Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


sabato 11 agosto 2012

Quando i problemi dell'economia nascondono quelli delle risorse

Da The Oil Crash. Traduzione di Massimiliano Rupalti






Immagine da http://www.123rf.com


Di Antonio Turiel


Cari lettori,

questi sono giorni amari per lo Stato Spagnolo, principalmente per coloro che hanno cariche di responsabilità economica al suo interno. Essenzialmente, la Spagna cammina con passo fermo verso la bancarotta, trascinata dal suo inutile intento di salvare il proprio sistema finanziario. E, nella loro disperazione, i leader politici stanno lanciando grida di aiuto sempre meno dissimulati, sperando che i poteri della Grande Europa riscattino il paese dal marasma. Data la poca trasparenza con la quale si trattano i temi finanziari, i cittadini spagnoli non arrivano ancora a capire tutta la gravità della situazione, ma capiscono che i nuvoloni all'orizzonte sono sempre più scuri e che stavolta le conseguenze saranno più gravi e più durature di quanto si desse per scontato negli ultimi mesi.

C'è una parte inconfessabile nel problema che sta travolgendo i nostri eroi e presto porterà alla rovina il cittadino medio: lo Stato spagnolo sta regalando soldi a imprese private (le banche spagnole) sotto il ricatto dei grandi capitali internazionali (rappresentati tangibilmente dal FMI e intangibilmente da quelli che vengono chiamati “i mercati”) e tutto questo denaro buttato in quella maniera condannerà a decenni di miseria. Perché la Spagna si deve assumere il pagamento di questi aguzzini contabili quando le imprese sono private? Perché la Spagna si deve assumere queste perdite quando quelle banche hanno interessi che vanno ben oltre le sue frontiere o capitali da oltre le sue frontiere ci hanno investito? Niente di questo viene detto a voce alta, non sia mai che sia visibile la profonda immoralità di quello che accade. La realtà è che lo Stato spagnolo si vede costretto a soddisfare questi aguzzini perché altrimenti questi capitali internazionali non continuerebbero a finanziare il Tesoro Pubblico Spagnolo. Questo è giusto? No. Ha un qualche senso? No, ma non ce lo ha mai avuto. Non ce l'aveva quando ha colpito l'America Latina o l'Africa negli ultimi decenni del ventesimo secolo e non ce l'ha nemmeno oggi. Solo che allora ce ne siamo fregati, mentre adesso no, perché tocca a noi. Intanto, decine di esperti dell'asse immaginario che unisce Madrid a Berlino, si dedicano all'analisi degli aspetti futili e sbagliati del problema, parlando qui di “eccesso di ortodossia di bilancio impostaci dalla Germania” e lì” dello spreco senza limiti degli spagnoli”, quando risulta che più della metà dell'aumento del debito spagnolo degli gli ultimi anni proviene dal cedere a questo ricatto (al quale i due partiti che si sono alternati al governo si sono sottomessi) e quando in realtà è lo stesso capitale internazionale che qui ispira a Mariano Rajoy e là ad Angela Merkel, solo che ha assegnato loro ruoli differenti in questa rappresentazione. Alla fine, succede che i grandi capitali non vogliono rischiare di perdere i loro investimenti in Spagna e sono disposti a giocare sporco, facendo uso di un potere di coercizione illegittimo – ed anche, perché non dirlo, abusando della mancanza di comprensione della realtà dei nostri esperti e dei nostri governanti – col quale garantire il rimborso dei debiti che le banche hanno con loro, anche se il processo presuppone la distruzione economica di tutto il paese e l'accelerazione del processo che ci porta alla Grande Esclusione, in questo caso fra paesi.

Ma c'è un altro aspetto di questa esclusione crescente che di sicuro sfugge in parte anche a coloro che ora la promulgano in Spagna, una volta paese ricco, prospero e superbo. Ed è che in realtà la bolla di prosperità, quella che ha reso possibile di creare l'illusione di ricchezza e mantenere una classe media sostenuta ed un'apparenza di democrazia, si sta contraendo, lasciandoci all'addiaccio, esposti agli elementi. Perché, per quale motivo ora tocca alla Spagna? Perché non possiamo continuare a stare seduti al banchetto dei ricchi di questo mondo se solo pochi decenni fa ci hanno accolti a braccia aperte? Perché i più cominciano a intuire che questa crisi ha un lungo percorso e che ancora non sanno che non finirà mai?

