Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


giovedì 17 gennaio 2013

Semplicità Radicale


Da “Permaculture News” (h/t The Oil Crash). Traduzione di Massimiliano Rupalti


Una delle tante “Bidonville” durate la grande depressione

Di Samuel Alexander, co-diretore del Simplicity Institute e docente nell'ufficio per i programmi ambientali dell'Università di Melbourne, Australia.

1. Introduzione

Come potrebbe un consumatore medio – dovrei dire cittadino di classe media – passare ad uno stile di vita di semplicità radicale? Per semplicità radicale intendo dire, fondamentalmente, un livello di vita molto basso ma biofisicamente sufficiente, un modo di vivere che descriverò in seguito più nel dettaglio. In questo saggio voglio suggerire che la semplicità radicale non sarebbe tanto male come sembra e fossimo preparati per essa e se avessimo previsto il suo arrivo con intelligenza, sia come individui sia a livello di comunità.

Di fatto, mi viene da suggerire che la semplicità radicale è esattamente ciò di cui hanno bisogno le culture consumistiche per svegliarsi dal loro torpore, che la semplicità radicale sarebbe nei nostri interessi immediati. Tuttavia, in questo saggio difenderò soltanto la tesi più modesta secondo la quale la semplicità radicale “non sarebbe tanto male”. Dimostrare questo fatto dovrebbe già essere abbastanza impegnativo.

Naturalmente, se uno standard di vita radicalmente più basso venisse imposto improvvisamente a causa delle circostanze e senza anticipo né preparazione, riconosco che gran parte della gente troverebbe un tale cambiamento drastico terrificante e doloroso – un disastro esistenziale. Una tale reazione sarebbe del tutto naturale e comprensibile. Ma io sosterrò che se tale cambiamento drammatico dovesse essere stoicamente anticipato e ci si dovesse preparare per esso, non sarebbe così male. Se questo argomento è corretto, sembrerebbe che la classe media potrebbe beneficiare grandemente dall'anticipare e prepararsi per la semplicità radicale, anche se non dovesse mai arrivare, e potrebbe non arrivare nell'arco delle nostre vite o anche in quelle dei nostri figli. Poi potrebbe, a causa di un numero illimitato di ragioni ecologiche, economiche, politiche e sociali e questa possibilità qualsiasi sia la sua verosimiglianza, è alla fine la ragione per cui affronto il soggetto della semplicità radicale. 

E' mia ipotesi che lo stile di vita dei consumatori abbia un limite di tempo e che questo limite di tempo sta finendo rapidamente. Se il sistema finanziario globale non collassa sotto il peso del suo stesso debito, forse indotto dall'aumento dei prezzi del petrolio, allora ad un certo punto collasseranno i nostri ecosistemi traballanti, portandosi via con loro la civiltà industriale. In entrambi i casi, il consumismo ed il paradigma della crescita che lo sostiene non hanno futuro, una diagnosi che non cercherò di difendere qui ma piuttosto di considerare come dato di fatto (Alexander, 2012a-f). Quando il tempo del consumismo è finito, vivremo tutti molto più semplicemente, a livelli variabili, che lo vogliamo oppure no. 

Nessuno può essere sicuro riguardo a quando esattamente il tempo finirà o come suonerà la campanella di chiusura, ma che sia il prossimo anno, il prossimo decennio o il prossimo secolo, l'inevitabile morte del consumismo è un soggetto che merita la nostra considerazione oggi, perché il tempo alla fine scadrà e probabilmente prima di quanto piaccia pensare a molti. Dovrebbe andare da sé, naturalmente, che sarebbe di gran lunga meglio abbracciare la semplicità progettandola che lei abbracci noi per mezzo del disastro. 

1.1. Della classe media, rivolgersi alla classe media

Sarà già chiaro che sto scrivendo questo saggio dalla prospettiva di un 'insider', un membro della cosiddetta classe media, una cosa che ammetto con un certo disagio. Nonostante dedichi gran parte delle mie energie nel sostenere stili di vita post consumistici (per quanto si possa fare all'interno delle costrizioni di una società consumistica), sono molto consapevole di rimanere un membro della classe media, che usufruisce di molti dei comfort essenziali che questo stile di vita porta con sé. Per esempio, ho un computer, ovviamente, ed energia solare per alimentarlo; c'è un frigorifero nella stanza accanto con un po' di cibo dentro ed un orto produttivo sotto casa, quindi non sono affamato ed ho vestiti sufficienti ed un tetto sopra la mia testa, quindi sto al caldo. Non solo questo, ho il tempo libero, la salute, l'educazione e la sicurezza per studiare i problemi del mondo, quini, senza dire altro sul mio standard di vita, ho detto già abbastanza per piazzarmi decisamente nella classe media. Mentre mi guadagno a malapena da vivere come accademico part-time, nel contesto globale so di essere favolosamente ricco.  

Presumo, siccome il lettore è sua volta di fronte a un computer, con tutta la ricchezza ed il privilegio che ciò implica generalmente, che io stia anche scrivendo per la classe media, nella sua accezione più ampia. Potrebbero esserci alcuni lettori che realmente non rientrano in questa dichiaratamente vaga categoria socio-economica, ma solo pochi, probabilmente nessuno. Siamo, presumerò, sulla stessa barca o, come lo ha espresso una volta Henry David Thoreau (1982: 314): ‘Non dovrei quindi pubblicare il mio senso di colpa senza arrossire se non sapessi che gran parte dei miei lettori sono ugualmente colpevoli e che le loro gesta non risulterebbero migliori'. Sento che il soggetto di questo saggio richieda queste ammissioni preliminari, visto che pochi di noi potrebbe realmente dichiarare di aver sperimentato la semplicità radicale che questo saggio proverà a descrivere e comprendere. Ciononostante la vita, essendo quella che è, di tanto in tanto ci richiede di comprendere cose che non abbiamo mai sperimentato. Credo che questo sia uno di questi casi. 

2. Le implicazioni del“Grande Collasso” per lo stile di vita

Per inquadrare la presente analisi, voglio porre un “scenario di collasso” con lo scopo di capire cosa potrebbero diventare gli stili di vita consumistici della classe media nel caso avvenga quella che Paul Gilding (2011) chiama un “Grande Collasso”. Lasciate che cominci fornendo un po' di contesto a questo esperimento mentale. Gilding sostiene, come molti prima, che “la Terra è piena” (Gilding, 2011: 1). Questo pone un grande problema all'umanità, specialmente quando ci rendiamo conto che la crescita continua rimane il paradigma economico dominante globalmente. Anche se l'economia globale supera già di gran lunga la capacità di carico sostenibile del pianeta (Global Footprint Network 2012, Meadows et al, 2004), ogni nazione sul pianeta cerca ancora la crescita economica continua.

 La caccia alla crescita, in alcune forme, potrebbe essere giustificabile per le nazioni più povere, i cui bisogni fondamentali non sono adeguatamente soddisfatti, ma su una Terra già 'piena', l'aumento di consumo di energia e risorse nei paesi più ricchi non ha semplicemente giustificazione. Quello che serve, specie nelle nazioni più ricche, è un'economia della sufficienza (Alexander, 2012a). Questo comporterebbe che le nazioni ricche intraprendessero una fase di contrazione economica pianificata, o 'decrescita', per creare spazio ecologico per prosperare ai più poveri dell'umanità così come per lasciare spazio per fiorire alla diversità della vita sul pianeta (Alexander, 2011a-c; 2012b). Questa strategia economica radicalmente non convenzionale è tanto più necessaria dato che ci si attende di avere 9 miliardi di abitanti sul pianeta entro pochi decenni, ognuno dei quali desidererà, in modo del tutto giustificato, uno standard di vita degno. Questa espansione della popolazione, tuttavia, porterà ulteriore domanda in una biosfera già sovraccarica.  

Non c'è bisogno di dire che le prospettive di decrescita volontaria nel mondo ricco sono magre se non del tutto inesistenti e che questa è la ragione per la quale possiamo aspettarci che il capitalismo cresca fino ad una crisi fatale. In questo senso, il capitalismo della crescita sembra un serpente che si mangia la coda, un serpente apparentemente inconsapevole che sta consumando il suo stesso supporto vitale. I problemi del cambiamento climatico e della fornitura di petrolio sono probabilmente i segni più chiari che questa crisi del consumo sconsiderato si sta già dispiegando, una situazione esacerbata dalla crisi finanziaria globale in corso, che minaccia ogni giorno di intensificarsi. Tutto questo significa che i cambiamenti drastici si trovano sicuramente di fronte a noi. Le cose cambieranno, osserva Gilding (2011: 1), 'non perché sceglieremo di cambiare a causa di preferenze filosofiche o politiche, ma perché se non trasformiamo la nostra società ed economia rischiamo un collasso sociale ed economico e di sprofondare nel caos'. Per metterlo in forma di proverbio, se non cambiamo direzione, è probabile che finiremo dove siamo diretti. 

