Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 16 luglio 2013

Un futuro incerto (V): la meta è dove stai andando

Di Antonio Turiel
Da “The Oil Crash”. Traduzione di MR




[Le persone e le situazioni che appaiono in questa storia sono del tutto inventate. Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali sarà sempre un pura coincidenza]

Nonostante fosse solito fare lunghe passeggiate sui monti vicino a Zurigo, l'ascesa della montagna fu dura e penosa per un Gianni nel bel mezzo della cinquantina. Ai suoi piedi poteva vedere Losanna e in lontananza Ginevra. Ginevra era perduta, le truppe francesi sarebbero entrate per questo passaggio naturale fra le Alpi e la catena del Giura, questo era chiaro.

Gianni saliva con un plotone di ricognizione che si era appostato su quella montagna. Voleva vedere coi propri occhi cosa dovevano fronteggiare. Al capitano in carico non fece molto piacere portare con sé un civile, ma Gianni aveva un'autorizzazione del Ministro e il capitano, semplicemente e disciplinatamente, rispettò l'ordine.

Dall'alto della montagna, Gianni poteva vedere una grande estensione della pianura centrale della Francia. Con l'aiuto di un binocolo identificò immediatamente dove si era concentrato l'esercito francese. Gli parve che l'insieme di truppe presenti fosse piuttosto scarso. Pensavano forse di attaccare anche dal lato tedesco?. Ma la Francia aveva sottomesso solo la parte nord della vecchia Germania, quindi per arrivare alla Svizzera per questa strada avrebbe dovuto attraversare una terra ostile. Non sembrava molto verosimile. D'altro canto Davide, che era sicuramente a capo delle truppe, non sapeva nulla di strategia militare (alla fine dei conti era solo un imprenditore e prima era stato uno scienziato) e confidava ciecamente nella superiorità meccanica. Tutto faceva pensare che avrebbe tentato di entrare direttamente in Svizzera via Ginevra, costeggiando il lago Lemano.

L'esercito popolare svizzero era formato da uomini forti e orgogliosi, amabili nel quotidiano, ma tenaci quando ce n'era bisogno. Tuttavia, quel clima tanto strano che si era venuto ad instaurare col passare degli anni, faceva sì che molte delle sue vecchie strategie non avessero più senso. Per esempio, gli inverni raramente erano rigidi, quindi non potevano più contare sul Generale Inverno; di fatto, Davide li stava assalendo in pieno inverno. Gianni vedeva chiaramente che i Francesi li avrebbero schiacciati. Tuttavia, dal lato francese stava succedendo qualcosa. Era già passato un giorno dalla scadenza dell'ultimatum per la consegna di Gianni ed ancora non avevano iniziato l'assalto. Qualcosa di raro in una persona arrogante come Davide.

Con l'aiuto reticente del professor Strauss, Gianni riuscì a convincere il Governo svizzero a sollecitare la Francia per un incontro in terra neutrale delle due delegazioni, “come ultimo tentativo di evitare una guerra che nessuna delle due nazioni vuole”. L'emissario fu inviato all'accampamento dei francesi e, sorprendentemente, la risposta fu positiva. L'unica condizione che imposero i francesi fu che Gianni doveva partecipare alla delegazione svizzera. Nonostante le perplessità una tale richiesta causò, sia Gianni sia il Governo acconsentirono. Si accordò che ogni delegazione sarebbe stata costituita da 20 delegati, 10 dei quali sarebbero stati soldati armati. La riunione avrebbe avuto luogo fuori Ginevra, a circa 40 chilometri dall'accampamento francese, e i delegati francesi avrebbero dovuto percorrere gli ultimi 4 chilometri a piedi, mentre i loro veicoli avrebbero dovuto ritirarsi. Gianni non si sorprese di vedere il Generale Rosi in testa al corteo francese. Dopotutto, se c'era qualcosa che non mancava a Davide Rosi era l'audacia.

Il Governo svizzero aveva posto alla testa della propria delegazione il Segretario di stato della Difesa, ma con notevole maleducazione Davide Rosi lo ignorò e si diresse verso Gianni:

- Ci rivediamo, Gianni – gli disse.

- Non mi aspettavo nulla di diverso, Generale Rosi.

- Andiamo – disse Davide stringendo le spalle e aprendo i palmi delle mani – non lasciarti impressionare dal mantello e dai galloni. Sono ancora Davide Rosi, il tuo vecchio studente di dottorato.

