Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


mercoledì 11 settembre 2013

I tre tipi di negazione secondo Peter Sandman



Guest post di Peter Sandman

Da “The frog that jumped out”. Traduzione di MR


Peter Sandman discute i tre principali tipi di negazione. Per una discussione specifica sul cambiamento climatico andate su “Climate Change Risk Communication". Immagine da “resilience.org


La parola “negazione” ha molti usi e molte definizioni in diversi campi. Anche all'interno della comunicazione del rischio, la parola viene usata con significati molto diversi che sono normalmente più impliciti che definiti con cura. Io sono colpevole quanto chiunque altro. Senza pretendere di aver trovato una tipologia definitiva, lasciate che provi a prendere in giro tre tipi di negazione che penso siano importanti nella comunicazione del rischio.

Tutte e tre contano prevalentemente per l'invocazione della precauzione. E tutte e tre sono in contrasto con i normali problemi centrali dell'invocazione della precauzione, dell'ignoranza e dell'apatia. Se state provando a portare le persone all'azione nei riguardi di un rischio, la barriera principale è generalmente che queste non sanno abbastanza o non interessa loro abbastanza (o entrambe le cose) per prendere il rischio seriamente. Negazione che si traveste da apatia. Forse qualche negazione può essere persino vista come un tipo di apatia. Ma è diversa dall'apatia ordinaria in modo importante.

Negazione di tipo uno: fa male pensarci

Nel mio articolo del 2003 su “Oltre la Prevenzione del Panico” ho scritto sulla negazione come antidoto al panico: le persone sono così spaventate di essere a rischio di entrare nel panico che piuttosto negano il pericolo. “Come le persone apatiche”, indica l'articolo, “le persone che stanno nella negazione sono riluttanti a fare attenzione al problema. Se spinti a parlarne, lo fanno senza emozione”. La differenza chiave è come rispondono alle informazioni allarmanti. “Le persone apatiche non hanno molto interesse iniziale ai vostri avvertimenti, ma una volta che riuscite a far breccia in loro diventano più preoccupati. Ma le persone che stanno nella negazione hanno una reazione molto diversa: più è spaventoso il vostro messaggio, più questo li spinge in profondità nella negazione”.

In questo articolo e altrove, ho scritto di diversi modi di ridurre e prevenire questo tipo di negazione. Eccone sette:

  • Legittimate la paura, così può essere riconosciuta ed accettata.
  • Fornite opportunità d'azione. Le persone avranno meno bisogno di negare se hanno cose da fare. 
  • Fornite scelte d'azione. Le persone avranno meno bisogno di negare se hanno cose su cui decidere.
  • Concentratevi sulle vittime che hanno bisogno di essere difese e sulle potenziali vittime che hanno bisogno di essere protette. L'amore è un baluardo contro la negazione. 
  • Se è appropriato, concentratevi anche sui malfattori che devono essere presi e puniti. A meno che questo non diventi una rabbia fuori controllo, o viene essa stessa negata, la rabbia è a sua volta un baluardo contro la negazione. 
  • Plasmate una paura che tolleri, non l'essere senza paura. Anche voi lo trovate spaventoso, ma reggete la vostra paura ed affrontate la situazione – quindi forse posso falo anch'io. 
  • Stimolate la determinazione ma non necessariamente l'ottimismo, come Winston Churchill nei giorni oscuri della Seconda Guerra Mondiale: “Li combatteremo sulle spiagge...”

Nella mia colonna del 2009 sul sito “Comunicazione del Rischio del Cambiamento Climatico: il Problema della Negazione Psicologica” sono entrato più nel dettaglio. Questa colonna discute a lungo due fonti chiave della negazione del cambiamento climatico: la dissonanza cognitiva e l'emozione intollerabile (la discussione della “negazione psicologica” del cambiamento climatico in questo articolo non ha niente a che vedere con la “negazione strategica” di persone che hanno interesse nel convincere gli altri che il riscaldamento globale non è reale o con la “negazione intellettuale” di persone che sono sinceramente scettiche circa le prove della maggioranza).
Questa colonna del 2009 comporta una definizione molto più ampia della negazione di quanto non usassi nel 2003. Ora non è solo la paura che può “spingerti alla negazione”. Possono fare altrettanto colpa, tristezza, rabbia ed altre emozioni. E può farlo anche la sensazione di disagio (dissonanza cognitiva) che emerge quando non riusciamo a dare un senso alle nostre azioni e stili di vita.