Sotto la forza del suo slancio storico, tuttavia, e accecato dalla proprio feticcio della crescita, il capitalismo marcia come se tutto fosse a posto. Ma non è per niente a posto, per metterla giù leggera, ed è solo questione di tempo prima che i cosiddetti beneficiari del capitalismo della crescita si rendano conto che non può esserci un'economia sana senza un pianeta sano. La mia opinione è che ogni transizione ad un'economia giusta e sostenibile è improbabile che sia dolce e che se una tale economia dovesse mai emergere, sarebbe probabilmente innescata non da una qualche rivoluzione nella coscienza, ma da qualche crisi o serie di crisi che essenzialmente costringano l'umanità ad uno stile di vita radicalmente alternativo e post consumistico. Credo che la rivoluzione della coscienza necessaria per prosperare in un'economia di sufficienza arriverà in massa, se arriverà, solo dopo una crisi. Questo, perlomeno, è un percorso che ci troviamo di fronte e forse è il migliore che possiamo sperare.  

Siccome montagne di prove a sostegno del cambiamento radicale non hanno persuaso il modo ricco a ripensare la propria traiettoria economica, sembrerebbe che ora il solo percorso che ci rimane sia di essere persuasi, per così dire, da un “Grande Collasso” di qualche tipo. Questo è lo scenario che farà da cornice alla seguente discussione. Questo esperimento mentale colpirà probabilmente alcune persone in quanto piuttosto drammatico, ma credo che possa provare di essere un'analisi utile anche per gli ottimisti che credono che ci sarà una transizione dolce ad un'economia sostenibile. 

Non desidero speculare su quale forma potrebbe prendere il Grande Collasso (per esempio economico, ecologico, militaristico, un misto di questi, eccetera) o la sua probabilità. Ma per coloro che accettano, come faccio io, che un Grande Collasso di qualche tipo è certamente possibile e potenzialmente imminente, le sue implicazioni sullo stile di vita dovrebbero essere di interesse e preoccupazione considerevoli. E se risultasse che non vedremo mai un Grande Collasso durante la durata delle nostre vite, ciononostante il seguente esperimento mentale potrebbe dare frutti mettendo meglio a fuoco la nostra relazione col mondo materiale. La mia ipotesi è che un miglior focus potrebbe dar luogo all'intuizione che il benessere del consumatore sia molto meno importante di quanto gran parte della gente della classe media pensa che sia. 

3. Immaginare e valutare la semplicità radicale

Supponiamo, quindi, che ad un certo punto nel futuro prossimo qualche tipo di Grande Collasso porti vaste porzioni dell'economia globale ad una fermata repentina. Come potrebbe questo evento destabilizzante, o serie di eventi, condizionare gli stili di vita della classe media consumista? Presupponiamo che questo imponga una qualche forma di semplicità radicale sul mondo sviluppato, come si presenterebbe a quanto sarebbe grave? Queste sono le domande principali che prenderò in considerazione. Esorto i lettori ad adattare l'analisi perché si adatti alle proprie circostanze nella misura in cui potrebbe essere necessario. Strutturerò la seguente discussione considerando, a loro volta, vari aspetti di una tipica vita della classe media e immaginerò e valuterò i cambiamenti che potrebbero venire da un Grande Collasso. 

3.1. Acqua

Ha senso cominciare dall'acqua, essendo questa una delle necessità fondamentali della vita. Accedere all'acqua apparentemente senza limiti semplicemente aprendo un rubinetto è una di quelle cose che vengono più facilmente date per scontate nel mondo sviluppato. Questo è talmente dato per scontato che in molti posti l'acqua del rubinetto viene grandemente sottopagata e a volte non costa proprio nulla. Se, a causa di un qualche Grande Collasso, le reti idriche dovessero smettere di funzionare, quasi tutti i centri urbani verrebbero in un attimo gettati nel caos più totale e, in assenza di un qualche programma civile di emergenza ben coordinato, molta gente morirebbe entro una settimana. Le conseguenze sarebbero così orribili infatti, che dobbiamo assumere che la prima cosa che una società che si trova nel mezzo di un collasso dovrebbe fare, sarebbe assicurare il funzionamento del suo approvvigionamento d'acqua. I governi dovrebbero essere consapevoli delle proprie responsabilità qui ed essere preparati sufficientemente a coordinare ogni riparazione necessaria o manutenzione alla rete idrica, anche in un contesto di turbolenza sociale. Se il governo fallisce, le comunità locali agirebbero da sole e farebbero qualsiasi cosa necessiterebbe di essere fatta, o altrimenti perire.  

Supponiamo, tuttavia, che anche nel caso di un Grande Collasso, le reti idriche rimanessero funzionanti, o al più essere fuori uso per un giorno o due alla volta, che dovrebbe essere gestibile da parte di coloro che hanno una scorta moderata di acqua in bottiglia o una cisterna d'acqua ed alcune pasticche per purificarla. E' abbastanza facile essere preparati in questo senso, quindi ha senso che sia così. Potrebbe essere che qualche tempo dopo il Grande Collasso, a seconda della gravità dello stesso, i governi non abbiano più la capacità di gestire servizi idrici centralizzati, ma da quella fase possiamo immaginare che qualche sistema alternativo e localizzato di captazione e purificazione dell'acqua sarebbe stato sviluppato. Gli esseri umani sono pieni di risorse, un punto che molti teorici del collasso ignorano (ma che i tecno-ottimisti esagerano fino al punto di illudersi). Dovrebbe anche essere ricordato che le infrastrutture esistenti, come tetti e strade, sono notevolmente adatti a raccogliere acqua e non sarebbe difficile catturarne grandi quantità in questi modi, sempre che ci sia sufficiente pioggia. Se questi mezzi possano realmente fornire quantità d'acqua sufficienti per un insediamento urbano e suburbano, tuttavia, è una questione aperta sulla quale al momento non farò ipotesi. 

Piuttosto che preoccuparsi del collasso della rete idrica, credo che sarebbe un esperimento mentale più utile quello di considerare cosa accadrebbe se la fornitura di acqua rimanesse relativamente sicura ma diventasse più scarsa e di conseguenza molto più costosa. Supponiamo, per esempio, che dopo un qualche collasso economico, o dopo una qualche aberrazione climatica, nuove limitazioni finanziarie o di regolamento significassero che gran parte della gente fosse in grado solo di prelevare dalla rete circa 50 litri di acqua al giorno a persona. Per mettere questo quadro in qualche contesto, il consumo medio d'acqua di una famiglia negli Stati Uniti è di circa 370 litri. In Australia è di circa 230 litri al giorno ed in Gran Bretagna di circa 150 litri. Dall'altro lato dello spettro, istituzioni come le Nazioni Unite e l'Organizzazione Mondiale della Sanità, ritengono che 20 litri a persona al giorno sia il minimo necessario per la mera sussistenza e questa cifra viene a volte adottata come dato di base nei campi profughi. 

Sulla base di queste figure possiamo dire che avere 50 litri al giorno arriverebbe come un grande shock per gran parte della gente nel mondo sviluppato, specialmente quelle persone abituate a livelli di consumo di molte volte superiori. Sia come sia, desidero suggerire che la vita con 50 litri di acqua pulita al giorno non sarebbe tanto male, se vi si approcciasse con il giusto atteggiamento. Infatti, dopo un periodo di adattamento culturale e personale, credo che diverrebbe rapidamente una “nuova normalità” molto tollerabile e in gran parte indolore. Naturalmente, l'atteggiamento e lo stato d'animo di ognuno, al momento di affrontare una tale e significativa riduzione del consumo d'acqua, sarà un fattore chiave. Se la gente confrontasse la “nuova normalità” con le cose com'erano, probabilmente si sentirebbe terribilmente impoverita e ne soffrirebbe di conseguenza. Ma se la gente ricordasse che diversi miliardi di persone nel mondo oggi non hanno accesso sicuro a quantità minimamente sufficienti di acqua pulita, allora avere 50 litri di acqua pulita al giorno sembrerebbe all'improvviso come uno straordinario privilegio per il quale la gente dovrebbe essere immensamente grata; lamentarsi sarebbe volgare spirito di contraddizione. Il punto critico da osservare è che le stesse circostanze di semplicità radicale verrebbero vissute in modi completamente diversi, a seconda della mentalità che va a vivere l'esperienza. Fortunatamente, la mentalità è sotto il nostro controllo, anche le se circostanze non sempre potrebbero esserlo.  