- E' da molto tempo che non ho nulla da insegnarti e ciò che hai imparato io non te l'ho mai insegnato – Gianni ponderò il su disprezzo per non attrarre ulteriori mali sulla nazione che lo ospitava e proseguì: - Suppongo che vuoi che mi consegni. Se mi assicuri che non attaccherai la Svizzera rientrerò con la vostra delegazione.

Gianni era stanco. Più che vecchio si sentiva stanco e disgustato dal mondo. Succedesse quello che doveva succedere, consegnarsi gli sembrava un prezzo accessibile se avesse ottenuto che quella bestia maledetta non profanasse l'ultimo baluardo del sapere e della civiltà che rimaneva in Europa.

- Mi sembra stupendo che torni con noi, Gianni. Di fatto nella repubblica tutti ti riceveranno con le braccia aperte. - Il tono di Davide era caldo, paterno, ma finto – Inoltre, è la cosa migliore per la tua sicurezza personale.

- Cosa vuoi dire? La mia vita non è in pericolo in Svizzera... - Gianni guardò direttamente negli occhi di Davide... - o forse sì. Non ci posso credere. Non ci posso credere! Pensate di invadere la Svizzera comunque!!

Avevano parlato in italiano, lingua che nella delegazione svizzera conosceva solo Gianni, ma l'ultima frase Gianni la pronunciò in francese. Davide sorrise ed aprì le braccia, fingendo di mostrarsi come una persone indulgente e continuò in francese, un francese ora fluente e sicuro.

- Andiamo, andiamo, non drammatizziamo! Non c'è motivo che ci sia un'invasione nel senso stretto della parola. E' ovvio che l'esperimento svizzero non può proseguire oltre, coi tempi che corrono. La Grande repubblica ha dei progetti per la Svizzera, dei quali la nuova provincia elvetica ne avrà dei benefici.

Gianni non credeva alle sue orecchie. Davide aveva insistito perché prendesse aperte alla delegazione svizzera perché pretendeva di averlo in suo potere prima che cominciassero le inevitabili cannonate. Non se ne lasciava sfuggire una, il ragazzo era un vero falco negli affari. Il Segretario di Stato era rosso d'ira, ma nonostante questo parlò con educazione. In modo aspro, s', ma educatamente:

- Lei non può un giorno dire che vuole solo l'estradizione del professor Palermo e il giorno dopo dirci che ci sottometterete comunque! Che razza di paese siete? Non potete fare questo! Gridò a Davide.

- Sì, sì che possiamo – Davide rispondeva con calma – Siamo la Repubblica. Noi possiamo tutto.

- ... finché non finisce il magnesio – aggiunse Gianni.

Davide lanciò uno sguardo fulminante a Gianni, al che il professore si mise a ridere:

- Andiamo, ragazzo, andiamo, credi che abbia rivelato un segreto? - e non poté evitare di afferrare la spalla di Davide, in un gesto di umiliante familiarità, come se fossero un paio di amici che si raccontano barzellette sporche in un'osteria – Credi che il resto del mondo sia idiota? Qui si sono resi conto della farsa da molti anni e non c'è stato bisogno che dicessi loro nulla. Hanno semplicemente fatto due più due. Sei abituato ad essere circondato da asini che pensi che tutto il mondo ragli – e tolse la mano dalla spalla di Davide due secondi prima che questi la spostasse con forza.

Davide ignorò la provocazione di Gianni e si concentrò in ciò che voleva dire. Guardò il Segretario di Stato:

- La Svizzera ora ha un clima più benevolo che altre parti d'Europa; le estati non sono tanto calde e le precipitazioni sono ancora abbastanza stabili. La Svizzera è chiamata ad essere il granaio d'Europa, il Granaio della Grande Repubblica. Non avete scelta, signor segretario. Potete sottomettervi o essere invasi, ma il fatto è che il vostro futuro passa per forza attraverso la Repubblica.

Nessuno ebbe l'animo di contraddire le spacconate di quell'uomo. Nonostante mantenesse un buon livello tecnico e fosse ben arroccato, l'esercito svizzero non era all'altezza di quello della Repubblica. Sì, questa invasione non sarebbe stata una parata militare come quelle precedenti. L'esercito francese avrebbe annichilito quello svizzero, sì, ma subendo perdite significative. Tutti gli astanti lo sapevano e forse pensando a queste perdite inevitabili ed al costo enorme dell'invasione, pensò Gianni, ecco perché la Repubblica accettava di negoziare la resa al posto di schiacciare com'era sua abitudine.