La colonna della “Comunicazione del Rischio del Cambiamento Climatico” elenca anche qualche sottotipo di ciò che ora chiamo “negazione di tipo uno”, diversa dal sostenere semplicemente che il rischio non è tale.

  • Isolamento dell'influenza – riconoscere il rischio senza sentirne il contraccolpo emotivo.
  • Intellettualizzazione – riconoscere il rischio ma trovando dei modi per negarne l'importanza o l'urgenza. 
  • Trasposizione – reagire scompostamente a qualche altro rischio per evitare di concentrarsi su questo.
  • Umorismo – trasformare il rischio in qualcosa di ridicolo per evitare di doverlo prendere a cuore.  

“Il cuore della negazione è la distrazione motivata”, dichiara la colonna. “Sposto la mia attenzione dall'informazione che minaccia di sconvolgere la mia visione del mondo o la mia stabilità emotiva”.

Negazione di tipo uno: la pura apatia

Il primo tipo di negazione è più che altro basato sull'inconscio. Le persone non si dicono l'una con l'altra, o anche a sé stesse, “sento troppa dissonanza cognitiva per pensare a questo” o “sono troppo affranto emotivamente” per pensare a questo. Molto più probabilmente vedono loro stessi come semplicemente apatici rispetto al rischio... o vedono che voi vi sbagliate sicuramente sul fatto che sia una cosa seria. Dovete diagnosticare la negazione per affrontarla efficacemente.

Negazione di tipo due: non ho bisogno di altre preoccupazioni

Ho scritto molto di recente sul tipo di negazione due nella mia risposta del 2 luglio sul Guestbook. In poche parole: le persone spesso ignorano un rischio per minimizzare la propria angoscia. Quando un'angoscia molto forte innesca un interruttore emotivo, questa è negazione di tipo uno. Ma anche se non sono particolarmente angosciato rispetto ad un problema, potrei preferire di evitare di diventare angosciato per questo. Non è come se sentissi un qualche tipo di privazione da stress. Ho già abbastanza stress nella mia vita. Quindi me ne frego dei tuoi avvertimenti. Questa è la negazione di tipo due.

Nella mia risposta del 2 luglio nel Guestbook, ho denominato la negazione di tipo due “apatia voluta”. Come la negazione di tipo uno, è un tipo di disattenzione motivata. Ma la motivazione è molto meno potente e molto più conscia di quanto lo sia nella negazione di tipo uno. Non è che non posso reggere il pensare al nuovo problema. Preferirei soltanto non doverlo fare. Una volta che mi hai angosciato abbastanza rispetto a questo da far crollare la mia resistenza, aggiungerò il nuovo problema alla mia agenda delle preoccupazioni... e cancellerò o diminuirò alcuni problemi più vecchi per fargli spazio.

Negazione di tipo tre: è futile pensarci

Questo è il tipo di negazione sul quale avete richiesto la mia attenzione. Normalmente va sotto l'etichetta di “impotenza acquisita”. Lo psicologo Martin Seligman e i suoi colleghi hanno sviluppato la “teoria dell'impotenza acquisita” negli anni 60 e 70 come spiegazione della depressione. In un esperimento chiave del 1967 di Seligman e Maier, i cani che sono stati scioccati quando non c'era via d'uscita hanno imparato a reggere gli shock in modo stoico senza cercare di scappare. In seguito, quando c'è stata una via d'uscita, essi tendevano a non trovarla. Avendo imparato che non c'era niente da fare per fermare la tortura, i cani sono diventati meno capaci di imparare nuove soluzioni disponibili. Come concetto di comunicazione del rischio, l'impotenza acquisita (negazione di tipo tre) è specifica al problema, piuttosto che globale. Imparare che non possiamo fare molto rispetto a un problema ci rende passivi, non inclini all'azione rispetto al problema stesso o persino di imparare altro su di esso. La negazione di tipo tre può essere conscia o inconscia. Alcuni – come voi – dicono che è inutile combatterla. Altri semplicemente si arrendono.