Con un approvvigionamento giornaliero di 50 litri d'acqua, l'acqua da bere avrebbe ovviamente la priorità ed il resto dovrebbe essere distribuito fra cose come cucinare, lavare, pulire e igiene. Sarebbe possibile usare meno acqua per cucinare, se la gente fosse più attenta; i vestiti potrebbe essere lavati meno di frequente, il che probabilmente porterebbe un qualche equilibrio ad una cultura che è probabilmente eccessivamente preoccupata dalla pulizia; i prati non verrebbero annaffiati e gli ortaggi verrebbero annaffiati dalle cisterne o dal sistema delle acque grigie e così via e così via. Ci sono innumerevoli strategie per il risparmio dell'acqua che potrebbero provare che il consumo di acqua è veramente un prodotto dello spreco e questo fa sì che quella grande riduzione non ci porterebbe via nulla che sia realmente necessario per una buona vita. Anche se dovessimo smettere di fare la doccia o il bagno come siamo abituati, credo che staremmo tuttavia bene. Il fatto di essere in grado di lavarsi regolarmente potrebbe essere un'esigenza di una vita degna – ottenibile con un secchio d'acqua e del sapone – ma si potrebbe vivere con dignità senza farsi la doccia o il bagno nel modo in cui siamo abituati. 

Quest'idea di lavarsi con un secchio d'acqua esemplifica, con una certa chiarezza e specificità, l'impegnativa tesi che propongo in questo saggio. La semplicità radicale rispetto al consumo d'acqua sarebbe uno shock culturale, non c'è dubbio, se fosse considerata attentamente non dovrebbe risultare essere così male, ammesso che avessimo l'approvvigionamento minimo sufficiente. Cioè, potremmo vivere una vita piena, dignitosa e significativa anche se dovessimo lavarci con un secchio – e se pensassimo di non poterlo fare peccheremmo sia di enfasi sia di mancanza di immaginazione. 

3.2. Servizi Sanitari

Proprio come nel caso che le reti idriche smettessero di funzionare, i centri urbani verrebbero gettati nel disordine molto rapidamente se i nostri sistemi di servizi igienico-sanitari collassassero per qualsiasi lasso di tempo. Se all'improvviso non potessimo tirare l'acqua nel water, ci sarebbe un rischio significativo che i centri urbani vengano rapidamente colpiti da malattie originate dai rifiuti, quindi sistemi sanitari appropriati a loro volta da considerarsi come una delle necessità di base della vita. Ma cos'è esattamente un sistema sanitario 'appropriato'? E' necessario, per esempio, che si defechi in acqua potabile come è costume nel mondo sviluppato? Sicuramente questa pratica è fra le più grandi vergogne ed indulgenze. Nello Stato di Vittoria, Australia, dove vivo, il governo sta investendo milioni di dollari in impianti di desalinizzazione, apparentemente per far sì che gli abitanti di Vittoria continuino a defecare in acqua potabile. Si sarebbe potuto pensare che che sarebbe stato più sensato cominciare a buttare nel water acque grigie, il che ci farebbe risparmiare milioni di litri di acqua ogni giorno e costerebbe quasi nulla (per esempio raccogliere l'acqua della doccia in un secchio), ma apparentemente gran parte della gente nel mondo sviluppato lo troverebbe un inconveniente intollerabile. Come se non ci fossero cose più importanti per le quali spendere soldi! Mentre il nostro sistema fluviale si degrada, sembra che pensiamo ancora che i nostri escrementi borghesi meritino l'acqua potabile, un problema sul quale è improbabile che i posteri ci giudicheranno con clemenza. Se avessimo soltanto 50 litri di acqua potabile al giorno, tuttavia sospetto che non ci defecheremmo dentro e sono sicuro che i nostri escrementi starebbero bene ugualmente. Inoltre, scopriremmo che non sarebbe la fine del mondo. 

Mentre non penso che i nostri sistemi sanitari attuali siano sull'orlo del collasso, potrebbe essere che in tempi economicamente duri (o illuminati) la gente si allontanerebbe dalla dipendenza da infrastrutture sanitarie centralizzate per ragioni di interesse personale. Vale a dire che la gente lo farebbe non perché gli verrebbe richiesto di sviluppare un sistema non centralizzato, come le compost toilet, ma perché diventerebbe consapevole dei molti vantaggi di fare in questo modo. Non solo fare compost toilet non richiede acqua ed evita processi che usano molta energia necessari nei sistemi centralizzati, ma conservano per l'uso famigliare i nutrienti da escrementi umani che al momento vengono buttati, coi metodi attuali. L'apparato digerente umano è lontano dall'essere perfetto, il che significa che urina e feci contengono molti nutrienti – nutrienti di valore per arricchire i suoli, come azoto, fosforo, potassio, carbonio e calcio. Quando gli escrementi umani vengono compostati in modo appropriato (mescolandoli ad altro materiale di carbonio come carta o segatura) non puzzano e nel tempo i processi biologici naturali distruggono i patogeni pericolosi, rendendo il prodotto finale un tipo di letame sicuro e ricco di nutrienti – o, come viene a volte chiamato, 'humanure' (gioco di parole che tradotto perde di senso, ndt) (Jenkins 2005). In uno scenario di collasso tutti quanti coltiveremo di più del nostro cibo (ne parlo sotto) e ciò richiederà di migliorare e mantenere la qualità del suolo il più economicamente ed efficacemente possibile. In tempi del genere, e senza un discreto salario col quale comprare compost e fertilizzanti, la compost toilet diventerà una scelta ovvia. Lungi dall'essere un passo indietro, questo sarebbe un progresso positivo e al quale ci abitueremmo molto in fretta.

Nella società educata di oggi non si deve parlare di deiezioni umane. Nel mezzo di un Grande Collasso, tuttavia, immaginare come costruire una compost toilet potrebbe diventare la conversazione da fare a tavola. Mi scuso se la discussione ha offeso la sensibilità borghese. 

3.3. Cibo 

Di tutti i nostri bisogni , il cibo diviene la necessità più pressante ed immediata nel contesto di un Grande Collasso. Ciò avviene perché attualmente ci affidiamo ad una linea di produzione e distribuzione del cibo incredibilmente complessa, il che significa che il sistema manca di resilienza – vale a dire, manca della capacità di sostenere gli shock . Manca di resilienza perché quando ogni collegamento nella catena di produzione e distribuzione si rompe, l'intero sistema può smettere di funzionare. Un esempio di ciò può essere visto nelle conseguenze dello sciopero dei camionisti del 2000 nel Regno Unito. La nazione si è resa conto molto rapidamente quanto fosse dipendente dal sistema alimentare industriale, perché quando i camionisti non consegnavano, il cibo non arrivava ai supermercati. Ben presto i responsabili dei supermercati hanno chiamato i membri del parlamento avvertendoli che senza le linee di trasporto per rifornire gli scaffali, i supermercati avevano cibo da distribuire per 3 giorni. Nelle parole di un commentatore, la nazione era a soli 'nove pasti dall'anarchia' (Simms 2008). Chiedo al lettore/lettrice di considerare come farebbe se dovesse trovare il cibo per sé e per la famiglia in assenza di un sistema industriale alimentare funzionante.    

E' improbabile, dovrei pensare, che quel sistema alimentare industriale collassi immediatamente e completamente quindi, per gli scopi attuali, essere strettamente autosufficienti è un obbiettivo troppo estremo da giustificare altre analisi, ed è probabilmente impossibile. Persino in uno spaventoso scenario di collasso, possiamo aspettarci che le nostre famiglie 'importino' diversi alimenti in varie forme, se non da tutto il mondo, sicuramente dal contesto rurale. Questa, di fatto, sarebbe una necessità assoluta in contesti urbani, perché gli spazi coltivabili semplicemente non permettono da nessuna parte una stretta autosufficienza. Un recente studio condotto su Toronto, Canada, per esempio, ha concluso che la città potrebbe probabilmente produrre il 10% della propria frutta e verdura, se convertisse gli spazi entro i confini della città per l'agricoltura (MacRae et al, 2010). Ciò implica che anche se si abbracciasse entusiasticamente l'agricoltura urbana, la città avrebbe ancora bisogno di importare il 90% della sua frutta e verdura, per non dire niente di carne, minerali ed altri beni. Mentre alcune città potrebbero essere in grado di fare in qualche modo meglio (ad esempio l'Avana), lo studio di Toronto mostra chiaramente che gli abitanti delle città nel mondo sono estremamente dipendenti da sistemi di produzione e distribuzione alimentare funzionanti. Cosa succederebbe se questi sistemi subissero uno shock? O se gli alti prezzi del petrolio rendessero il cibo molto più caro?