- Sai una cosa Davide? - disse Gianni all'improvviso lasciando da parte il trattamento da generale – Dici di essere stato un mio studente, vero? Allora ti darò un'altra lezione oggi. Ti ricordi di quando qualche anno fa discutevamo di ritorno energetico, di EROEI?

Davide annuì lievemente. Non vedeva chiaramente dove voleva andare a parare Gianni.

- Non ti sei reso conto che la guerra non è altro che un sistema su grande scala per ottenere risorse? Risorse e, più in particolare, energia. La guerra è un sistema di generazione di energia in più. Di un'energia che non è rinnovabile, perché una volta che impoverisci un paese non puoi più continuare il suo sfruttamento. E, siccome succede con tutti i sistemi di generazione di energia non rinnovabile, il suo EROEI tende a diminuire col passare del tempo. Già lo sai, è quella che gli economisti chiamano “la legge dei ritorni decrescenti”.

Davide lo guardava attonito.

- Guarda – proseguì Gianni – a quello che è successo alla repubblica con le sue guerre di conquista. All'inizio ha invaso i paesi più deboli e con grandi riserve di magnesio, cosa che ha permesso alla Repubblica di espandersi con rapidità. Ma, una volta che i paesi più redditizi dal punto di vista energetico sono stati occupati e spogliati avete dovuto cercare altri paesi, meglio difesi, più complicati da invadere per la loro orografia ed altri fattori, e con minori depositi di magnesio perché avevano conservato un sistema industriale funzionale per più tempo. Il vostro rendimento energetico è crollato, l'EROEI è diminuito. Ed è successo nel momento peggiore, quando la “massa” della Repubblica era aumentata di molto ed era necessario mantenere un influsso maggiore di nutrienti. Così, vedi, Davide: nemmeno “con altri mezzi” - disse evocando la conversazione dell'ultima volta che si erano visti al CRET – si può sfuggire alle leggi della Termodinamica. La tua impresa sta soccombendo perché non hai capito le mie lezioni, perché nonostante il tuo talento sei stato un cattivo studente. Guardati e renditi conto del fatto che sei diventato un mostro cieco e brutale; era questo quello che volevi fare della tua vita quando sei scappato da Roma con me?

- E tu, esimio professore? - Davide rispose tagliente, al contrattacco; il discorso del professore lo aveva colpito, visto che non aveva mai considerato la termodinamica della guerra – cos'è che hai fatto tu? Ti sei chiuso nella tua torre d'avorio e giocare con le tue macchinette e coi tuoi progetti inutili mentre il mondo intorno a te si sfaldava. Non sei stato capace di vedere che il cerchio intorno a noi si stringeva e quando ti sei preparato per scappare hai pensato solo a te. In un certo senso, io non ho fatto altro che scappare da quando siamo scappati da Roma dodici anni fa. E tutto questo è stata colpa tua! - in lontananza si sentì un tuono nello stesso momento in cui Davide sottolineava l'ultima parola, quel “tua” pieno di rancore e rimprovero.

“Dalla porta dalla quale uscì la carità entrò la peste”, penso Gianni. Ma il rimprovero di Davide era giusto, dopo tutto. Sì, era stato preso dalle sue ricerche senza rendersi conto che faceva parte di una società che soffriva. Quando in Italia i giovani uscirono per le strade per protestare per la mancanza di lavoro, quando lo fecero gli anziani per lamentarsi della diminuzione delle pensioni e degli aiuti, quando ampi settori della società protestarono contro i tagli all'educazione, alla sanità, ai servizi sociali e la corruzione... Gianni continuò a lavorare, come se nulla fosse, nel suo laboratorio. Sì, lo aveva disturbato il fatto che gli avessero ridotto lo stipendio, ma la sola cosa che fece fu continuare a lavorare, continuare a ricercare e di tanto in tanto a firmare una petizione o una protesta, nient'altro. Aveva giustificato a sé stesso il suo atteggiamento dicendo che il meglio che potesse fare per la società era di continuare con la sua ricerca, ma la cosa certa è che questo lavoro non lo aveva portato a niente di pratico e tutto ciò che aveva fatto in Italia era andato perduto quando la barbarie contro la quale non aveva lottato si impadronì di tutto. In Francia aveva avuto una seconda opportunità, ma aveva ripetuto lo stesso errore. Davide aveva ragione: si chiudeva sempre nella sua torre d'avorio. E in Svizzera stava facendo, ancora una volta, la stessa cosa. Aveva sempre peccato di accademismo e gli era sempre mancata l'empatia, la preoccupazione sociale. “Se non ho amore non sono nulla”, ripeté, evocando i suoi anni della scuola.

