Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 16 luglio 2013

Un futuro incerto (VIII): l'alba

Da “The Oil Crash”. Traduzione di MR


[Le persone e le situazioni che appaiono in questa storia sono del tutto inventate. Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali sarà sempre un pura coincidenza]

Dopo la guerra con la Francia, la Svizzera aveva dispiegato una parte importante dei suoi effettivi alla frontiera occidentale, convinta che se ci fosse una minaccia, sarebbe venuta dal lato francese. La prosperità degli ultimi anni avevano portato la Svizzera, fra le altre cose, ad una certa inconsapevolezza su quale fosse la situazione al di là dei propri confini. Certo era che nei territori della vecchia Germania la gente delle diverse nazioni che ora occupavano il suo territorio avevano avuto due anni consecutivi di carestia. Quando già nel mese di aprile i termometri di alcune zone della Germania segnavano più di 30 gradi Centigradi e si anticipava una nuovo anno di raccolti mediocri, il popolo tedesco perse la pazienza. I diversi Lander crearono un grande esercito unito e si lanciarono con decisione alla conquista della Svizzera.

La qualità delle armi e la preparazione militare dell'esercito tedesco erano molto basse, ma ciò che gli dava forza era il suo numero schiacciante: un esercito di più di 100.000 uomini disperati, che avevano perso tutto o erano sul punto di perdere tutto. I piccoli reparti svizzeri alla frontiera non poterono far fronte ad una tale marea umana e furono letteralmente spazzati via. I tedeschi, con una maggioranza di truppe a piedi, avanzavano ad una velocità inusitata, radendo al suolo ogni cosa al loro passaggio. Avvertito da un messaggero venuto direttamente dal Ministero, Gianni si vide obbligato a scappare da Zurigo nella notte, accompagnato da Margueritte. Questa fuga fece infuriare un Gianni ormai stanco di fuggire. Ciò che gli invasori non sapevano è che stavolta era preparato.

Nelle periferie di Zurigo, vicino al suo primo impianto che ora era stato ampliato, Gianni aveva diversi capannoni vigilati da uomini di sua fiducia – persone buone che aveva salvato dalla rovina e alle quali aveva dato vitto e alloggio, gente preparata e con conoscenze tecniche e militari di base. In quei capannoni conservavano una dozzina di carri armati, con una corazza impenetrabile anche da proiettili di grande calibro, ma straordinariamente leggeri grazie agli strati laminati di fibra di carbonio. I blindati trasportavano al loro interno centinaia di proiettili di grande calibro e di pallottole per mitragliatrice, leggeri ed inseribili, fatti a loro volta in fibra di carbonio e spinti da esplosivi a base di idrogeno e metanolo. Data la leggerezza e la manovrabilità dei blindati, la loro eccellente corazza e la terribile potenza di fuoco che erano capaci di sviluppare, quei dodici blindati furono in grado di fare strage di tedeschi. La battaglia fra gli invasori e quella piccola forza blindata durò soltanto un paio d'ore e fini per diventare un esercizio di tiro al piattello. Quella notte, fra invasore ed invasi, ci furono più di 10.000 morti in territorio svizzero. I generali che comandavano l'esercito tedesco, vedendo che nemmeno sacrificando i suoi uomini migliori erano in grado di avvicinarsi ai blindati, decise di sciogliere l'esercito e di ritirarsi nel proprio territorio. Almeno 5.000 altri tedeschi furono fatti prigionieri nella loro fuga disordinata, anche se pochi di loro sarebbero arrivati vivi al carcere.