Queste domande sono intese a provocare qualche auto-riflessione su come noi abitanti delle città ci alimentiamo. Perlomeno, in un Grande Collasso tutte le famiglie e le comunità massimizzerebbero la propria produzione di cibo – sostanzialmente allo stesso modo in cui sono spuntati gli 'orti del sollievo' durante la Grande Depressione o gli 'orti della vittoria' durante la Seconda Guerra Mondiale. Il bisogno è una grande motivazione. Aumentare la produzione urbana di cibo comporterebbe la lavorazione dei prati per trasformarli in orti produttivi e per piantare alberi da frutto (che, si dovrebbe osservare, impiegano anni per apportare una produzione sostanziale). In tutti gli spazi disponibili. Ogni striscia di verde verrebbe coltivata, i parchi verrebbero trasformati in piccole fattorie, i tetti adatti diventerebbero produttivi e, in generale, tutto il potenziale di produzione di cibo verrebbe presto utilizzato. Questo è ciò che è essenzialmente accaduto a Cuba quando l'Unione Sovietica è collassata e all'improvviso ha smesso di fornire i cubani di significative percentuali di petrolio necessario a mantenere il loro sistema alimentare industrializzato. Quasi in una notte, Cuba è diventata un baluardo della produzione biologica di cibo (non basata sul petrolio), compreso il suo contesto urbano, e ci si può aspettare che questo tipo di risposta sarebbe immediatamente replicata qualora e laddove il sistema alimentare industriale subisse un Grande Collasso. Quando c'è il rischio della fame, l'estetica borghese che apprezza un rigoglioso 'prato inglese', all'improvviso sembra banale o persino ripugnante (letteralmente). 

Assumere, tuttavia, che parti considerevoli del consumo urbano di cibo avrebbero sempre bisogno di essere importate – una sfida che dovrebbe essere ridotta in qualche misura, non c'è dubbio, da un grande ritorno alle campagne o “volo urbano” - il problema diventa quale tipo di dieta ci si dovrebbe aspettare in caso di un Grande Collasso del sistema alimentare industriale. Per prima cosa, dovremmo abituarci a shock nell'approvvigionamento di vari beni; il lusso di fare un salto al supermercato per prendere un po' di [inserite il prodotto alimentare desiderato qui] potrebbe diventare una cosa del passato. Immaginate, per esempio, di fare a meno di riso, o delle arance o del caffè per mesi o anni alla fine. Un pensiero terribile, forse, ma sopravviveremmo alla perfezione senza questi ed altri lussi simili (non locali). Poi, i prezzi del petrolio più alti o la contrazione economica potrebbero rendere molti cibi che attualmente possiamo permetterci inaccessibili, con conseguenze simili sulle abitudini dell'ordinario consumo di cibo. Potremmo semplicemente non essere in grado di permetterci prodotti che alcune persone danno per scontati oggi, anche se fossero disponibili. Inoltre, in tempi di ristrettezze economiche, take away e ristoranti potrebbero ben scomparire. 

Nuovamente, queste eventualità, se non venissero previste, sarebbero vissute probabilmente come terribili shock culturali e molti potrebbero pensare di essere tornati al medioevo. Ma lo scopo di questo saggio è quello di suggerire che tali shock del prezzo o della fornitura, purché siano ancora disponibili diete sufficientemente nutrienti, non sarebbero così male. Potremmo non mangiare più al ristorante, ma delle cene alla buona fra amici e vicini potrebbero tornare ad essere comuni. Inoltre, mentre avere 10.000 prodotti che ci aspettano nei supermercati potrebbe sembrare una comodità desiderabile, la vita sarebbe ben tollerabile (anche se molto diversa) se ci fossero solo 100 prodotti alimentari disponibili, anche se fossero due, tre o quattro volte più cari di quanto lo siano oggi. In tali circostanze, le nostre diete cambierebbero sicuramente e probabilmente mangeremmo di meno; di sicuro mangeremmo meno carne. Ma in generale staremmo bene e probabilmente anche meglio di adesso. Questo è il messaggio generale che questo saggio cerca di portare alla vostra considerazione. Se fossimo mentalmente preparati, la semplicità radicale nei termini delineati sopra non sarebbe così male. Ma cosa succederebbe se si spegnesse improvvisamente la luce?

3.4. Elettricità

Una fornitura di elettricità ininterrotta, fornita a prezzi realmente abbordabili è, con l'acqua potabile dal rubinetto, gli scarichi del water e il supermarket, una delle caratteristiche che definiscono lo stile di vita opulento preso in considerazione in questo saggio. L'elettricità è così centrale per la nostra concezione della buona vita che siamo a malapena in grado di immaginare la vita senza di essa per qualsiasi periodo di tempo. Durante quelle rare occasioni in cui ci sono dei black out e viene tolta la corrente, è vero che ce la caviamo abbastanza bene, anche se di solito è solo per pochi minuti o al massimo qualche ora. Forse nel bel mezzo di un disastro naturale particolarmente grave – che gran parte di noi non ha vissuto – l'elettricità va via per qualche giorno o per una settimana. Ma parte della ragione per cui ci riusciamo così bene è che presupponiamo (con qualche giustificazione) che sia un problema temporaneo nel sistema e che nel tempo che impieghiamo a trovare la pila le luci si riaccenderanno di nuovo. Quando immaginiamo la vita senza elettricità, pensiamo all'Africa. Ma cosa succederebbe se, nel mondo sviluppato, un Grande Collasso dovesse avere un impatto sulle forniture di elettricità alle quali siamo abituati in modo imprevedibile? Sarebbe la catastrofe che potremmo inizialmente pensare che sia?  

Ipotizzare un collasso improvviso e permanente della fornitura di corrente nel mondo sviluppato spingerebbe il nostro esperimento mentale oltre il regno della credibilità. E' altamente improbabile. Ma se l'economia globale dovesse continuare a schiantarsi per un motivo o per l'altro – il che è almeno una possibilità reale – le nazioni sviluppate che si basano sulla crescita continua, si ritroverebbero probabilmente ad affrontare decisioni davvero difficili su come spendere i propri fondi molto più limitati. Potrebbe anche essere che la manutenzione della rete elettrica non riceva il supporto finanziario che richiederebbe e questo potrebbe portare ad interruzioni nella fornitura elettrica a livelli che la gente non ha mai visto per molte generazioni. In un'area in cui così tante attività economiche sono facilitate dai computer, interruzioni regolari e prolungate della fornitura elettrica creerebbero certamente molte difficoltà, almeno all'inizio, e molte famiglie sarebbero irritate se regolari black out interrompessero mentre si cuoce la cena o si guarda il programma preferito in TV. Ma nel più grande schema delle cose – e quando ricordiamo che gran parte della gente sul pianeta non ha per niente l'elettricità – le interruzioni costanti di elettricità sarebbero poi così male? Siamo così delicati?

Vorrei dire che non lo siamo, anche sé, ancora una volta, dipende dalla mentalità con la quale si vivono le cose. Se persistiamo con l'assunto che l'elettricità ininterrotta è un nostro diritto divino, allora vivremo un Grande Collasso come se cadesse il cielo. Ma se consideriamo un tale collasso come una possibilità (tuttavia improbabile) e ci prepariamo per questo, almeno mentalmente, allora le cose non sarebbero così tragiche come abbiamo pensato in un primo momento. Immaginate, per esempio, che lunghe interruzioni di pochi giorni o più diventino una cosa normale, e immaginate ancora che l'elettricità diventi così cara che il suo uso per qualsiasi elettrodomestico diventi un lusso. Anche in queste circostanze dichiaratamente impegnative, propongo che un atteggiamento forte e resiliente significherebbe che la gente potrebbe facilmente assorbire gli shock, senza tanti problemi. 

In termini pratici, l'elettricità cara ci renderebbe immediatamente più consci delle nostre abitudini di consumo casuale. Le luci verrebbero religiosamente spente quando lasciamo la stanza e l'uso di elettrodomestici, compresa la TV, sarebbe parsimoniosamente pensato in termini economici. Al posto di accendere il riscaldamento, ci metteremmo un maglione di lana. Questo cambiamento culturale, sicuramente, non porterebbe alcun reale disagio e certe sottoculture interne al mondo sviluppato hanno già sviluppato queste abitudini per scelta. Il soggetto di questo saggio, tuttavia, è un cambiamento culturale più radicale – ma forse cambiamenti culturali più radicali potrebbero anche essere assorbiti senza molto disagio. Supponete, per esempio, che le famiglie – la vostra famiglia – possano prelevare (o permettersi) solo un terzo dell'elettricità dalla rete, con black out prolungati che interferiscono regolarmente ma imprevedibilmente con la pianificazione. Sì, potremmo andare a letto prima durante i black out ed alzarci all'alba e, sì, diverse transazioni d'affari verrebbero cancellate con notevoli disagi. Ma drastiche riduzioni nella quantità e regolarità dell'elettricità diventerebbero abbastanza in fretta la nuova 'normalità', alla quale si abituerebbero in fretta anche le anime delicate. Gran parte delle aziende si adatterebbero (e andrebbero avanti come facevano prima, quando l'elettricità era data per scontata), così come farebbero le società opulente più in generale. La vita andrebbe avanti, sebbene in modo molto diverso. 