Davide sorrideva, vedendo il vecchio professore tanto pensieroso, ma all'improvviso questi sbottò, in italiano:

- E Colette cose ne pensa di tutto questo?

Davide barcollò un poco, come se una tale domanda fosse un colpo inaspettato. Il problema di combattere con un vecchio amico è che ti conosce troppo bene e con poco può colpire dove fa più male.

- Colette... - vacilló nella risposta e per alcuni secondi Gianni vide il Davide timido ed insicuro col quale fuggì dall'Italia - … ovviamente vorrebbe che passassi più tempo con lei e coi bambini. Il più grande ha già dieci anni, sai? Lei dice che alla fine mi ammazzeranno, se continuo così. Che prendo troppo sul serio la Repubblica – e sorrise – e in tutto questo è lei la francese! - Davide si rese conto che stava abbassando la guardia – Ma io faccio tutto questo per lei e per i bambini. Non come te. Cos'hai tu? Se io muoio so che avrò lasciato qualcosa dopo di me, e tu? - e dopo una pausa – Vieni con me, Gianni, potresti vivere come noi, potresti essere il nonno dei figli che non hai mai avuto.

- No, Davide, no – disse Gianni scuotendo la testa – dove vai tu io non posso seguirti. Io non voglio seguirti. Preferisco morire lottando su queste montagne, difendendo quel poco che resta della decenza e della dignità in questo mondo, anche se so che cadrò in questo tentativo.

- Molto bene – disse Davide voltandosi – se è questo che desideri. Avete una settimana per cambiare idea, dopo di che verrò coi miei uomini e vi distruggeremo.

Il corteo francese si ritirò di buon passo, mentre gli svizzeri rimasero in silenzio, in piedi, guardandoli mentre se ne andavano. Dopo un po', Gianni chiese al Segretario di stato della Difesa, senza girarsi verso di lui:

- Perché ci danno una settimana se è già tutto deciso?

Il Segretario di Stato prese aria per qualche secondo e rispose:

- Perché non hanno truppe sufficienti e devono aspettare per riunirle. L'esercito della repubblica è sparpagliato per mezza Europa e questa nuova avventura militare richiederà loro uno sforzo importante. La Svizzera è un paese ben fortificato e ci battono solo se si riuniscono in un esercito di grande dimensione.

Durante quegli ultimi giorni in Svizzera si prepararono per una guerra che sapevano essere perduta in Partenza, mentre il distaccamento francese cresceva a vista d'occhio. Nonostante l'avversità e il disagio, la gente era più unita che mai. Avevano trasceso i progetti che aveva la Repubblica di schiavizzarli e trasformarli nei loro contadini e questo aveva infiammato il cuore del popolo svizzero, nato libero e disposto a morire libero.  I piani di attacco e contrattacco furono studiati e ristudiati e le difese si stabilirono in modo che si potesse ottenere il massimo profitto da esse. La Svizzera avrebbe potuto resistere alcune settimane all'assalto dell'Esercito francese, sperando in un miracolo. Dall'altra parte del paese, Gianni non aveva alcuna voglia di tutto questo, e si preparava con discrezione alla fuga. Ma dove poteva scappare? I paesi europei che non erano controllati dalla Repubblica erano tutte dittature. Quindi si trattava di scegliere un sentiero tortuoso per uscire dall'Europa, magari attraversando il Mediterraneo, per poi emigrare in America. Molto complicato, e molto caro, ma doveva provarci.

