Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


mercoledì 26 giugno 2013

Distopia II: l'uomo che ha distrutto gli Stati Uniti d'America

Da “The Oil Crash”. Traduzione di MR



di Antonio Turiel

[Le persone e le situazioni che appaiono in questa storia sono del tutto fittizie. Qualsiasi riferimento a persone o a fatti reali è del tutto casuale] 

Mio padre mi ha raccontato che molti anni fa, molto prima che io nascessi, queste terre, quelle in cui viviamo e che sono il nostro sostentamento, erano parte di un grande paese. Un paese che si estendeva fra due oceani come un'immensa striscia di terra. Un paese così grande che quando il Sole sorgeva su una costa mancavano ancora tre ore perché sorgesse sulla costa opposta. Quel paese, quella gigantesca nazione, riuniva in sé tutti i paesaggi di questo grande pianeta su cui viviamo. Conteneva in sé deserti e pianure ghiacciate, aveva anche fiumi talmente abbondanti che si potevano attraversare soltanto con ponti alti quattro o cinque volte il nostro granaio e più lunghi del più grande dei nostri campi. In alcune zone di questo paese crescevano alberi più alti di qualsiasi costruzione che l'uomo potesse immaginare e c'erano praterie immense, foreste rigogliose e montagne impervie dove vivevano in armonia ogni specie di animali. Questo paese aveva il nome di Stati Uniti d'America, anche se i suoi abitanti erano soliti chiamarlo, orgogliosamente, America. Il motivo di questo nome è stato perduto da lungo tempo e solo alcuni anziani della nostra comunità dicono di sapere da dove viene, anche se non sempre sono d'accordo fra loro.

L'America era una nazione benedetta da Dio. Aveva in sé tutti i doni che si possano immaginare: terre fertili, legno prezioso, acqua, mari pieni di pesce, carbone ed persino quell'olio nero di cui parlano alcuni libri antichi, il petrolio. Con il petrolio che l'America estraeva dalle proprie viscere e con quello che le mandavano nazioni amiche di terre lontane, l'America costruì un impero che arrivava fino agli ultimi angoli del mondo. Il ptere tecnologico dell'America era l'invidia delle altre nazioni della Terra. Dicono che sia stata capace persino di mandare un uomo sulla Luna e farlo tornare sano e salvo a casa.

Lo so già, lo so già, rispondiamo al racconto dei vecchi, a quelle storie che narrano a noi figli maggiori quando i piccoli già dormono e a noi è permesso restare ancora per un po' con gli adulti, mentre loro finiscono le loro faccende quotidiane e ci lasciano restare svegli per attizzare il fuoco del camino. Io nemmeno ci credo a tutto quei prodigi che raccontano (che gli uomini fossero capaci di andare dal nostro paese a quello di fianco in poche ore e che ci fossero persino macchine che volavano). Tuttavia, credo che l'America fosse una grande nazione che fece cose straordinarie. Figuratevi, ma in questa cupola sferica in rovina sulla quale ci troviamo ora, quanti uomini mancherebbero per costruire questa meraviglia? Ed è fatta di un tipo di pietra, ma modellata. Chissà quali meravigliosi segreti conterrebbe al suo interno. Una volta ho conosciuto un bambino di un paese vicino; lì i bambini vanno a scuola. Sapete, un posto in cui i bambini passano la giornata seduti ad ascoltare storie meravigliose raccontate dai loro maestri e dove imparano a leggere, scrivere e a far di conto. Tuuutto il giorno seduti lì, senza dover andare nel campo e strappare erbacce, ad arare la terra o a cacciare conigli, ci potete credere? Questo bambino mi raccontò altre cose meravigliose che aveva letto nei libri di scuola, libri, mi disse, che avevano 50 o 100 anni. Io credo che esagerasse, ma molte delle cose che mi raccontò erano uguali a quelle che mi raccontò mio padre, al quale a sua volta le aveva raccontate il suo, mio nonno.