Dopo l'attacco folgorante dei tedeschi, centinaia di chilometri quadrati del nord della Svizzera erano diventati poco più che case crollate e coltivazioni perdute, falciate e schiacciate dal passaggio di quella truppa abbruttita. La gente che abitava in quella terra ora insudiciata, coloro che avevano potuto fuggire e rimanere in vita, ormai non potevano più riceverne pane e sostentamento almeno fino al raccolto seguente. E a ricostruire le case, le fattorie, i pagliai... ci sarebbero voluti mesi e molte famiglie di contadini non potevano nemmeno permetterselo. Zurigo si era liberata dalla barbarie per via dell'azione rapida di Gianni. Man mano che i blindati espellevano i tedeschi verso il loro paese, il paesaggio di desolazione che avevano lasciato diventava sempre più evidente per Gianni, che contemplava tutto ciò dall'alto di una collina a nord di Zurigo. Fortunatamente, pensò, Margueritte era in salvo, lontano, nelle retroguardie. Ma probabilmente altre Margueritte non avevano avuto la sua stessa fortuna quella sera nella quale, a tradimento, i tedeschi li avevano assaliti. Sentì un rabbia profonda, un odio alimentato dal risentimento di decenni in cui era stato umiliato da gente che considerava abbruttita ed inferiore. Ma stavolta no. Questa volta Gianni non era disposto a permettere che un tale affronto venisse cancellato così facilmente. Prese il suo la ricetrasmittente ed ordinò al comandante della sua flottiglia personale di blindati che inseguisse i tedeschi fino a Berlino se fosse stato necessario e che li annientasse.

I blindati, molto più veloci e potenti dell'esercito tedesco, fecero strage fra le truppe che si ritiravano, spaventate, fuggendo dall'orrore che si estendeva alle loro spalle. Lo stesso Gianni vide, attraverso le telecamere poste nel blindato del comandante, che i suoi blindati stavano scatenando una carneficina inimmaginabile. No, non poteva cadere nella stessa brutalità. Odiava quegli uomini che avevano messo in pericolo ciò che più amava al mondo: la sua università, la sua casa, il suo paese d'adozione, Margueritte... ma nonostante questo non poteva massacrarli come se fossero insetti. Ordinò ai suoi blindati di fermarsi e di dispiegarsi  in formazione occupando un'area di sicurezza in territorio tedesco.

Le settimane successive furono frenetiche per Gianni. Le sue fabbriche producevano blindati e dozzine, con tutte le loro munizioni ed esplosivi. Con il beneplacito del Governo Svizzero creò un protettorato in Germania, una zona cuscinetto, e tutto il resto della frontiera Svizzera fu militarizzata e vigilata dai nuovi blindati SPEG. In tutte le frontiere svizzere i controlli si fecero molti più serrati, limitando l'accesso agli svizzeri e alle persone con residenza o familiari nel paese elvetico. Oltre allo sforzo bellico e produttivo, Gianni fece generose offerte per la ricostruzione delle zone devastate, fino al punto che in quelle settimane spese metà della sua fortuna e col suo esempio ottenne che anche il Governo mettesse la sua parte.

Gianni odiava in modo viscerale ed irrazionale quella truppa di pezzenti che stavano per rovinare la sua opera, ma il suo cervello di scienziato lo spingeva a cercare di lasciare da parte i suoi pregiudizi e capire il perché. Centomila persone non si mettono d'accordo semplicemente perché sono malvagi; naturalmente c'era un motivo che aveva portato tanta gente ad agire in modo tanto brutale e concertato. Gianni fece visita al protettorato tedesco e parlò con decine di prigionieri e capì perfettamente cos'era successo. Mentre la Svizzera prosperava, la gente in Germania soffriva sempre di più. L'invasione era il mero prodotto della fame e la fuga da condizioni di vita sempre più miserabili. Niente di più semplice, niente di più prosaico.

