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domenica 13 novembre 2011

ASPO-Italia 5: oltre il picco del petrolio




Toufic El Asmar, ricercatore presso la FAO e vicepresidente di Aspo Italia, parla al quinto convegno dell'associazione a Firenze. Cambiamento climatico ed agricoltura sono stati i principali argomenti del suo intervento.



Il Picco del petrolio è ormai alle nostre spalle. Questo è ciò che sembra essere chiaro da quanto è stato detto al quinto convegno della sezione italiana dell'associazione per lo studio del picco del petrolio (ASPO), tenutosi a Firenze il 28 Ottobre. Già nel primo intervento dell'incontro, quello tenuto da Ian Johnson, segretario del Club di Roma, l'enfasi non è stata sul petrolio, ma sui problemi finanziari che il mondo sta affrontando. Questo punto è stato trattato anche da Nicole Foss del blog "The Automatic Earth" che ha parlato del totale ed imminente collasso del sistema finanziario mondiale.

Un altro punto discusso in modo esteso al convegno è come il picco stia portando l'industria del petrolio ad estrarre e trasformare risorse inefficienti ed inquinanti e come ciò sia causa di un peggioramento del problema dei cambiamenti climatici. Questa era la ragione che ha portato ASPO-Italia ad organizzare questo convegno unitamente a "Climalteranti", un gruppo di scienziati del clima Italiani. Almeno la metà degli interventi al convegno erano specificamente dedicati al cambiamento climatico e la questione climatica era praticamente presente in ogni presentazione. Dati recenti indicano un notevole salto in avanti nella concentrazione di CO2 nell'atmosfera a conferma che questa tendenza è in corso.

Il picco del petrolio sta condizionando anche l'agricoltura, come riferito dal vicepresidente dell'associazione, il Dott.Toufic El Asmar, che è anche ricercatore presso la Food and Agricolture Organization (FAO) a Roma. Il problema non è ancora percepito dalla maggioranza delle persone che hanno a che fare con la sostenibilità, ma è chiaro che è enorme. L'agricoltura, per com'è strutturata oggi, non può sopravvivere senza combustibili fossili ed il danno causato dai cambiamenti climatici potrebbe essere devastante.

Un altro punto discusso ampiamente ad ASPO-Italia 5 è stato il problema della comunicazione. Come trasformare i nostri modelli in azioni concrete? Questo si rivela essere un problema estremamente complesso e difficile. Non che non ci abbiamo lavorato. Pietro Cambi, membro di Aspo-Italia, ha stimato nel suo intervento che una persona su tre in Italia è stata esposta almeno una volta ai messaggi sul picco del petrolio durante gli ultimi 5 anni, come risultato del lavoro di ASPO e di associazioni e persone ad essa vicine. E' un notevole risultato, considerando che ASPO-Italia è un'associazione di volontari che opera con risorse finanziarie minime. Tuttavia, l'impatto del nostro messaggio non si manifesta; non ancora, almeno.

Per esempio, i politici del Consiglio Regionale della Toscana hanno fatto di tutto per stare alla larga dal convegno di ASPO-Italia, nonostante il fatto che si tenesse vicino al palazzo principale della Regione Toscana e che fosse un convegno di alto livello internazionale che vedeva la presenza di diversi scienziati di alto livello. La sola eccezione è stata Mauro Romanelli, consigliere regionale per il partito dei Verdi, evidentemente più illuminato degli altri. In Italia, come ovunque, sembra che la parola magica che risolve tutti i problemi sia “crescita”. Essere visti in compagnia di Cassandre e catastrofisti dev'essere ancora considerato un buon modo per rovinarsi la carriera.