Mio nonno, lo conoscete già. Sta sempre seduto sotto il portico, guarda l'orizzonte, pensa a non so cosa. A volte dico a mio padre. “per quale motivo il nonno non viene mai al campo ad aiutarci? E' vecchio, ma per poco che facesse risparmierebbe del lavoro agli altri”. E mio padre mi dice sempre: “lascialo stare, ha già fatto tanto quand'era giovane. Ha costruito questa fattoria con le sue mani, ha recintato le terre, e quando sono arrivati i saccheggiatori ha organizzato la gente e insieme li hanno cacciati”. A volte mio padre, dicendomi queste cose, ammutoliva di colpo e diventava pensieroso, senza che io sapessi il perché e, siccome non mi piace contrariare mio padre, me ne andavo al campo e continuavo a fare quello che stavo facendo. Ma da qualche giorno ero arrabbiato: il giorno prima mi era entrata una scheggia in un dito e il dito mi dava molto fastidio – mi fa ancora male – e ho detto a mio padre: “Papà, Dio sa che sono grato al nonno per tutto quello che ha fatto in passato per noi, ma il nonno ha un piatto sul nostro tavolo e continua a mangiare da quel piatto. E qui il lavoro è tanto. Non chiedo imbracci una falce, papà, ma potrebbe sgranare le pannocchie di mais, o condurre il cavallo, qualunque cosa, papà. Non siamo ricchi e la terra dà poco; un giorno fa una gelata in piena estate e rovina tutto, o fa un caldo inclemente per settimane senza una goccia d'acqua per poi non smettere di piovere per giorni”. Mio padre smise di falciare e mi guardò per un attimo negli occhi, mentre ansimava stanco. Avrei detto che d'improvviso mi vedesse con altri occhi. Alla fine dei conti ho già 12 anni! Sono già quasi un uomo e in molti compiti nel campo in pochi mi eguagliano.

Mi disse: “Sai, Adam? Forse sei già sufficientemente grande per sapere di più”. Diede un'altra falciata. “In realtà, tuo nonno fece molto di più che darci queste terre”. Riprese a falciare il grano, alla stessa velocità, e il suo volto era inespressivo, come se ne fosse andato, come quando Mark aveva avuto la febbre. “Prima ci ha tolto tutto”. Riprese a falciare, come prima. “Prima ce l'ha fatta perdere tutta”. E riprese ad muovere la falce. Ma lì si fermò e mi guardò come non lo avevo mai visto prima guardare qualcuno. Be', no, ricordo che una volta guardò in questo modo mio cognato Jeremiah quando non si era ancora sposato con Sarah. Non so cosa Jeremiah avesse detto a mio padre, ricordo che mia sorella piangeva ma Jeremiah guardava mio padre con aria di sfida e gli disse, ancora mi ricordo: “sono un uomo e farò quello che devo fare”, così gli disse, sono un uomo e farò quello che devo fare. Una settimana dopo si sposarono e vennero a vivere con noi – a me piace perché così posso giocare coi miei nipoti prima di andare a dormire. Quel giorno credevo che mio padre avrebbe colpito Jeremiah, perché aveva i pugni e i denti stretti, e lo sguardo che vi dicevo, ma l'altro giorno non stringeva né i pugni né i denti, guardava soltanto. Io me la stavo facendo sotto dalla paura, pensavo: ho superato il limite, mi darà tante legnate come quando, bruciando le stoppie, quasi bruciai il bosco del margine meridionale, dicendomi: “pazzo, quel bosco è il nostro sostentamento per l'inverno, cos'hai fatto, disgraziato” e mi diede uno sganassone in bocca che mi fece cadere un dente – questo già lo sapevo. Mi aspettavo come minimo un rimprovero, quando mio padre aprì la bocca e mi disse: “tuo nonno ha distrutto l'America” e continuò a falciare alla stessa velocità, come se niente fosse.