Evidentemente il problema doveva essere generalizzato nel continente e probabilmente in tutto il mondo. Se Gianni voleva che il paradiso svizzero continuasse ad estendersi, non poteva abbandonare quelle migliaia di milioni di persone alla loro morte. La Svizzera non poteva chiudersi nella sua bolla, esibendo impudicamente la sua prosperità mentre il resto dell'Umanità soccombeva. Come sanno gli ecologi che studiano la dinamica delle popolazioni, nessuna barriera è sufficientemente forte da fermare la pressione di una popolazione sufficientemente grande e i blindati di Gianni potevano risultare efficaci per mettere in fuga più di un esercito o un'orda di sbandati di 100.000 persone, ma avrebbero finito per soccombere di fronte ad un attacco di un milione o due di persone, o più. C'era gente abbastanza in Europa da inondare letteralmente la Svizzera col proprio sangue e anche di più nella vicina Africa. E se la necessità continuava a spingere, alla fine sarebbero passati. E non solo quello. Un giorno sarebbero potute arrivare minacce da terre più lontane, alcune delle quali conservavano ancora alcune testate nucleari. Fortunatamente per il mondo, la maggior parte delle testate che conservavano le potenze nucleari erano state smantellate per sfruttare il combustibile nelle centrali nucleari quando l'uranio cominciò a scarseggiare negli anni 10, ma anche così un paio di ogive bastavano a mettere un piccolo paese come la Svizzera in ginocchio. Non c'era altra soluzione: doveva estendere la tecnologia all'Europa e al resto del mondo.

Dopo due settimane di discussione con il Ministero e molteplici contatti diplomatici, la Svizzera convocò una conferenza paneuropea a Berna per discutere i termini della condivisione della tecnologia SPEG, come passo preliminare alla sua estensione a tutto il mondo. All'incontro parteciparono osservatori di tutti i continenti, anche se alcuni di loro non riuscirono ad arrivare in tempo, data la precarietà dei mezzi di trasporto di quegli anni, questo nonostante il fatto che l'annuncio della conferenza fu fatto un mese prima della sua celebrazione. Dopo il discorso inaugurale del Primo Ministro svizzero, l'anfitrione dell'evento, la conferenza centrale fu quella di Gianni Palermo che spiegava le caratteristiche generali della tecnologia (i suoi requisiti, ma senza scendere nei dettagli di funzionamento) e abbozzava il suo potenziale su scala europea e globale. In realtà, Gianni proiettava numeri molto più modesti di quelli che offriva il vero potenziale della tecnologia SPEG, ma anche così si produsse un mormorio di soddisfazione fra i delegati – probabilmente non speravano di ottenere tanto. Gianni non si sentiva a suo agio nel partecipare a quel forum, anche se sapeva di doverlo fare. Nella sua testa aveva immaginato ciò che si aspettava di trovare a quella conferenza; vedeva sé stesso, umile professore universitario, che doveva parlare di fronte a decine di diplomatici con decenni di esperienza, una compostezza opprimente ed una notevole superbia, gente che ti fa sentire piccolo solo guardandoti dall'alto in basso. Ma invece di orgoglio e prepotenza con fine tatto diplomatico, Gianni si ritrovò a parlare ad una truppa di famelici, emaciati e pezzenti. Durante i pasti frugali delle cinque sessioni dell'evento, le loro distinte signorie divoravano il pane e la zuppa come se fossero prelibatezze. Dopo l'esposizione iniziale di Gianni, i delegati nazionali descrissero la situazione di ogni paese, spiegando le loro sfide a problemi più grandi, tutti diversi – desertificazione, mancanza d'acqua, inondazioni, bassa produttività agricola, tormente, epidemia – e tutti molto simili: con una fonte di energia affidabile, tutti quei problemi avrebbero potuto essere tenuti a distanza.