I confini fra la negazione di tipo tre e gli altri due tipi sono confusi. Se l'impotenza acquisita di qualcuno diventa così pervasiva da portare alla depressione, comincia a diventare come la negazione di tipo uno: non reggo il fatto di pensarci. La confusione funziona anche nell'altra direzione: le persone che non possono reggere il peso emotivo di affrontare un problema – come il cambiamento climatico – potrebbero difendersi da quel peso insistendo sul fatto che il problema è senza speranza. Come per il confine fra la negazione di tipo due e quella di tipo tre: se hai già troppi problemi nella tua agenda delle preoccupazioni, ha senso concentrarsi su quelli che sono più probabilmente risolvibili.

Cosa possiamo fare per combattere l'impotenza acquisita – la nostra o quella altri? Ho scritto a lungo di questo in un pezzo del 2012 del Guesbook intitolato “Perché le persone così politicamente inattive? Si tratta di negazione? Cosa si può fare?” In quella risposta ho cercato di distinguere la negazione (“No posso reggere quello che sento”) dalla disperazione/impotenza (“Credo che non serva a niente provarci”). Ora le chiamo rispettivamente negazione di tipo uno e di tipo tre.

La “risposta ovvia” all'impotenza acquisita, ho scritto allora, “è provare a rafforzare il senso di efficacia di chi vi ascolta. Ma penso che potrebbe essere – almeno in parte – la risposta sbagliata”, ho continuato:

Secondo la letteratura, il modo migliore per migliorare l'efficacia delle persone è quello di fare in modo che abbiano delle esperienze di padronanza; il successo porta sicurezza di sé. Ma ci sono altri modi, in particolare l'esempio (“ se lei può farlo posso farlo anch'io”) e il sostegno sociale (“se lui dice che posso farlo, forse posso farlo”). Non li metto in discussione – ma penso che sia probabilmente quasi irrilevante quando il basso livello di efficacia di qualcuno è per lo più una risposta razionale alla realtà... Al posto di fare il tifo per l'efficacia, la mia impressione è che aiuterà di più andare dall'altro lato dell'altalena della comunicazione del rischio:

  • “Questo sembra quasi inutile, non credi?”
  • “Al massimo possiamo aiutare un po' – e forse nemmeno quello!”
  • “Anche se vinciamo una battaglia o due, probabilmente non cambieremo il mondo”.

Il mito di Sisifo – il re greco condannato a spingere un masso su per una montagna per sempre – è potente proprio perché una tale fatica è proprio di Sisifo. Può essere una buona strategia di comunicazione del rischio per cercare di convincere le persone che ciò non è cosa... oppure, peggio, che dovrebbero sentirsi così che sia cosa o no. 
Eppure le cose cambiano...

Penso sia una buona strategia quella di riconoscere e persino proclamare che cambiamento e immutabilità siano entrambe caratteristiche della vita, che è difficile dire quale dei nostri sforzi possano fare una differenza (probabilmente piccola) e quali sforzi siano condannati dall'inizio. E soprattutto che è più divertente (“divertente” nel senso più serio) fare il meglio che potete di restare a guardare. 

Questa volta voglio aggiungere tre ulteriori osservazioni.

Primo, vale la pena di notare che i compiti da svolgere sembrano spesso di Sisifo quando invece non lo sono. Per fare un esempio fa i tanti: posso solo immaginare quanto scoraggiante potesse sembrare la battaglia per i diritti dei gay fino a soli pochi anni fa. I governi e le imprese fanno in modo di far sembrare i loro obbiettivi cruciali irraggiungibili. Spesso è saggio ignorare l'impressione di futilità e perseguire l'obbiettivo.

Secondo, gli organizzatori della comunità sono professionisti nel superare il falso senso di impotenza delle persone. A prescindere dalle vostre tendenze politiche, troverete molto valore in libri come Regole per Radicali di Saul Alinsky. Fra gli altri consigli, Alinsky scrive dell'enorme importanza delle prime vittorie, vittorie anche costruite, ottenute chiedendo aggressivamente qualcosa che stava comunque per accadere.

E terzo, a volte siamo davvero impotenti. A volte ha semplicemente senso arrendersi e risparmiare i nostri sforzi per un obbiettivo più raggiungibile.


La giustamente famosa “Preghiera della Serenità”, scritta del teologo Reinhold Niebuhr e resa famosa dagli Alcolisti Anonimi, chiede a Dio di “garantirmi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare e la saggezza di conoscerne la differenza”. Certamente non dichiaro di possedere la saggezza di conoscere la differenza.