Non osai chiedere altro a mio padre, ma feci il mio lavoro più rapidamente che potevo e, una volta finito, chiesi il permesso di di tornare a casa prima. Mio padre si volto dolce a guardare e mi disse: “Va, sì, corri, corri a parlare con tuo nonno”. Non so come faccia mio padre a sapere sempre quello che penso senza che io lo dica. Non dico che sia un stregone, eh, che sarebbe una cosa molto grave, ma mi conosce molto, molto bene. Il fatto è che correvo a casa, era vero, perché volevo parlare con mio nonno perché mi spiegasse come aveva fatto a distruggere l'America. Arrivai così al portico e lui era lì, come sempre, che guardava l'orizzonte senza vedere niente di particolare. Andai dritto verso di lui e gli dissi: “Nonno, perché hai distrutto l'America, se tutti dicono che era tanto meravigliosa?”. E mio nonno mi guardò con quegli stessi occhi di mio padre – mia nonna diceva che mio padre aveva gli occhi di mio nonno (come mi manca la nonna e, credo, anche il nonno). E mio nonno mi raccontò una storia: me la feci ripetere varie volte , perché usò molte parole che non avevo mai sentito. Adesso ve la ripeto come meglio posso. Lasciate che ve la racconti così come me la ricordo e un altro giorno vi spiego con più calma cosa significano tutte queste parole, come in seguito mi raccontò mio nonno.

Questa è la storia di mio nonno. Questa è la storia dell'uomo che distrusse l'America.

Il Governo dell'America doveva a mio nonno molto denaro – Mark, ti spiegherò dopo cos'è il denaro; erano dei fogli verdi, “banconote”, che stampava “il Governo” o chi per lui, coi quali si compravano le cose. Ma non era “il Governo”, ma una cosa chiamata “la Riserva Federale”. E' lo stesso, non mi interrompete più sennò non finisco più.

Come dicevo, il Governo dell'America doveva molto denaro a mio nonno; mio nonno era falegname, e non uno piccolo, aveva cinque operai con lui. Uno di questi era tuo nonno, Mark. Il fatto è che mio nonno gli aveva fatto molti mobili, disposizioni e a volte gli montava le scene con le quali il Presidente dell'America, che era colui che comandava in America, spiegasse a tutti i cittadini del paese perché si stavano facendo le cose che si stavano facendo. La gente poteva vedere quello che diceva il Presidente perché avevano queste “televisioni”, che servivano a vedere cose che succedevano molto lontano.

Il fatto è che il Governo, o il Presidente, o chiunque fosse, doveva a mio nonno 100.000 dollari, che per mio nonno doveva esere molto, molto denaro. Mio nonno aveva chiesto molte volte al Presidente che lo pagasse, Ma pare che l'America avesse molti nemici e fosse sempre in guerra con qualcuno in qualche angolo lontano, e questo costava molto denaro. Inoltre, la gente non trovava lavoro, le fabbriche (dove si fabbricavano molte cose che la gente comprava) chiudevano e c'era sempre meno lavoro e meno denaro. Alcuni non avevano da mangiare, anche peggio di adesso, per quello che dice mio nonno, perché c'era molta gente in America allora e molto pochi avevano terre, nemmeno terre tanto povere come le nostre – Be', il nonno dice che le nostre terre non sono tanto male, ma adesso il clima è cambiato. Non so cosa sia questa cosa del clima, credo che vuol dire la pioggia o qualcosa del genere.

Il nonno aveva chiesto mille volte il suo denaro al Presidente, m questi gli dava solo dava solo delle belle parole scritte su un foglio molto bello che gli inviava per posta e che, secondo il nonno, servivano per pulirsi il culo – ahahahah. Occhio che mio nonno sa leggere, eh, è un uomo molto intelligente. Alla fine: si vede che il nonno alla fine andò da un giudice di pace o qualcosa del genere, non l'ho capito molto bene, perché ha detto molte parole strane come “avvocato” (questi era un signore che parlava per te di fronte al giudice di pace), “corte” (era qualcosa tipo una giunta di giudici di pace), “querela” (la richiesta) e non so cos'altro; un giorno gli chiederò di venire a spiegarvi di persona con più calma, sarà più facile. La corte gli diede ragione e mandò altre lettere al Presidente, con copia a mio nonno, alle quali il Presidente rispose con altre belle parole ma senza denaro. Si vede che il Congresso, che era come un consiglio di saggi anziani (anche se, secondo mio nonno, non erano proprio quelli che si dicono dei saggi, anche se sì, per la maggioranza anziani), non lasciava che il Presidente stampasse più denaro, perché ne aveva già stampato molto e, se avesse continuato a stamparne, allora coloro che avevano molte banconote (i fogli di denaro) si sarebbero accorti che valevano di meno. Alla fine il Presidente, siccome non aveva galline per dare uova, né vacche per dare latte, né tanto meno terre, non poteva pagare mio nonno. Mi nonno si arrabbiò molto e chiese alla Corte che, se non potevano pagare, che almeno gli restituissero le cose che aveva dato loro e, dopo vari mesi, gli dissero che sì, aveva diritto che gli restituissero quello che aveva dato loro o qualcosa che fosse di eguale valore. Mio nonno chiese che li accompagnassero i poliziotti della Corte (che erano come delle guardie) perché li lasciassero entrare dal Presidente e l'ordine per poter eseguire il mandato (per potersi prendere ciò che era suo, via) e così fecero.

