quelli di noi che sono nel montante movimento dal basso per il clima, vanno spediti e duri per quanto sappiamo fare (anche se non, ho paura, veloci quanto la fisica richieda). Forse se andiamo abbastanza veloci, anche questo presidente fin troppo paziente sarà preso nel processo. Ma non non stiamo aspettando lui. Non possiamo.

Bill McKibben è un eminente studioso della Schumann al Middlebury College, Fondatore della campagna globale per il clima 350.org, frequentatore di TomDispatch e autore, più di recente di Terra-a: come farcela su un pianeta più ostile.





sabato 9 febbraio 2013

E' possibile disaccoppiare la crescita del PIL dalla crescita dell'energia?


Guest post di Gail Tverberg
Da “Our Finite World”. Traduzione di MR

In anni recenti, abbiamo sentito dichiarazioni che indicano che è possibile disaccoppiare la crescita del PIL dalla crescita dell'energia. Ho cercato la relazione fra il PIL mondiale e l'uso di energia e sono diventata sempre più scettica che un tale disaccoppiamento sia realmente possibile.

Figura 1. Crescita del consumo mondiale di energia (basato sui dati BP) e crescita del  PIL mondiale.



Prima del 2000, il PIL mondiale (basato su dati dell'Istituto di Ricerca Economica del USDA) in effetti stava crescendo più rapidamente dell'uso di energia, come misurato dai Dati Statistici della BP. Fra il 1980 e il 2000, la crescita del PIL mondiale ha avuto una media di poco sotto al 3% all'anno e la crescita dell'energia ha avuto una media di poco sotto al 2% all'anno, quindi la crescita del PIL è aumentata di circa l'1% all'anno in più rispetto all'uso di energia. Da 2000, l'uso di energia è cresciuto approssimativamente  quanto il PIL mondiale, poiché entrambi hanno una media di circa il 2,5% all'anno . Ciò non è quello che ci hanno detto di aspettarci. Perché questo “miglioramento dell'efficienza” dovrebbe scomparire dopo il 2000? Molti economisti sono preoccupati dall'intensità energetica del PIL ed amano pubblicizzare il fatto che per il loro paese il PIL cresce più rapidamente del consumo di energia. Questi indicatori possono essere tuttavia ingannevoli. E' facile ridurre l'intensità energetica del PIL per un singolo paese spostando le produzioni più energivore in un paese con una intensità energetica del PIL maggiore. Cosa succede quando questo gioco delle tre carte? In totale, la crescita del PIL mondiale è in qualche modo meno energeticamente intensa? La risposta, dal 2000, sembra essere “no”.

A me sembra che almeno parte del problema sia l'EROEI in declino – stiamo usando una quota sempre maggiore di energia solo per estrarre e elaborare l'energia che usiamo – per esempio col “fracking” e le perforazioni in acque profonde. Questo costo energetico più alto compensa i miglioramenti di efficienza. Ma ci sono anche altri problemi, problemi che discuterò in questo post. Se la crescita del PIL e l'uso di energia sono strettamente legati, sarà ancora più difficile soddisfare gli obbiettivi di emissione di CO2 di quanto in molti si aspettavano. Senza enormi risparmi energetici, una riduzione delle emissioni (diciamo 80% per il 2050) è probabile che richieda una percentuale simile di riduzione del PIL mondiale. A causa di quest'enorme disparità nel PIL fra nazioni sviluppate e nazioni in via di sviluppo, la maggioranza di questa riduzione del PIL dovrà probabilmente venire dalle nazioni sviluppate. E' difficile immaginare che questo accada senza un collasso economico.

Crescita del PIL e crescita dell'energia in diversi paesi

Ho iniziato questa analisi guardando le tendenze  (1) nel PIL e (2) nel consumo totale di energia per numero di paesi e sono rimasta colpita da quanto sembravano diversi i modelli.

Figura 2. PIL e consumo di energia totale negli USA.


Fino al 2005, gli USA erano in grado di aumentare il PIL del 3% all'anno, mentre l'aumento dell'uso di energia era di solo l'1% all'anno. Il 2% dei risparmi sembrerebbero venire da una qualche combinazione di delocalizzazione e di efficienza energetica. Dal 2005, il rapporto fra crescita del PIL e dell'uso di energia è stato più stretto.

Figura 3. Consumo totale di energia e PIL della Germania.


La Germania è un altro esempio di maggior crescita del PIL rispetto alla crescita dell'uso di energia. Fra il 1980 e il 2005, l'uso di energia è stato quasi costante, mentre il PIL crescva in media del 1,7% all'anno. 

Figura 4. Consumo di energia e PIL dell'Italia.