2 commenti:

  1. Io sono del tutto convinto che ci sia un cambiamento climatico in atto a causa delle emissioni riconducibili alle attività umane ma sono anche convinto che sia irreversibile e che ci sia oramai ben poco da fare. Non mi sembra un'opinione che abbia meno fondamento di quella che invece afferma che si può ancora fare qualcosa, anche se quando spiega ciò che si dovrebbe fare, appare evidente il carattere utopico di questi programmi. Unfatti, nonostante sia un lettore molto grato di questo blog, salto sitematicamente la lettura dei post relativi al clima. Credo quindi che il terzo caso sia quindi, come dire, un pò "futile".....

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  2. Devo fare i complimenti a Bardi per il blog davvero stimolante e per l'ospitare, con evidente apertura illuminista, le opinioni più interessanti.
    Sarebbe davvero bello potersi incontrare e parlare viso a viso, ma anche così...
    Dunque: non è che per analizzare "gli effetti", perdiamo di vista "le cause"?
    Allora:la disquisizione sul "rifiuto" mi pare formalmente corretta e ampiamente condivisibile, ma la sua applicazione all'argomento specifico mi sembre una forzatura, se non un errore (almeno sul piano strategico/politico).
    La polemica "si-no global warming", ricondotta all'impatto umano sull'ambiente, mi sembra tutto sommato suprabile (se non inutile).
    Riguardo poi le possibili soluzioni, che si sia in una fase di riscaldamento o di rafffreddamento, non fa nessuna differenza.
    Allora perchè insistere in queste polemiche che, alla prova dei fatti, risultano essere assolutamente sterili?
    Scusate: mi spiego.
    Tecnicamente potremmo agevolmente (e con un gran vantaggio per l'economia reale) cambiare il metodo di produzione e distribuzione dell'energia (e anche il suo uso), abbandonando in pochi anni i combustibili fossili e il nucleare da fissione (e i progetti per quello da fusione convenzionale).
    Esiste una pletora di strumenti alternativi (eolico, solare, solare termico, fusione fredda, energia del punto zero, geotermia, etc.), alcuni già pienamente operanti e disponibili commercialmente, che integrati in una rete di distribuzione adeguata (magari un po' troppo "democratica" per certi gusti... e questo è certamente uno dei problemi) sarebbero in grado di risolvere efficacemente i problemi di approviginamento energetico globale, e, di conseguenza, anche questioni come la fame, la povertà, l'ignoranza diffusa, l'ingiustizia e l'oppressione che in molti subiscono.
    Non è una questione tecnologica, ma squisitamente politica.
    Scientificamente (tanto per prevenire l'obiezione più banale: "...non si può/...non esiste"), anche prescindendo dalle numerose dichiarazioni, brevetti e sperimentazioni già effettuate, esiste il banale principio secondo cui (nonostante quanto ritenuto da Mago e accoliti) noi non abbiamo affatto rispposto a tutte le domande, il modello universale che adottiamo è approssimativo e certamente in larga parte inesatto o sbagliato, e, sebbene non si sia ancora in grado di comprendere e fare determinate cose, questo non significa che siano impossibili o inesistenti e che non siano (alcune anche nel breve) raggiungibili.
    Solo la miopia di un determinismo "religioso" (qualunque sia la sua origine e giustificazione, e quindi anche lo "scientismo") può sostenere la tesi che non abbiamo alternative alle attuali possibilità (atteggiamento che appare del tutto idiota se solo confrontato con l'analogo del secolo scorso o di mille anni fa...).
    Certo, lo spostare il problema dal piano tecnologico a quello politico non semplifica le cose, ma, è mia opinione, che consenta di elaborare più puntualmente le informazioni disponibili e quindi, forse, organizzare una risposta ai problemi più efficace.
    Come dire: se qualcuno discutendo solleva il dito per indicare la luna, pittosto che guardare il dito, potremmo tentare di verificare, per lo meno, se la mira è giusta?
    (...se i miei commenti vi appaiono eccessivi, per qualsiasi motivo, ne cesserò immediatamente la pubblicazione: il mio scopo è verificare e perfezionare le mie idee attraverso il confronto con le idee altrui, e certo non quello di catechizzare qualcuno. Grazie)

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