Rimasero un giorno ed un'ora specifici di fronte alla casa del Presidente per fare questo. All'entrata, la guardia del Presidente (che ne aveva uno personale) non lo voleva fare entrare, ma siccome aveva l'ordine scritto della Corte e veniva accompagnato da un'altra guardia, alla fine lo lasciarono passare con riluttanza.

Mio nonno entrò nella Casa del Presidente e cercò i mobili che gli aveva dato, ma non li trovò. Alla fine, vide in giardino il leggio di legno che aveva preparato per il Presidente e si diresse lì con due dei suoi operai.

Casualmente, il Presidente era lì. Voglio dire: era proprio di fronte a quel leggio. Stava parlando alle televisioni, spiegando perché dovevano tagliare le spese e prendere misure non accontentavano né i poveri né i ricchi d'America; credo che quel Presidente non fosse molto amato. Ed era occupato a fare queste cose, quando mio nonno arrivò insieme al tuo, Mark, presero il leggio e se lo portarono via. Il Presidente rimase sorpreso e non sapeva che dire: poi si arrabbiò molto e urlò al capo delle sue guardie perché avevano permesso a mio nonno di prendere il leggio, e lui gli rispose che non potevano fare niente, che avevano l'ordine della Corte e che le leggi devono essere rispettate. Il Presidente gli urlò che questo non si poteva fare, che se tutti provassero a recuperare le proprie cose, il Presidente dovrebbe darle indietro perché molte cose erano già state vendute e che così sarebbe stato il caos. Nella sua furia, il Presidente non si rese conto che tutte le televisioni lo stavano vedendo.

Nel frattempo, mio nonno caricò il leggio e altri quattro mobili che poté caricare nel suo furgone e si allontanò. Dai mobili non ricavò molto denaro, ma il leggio lo comprarono per molto di più di quello che gli doveva il Presidente, poiché c'era gente molto ricca che godette della rabbia del Presidente e volle il leggio. Mio nonno tenne i 100.000 dollari che gli spettavano, inviò il resto al Presidente (visto che mancava denaro e mio nonno non voleva abusare di lui) e avvisò la Corte che il suo debito era stato saldato.

Ma era ormai tardi. Molta gente, alla quale il Presidente doveva del denaro, vide alla Tv che il Presidente non aveva denaro per pagarli. Molti di loro erano di altre nazioni e in seguito andarono alla Corte, a molte Corti, a chiedere la stessa cosa che aveva fatto mio nonno e, anche se il Presidente cercò di evitarlo, le Corti diedero loro ragione e alla fine c'erano talmente tanti cortei, ognuno con la propria guardia, che andavano a casa del Presidente a recuperare quello che aveva, che lui si dovette ritirare in un altro luogo. Ma gli toglievano cose in tutto il paese. Dove c'era una cosa che apparteneva al Presidente o al Governo, apparivano guardie con ordini di sequestro e alla fine non rimaneva nulla. Addirittura, alcune guardie lottarono fra loro, a quanto mi ha raccontato mio nonno, per prendersi le ultime rimanenze. Alla fine, al Presidente rimase solo una pistola ed un'unica pallottola e fece l'ultima cose che un uomo possa fare, haha, mio nonno me lo disse proprio così, con voce grave; suppongo che il vecchio Presidente si sia sparato.