Il PIL dell'Italia è cresciuto di circa l'1,7% all'anno fra il 1980 e il 2005, mentre il suo uso di petrolio cresceva di circa l'1,0% all'anno, quindi mostra dei miglioramenti dovuti all'efficienza/delocalizzazione, che ammontano a circa lo 0,7% all'anno. Questo miglioramento è inferiore a quello di USA e Germania, ma l'Italia era anche meno industrializzata, per cominciare, e delocalizzare era l'unica opzione.

Figura 5. Consumo di energia e PIL del Giappone.

Il legame fra consumo di energia e crescita del PIL è stato più stretto in Giappone, specialmente da circa il 1987. Dal 1987, i due sono cresciuti praticamente con lo stesso tasso.

Figura 6. Consumo di energia e PIL della Spagna.

Anche la Spagna ha mostrato un legame molto stretto fra la crescita del consumo di energia e la crescita del PIL, con entrambi in crescita di circa il 3% all'anno fra il 1980 e il 2005.

Figura 7. Consumo di energia e PIL della Grecia.

La Grecia è riuscita a far crescere il suo uso di energia più rapidamente della crescita del PIL durante gran parte del periodo 1980-2005. Questo potrebbe contribuire ai suoi attuali problemi economici.

Figura 8. Consumo di energia e PIL della Cina.

La Cina mostra una crescita più rapida del PIL rispetto al consumo di energia. Il suo PIL è cresciuto di circa il 10% fra il 1980 e il 2005, mentre l'uso di energia è cresciuto di poco meno del 6% all'anno. Fra il 2005 e il 2010, il PIL è continuato a crescere di circa il 10% all'anno, mentre l'uso di energia è cresciuto di circa il 7,5% all'anno. Il paese è cambiato così rapidamente che ci si chiede quanto siano precisi i primi numeri sul PIL. 

Figura 9. Consumo di energia e PIL dell'ex Unione Sovietica.



La Figura 9 mostra che il modello dell'ex Unione Sovietica (ex URRS) è stato molto inusuale. Sia l'uso di energia sia il PIL sono collassati dopo il collasso dell'Unione Sovietica, ma la caduta del PIL è stata più grande della caduta dell'uso di energia. Di recente, il PIL si è impennato mentre l'uso di energia rimane stabile, suggerendo che si stia verificando l'esternalizzazione delle produzioni ad alta energia o che sono state create nuove fonti di PIL che non richiedono molta energia sono state create. 

Cambiamenti nell'intensità energetica

Il modo convenzionale di misurare l'intensità energetica è come il tasso di energia consumata rispetto al PIL (la linea rossa divisa per la linea blue nel grafico sopra), e questi tassi variano grandemente. Infatti, è difficile anche inserire le intensità energetiche dei diversi paesi sullo stesso grafico, a causa della grande differenza delle quantità.

Figura 10a. Intensità energetiche del mondo, dell'ex Unione Sovietica e della Cina.

Figura 10b. Intensità energetiche del mondo meno l'ex Unione Sovietica, gli Stati Uniti, il Giappone e l'Europa a 15 paesi.

Mi sembra che siamo molto interessati all'intensità energetica del mondo (o forse del mondo meno l'ex Unione Sovietica, se i dati di quest'ultima sono del tutto bizzarri e riflettono un uso di energia molto alto in passato che ora sta scomparendo e non può essere replicato altrove). Mostriamo ciò nella Figura 11:

Figura 11. Intensità energetiche storiche del mondo e del mondo esclusa l'ex Unione Sovietica.

La Figura 11 mostra che l'intensità energetica su base mondiale è stata piatta fino al 2000. E' così anche escludendo l'ex URRS. Basandoci sulla Figura 1 all'inizio della pagina, ci aspettavamo che l'intensità energetica del mondo fosse piatta.
Perché l'intensità energetica del mondo rimane piatta mentre l'intensità energetica di molti singoli paesi è diminuita?

Abbiamo a che fare con un gran numero di paesi con diverse intensità energetiche. Il grande problema sembrerebbe essere l'esternalizzazione dell'industria pesante. Questo rende l'intensità energetica del paese che perde la produzione migliore. L'esternalizzazione trasferisce la produzione in un paese con un'intensità energetica molto più alta, quindi anche con la nuova produzione, il suo tasso risulta ancora migliore (più basso). E' difficile misurare l'impatto generale dell'esternalizzazione, se non guardando all'intensità energetica mondiale totale piuttosto che alle quantità individuali dei paesi. 