Alla mia comprensione limitata contribuisce la totale incomprensione del processo che sta avendo luogo, l'eccesso di importanza che si da al discorso economico nel dibattito attuale. Quello che ho appena detto può sembrare paradossale, se non ridicolo. Alla fine dei conti, se il problema è economico, il dibattito non dovrebbe essere essenzialmente economico? Tuttavia, il problema è giustamente questo. La teoria economica vigente si è sviluppata in uno scenario di abbondanza di risorse e in modo implicito presuppone che le risorse non siano mai un problema. Dal punto di vista formale, la teoria che domina il discorso accademico e pratico presume che la scarsità delle risorse insostituibili non arriva mai a prodursi perché o il mercato rende sfruttabili risorse che prima erano economicamente non sfruttabili attraverso un aumento dei prezzi (visione progressiva del mercato) o trova sostituti adeguati (principio delle sostituibilità infinita). Serve poco argomentare con questi campioni del libero mercato e del liberismo economico, che l'economia non può sostenere un prezzo troppo alto per l'energia, o che nel caso del petrolio la sostituibilità non sta funzionando (come abbiamo visto nel caso del picco del diesel e come affronteremo prossimamente quando analizzeremo l'energia netta della produzione attuale di petrolio). Tali obiezioni, ragionevoli ed avallate da dati e studi, vengono subito ignorate, se non sommariamente svalutate, con cliché ripetuti (“E' un errore riccardiano”) e chi le formula viene offeso con sufficienza (“lei non sa di economia”).

La cosa divertente è che coloro che fustigano i laici con stringhe di dati e deduzioni economiche straconosciute, molte volte non conoscono le ipotesi fondamentali sulle quali si basa la propria teoria e non si scomodano mai a provare se le loro ipotesi si realizzino o no (di fatto, è abituale che usino generalizzazioni eccessive a partire da esempi particolari, essendo il progresso dell'industria informatica il loro preferito). Per esempio, risulta scioccante l'enfasi che di tanto in tanto viene posta sul fatto che non c'è un picco di produzione del petrolio (peak oil) ma un picco della domanda di petrolio (peak demand) causata, secondo i proponenti, da un miglioramento dell'efficienza, ipotesi che non regge alla benchè minima validazione rispetto ai dati sperimentali (validazione che ovviamente i nostri economisti non fanno mai, non sia mai che si smontino le loro preziose ipotesi).

Il grande fallimento della teoria economica che viene applicata oggi a spron battuto, anche al di fuori dei suoi ambiti di competenza naturale, è quello di non comprendere che l'economia ha, fondamentalmente, una funzione di assegnazione delle risorse nella società. Cioè, il nostro sistema economico non è altro che un complicato congiunto di regole per decidere come si assegnano le risorse, chi si prende cosa. L'economia è importante perché spiega come si dividono le risorse, ma non crea di per se le risorse. Si può pensare che in certi momenti l'economia funga da catalizzatore, accelerando l'accesso o anche rendendo possibile l'accesso a risorse che in altro modo resterebbero inaccessibili, ma di sicuro non le crea. La distinzione è importante, perché gli economisti sono soliti abusare di questa capacità delle regole economiche di migliorare la disponibilità di risorse come se le creasse realmente e pensano che in una situazione di esaurimento delle risorse fisiche “il mercato fornirà alternative”, senza capire che il mercato non crea nulla. Si deve riconoscere che non sempre è facile distinguere se l'effetto di mancanza di disponibilità di una risorsa sia dovuto ad una questione economica o al suo esaurimento fisico, soprattutto se si guarda solo alla serie dei prezzi – come si fa normalmente. Un'analisi dei fattori fisici, dei quali questo blog è prodigo, da sempre tracce utili su quello che serve realmente.

Rafael Íñiguez ha evocato in diverse occasioni un esperimento mentale che permette di vedere con molta chiarezza cos'è che sta succedendo in realtà e che, col suo permesso, riprodurrò qui. Immaginate che il nostro pianeta venisse osservato da un'intelligenza extraterrestre dallo spazio esterno. Questa intelligenza non potrebbe percepire tutte le sottigliezze che governano il commercio mondiale né come si valutano le merci, cosicché la loro idea sul funzionamento del nostro sistema economico sarebbe molto superficiale. Tuttavia, questa intelligenza potrebbe rendersi conto senza troppi problemi che stiamo soffrendo una crisi energetica: semplicemente vedrebbe dallo spazio che si accendono sempre meno luci, meno fabbriche sono in funzione, si spostano meno veicoli, ecc. Osservando un po' più nel dettaglio vedrebbe che i flussi di materie prime energetiche ristagnano e puntano verso un declino, mentre le energie rinnovabili non sono in grado di tappare il buco. Insomma, questo osservatore, essendo astratto dalle regole di assegnazione, vedrebbe con maggiore chiarezza di qualsiasi altro che il problema è un problema di risorse, particolarmente di quelle energetiche. Tuttavia, noialtri, incollati coi piedi a Terra, non facciamo altro che rimanere sul veicolo (l'economia) senza vederne il combustibile (le risorse). Per questo, tutte le discussioni si centrano nel vedere come possiamo cambiare questo o quell'aspetto dei veicoli, senza capire che senza benzina non andiamo da nessuna parte.