Era la notte del quarto giorno dall'ultimatum, tre giorni prima che si compiesse la minaccia di Davide. La Svizzera fu colpita da una pioggia ed un vento fortissimi, un uragano, come non si era mai visto prima nel paese. Nelle zone basse del paese ci furono inondazioni ed alcuni edifici crollarono. Si vedeva che il clima, in guerra con l'Umanità già da anni, non avrebbe concesso tregua agli uomini, benché fossero impegnati nelle loro proprie guerre. Una delle città Svizzere più danneggiate fu Ginevra, il primo obiettivo militare dell'invasore, per la sua ubicazione al di fuori delle catene montuose. Ma secondo i rapporti che stavano arrivando dagli osservatori in avanscoperta, si venne a sapere che al di fuori della Svizzera le cose furono molto peggiori. La pianura centrale francese era stata spazzata da un vero e proprio uragano di dimensioni gigantesche. E, per la sorpresa e la gioia degli svizzeri, l'esercito della Grande Repubblica era stato messo allo sbando dagli elementi. La maggior parte dei veicoli corazzati erano volati in aria come se si trattasse di giocattoli abbandonanti da un bambino, la maggior parte delle attrezzature erano andate perdute e fra le truppe c'erano state numerose perdite. Per alcuni giorni il Governo Svizzero dubitò se attaccare i francesi approfittando della loro debolezza per dare al loro esercito il colpo di grazia, ma a ragione decisero che la Svizzera non avrebbe cambiato il suo status di nazione non aggressiva. Quattro giorni dopo dell'ecatombe climatica, una seconda tormenta, di minore intensità della prima ma ancora abbastanza violenta, fino di disfare i resti dell'Esercito della Repubblica.

A Zurigo, gianni non credeva alle notizie che arrivavano dell'incredibile disfatta francese. Si erano preparati a lottare contro gli uomini, ma non si resero conto che dovevano fronteggiare un nemico più grande, contro il quale non servono né pallottole né minacce. Dopo di ciò, gli eventi precipitarono. La Francia ritirò di gran fretta le truppe dai paesi occupati per ricostituire il suo grande Esercito, ma scarseggiavano le risorse e molte infrastrutture cruciali erano state seriamente danneggiate dalla tempesta di San Alfonso, come la chiamarono. Per poter recuperare operatività militare, il Presidente della repubblica ordinò requisizioni forzate di numerose risorse nei territori occupati e nella stessa Francia, senza rendersi conto che la gente soffriva nel riprendersi dalla Tempesta stessa, che aveva causato stragi in campagna e nelle città. L'insensibilità del Governo della Repubblica di fronte alle difficoltà dei suoi cittadini e dei popoli sottomessi, scatenò un'ondata di rivolte in tutto il continente occupato, rivolte che si trasformarono in vere e proprie rivoluzioni. Il primo dei territori che recuperò la propria indipendenza fu il nord della Germania, che si auto-costituì come Repubblica di Prussia (senza tentare di riunificarsi con la Baviera e gli altri lander del sud). Il castello di carte della Repubblica crollò rapidamente, dando vita ad una pletora di nuovi paesi, visto che ogni paese occupato si frammentava come minimo in quattro nuove nazioni, di dimensione inferiore, più ragionevoli per la nuova era di risorse scarse. La stessa Francia, soccombendo alla proprie rivolte interne, si divise in sei nazioni.

Una mattina tiepida d'autunno, Gianni seppe che un tribunale popolare di Parigi aveva giudicato e condannato a morte il Governo della Repubblica. Fra i condannati c'era il Ministro dell'Energia e della Guerra, il Generale Davide Rosi. I condannati erano stati giustiziati alla ghigliottina, seguendo la tradizione nazionale, quattro giorni prima.

Per la prima volta nella sua vita, Gianni non si lamentò di aver portato con sé Davide. Perché quel giovane ambizioso gli aveva evitato di commettere tutti quegli errori. Davide era stato il riflesso oscuro di Gianni, ciò che sarebbe potuto diventare. Davide aveva occupato il posto che in altro modo avrebbe assunto Gianni. E Gianni fece ciò che non aveva fatto in tanti anni: abbozzò una semplice preghiera per il riposo dell'anima del suo ex studente. Dopo di che, contattò Colette con una lettera. Fortunatamente, non avevano cambiato indirizzo. Temeva che Colette gli desse la colpa della perdita del marito, ma la vedova si dimostrò amichevole, vicina come era sempre stata e persino riconoscente che l'avesse contattata nonostante le avversità. Vista che la scomparsa dello Stato francese e il naufragio degli impianti di Tesla aveva lasciato la famiglia senza risorse economiche, Gianni si impegnò a versare metà del suo stipendio da Professore Titolare dell'Università Tecnica di Zurigo a Colette.

L'Europa era rimasta senza risorse. La follia della Repubblica era stata l'ultimo lampo, la luce di una fiammata folgorante ed effimera. Tutto ciò che avrebbero potuto fare gli uomini da lì in avanti sarebbe stato fatto a mani nude, o quasi. Gianni di dedicarsi corpo ed anima a migliorare, in modo pratico, le condizioni di vita della gente, cominciando da quelle dei suoi compatrioti svizzeri di oggi. “Se non ho amore, non sono nulla”.

Antonio Turiel

Luglio 2013

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