Guardando alle intensità energetiche del mondo, sembra che l'enorme quantità di esternalizzazione risulti in un uso di energia più o meno comparabile all'energia originale che è stata esternalizzata. E' difficile fare un calcolo diretto delle differenze nell'uso di energia, perché gran parte del nuovo uso di energia è indiretto. Per esempio, il governo della nazione in via di sviluppo potrebbe costruire enormi quantità di nuove strade asfaltate e case di cemento con gli introiti delle tasse ed i singoli lavoratori potrebbero comprare nuove macchine coi loro salari. Queste quantità non vengono colte in un semplice confronto dell'energia usata facendo un widget negli Stati Uniti relativo all'energia usata nel fare il widget in Cina, per esempio. 

Un altro problema e che l'uso di energia di interesse è per dollara di PIL ed un risparmio di energia che risulti in un risparmio di costo potrebbe non essere d'aiuto nell'abbassare l'intensità energetica del PIL. Per esempio, supponiamo che un produttore crei una nuova auto più piccola, che costi il 20% in meno ed usi il 20% in meno di benzina su base continuativa. Più lavoratori saranno in grado permettersi quella auto. Inoltre, un lavoratore benestante che si può permettere questa nuova e più economica auto (e che poteva anche essersi permesso un'auto più costosa) avrà dei soldi in più rimasti. Con questi soldi rimasti, il lavoratore benestante può comprare qualcos'altro, come un viaggio aereo, cibo che viene dall'altra parte dell'oceano o un nuovo iPod. Tutti questi acquisti extra consumano a loro volta energia. Quindi quando viene guardato il quadro generale, il fatto che siano state prodotte auto energeticamente più efficienti non si traduce necessariamente in minore intensità energetica del PIL. Un problema menzionato nell'introduzione a questo post è il fatto che l'EROEI dei combustibili fossili sta diminuendo a causa del fatto che quelli facili da estrarre sono stati in gran parte estratti. Di conseguenza ora stiamo estraendo i combustibili fossili più difficili da estrarre, il che richiede più energia.

Una situazione simile si verifica in molto altri impegni, perché viviamo in un mondo finito e stiamo raggiungendo i limiti. Nelle miniere, la qualità dei minerali è sempre minore, il che significa che serve più energia nell'estrazione. In agricoltura stiamo spremendo le nostre risorse fortemente, il che richiede più fertilizzanti, pesticidi e più irrigazione e il tutto richiede più energia. Stiamo esaurendo l'acqua dolce in alcuni luoghi, così l'acqua viene pompata da distanze maggiori o viene usata la desalinizzazione, aggiungendo ulteriore uso di energia. L'inquinamento è un problema, quindi ci servono dispositivi da installare per ridurre le polveri delle vecchie centrali a carbone. Tutti questi sforzi richiedono energia e probabilmente contribuiscono alla tendenza all'aumento dell'uso di energia, compensando  i risparmi in efficienza realizzati altrove. 

Un altro problema che tende ad aumentare l'intensità energetica del PIL è la tendenza a lungo termine all'uso di macchine ed energia aggiuntiva per fare i lavori, piuttosto del semplice lavoro umano. Per esempio, se una persona abbatte qualche albero e si costruisce la propria casa, gran parte dei calcoli direbbero che non c'è alcun PIL né energia usata. Se una persona assume un costruttore per costruire una casa e il costruttore usa attrezzi manuali per abbattere gli alberi e lavoro umano per costruire la casa, il risultato è una aumento nel PIL , ma un uso ridotto dell'energia da combustibili fossili. Se il costruttore diventa più “moderno” ed usa ruspe e cemento per costruire le case, allora l'uso di energia è corrispondente al PIL creato.
Emissioni di biossido di carbonio

Come ci i poteva aspettare, le emissioni di biossido di carbonio per unità di PIL sono strettamente legate all'intensità energetica. Infatti,
(Emissioni di CO2/GDP ) = (Emissioni di CO2 / Energia Usata) x (Energia Usata / PIL)
Il rapporto (Energia Usata /PIL) è semplice intensità energetica, che è stata resa nel grafico nelle Figure 10a, 10b e 11. L'altro rapporto è (Emissioni di CO2 / Energia Usata), resa nel grafico della Figura 12. Esso mostra un modello simile: in diminuzione prima del 2000 e quindi stabile.

Figura 12 – Emissioni di CO2 per barile di petrolio equivalente di energia, basata sui Dati Statistici della BP.

I rapporti nella Figura 12 riflettono i cambiamenti nel mix di energia nel tempo e la loro propensione relativa a generare CO2. Dal 2000 queste emissioni per unità di energia iniziato, di fatto, a crescere un po', a causa del più largo uso di carbone nel mix energetico. Le misurazioni di CO2 usate in questa analisi sono i calcoli della BP, basati su titpi di energia usati ogni anno (comprese le rinnovabili*). Esse non riflettono quelle reali misurate in atmosfera. 