3.5. Vestiario

Il problema del vestiario è interessante da considerare nel contesto di uno 'scenario di collasso', perché porta alla luce il fatto che il consumo è una pratica sociale che dipende dal contesto. Con questo intendo dire che la gente consuma le cose (specialmente i vestiti) non solo per quello che fanno, ma anche per quello che simboleggiano e significano all'interno di un particolare contesto sociale. Chiaramente, la funzione primaria dei vestiti è quella di tenerci caldi e la funzione secondaria, almeno allo stato attuale della nostra società, per coprire le nudità. Tuttavia, quelle funzioni si sono quasi perse in un'epoca, come la nostra, dove lo scopo dei vestiti si è evoluto per diventare principalmente espressione dell'identità sociale o dello status. Anche le moltitudini di 'alternativi', che rifiutano esplicitamente 'l'alta moda', ciononostante sono impegnati nel posizionarsi socialmente abbracciando un'estetica alternativa dei propri vestiti. Nel contesto di un Grande Collasso, tuttavia, l'industria della moda sarebbe fra le prime a morire e direi che non sarebbe una gran perdita.

Considerate, per esempio, se non avessimo più l'opportunità o salari adeguati per comprare nuovi vestiti. Questo si potrebbe vivere facilmente come una grave crisi di identità da coloro che sono arrivati a definirsi attraverso vestiti alla moda. Ma la realtà è che se uno fosse mentalmente preparato per questa possibilità, indossare i colori della stagione passata o mettere toppe sulle ginocchia non porterebbe alcun danno (Thoreau, 1982). Infatti, suppongo che gran parte della gente potrebbe sopravvivere un decennio o anche di più e piuttosto felicemente senza aggiungere altro ai propri guardaroba, visto che probabilmente quasi tutti nel mondo sviluppato hanno vestiti in eccesso. In un Grande Collasso, indossare vestiti alla moda sarebbe fra le ultime nostre preoccupazioni, anche se probabilmente si svilupperebbe una nuova estetica, nella quale la gente proverebbe a fare il meglio dal poco che ha – chiamatela 'moda chic post-collasso'. Gli esseri umani sono una comitiva creativa e lo 'stile' non scomparirebbe del tutto all'evolvere di uno scenario di collasso. Ciononostante, gli esseri umani soddisfano in genere i propri bisogni più pressanti prima e nel mezzo di una profonda crisi economica, per esempio, essere di tendenza sarà una preoccupazione trascurabile. Conserveremmo diligentemente i vestiti e diventeremmo molto bravi a rattoppare e rammendare e, per quanto riguarda il tenerci al caldo e il coprire le nostre nudità, le nostre esigenze di vestiario verrebbero soddisfatte a sufficienza senza grandi problemi.  

Come ha scritto una volta Thoreau (1982: 278) : ‘Un uomo che che ha finalmente trovato qualcosa da fare non avrà bisogno di un vestito nuovo in cui farlo', aggiungendo che 'se la mia giacca e i miei pantaloni, il mio cappello e le mie scarpe, sono adatti per adorarci Dio, lo faranno, o no?' E' una domanda interessante da prendere in considerazione, se non in relazione all'adorazione di Dio, necessariamente, almeno in relazione al vivere con passione in circostanze di semplicità radicale. Dei vecchi vestiti lo farebbero, no?

3.6. Trasporti

La produzione di greggio globale è stabile del 2005 e questo è stato il motivo principale per il quale i prezzi del petrolio nell'ultimo decennio sono aumentati diverse volte. Mentre i nuovi giacimenti faticano a compensare il rapido declino dei giacimenti esistenti e mentre il mondo sviluppato continua ad aumentare la sua domanda sulle stagnanti forniture di petrolio, ci si attendono ulteriori aumenti dei prezzi. E come è stato detto altrove  (Heinberg, 2011; Rubin, 2012; Alexander, 2012f), le economie industriali globalizzate sono dipendenti dal petrolio a buon mercato e quando le spese in petrolio aumentano oltre una certa soglia – che alcuni sostengono sia il 5,5% del PIL  (Murphy e Hall, 2011a-b) – allora le economie dipendenti dal petrolio annaspano, spesso al punto di recessione o persino depressione. Questo potrebbe essere proprio quello che stiamo vedendo nel mondo oggi e le cose peggiori potrebbero essere in arrivo (Tverberg, 2012). Infatti, il petrolio caro potrebbe essere uno dei motori principali del Grande Collasso del quale stiamo speculando  in questo saggio. 

Quali sarebbero le implicazioni sui trasporti di un Grande Collasso portato da petrolio costoso? Prima di tutto, il viaggio aereo diventerebbe un lusso raro, alla portata solo di pochi privilegiati. Mentre molti insisteranno che questa sarebbe una grave perdita, io mi permetto di dissentire. Non ho dubbi sul fatto che viaggiare per il mondo e vedere culture diverse sia un'esperienza che espande la mente, ma pensare che non si possano avere ugualmente esperienze che espandono la mente nei luoghi dove ognuno di noi vive tradisce una mancanza di immaginazione. Uno potrebbe dire quanto è presuntuoso per la gente viaggiare all'altro capo del mondo quando non abbiamo nemmeno visto – realmente visto – i nostri giardini di casa, le nostre località. Forse meraviglie inimmaginabili aspettano coloro che osano andare a vedere più da vicino. Potrebbe essere che ci siano opzioni di viaggio economiche, a bassa emissione di carbonio ed ugualmente soddisfacenti che siano più vicine a casa più di quanto possiamo pensare, se solo guardassimo il mondo in modo diverso. 

Una seconda e presumibilmente più importante implicazione del petrolio caro sarebbero le conseguenze che avrebbe sulla guida. Non solo il petrolio sarebbe più caro, ma un Grande Collasso significherebbe che gran parte della gente avrebbe a disposizione redditi considerevolmente inferiori, o nessuno. Il trasporto pubblico, dove c'è, verrebbe usato molto più regolarmente, probabilmente spinto al limite della propria capacità ed oltre. Andare in bici o a piedi diventerebbe immediatamente la modalità predefinita di trasporto (che si porta con sé diversi benefici per la salute e l'ambiente) e, chi lo sa, forse anche il cavallo potrebbe tornare sulle nostre strade. Se guidare fosse necessario e praticabile, il car pooling diventerebbe la norma. Non si andrebbe più al negozio all'angolo in macchina per prendere un litro di latte. 

Un problema più complesso in relazione al trasporto – uno che non può essere esplorato in tutti i dettagli qui – concerne la rilocalizzazione dell'economia che il petrolio caro indurrebbe (Rubin, 2009). Attualmente molta gente è 'bloccata' al viaggio in macchina in virtù del fatto che vive lontano da dove lavorano e diverse aziende dipendono in modi diversi dal commercio globale. Ma è probabile che la produzione si sposti molto più vicino a casa – probabilmente che ritorni a casa – man mano che i prezzi del petrolio continuano a crescere e le economie dovrebbero continuare a contrarsi (Holmgren, 2012).E' probabile che questo porti vari disagi ed insicurezze, ma per gli scopi attuali il punto è che questo anche 'sbloccherebbe' la gente (e le imprese) dai lunghi viaggi. Quando le nostre comunità sono costrette a re-imparare le arti dell'autosufficienza, la cultura dell'auto scomparirà anche più rapidamente di quanto sia sorta. Il lato positivo è che tutto il tempo buttato nel pendolarismo può essere impiegato per scopi più utili ed appaganti, come tornare ad impegnarsi nelle nostre comunità e rivitalizzare le nostre economie locali.

3.7. Tecnologia

Un'altra caratteristica che definisce le società opulente sono le tecnologie avanzate che abbiamo a nostra disposizione, che generalmente sono a prezzi molto accessibili. In Australia, per esempio, il reddito prodotto lavorando meno di due ore col salario minimo consente di comprare un lettore DVD e televisori funzionanti vengono spesso lasciati per strada perché non sono dell'ultimo tipo con schermi piatti. In un contesto globale e storico, ci rendiamo conto di quanto siamo ricchi?

Nelle case delle famiglie della normale classe media c'è una schiera di tecnologie che avrebbe sconcertato la gente solo poche generazioni fa. Inoltre, oggi non è raro anche per i bambini avere (ed aspettarsi di avere) le tecnologie più avanzate, come iPod, Xbox e telefoni cellulari. Computer, forni a microonde, lavastoviglie, stereo, utensili da cucina, aspirapolvere, lavatrici, asciugatrici, aria condizionata – è possibile trovare tutte queste cose e molto di più nelle case tipiche di quella che chiamo la classe media. Queste tecnologie sono così facilmente a disposizione che potrebbe essere dura immaginare la vita senza di esse. Ma proviamoci. 