Dopo una breve giornata di lavoro coi delegati, durante l'ultima giornata dedicata alle conclusioni, Gianni espose un piano di espansione per i paesi europei con un tempo di realizzazione di circa cinque anni e per le prime esperienze pilota fuori dall'Europa; ma dedicò più della metà della presentazione a spiegare anche i limiti. Descrisse con molta precisione i problemi che si sarebbero presentati, a seconda della regione, se si fosse tentato di aggirare il limite di sostenibilità di ogni territorio, dando da intendere chiaramente che SPEG era l'ultima opportunità per l'Umanità e che se stavolta l'avidità e la sfrontatezza umana non fossero state tenute a bada, gli esseri umani sarebbero scomparsi inesorabilmente dal pianeta. Stabilì una quantità massima di energia per ogni territorio, che doveva essere destinata in primo luogo ad un'agricoltura sostenibile e alla produzione di acqua potabile a seconda della capacità del territorio, in secondo luogo a mantenere un livello sanitario corretto e degno e in terzo luogo all'educazione, nella quale i programmi di studio dovevano essere rivisti ed approvati dall'autorità accademica svizzera e nei quali andava data priorità alla formazione nel campo della sostenibilità e del rispetto dell'equilibrio naturale. Soltanto dopo aver adempiuto a queste tre necessità, a seconda del proprio livello di popolazione massima di carico rivedibile per ogni territorio, si sarebbe potuta usare tutta l'energia rimanente per altri usi, fino alla quota massima stabilita per il territorio.

La gestione della proprietà della tecnologia SPEG rimaneva in mano svizzera, che si impegnava a non negarla a nessun paese che aderisse ai suoi principi. La Svizzera diventava così il garante del benessere dell'Umanità e il paese più importante del mondo. Per la relativa sorpresa di Gianni, non ci furono proteste, non ci fu retorica contorta per cercare di arraffare più privilegi per gli uni a scapito degli altri. Fra i delegati c'era solo stanchezza e disperazione. I rappresentanti dei paesi europei e dei paesi pilota votarono ordinati e unanimemente l'accettazione incondizionata delle norme che erano state decise in quella conferenza. La conferenza si chiuse con tutti i delegati in piedi ad intonare l'Inno alla Gioia di Beethoven, che insieme alla bandiera svizzera diventavano il simbolo della nuova Europa e del nuovo mondo.

Cinque anni dopo il continente era irriconoscibile. Dopo grandi sforzi, alla fine la fame era finita e la vita prosperava di nuovo. La vita era ancora dura, ma sopportabile, in molti territori la cui capacità di carico si era ridotta, nonostante la tecnologia SPEG, a causa dell'inclemenza del Cambiamento Climatico. E la situazione era cangiante, per cui, almeno in Europa, non si poteva dar la battaglia per vinta. Nel Ministero Internazionale della Sostenibilità svizzero si lavorava intensamente rivedendo i programmi di installazione nazionale e fissando criteri standard per stabilire le quote energetiche e di uso di materie prime per ogni territorio. Fortunatamente al Ministero cominciavano ad arrivare le prime promozioni universitarie formate da Gianni, con molte idee nuove e progetti per il futuro.

Gianni aveva già compiuto settant'anni. Era seduto sulla panchina del suo giardino di fianco ad una giovane Margueritte nel pieno dello splendore dei suoi diciannove anni. Entrambi guardavano il giardino, dilettandosi del volo delle farfalle, contemplando una nuova primavera, fra le poche a meritare quel nome, trasformava il triste inverno in uno spettacolo di colore e vita.

- Un giorno dovrai porti di fronte a tutto questo, Margueritte – disse alla fine Gianni – Il resto del mondo sta ancora soffrendo. Il Ministero ha studiato nuovi progetti di espansione per l'Africa, l'America, l'Asia e l'Oceania, ma ci sono innumerevoli difficoltà. Siccità, tormente, il livello del mare che sale, quello delle falde acquifere che si abbassa... Il mondo è molto più grande dell'Europa e se è ancora difficile stabilizzare questo continente, al di fuori di esso la sfida è ciclopica. Ma è un nostro dovere: dobbiamo liberare l'Uomo dai suoi pesi. Non possiamo riposare finché un solo uomo soffre.

Margueritte sorrise e il suo volto si illuminò.

- Mi hai insegnato bene, so quello che devo fare e lo farò. Quando finirò gli studi all'Università mi prenderò in carico l'installazione internazionale e nel frattempo farò uno stage al Ministero della Sostenibilità – Margueritte prese la mano di Gianni e guardandolo coi suoi grandi occhi a mandorla gli disse in francese – Ormai puoi riposare, papà, proseguirò io il tuo lavoro.