Il rapporto delle nuove emissioni di CO2 rispetto al PIL riflette una combinazione di questi rapporti (C02/Energia e Energia/PIL) ed è mostrato nella Figura 13.

Figura 13: Rapporto Nuova Energia-Emissioni di CO2 rispetto al PIL.

La Figura 13 indica quello che ci si aspetterebbe dalle Figure 11 e 12: un rapporto in diminuzione di emissioni di CO2 rispetto al PIL fino a circa il 2000, quindi praticamente piatto da lì in avanti. Infatti c'è una ripresa distinta nel 2010. Così, le nuove emissioni di CO2 dalle fonti di energia sono aumentate velocemente circa quanto il PIL dal 2000 e un po' più rapidamente del PIL nel 2010. Questa è senza dubbio una notizia scoraggiante per coloro che hanno adottato il protocollo di Kyoto nel 1997, pensando che avrebbe ridotto le emissioni di CO2.
Alcuni pensieri sulle politiche energetiche

Le carbon tax e le politiche di limitazione e scambio sembrano incoraggiare l'esternalizzazione della produzione. I benefici principali dell'esternalizzazione sembrerebbero essere (1) una riduzione dei combustibili fossili importati, (2) costi inferiori  dei prodotti per i consumatori a causa del costo del lavoro inferiore e (3) probabilmente profitti maggiori per le aziende che vendono il nuovo prodotto più economico. Compensano questi benefici la perdita di posti di lavoro del paese che esternalizza e la perdita di controllo sui tipi di energia che vengono usati nel processo produttivo. Mi pare che sarebbe meglio che non incoraggiassimo questa esternalizzazione, specialmente quando vengono prodotti beni essenziali. Un concetto errato che sembra guidare la politica energetica è la visone che i biocombustibili sostituiranno il petrolio e che l'uso di ulteriore elettricità sostituirà il petrolio. L'uso di petrolio ha più o meno raggiunto il limite massimo. L'offerta di petrolio è molto prossima ad essere inelastica, a prescindere dal prezzo. Qualcuno, da qualche parte, userà qualsiasi petrolio estratto dal terreno, forse ad un prezzo leggermente inferiore, anche se un particolare paese può ridurre il consumo di petrolio attraverso l'uso di biocombustibili o se una macchina può andare ad elettricità. 

Questo significa che qualsiasi biocombustibile che viene creato verrà aggiunto all'offerta energetica mondiale, permettendo un uso più rapido delle forniture di gas e carbone, visto che il loro uso è ancora in qualche modo elastico. Analogamente, spostando la domanda di energia dal petrolio all'elettricità, quello che facciamo in realtà è espandere l'uso totale di energia, bruciando più carbone e gas naturale per fare più elettricità. Così, dal punto di vista della CO2 mondiale, biocombustibili e aumento dell'uso di elettricità non sono utili. I singoli paesi possono ancora trovare i biocombustibili e l'esteso uso di elettricità utile, perché possono ridurre le loro importazioni di petrolio se il suo uso può essere spostato in un altro paese. C'è anche la speranza che possiamo continuare ad alimentare il nostro stile di vite più a lungo, usando l'auto elettrica. 

Se il nostro intento è davvero quello di ridurre le emissioni di CO2, mi pare che dobbiamo guardare il problema in modo più ampio. Forse il problema andrebbe visto in termini (1) quante risorse di combustibili fossili vogliamo usare in ogni anno a venire e (2) quanto PIL può essere creato da quelle risorse, dati i problemi che stiamo affrontando. La quantità di combustibili fossili da usare ogni anno a venire dovrebbe considerare gli obbiettivi di CO2 così come il limiti della quantità di petrolio che può essere estratta ogni anno, perché il “petrolio facile è finito”. La quantità di PIL che può essere creato da questi combustibile dipenderebbe da un certo numero di fattori, compresi il declino del EROEI e l'aumento dell'efficienza. Se il piano è di ridurre il consumo di combustibili fossili, allora potremmo aspettarci che il PIL decresca, forse di una percentuale simili. Infatti, guardando all'esperienza dell'ex URRS nella Figura 9, il declino del PIL potrebbe anche essere maggiore del declino energetico.

Conclusione

Stiamo affrontando tempi difficili. Questo post sembra suggerire che c'è ancora un'altra storia non vera che ci è stata raccontata. Mi pare che dobbiamo esaminare i problemi da soli, giungere alle nostre conclusioni e cominciare a raccontare la storia vera.

*Non ho provato a discutere l'impatto delle rinnovabili, visto che al momento il loro impatto è stato piccolo. Il finale anticipato dell'uso di energia rinnovabile rende il loro impatto sull'intensità energetica del PIL meno benefica di quanto suggerirebbero i confronti standard.