Fare senza computer è probabilmente la cosa più difficile da immaginare, perché la vita moderna è estremamente dipendente da questi strumenti. Ricordiamoci, tuttavia, che la gente sopravviveva piuttosto bene negli anni 50 senza computer, quindi non c'è ragione di pensare che la vita senza di essi significherebbe tornare all'Età della Pietra. Infatti, attualmente passiamo molto tempo davanti a un computer che la loro scomparsa ben potrebbe essere un progresso positivo che spinge la gente a coinvolgersi in una comunicazione più faccia a faccia e probabilmente a passare più tempo fuori. 

Le tecnologie dentro ai computer sono così sofisticate che probabilmente dipendono, per la loro produzione, da un'economia industriale funzionante, quindi è possibile che un Grande Collasso renda i computer o non disponibili o tremendamente cari. La stessa cosa è applicabile a molte altre tecnologie che attualmente diamo per scontate. Tuttavia, con un po' stoica resilienza, credo che ci possiamo in generale adattare alla loro mancanza senza grandi difficoltà. Sospetto che la lavatrice potrebbe rimanere un dispositivo di estremo valore per risparmiare lavoro ed i nostri frigoriferi sarebbero una delle ultime cose ad andarsene. Ma la vita andrebbe avanti anche se queste cose diventassero dei rari lussi, e la vita andrebbe sicuramente avanti se dovessimo fare a meno di telefoni cellulari, forni a microonde, aspirapolvere, lavastoviglie, ecc. Al posto degli stereo (anche se sono meravigliosi) ci godremmo probabilmente il piacere maggiore di più musica dal vivo. Sarebbe un'esistenza di gran lunga più 'semplice', non c'è dubbio, ma sopravviveremmo abbastanza bene se gestissimo la transizione in modo saggio. Nuovamente, essere mentalmente preparati è il primo passo verso un sano adattamento – un passo che vale la pena di fare, asserisco, anche se una tale semplicità radicale non arrivasse durante la durata delle nostre vite.

Forse l'aspetto più preoccupante di una vita senza capacità tecnologica riguarda i sistemi energetici rinnovabili. Come i computer, pannelli solari e grandi pale eoliche dipendono probabilmente da un'economia industriale e globalizzata per la loro produzione e funzionamento, quindi, in caso di un Grande Collasso non dovremmo pensare che la produzione di energia rinnovabile non ne venga condizionata, per quanto se ne trarrebbe beneficio. L'energia nucleare probabilmente dipende anche i misura maggiore da un'economia industriale funzionante, quindi in caso di un 'crollo', l'energia nucleare potrebbe non essere un'opzione (supposto che sia da considerarsi desiderabile). 

Per motivi di spazio non aprirò questi tappi ulteriormente, se non osservando che rispondere al cambiamento climatico dipende dal ridurre grandemente la quantità di energia che usiamo e che produciamo la poca energia che usiamo da fonti rinnovabili (Trainer, 2012a-b). In assenza di sistemi energetici hi-tech, le nostre alternative sarebbero probabilmente o vivere come gli Amish o continuare a bruciare combustibili fossili – e sappiamo tutti qual è l'alternativa che verrà scelta con più probabilità. Ormai il lettore potrebbe anche indovinare quale alternativa appoggerei, ma una strada ancora migliore sarebbe riuscire a portare le cose migliori di uno stile di vita Amish (aggiungendo una forte dose di edonismo alternativo, forse) mentre, allo stesso tempo, approfittiamo dei sistemi di energia rinnovabile hi-tech ed altre tecnologie 'appropriate' che siano disponibili ed accessibili. 

3.8. Televisione e Facebook

Il modo in cui una cultura passa il proprio tempo libero – la propria libertà – dice molto sulla natura della società. Attualmente, molti occidentali passano più tempo guardando la televisione che a fare qualsiasi altra cosa che non sia dormire o lavorare. Spesso si passano diverse ore in più ogni giorno su Facebook. Non c'è bisogni di far parte di una élite per mettere in discussione se questo sia l'uso migliore della nostra libertà. Tecnologie come la televisione e Facebook non sono buone in sé. Come il fuoco, entrambe sono sia buone sia cattive a seconda di quante ce ne sono e di come vengono usate. Se un Grande Collasso dovesse portarcele via, io sostengo che in questo senso almeno le nostre culture dovrebbero esserne decisamente arricchite. All'improvviso scopriremmo di dovere riempire il nostro tempo in altri modi meno passivi ma, lungi dall'essere annoiati, scopriremmo che c'erano cose, un lavoro molto più importante e significativo, da fare per costruire una nuova civiltà. 

3.9. Redditi voluttuari

Un punto più generico sulle implicazioni sullo stile di vita di un Grande Collasso attiene ai redditi voluttuari. Oggi, nelle nazioni sviluppate, i salari medi sono ben al di sopra dei livelli di sussistenza, il che significa che gran parte della gente ha redditi voluttuari da spendere in beni e servizi  non essenziali, come alcool, biglietti del cinema, cibo take-away, libri, riviste, vestiti alla moda, la vacanza occasionale, ecc. Le enormi conseguenze economiche di un Grande Collasso, tuttavia, significherebbero che il reddito voluttuario che diamo per scontato oggi potrebbe facilmente scomparire completamente o essere ridotto a livelli minimi. La gente non sarebbe più in grado di permettersi di pagare altri per 'servizi' come  pulizia, cucina, contabilità, riparazioni, ecc. Tale lavoro e molto altro tornerebbe in famiglia. La persona ordinaria diventerebbe un 'jolly', o almeno sarebbe in grado di barattare diverse capacità con altre in un'economia informale. Siccome l'attuale divisione del lavoro nelle economie di mercato ha lasciato molti di noi con una gamma di capacità molto ridotta, doversi fare le cose da soli richiederebbe una grande 'riqualificazione', un cambiamento culturale già in corso nel movimento di Transizione (Hopkins, 2008). Sembra proprio che gli esseri umani ricavino un piacere considerevole ad essere autosufficienti, perché imparare competenze di vita e metterle in pratica può essere un processo davvero soddisfacente. Ciò significa che l'impossibilità di pagarsi i servizi probabilmente ha un significativo lato positivo. 

Le stesse forze economiche che ridurrebbero i redditi voluttuari per i 'servizi' significherebbero anche che avrebbero poco o nessun reddito di riserva col quale comprare  'beni' non essenziali. Attualmente, se ci troviamo nel disperato bisogno di qualcosa, sarà probabilmente disponibile a un prezzo ragionevole in un qualche negozio vicino. In uno scenario di collasso, questo lusso scomparirà, con catene di fornitura distrutte e prezzi (relativamente ai redditi voluttuari) alle stelle. Questa situazione significherebbe l'alba della 'economia del riuso' e della 'economia della condivisione', entrambe le quali potrebbero già essere fra noi. Se dovessimo aver bisogno di qualcosa e non fossimo in grado di comprarlo, le nostre opzioni sarebbero: (1) riconsiderare se ne abbiamo davvero bisogno e forse farne a meno; (2) riusarlo o; (3) prenderlo in prestito da qualcuno nella nostra comunità (e forse prestargli qualcosa in cambio). Per esempio, piuttosto che possedere tutti nella via attrezzi per la potatura (o qualche altro bene), forse solo una o due persone li avranno, o forse verrebbe allestita una rimessa per gli attrezzi condivisa dalla comunità di modo che tutti abbiano accesso agli attrezzi anche se ce ne fossero molto pochi nella comunità. Questo aumenterebbe grandemente 'l'efficienza' del nostro consumo, perché attualmente molti, se non la maggior parte dei nostri beni acquistati se ne stanno dispendiosamente ad oziare per gran parte della loro vita. Condividere più delle nostre cose non sarebbe difficile. 

Analogamente, dovrebbe andare da sé che, in uno scenario di collasso, tutte le spese lussuose scomparirebbero essenzialmente del tutto e senza nessun vero disagio. Qualcuno potrebbe rimpiangere il fatto di non potersi permettere una nuova cucina, cambiare un tappeto logoro o di non poter fare le ferie in Thailandia, ma sarebbe responsabilità loro se considerassero queste delle buone ragioni per disperarsi. Di sicuro la buona vita consiste in qualcosa di diverso del mero consumo di beni di lusso? Per attingere ancora dalle parole di Thoreau (1982: 269): ‘Gran parte dei lussi e molti dei cosiddetti comfort di vita, non solo non sono indispensabili, ma ostacoli positivi all'evoluzione dell'umanità' e su questa base  Thoreau (1982: 290) sollecita le persone a non essere come l'uomo che si lamentava dei 'tempi duri perché non si poteva permettere di comprare una corona'. 