Era la prima volta che Margueritte lo chiamava papà, anche se legalmente erano più di dieci anni che era suo padre. Forse perché parlavano quasi sempre in tedesco. Per dire quelle parole Margueritte aveva avuto bisogno di tornare alla lingua materna. Lui le diede un bacio sulla fronte e cominciò a piangere, e lei lo abbracciò.

- Non c'è mai stato un uomo migliore di te, papà.

- Non è vero Margueritte, ho fatto cose terribili.

- Tutti hanno fatto cose terribili in quegli anni, ho letto i libri di Storia. Ma tu hai saputo trovare la strada ed hai fatto più bene che male.

Dopo quel giorno, Margueritte unì i suoi studi all'Università, dove studiava fisica ed ingegneria, con la gestione degli impianti SPEG e il suo stage al Ministero per aiutare nella pianificazione sostenibile dei territori. Gianni a poco a poco gli cedette il passo e alla fine si incontravano soltanto per la gestione di uno spazio sostenibile comune: il giardino.

La Primavere successiva, prima dell'arrivo dei rigori dell'estate, Gianni fece un viaggio nostalgico a Roma. Non era più un uomo perseguitato, ma famoso e riconosciuto, anche se lui evitava di apparire in atti e omaggi pubblici. Col suo aspetto discreto, agli albori di una rispettabile anzianità, riusciva a non venire importunato e passare inosservato la maggior parte delle volte. Per arrivare in Lazio, il nuovo paese di cui Roma era la capitale, dovette attraversare mezza dozzina di paesi che solo venti anni prima non esistevano. I treni di quell'epoca andavano a velocità ridotte per ottimizzare l'efficienza energetica e, fra quello e i passaggi di frontiera, il viaggio per arrivare in Lazio durava più di un giorno. Ma Gianni non aveva più fretta: non aveva motivo di correre, visto che nessuno lo inseguiva. Al contrario, le guardie doganali lo salutavano con rispetto vedendo il suo passaporto svizzero e, vedendoci il suo nome sopra, si mettevano sull'attenti e molte volte gli allungavano ferventemente la mano. Uno lo abbracciò, addirittura. Fu proprio la guardia del passo di Serravalle, quel passo maledetto dove venti anni prima un gruppo di sbarbatelli, coltello alla mano, cercarono di prendere lui e Davide Rosi.

Il treno proseguiva nel suo lento tremolio. Il Piemonte e la liguria erano riuscite a conservare la propria rete ferroviaria in buone condizioni, ma in Toscana si notava l'abbandono di molti anni. Il Governo della Toscana, mettendo in pratica le direttive del Ministero svizzero della Sostenibilità, aveva completato la Fase tre di Rigenerazione Sostenibile del Territorio e stava dedicando i suoi sforzi alla strutturazione efficiente del territorio: Gianni vide molte macchina di fabbricazione svizzera che lavoravano per ripristinare a e fare manutenzione alla strada. Guardando quelle colline, Gianni non poté evitare un brivido, ricordando la sua città natale rasa al suolo dalle bombe incendiarie francesi. Ma ora la Francia non esisteva più e Parigi tornava lentamente ad essere quello che non avrebbe mai dovuto smettere di essere: un centro europeo della cultura e della scienza.

Poco dopo essere entrato in Lazio, Gianni ricordò un campo di riconobbe abbandonato. Le macchine lavoravano al suo smantellamento, un imperativo per la necessità di riutilizzare i materiali, ma anche dal punto di vista morale. Forse in quel campo erano morti Enrico Pozzi e tanti altri suoi compagni. E cos'era successo agli esiliati? Angelo santi ed alcuni altri naufraghi erano giunti a Zurigo, ma cosa era stato fatto di tutti gli altri? O avevano seguito altre destinazioni niente affatto promettenti? Gianni non poté evitare di pensare a davide Rosi ed alla sua triste fine, caduto da molto più in alto di tutti gli altri. Come sempre, la consolazione di aver aiutato Colette e i suoi figli era l'unico rimedio al grande dolore che gli provocava il solo evocarlo.