Il fatto che le risorse impediscano la crescita praticamente già da ora, non significa che la discussione sull'organizzazione economica sia irrilevante. Per abusare dell'ultima similitudine, non sarebbe la stessa cosa se utilizzassimo un monovolume o un triciclo: ci sono forme più efficienti di altre per usare le risorse che rimangono. Altro punto chiave è quello dell'equità. Viviamo un momento in cui le risorse non sono soltanto scarse, ma si assottigliano. Fino ad ora il cittadino medio della società occidentale era soddisfatto da una piccola percentuale delle risorse che arrivavano nei nostri paesi, perché copriva troppo bene le sue necessità, mentre i ricchi facevano grande festa. Ora che le risorse diminuiscono, riappare una tensione dialettica: i ricchi non vogliono rinunciare alla loro parte della torta, ma su una torta più piccola il loro pezzo rappresenta una percentuale maggiore e lascia al resto di noi la carestia. E il cittadino medio reclama, esige e protesta di fronte ad abusi e corruzione ai quali solo cinque anni fa non faceva nemmeno caso, visto che percepisce che gli stanno strappando via le briciole delle quali viveva. Qui il pensiero economico monocorde tanto pubblicizzato dai media è solito insistere che in fondo la cosa migliore è dare tutti i soldi ai ricchi, perché così si favorisce l'impresa e l'investimento e alla lunga la torta tornerà ad essere più grande e torneremo ad avere briciole sufficienti per tutti.  Tuttavia, se la torta non ha intenzione di crescere ma di diminuire, questa strategia favorisce il fatto che le briciole diminuiscano anche più rapidamente e che lo scontento del cittadino sia sempre maggiore. C'è, d'altro canto, la questione morale e forse bisognava porre prima l'equità della distribuzione che non la crescita economica (anche quando era possibile). In questo momento molti cittadini occidentali saranno d'accordo con questa impostazione: l'equità prima della crescita. Il problema è che l'equità non deve essere promulgata solo all'interno dei paesi ricchi, ma si dovrebbe realizzare fra paesi, visto che molti paesi, come la Spagna, che vivono delle risorse che importano consumano molto di più della media (Pedro Prieto ha riassunto molto bene questa situazione nella sua lettera agli indignati spagnoli).

La discussione economica eclissa tutto, le posizioni sono sempre più aspre e tutto il margine di movimento si trova lungo una retta tracciata senza vedere tutta la complessità che ci sta dietro. E mentre discutiamo assennatamente se la Merkel vuole istituire il terzo Reich per via economica e se fallirà l'Euro, la realtà è che ogni giorno siamo più poveri, irrimediabilmente e senza rendercene conto. E mentre sogniamo una crescita ed una ricchezza che non torneranno, stiamo sprofondando ogni giorno di più nella miseria che sta arrivando.

Saluti.
AMT


























9 commenti:

  1. ..Mi sembra che il post sia quasi perfetto, però si sà, il diavolo si nasconde nei dettagli : quando, signor Turiel, dice che :

    "C'è, d'altro canto, la questione morale e forse bisognava porre prima l'equità della distribuzione che non la crescita economica " intendeva forse dire che nei 15 anni prima di questo fine plateau petrolifero si poteva dare in termini diretti e di servizi forse un 5-10 % in più ai 2/3 della popolazione meno abbiente ?..Forse... e cosa avremmo risolto ? Forse si poteva dare un 5-10 % in meno in termini di servizi alla persona ai 2/3 della popolazione meno abbiente, ma avviare, già 15 anni fa, opere su scala nazionale e locale di resilienza energetica e dei suoli...Ormai è tardi in assoluto ed è assolutamente impossibile farlo senza equiparare , (al ribasso) , quella metà di popolazione meno giovane che gode ancora di un welfare sconosciuto ,( e destinato a rimaner tale), ad un buon quarto della popolazione meno anziana : oggi tempo di redistribuire? ..Sì ,se intende redistribuire sulle spalle di tutti, senza i " paria" di turno, gli sforzi necessari per le opere di sicurezza energetica ed ambientale...