3.10 Servizi Pubblici

Concludendo l'analisi, alcune parole dovrebbero essere dedicate al declino dei servizi pubblici che senza dubbio seguirebbe un Grande Collasso. Ho presunto che un Grande Collasso avrebbe enormi implicazioni economiche, ne consegue che condizionerebbe la capacità dei governi di fornire molti servizi pubblici, almeno nella misura in cui siamo abituati oggi. Con una capacità di spesa molto inferiore (dovuta alla contrazione economica), i governi dovrebbero ripensare radicalmente i loro bilanci e questo potrebbe avere implicazioni significative per la gente comune. Molte disposizioni di carattere sociale  - come sussidi di disoccupazione o sanitari, investimenti in infrastrutture pubbliche o arte, ecc. - potrebbero facilmente scomparire o essere fortemente ridotte, proprio mentre se ne avrebbe più bisogno. Altri servizi pubblici o disposizioni potrebbero a loro volta ricevere molto meno sostegno finanziario, come i pompieri, le forze di polizia, le amministrazioni locali, i programmi di protezione ambientale, ecc. Questo, ovviamente cambierebbe grandemente la natura della società e non dirò che i cambiamenti verrebbero assorbiti senza sofferenza. Ma ma si può sostenere che la dipendenza da uno stato forte è stata una delle ragioni dell'indebolimento di molte comunità, in anni recenti. Dopotutto, ci si potrebbe sentire meno obbligati a prendersi cura di un vicino povero o anziano se ciò è considerato qualcosa che dovrebbe fare lo stato. Anche se non voglio dilungarmi su questo argomento, in assenza di un forte stato sociale, le comunità dovrebbero prendersi cura di nuovo di sé stesse e questa sfida potrebbe rivitalizzare lo spirito di vicinato e di solidarietà che è stato perduto in molte culture consumistiche oggigiorno (Lane, 2000). Dovrebbero essere fondate nuove organizzazioni e i sistemi della comunità per affrontare il crimine, i rifiuti del consumo, la riparazione di infrastrutture o per dar da mangiare a chi ha fame. Finiremmo per avere comunità molto diverse, molto localizzate e che si autogovernano, ma potrebbe valere la pena di vivere tutto il disagio che porterebbe questa transizione. Potrebbe solo darci una democrazia più diretta, autentica e partecipativa, che probabilmente è un passo necessario lungo la strada per creare una democrazia sostenibile.  

4. Conclusione

In questo saggio ho cercato di descrivere con qualche dettaglio come potrebbe essere una vita di semplicità radicale e di suggerire che la semplicità radicale non sarebbe così male, ammesso che la transizione venga anticipata e saggiamente negoziata. Infatti, il sottinteso di questo saggio è stato che una tale transizione sarebbe in realtà nel nostro interesse immediato, anche se ho a malapena provato a provocare delle considerazioni sulla tesi leggermente meno ambiziosa, cioè che la semplicità radicale non sarebbe tanto male.  

Per fare un riesame, gli elementi di semplicità radicale che ho sottolineato prima sono: Avere solo 50 litri di acqua potabile al giorno; usare una compost toilet; coltivare il cibo in ogni spazio disponibile ed avere a che fare con una minore varietà e cibo più caro; consumare circa un terzo della quantità di elettricità attualmente usata ed avere a che fare con black out regolari; non comprare mai nuovi vestiti; usare solo trasporti pubblici o biciclette per andare in giro e non volare mai; fare a meno di molte tecnologie, come cellulari, aspirapolvere, forni a microonde, stereo, lavastoviglie, asciugabiancheria e probabilmente anche lavatrici, computer e frigoriferi; non guardare la televisione e non avere tempo per Facebook; avere meno o nessun reddito voluttuario da spendere in beni o servizi non essenziali e, alla fine, avere a che fare con l'assenza di molti servizi pubblici che sono dati attualmente per scontati. Indubitabilmente, se i normali 'consumatori' occidentali si ritrovassero all'improvviso a vivere una vita di semplicità radicale, si sentirebbero grandemente impoveriti e di conseguenza ne soffrirebbero. Ma se la gente accettasse che il senso della vita non consiste nel consumo di cose materiali, allora la semplicità radicale non sarebbe un ostacolo ad una vita felice e soddisfacente. Dato che il consumismo è una pratica sociale, tuttavia, potrebbe essere estremamente difficile abbracciare volontariamente la semplicità radicale in anticipo rispetto ad un'imposizione esterna, ma ora abbiamo ragioni più che sufficienti per muoverci in direzione di una semplicità volontaria e di tentare di trascinare la cultura con noi (Alexander, 2009, 2010; Alexander e Ussher, 2012).

Posso anticipare almeno due obbiezioni a questa analisi, la prima proveniente dagli ottimisti e la seconda dai pessimisti. Dalla prospettiva ottimista, la gente potrebbe obbiettare che la mia analisi si basa su una prospettiva troppo cupa, cioè che le le possibilità che la semplicità radicale venga imposta al mondo sviluppato da un qualche Grande Collasso, sono così magre che non dobbiamo preoccuparci con esperimenti mentali come il mio. Questa obbiezione presume che avremo sempre cibo, acqua, elettricità, tecnologie, redditi voluttuari e servizi pubblici per vivere con lo standard di vita attuale. A questi ottimisti risponderei osservando che il nostro pianeta fatica a sopportare le conseguenze di un miliardo di 'consumatori' e quindi l'idea che questo modo di vivere possa essere globalizzato a 9 o 10 miliardi di persone nei prossimi decenni (il che sembra essere l'obbiettivo dello 'sviluppo') e pericolosamente irrealistico, persino assurdo. Ad un certo punto i nostri ecosistemi dichiareranno i loro 'limiti dello sviluppo' e di fatto stanno per farlo (Meadows et al, 2004). I prossimi decenni non saranno come i decenni passati, e se il mondo sviluppato non si avvia volontariamente verso uno stile di vita meno consumistico, allora sembra abbastanza ragionevole aspettarsi che tale stile di vita ci verrà imposto senza volerlo. E' solo una questione di tempo. Inoltre, anche se la semplicità radicale non dovessimo vederla nella nostra vita (o mai), spero che l'esperimento mentale qui sopra possa, in ogni caso, aver portato un maggiore focus sulla nostra relazione col mondo materiale. Se diamo un secondo sguardo alle nostre vite (Burch, 2012), potremmo scoprire che l'opulenza è molto meno importante di quanto abbiamo pensato che fosse e che le cose migliori della vita sono gratuite. 

Dalla prospettiva pessimista, un'obbiezione alla mia analisi potrebbe essere che un Grande Collasso è di fatto in serbo per noi, ma che gli impatti saranno di gran lunga più tragici di quelli che ho descritto. In altre parole, potrebbe essere obbiettato che io abbia romanzato la semplicità radicale e che la semplicità radicale di fatto significa sofferenza bella e buona. Questa obbiezione, tuttavia, è basata su un fraintendimento del mio progetto. Capisco molto bene che un Grande Collasso potrebbe mostrarsi in vari modi, compresa la possibilità che carestia, malattia e violenza ci porterebbero ad una diffusa povertà ed alla morte. In tali circostanze, naturalmente, non ci sarebbe nessun 'lato positivo' e sicuramente si sarebbe potuta fare un'analisi molto più nera. Ma sin dall'inizio ho distinto la semplicità radicale dalla povertà e non ho fatto tentativi di dipingere la povertà a colori. Nessuno vuole stare al freddo, affamato e malato. La semplicità radicale, tuttavia, per come l'ho descritta, significa uno standard di vita sicuro ma biofisicamente minimo ed il mio scopo è stato di difendere la tesi che la vita non sarebbe poi così male se ci trovassimo senza molte delle comodità della vita della classe media, ammesso che i nostri bisogni fondamentali siano ancora soddisfatti.   

Alla fine, la visione del mondo delineata sopra sorge da una concezione particolare di cosa significhi essere umani. Pone una domanda, 'Cos'è che rende la vita degna di essere vissuta?' e risponde a questa domanda dicendo 'Qualcosa di diverso dal consumo senza limiti di cose materiali'. Il consumismo semplicemente non soddisfa il nostro desiderio di senso universale e prima il mondo si rende conto di questo meglio sarà per tutti sul pianeta. 

Se non scegliamo di imparare questo, alla fine ci verrà comunque insegnato. 

Riferimenti:

  • Alexander, S., ed., 2009. Voluntary Simplicity: The Poetic Alternative to Consumer Culture, Stead & Daughters, Whanganui.
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  • Alexander, S., 2012e. ‘Ted Trainer and the Simpler Way,’ Simplicity Institute Report 12d.
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  • Alexander, S., e Ussher, S. 2012. ‘The Voluntary Simplicity Movement: A Multi-National Survey Analysis in Theoretical Context,’ 12(1) Journal of Consumer Culture 66.
  • Burch, M. ‘Mindfulness: The Doorway to Simple Living’ Simplicity Institute Report 12n.
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  • Tverberg, G., 2012a. ‘Oil Supply Limits and the Continuing Financial Crisis’ 37(1) Energy 27-34.