Gianni alla fine scese dal treno a Roma. Non c'erano ricevimenti ufficiali, nessuno sapeva che sarebbe arrivato quel giorno, anche se lo aspettavano per la settimana seguente (volevano dargli la Gran Croce d'Oro al merito Civile del Lazio, anche se Gianni dubitava che potessero trovare oro per una croce tanto grande). Si diresse direttamente ad un modesto hotel, molto diverso da quello che il Ministero della Sostenibilità laziale gli aveva riservato per la settimana successiva. Si registrò coi suoi nuovi documenti di identità laziali che il Governo di quel paese gli aveva fatto arrivare “a riconoscimento dei lavori prestati per la sua patria di origine”, ignorando il fatto che, stricto sensu, egli era laziale di nascita. Il proprietario dell'hotel non sapeva chi fosse Gianni Palermo, ma sapeva che i documenti erano in ordine e che l'ospite era economicamente solvente, visto che pagava in anticipo i quattro giorni di soggiorno.

Dopo essersi registrato all'hotel, Gianni se ne andò a passeggio per le strade di Roma, un po' senza sapere dove stesse andando o meglio senza rendersi conto di dove andava. Arrivò quasi senza pensarci nelle vicinanze di quello che era stato il suo laboratorio di ricerca, allo stesso colle da dove fu testimone del suo saccheggio e del suo incendio. Erano passati vent'anni e nessuno aveva recuperato quello spazio. Si intuivano le rovine sotto gli arbusti e i cespugli che davano un tocco di verde, anche se malinconico, all'insieme. Un grande cartello, leggermente sbiadito a causa della pioggia, annunciava la ricostruzione imminente del centro “con il contributi del Fondo Svizzero di Sostenibilità Europea”, anche se a giudicare dalla data – tre anni prima – erano stati più zelanti nel mettere il cartello che non a cominciare i lavori. Alcune cose non cambiano di luogo anche se cambiamo di paese, pensò Gianni.

Ovunque vide le devastazioni della guerra contro i francesi, che nonostante il tempo trascorso – e della poca resistenza degli italiani – erano ancora molto evidenti. Vide soltanto alcuni edifici ricostruiti nei quartieri più signorili, in alcuni casi con fondi svizzeri. Prese nota, per riportarlo al Ministero della Sostenibilità Internazionale, una volta di ritorno a casa. Sicuramente era molto difficile superare molte abitudini  negative dell'epoca precedente.

Passeggiando e quasi senza volere giunse al suo vecchio quartiere, nella sua vecchia strada, alla sua vecchia casa. La zona non aveva subito più degrado di lui da quei venti anni che erano passati da quando l'aveva abbandonata, zaino in spalla. Senza sapere bene perché, entrò dalla porta della sua vecchia casa e salì fino all'appartamento dove abitava. Era un appartamento relativamente modesto. Il suo stipendio da professore universitario, dopo i tagli ripetuti, non era da tutti, e lui, senza familiari a carico, aveva preferito spendere i soldi in viaggi. Pensava a questo guardando la vecchia porta di colore verde opaco. Era uguale a venti anni prima e non era stata ridipinta. Cosa era stato di tutte le sue cose, di tutto quello che lasciò con la sua fuga? Senza riuscire a reprimere l'impulso, bussò alla porta.

Gli aprì una bambina di circa otto anni. Per un momento a Gianni parve di vedere Margueritte dieci anni prima. Dall'interno si sentì una voce femminile, senza dubbio era la madre: “Chi è?”

- E' un signore molto distinto – disse la bambina – Sembra uno scienziato.

FINE


Antonio Turiel
Luglio 2013

2 commenti:

  1. La storia mi e' piaciuta, anche se qua e la un po' ingenuotta, e con la questionabile trovata della sorgente di energia rinnovabile illimitata.

    RispondiElimina
  2. Beh, è stata una bella lettura estiva...

    RispondiElimina