    RispondiElimina
  2. Antonio Turiel è un grande divulgatore ed il post è bellissimo.
    Certo la torta energetica è sempre più piccola e la forbice deve essere ridotta.
    Ma allora la prima cosa da fare, LA COSA PIU' IMPORTANTE DA FARE, non è forse quella di ridurre le bocche da sfamare ?
    Se ci fossero meno persone su questo nostro piccolo, povera pianeta, le briciole non sarebbero comunque più grosse per tutti ?
    Quali controindicazioni avrebbe una riduzione della popolazione a livello economico ?
    Nessuna ovviamente.
    Se le risorso sono finite, ci sarebbero solo vantaggi.
    E allora perchè quasi nessuno ne parla ?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. i padroni senza schiavi che padroni sono?

      Elimina
    2. Certo che ridurranno le bocche, ma prima devono trovare il modo di guadagnarci su.
      Facendoci pagare salate le relative cure mediche, o facendoci usare armi in una bella guerra...

      Elimina
  3. "...La teoria economica vigente...". Come se ce ne fosse una sola: è abbastanza difficile che gli economisti siano d'accordo su qualcosa secondo me, e il problema è nella loro materia che tendenzialmente è quasi sconfinata e che si nutre potenzialmentedi praticamente tutti i campi del sapere. Infatti, la mia opinione che i grandi economisti siano davvero molto pochi, e questi pochi abbiano dato comunque contributi difficili da trattare nella pratica: insomma, che abbiano dato più inquadramenti concettuali che risposte a problemi concreti, e a me pare già moltissimo; nonostante questo penso che il dibattito sottostante sia comunque molto istruttivo. Che poi lo studio di fenomeni complessi, come quelli economici, richieda anche competenze molto tecniche per aspetti fondamentali del funzionamento è fuori di dubbio, e lo dimostra che una percentuale non piccola degli economisti che mi piacciono di più erano in realtà tecnici di mestiere e con formazione tecnica: un esempio su tutti è Vilfredo Pareto. Poi sono d'acordo sul discorso di fondo all'articolo e a molte cose lette su questio blog, e cioé che esiste una sorta di "vulgata economica" giornalistica, molto lontano dal mondo della variegatissima ricerca sui temi economici in senso stretto, e che dà molto spazio a quegli economisti che più hanno prestato il loro fianco in realtà alla politica: un esempio su tutti è Rifkin. Ma questi non sono più degli scienziati, sono veri e propri politici secondo me, e come tali li classifico. Il fatto che non pochi docenti di materie economiche prendano questa strada è dal mio punto di vista un vero peccato, ma non ne sono scevri nemmeno i docuenti di materie non economiche, se proprio vogliamo essere onesti. Concludo con una citazione che fece il mio professore di Economia Politica al Politecnico di Torino proprio nella lezione introduttiva, per illustrare il fatto che le teorie che avremo visto nel corso presentano, e presenteranno per loro natura, grandi differenze: "L'Economista è quello scienziato che studia il perché le sue previsioni non si sono avverate". L'autoironia non gli mancava, né lo spirito curioso e problematico del ricercatore: sono certo che il mio professore non lo vedremo mai in alcun governo, così come i migliori economisti che ho potuto conoscere o leggere.

    Saluti,
    Marco C.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Certamente non c'è una sola teoria economica, ma dai turboliberisti ai veteromarxisti nessuno si occupa di risorse. Sono tutti ignari, insomma, di ciò che ricorda Turiel:

      "L'economia è importante perché spiega come si dividono le risorse, ma non crea di per se le risorse."

      Elimina
  4. Non vi preoccupate ci pensa Passera http://snipurl.com/24n00iv

    taglia le rinnovabili e da permessi per bucare tutta italia....per rilanciare economia Hahahhaha

    Ormai sembra realmente che una sola mente governi il mondo,tutti fanno e vanno nella stessa direzione...

    RispondiElimina
  5. Sono d'accordo con Lumen, bisogna diminuire le bocche da sfamare.
    Anche mago ha ragione: i padroni somministrano agli schiavi attraverso la religione una percezione dell'"utilità marginale" in base alla quale la procreazione è prioritaria rispetto ad un dignitoso benessere individuale.

    RispondiElimina
  6. Anche io sono d'accordo con LUMEN e N. Marangoni. Bisognerebbe fare come in Cina, max un figlio per coppia, dal secondo in poi tasse sempre più alte. Ma ve la immaginate una cosa del genere con la Chiesa e le religioni monoteiste che non fanno che fare propaganda natalista? Fantascienza, purtroppo!

    RispondiElimina