Dopo questi avvenimenti, mio nonno dice che arrivò il caos, che le città, nelle quali prima viveva molta gente, ci furono battaglie e incendi e, alla fine, rimasero solo le rovine che vediamo ora.

Mio nonno vide arrivare questo molti mesi prima; prese i suoi 100.000 dollari e i suoi risparmi di una vita e si diresse verso una vecchia fattoria che era stata di suo nonno e dove aveva trascorso la sua infanzia, qui. Sistemò la fattoria e comprò altra terra, tutta quella che poté comprare, e portò i suoi amici e operai. Impararono a fare i contadini ed a sopravvivere, mentre l'America crollava e, nel giro di pochi anni, smise di esistere. All'inizio venivano assaliti da gente che fuggiva dalle città, ma che in seguito smisero di venire. Forse si stancarono o morirono. E così nacque la nostra comunità, quando l'America morì.

Alla fine della sua storia mio nonno mi disse: “L'America era un paese meraviglioso. Temibile, sì, ma grandioso. E per colpa mia non esiste più”. Non pianse, ma la sua voce tremava.

Ed io gli dissi: “Non è vero, nonno, non è stata colpa tua. La colpa è stata di quel Presidente che spendeva un denaro non suo. L'America era grande, d'accordo, ma non poteva basarsi sul furto lla sua gente ed a popoli lontani. Ciò poteva durare solo finché qualcuno non si ribellasse contro una tale ingiustizia. Prima o poi qualcuno doveva dire basta! E questo sei stato tu. Non hai fatto niente di male, solo ciò che era giusto. Ti immagini quello che sarebbe successo se ti fossi lasciato derubare e basta? Oggi non avremmo questa fattoria, oggi non potremmo vivere, né noi né la nostra comunità. Hai fatto quello che dovevi fare e sono orgoglioso di te” e lo abbracciai.

Mio nonno mi guardò con gli occhi pieni di lacrime, mi abbracciò con molta forza – non sapevo che il vecchio avesse tanta forza – e mi diede un bacio sulla fronte.

Il giorno seguente mio nonno andò nel campo: mio padre dice che erano più di 10 anni che non ci metteva piede. Venne con me e mi insegnò molti trucchi che non conoscevo: dove sono le radici più profonde delle erbacce e come strapparle perché non rinascessero, dove si trova il curculione e come ucciderlo senza rovinare le ghiande e così mille altre cose. Per essere così vecchio si muoveva molto velocemente e mi raccontò molte cose della sua giovinezza; cose portentose che vi racconterò con calma un altro giorno che ci fermiamo a parlare – o rimarrete allucinati. Non avevo mai sentito parlare tanto mio nonno in tutta la mia vita. La sera tornammo insieme a casa ed io servii la cena a mio nonno. Non mi ero mai sentito tanto, non so, orgoglioso di lui. Sì, orgoglioso, è questa la mia parola. Non so se mio nonno distrusse l'America, ma so che è un grande uomo. Che è un uomo buono. Poi vi racconterò cosa mi raccontò quel giorno e tutti i giorni seguenti mentre lavoravamo. A volte ridevo con le storie che mi raccontava: io non avevo mai riso nel campo.

Bene, torniamo a casa, che si fa notte. Inoltre, non credo che al nonno piacerebbe sapere che stiamo qui; mi dice sempre: “Non avvicinarti alla pianta vecchia, è pericoloso”. Piante, di cosa? Qui non ci sono piante! (Planta in spagnolo significa si pianta sia impianto, ndt.). Qui ci sono solo pietre e questi segnali tanto carini con tre triangoli gialli che si toccano di punta. Mi piacerebbe saper leggere per sapere cosa dicono questi cartelli sulla parete. Senza dubbio, l'America doveva essere una grande nazione e questo luogo doveva contenere segreti meravigliosi.

Antonio Turiel

Figueres, 3 giugno 2013

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