9 commenti:

  1. ei! invece di rinunciare a tutto perche' non ti metti i pannelli solari adesso che puoi? intendo dire pannelli elettrici ed ad acqua sanitaria. cosi' se cade la rete ti stacchi dalla rete e ti prendi l'energia quando c'e' il sole , hai la luce di casa anche quando e' nuvolo. se poi la tecnica delle batterie si evolve hai anche la corrente per la notte. pensa che potrai usare la lavatrice di giorno il forno per cucinare il pane che ti farai da solo ecc ecc. ci ricarichi anche la bici elettrica. bastano 12 pannelli fotovoltaici.

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  2. Per controbattere a un articolo del genere, cose da dire ce ne sarebbero tante (infatti l’articolo è molto lungo), ma cercherò di essere molto breve.

    E’ vero che la situazione sta diventando insostenibile.

    Nel 2012 nella sola Cina si sono vendute oltre 19 milioni di automobili (in Europa 12 Milioni), che aumenteranno il fabbisogno petrolifero di circa 1 Milione di barili di petrolio al giorno.

    Però chi contrappone questo modello consumistico a uno più semplice e minimale, dimostra che non ha il quadro completo della situazione.
    La Terra può sostenere al massimo 2 Miliardi di persone senza l’utilizzo dei combustibili fossili.

    Non c’è abbastanza terra per fare un orticello per ogni famiglia del pianeta, per non parlare del fatto che i metodi tradizionali sono anche molto meno efficienti nella produzione agricola.

    Uno stile di vita come quello illustrato poteva andare bene nel medioevo, in cui la popolazione era molto di meno, ma la qualità della vita era drasticamente ai limiti del vivibile (niente: sanità, sicurezza, istruzione, vita media intorno ai 40 anni).

    Oggi, l’unica via d’uscita che io possa immaginare senza una drastica riduzione della popolazione mondiale, dovuta a Guerre o mancanza di risorse minime esistenziali, è quella di trovare nuove fonti di energia diverse da quelle già conosciute, in quanto quest’ultime hanno dimostrato di non essere in grado di sostenere il fabbisogno mondiale.

    Quindi, la via d’uscita è affidata alla Ricerca e all'Innovazione.

    Se questa via non darà i frutti sperati entro pochi anni, allora saremo vicini all'estinzione dell’Uomo moderno, con una drastica riduzione della popolazione mondiale.

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    1. Non c’è abbastanza terra per fare un orticello per ogni famiglia del pianeta, per non parlare del fatto che i metodi tradizionali sono anche molto meno efficienti nella produzione agricola.

      Infatti questo é il punto chiave: non c'è più posto od altrimenti detto siamo in troppi.

      Per questo io ritengo che il Grande Collasso si accompagnerà alla Grande Mattanza.
      La Semplicità radicale é solo una bella espressione che però in pratica NON è applicabile.
      Chi mantiene e con che cosa mantieni le masse sterminate ormai senza reddito e neppure terra.

      Ma basta con 'ste fantasie!

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  3. Dire che "negli anni 50' si poteva" NON è giusto! Spiacente ma è una scusa per essere ottimisti.

    Siamo molti di più degli anni 50' e questo è possibile solo perchè c'è acqua centralizzata, trasporti personali, computer, elettricità costante, ecc..

    Inoltre negli anni 50' le persone sapevano come fare senza elettricità, computer, acqua centralizzata, trasporti personali, ecc.. Adesso ci siamo dimenticati e NON è più possibile.

    Esempi:
    -Chi conosce come fare un tavolo senza usare un mezzo elettrico in Italia?
    Nessuno! Sembra un assurdo ma prova nella sfida qualsiasi falegname.
    -Basta un secchio.. Come si fa un pozzo? Sai già che non c'è abbastanza (sia di falde che di spazio) per fare per ognuno un pozzo!
    -Levi il computer? Siamo (perchè 7 Miliardi) in una società complessa! Dovremo assumere un sacco di persone per ogni azienda e di conseguenza i prodotti aumenterebbero di prezzo e quindi invendibili e di conseguenza tutte le aziende fallirebbero!
    -Levi i mezzi personali di spostamento? Bisogna (siamo 7miliardi) fare un sistema di trasporto (la maggioranza degli spostamenti è per lavoro) mega-enorme e pur fare tante piccole fabbrichette ma queste fallirebbero in quanto le fabbriche nascono nella rivoluzione industriale con i CAMION.

    Queste son solo alcuni esempi ma potrei continuare all'infinito. Il problema è che non si può tornare agli anni 50' proprio perchè siamo AUMENTATI DI NUMERO ma anche perchè l'inquinamento è 500% più alto.

    Dunque se levi solo una di queste cose sarà la violenza! Il brigantaggio! Più semplice rubare che sperare di risolvere senza un come. Alla fine GUERRA (è sempre un FURTO) e questa sarà la peggiore tanto che diminuiremo sui 2 Miliardi e allora ci sarà TUTTO per tutti.

    Oppure ... Sappiamo quali sono i problemi e puntiamo ORA al risparmio (inteso come ottimizzazione), alle energie rinnovabili, ecc. e soprattutto diminuiamo di numero. Allora possiamo continuare questa civiltà con le stesse comodità!

    Ciao

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  4. la terra può sostenere 2 miliardi di umani senza il petrolio. Senza nessun fossile? Forse solo 500 milioni. Quella bidonville è stata fatta vicino alla fabbrica che si vede sullo sfondo, per dare un tetto ai suoi schiavi... pardon operai. La prossimità al lavoro sarà il ritorno al futuro.

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    1. Nell'anno 1850 la popolazione mondiale era di 1250 milioni di persone.

      Il petrolio non era ancora stato utilizzato (primo pozzo petrolifero è del 1859), ma l'occidente (piccola parte della popolazione mondiale) utilizzava già il carbone.

      Il mondo potrebbe sostenere max 2 miliardi di persone, se consideriamo che l‘idroelettrico, le biomasse e l’eolico non verranno spazzate via dalla crisi dei combustibili fossili.

      Se invece non si potesse utilizzare neanche l’idroelettrico e l’eolico, ma solo le biomasse, la stima è di poco superiore al miliardo di persone.

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    2. certo che passare da un pianeta dove un miliardo di persone vivono in modo opulento e un miliardo fanno la fame, a uno dove l'unico miliardo rimasto sarebbe nell'indigenza, costituirebbe un bel salto.

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  5. Che ci sia bisogno di un drastico ridimensionamento dei consumi, ok. Personalmente sono già abbastanza avanti lungo questa strada.

    Ma che noia le persone, come l'autore di questo articolo, che vogliono ficcare in gola a forza a gli altri le proprie idiosincrasie e antipatie, ammantando le proprie preferenze di necessità pratica o morale.

    Sono la versione laica dei Talibani che vietano per legge, la musica, gli aquiloni e la bellezza delle donne...

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  6. Anche io concordo sul fatto che questa analisi è molto parziale, mancando da una parte una valutazione storica delle condizioni in cui si è già vissuta una semplicità radicale (la grande depressione americana, l'immediato dopoguerra in Europa, per fare degli esempi non molto lontani) e dall'altra una valutazione della realtà dei sistemi economici e della piramide (ormai non più piramide) demografica dei paesi occidentali. Non è pensabile che a una struttura economica fondata sulla divisione del lavoro si vada a sostituire in breve tempo un'altra struttura fondata su più capacità individuali a bassa complessità (occorrerebbero almeno un paio di generazioni). Non è pensabile un facile adattamento per popolazioni occidentali caratterizzate da una componente anziana molto ampia (mettiamo che non ci siano più certezze sulle pensioni, ad esempio, e che succederebbe?). Aggiungerei inoltre che occorre valutare seriamente anche la corrispondenza tra il sistema capitalistico - consumatore con la forma mentis che ha caratterizzato ormai le svariate generazioni che in esso sono cresciute, considerando le difficoltà insite in repentini cambiamenti psicologici, per la natura umana. Non bisogna dimenticare che la pulsione al consumo è in gran parte il surrogato compensatorio delle frustrazioni inevitabili nella società di massa. Non trascurerei, tra l'altro, l'espandersi di tutti quei fenomeni di capitalismo di rapina che proliferano proprio nelle situazioni di difficoltà e di emergenza, allo scopo di sottrarre anche le poche risorse residue a masse impoverite (droghe, alcool, sciroppi miracolosi, ecc.). Come trasformare poi i wc in compost toilet in tutte le palazzine multipiano che affollano le nostre periferie, e in un arco di tempo ridotto, andrebbe detto. Insomma, anche a volere essere ottimisti, viene da pensare che una vita di semplicità radicale serenamente vissuta sia una prospettiva per pochi privilegiati, sebbene inevitabile. Pur essendo d'accordo che abbiamo bisogno di un modo di vivere diverso e molto più sobrio di oggi, credo che ogni scenario di adattamento vada valutato nella sua evoluzione collettiva rispetto alle società odierne, che non sono piccole comunità capaci di riorganizzarsi rapidamente.

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