Alla fine dei conti, sembra che il picco del petrolio abbia generato una dura reazione da parte dei sistemi industriale, finanziario e politico. Ha causato un movimento contro l'esaurimento che investe più risorse nell'estrazione, nonostante i costi in aumento ed il risultante danno ambientale. Ian Johnson ha esposto molto chiaramente questo punto nel suo intervento. Anni fa, quando era vicepresidente della Banca Mondiale, era stata fatta una stima di quale fosse il prezzo del petrolio che, una volta raggiunto, avrebbe reso l'energia rinnovabile competitiva sul mercato. Ma, quando questo prezzo è stato raggiunto, quello che è accaduto è che le compagnie petrolifere hanno abbandonato i loro programmi per le energie rinnovabili per concentrarsi sulle nuove fonti petrolifere. Non importa quanto sporche e costose possano essere queste risorse, è ancora possibile ricavarne un profitto, a patto che l'industria non debba pagare per i costi dell'inquinamento. Come di fatto è il caso, sfortunatamente.

Quello che stiamo vedendo è uno sforzo tremendo per mantenere livelli di estrazione perlomeno costanti, anche a costo di demolire l'economia mondiale ed anche degli ecosistemi planetari. Sembra essere un classico esempio di ciò che chiamo “effetto Seneca”, che significa scambiare qualche anno ancora di relativa stabilità con un più rapido declino in seguito. Così, stiamo reagendo al picco del petrolio nel peggiore dei modi.

Il convegno è stato organizzato in gran parte da Luca Pardi, che è anche il nuovo presidente di ASPO-Italia. Ha preso il posto di Ugo Bardi che è stato presidente per otto anni. Il convegno è stato organizzato congiuntamente con il gruppo di Climalteranti e sponsorizzato dal Sig. Mauro Romanelli, consigliere regionale per il partito dei Verdi, che ha fornito la prestigiosa "Sala delle feste" di "Palazzo Bastogi" a Firenze, dove il convegno ha avuto luogo.

Traduzione a cura di Massimiliano Rupalti

9 commenti:

  1. Buongiorno.
    Nè politici, né media.
    In nome del dio della crescita esponenziale (e non sono sicura che sappiano quello che dicono quando parlano di una aumento del 3%) e del cieco egoismo.

    Seneca dice bene.

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  2. Domanda con un preambolo

    L’agricoltura industriale è pesantemente dipendente da gas e petrolio (per la lavorazione meccanica, i fertilizzanti, i pesticidi, i diserbanti, il trasporto, lo stoccaggio, ecc…) e, in quanto tale, nonostante le apparenze, non è affatto una risorsa rinnovabile né tantomeno “verde”. Questo ha sicuramente gravi implicazione sia sul picco del petrolio (per i consumi), sia sui cambiamenti climatici (per le emissioni), sia sulla sicurezza alimentare mondiale (per la vulnerabilità agli approvigionamenti energetici in rapporto ad una popolazione mondiale crescente). Basta guardare e toccare una manciata di suolo agricolo e confrontarlo con una manciata di terreno incolto per farsi un'idea di quanto si siano rovinati e dilavati i terreni coltivati con le tecniche agricole introdotte solo grazie all'energia a basso costo (=combustibili fossili). Fin qui le cose mi sembrano abbastanza chiare, ma (premettendo che non sono un esperto di nulla) seguendo questo mio ragionamento, avrei una domanda da rivolgere al prof. Bardi. Il mio dubbio riguarda il suolo fertile: un suolo naturalmente fertile è un ecosistema pieno di forme di vita (microrganismi, lombrichi, insetti, funghi, ecc…), un ecosistema che viene sterminato con l’uso di tecniche di lavorazione industriale (fertilizzanti chimici, aratura, monoculture, diserbanti, ecc…). Pur riguardando solo lo strato superficiale, l’ecosistema-suolo riguarda estensioni di terreno immensi, quindi la mia domanda è: che fine fa tutto il carbonio di cui erano composti gli organismi che una volta popolavano i suoli dei nostri campi? In atmosfera? E se sì, le quantità coinvolte potrebbero essere significative per un aggravamento dei cambiamenti climatici?

    Grazie

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  3. per anonimo da anonimo

    il carbonio dei suoli ovviamente, se esposto, viene ossidato e va in atmosfera. In questo senso è noto che "buone pratiche" agricole miranti alla conservazione del carbonio nei suoli sono considerate e valutate nei programmi di mitigazione. C'è anche il discorso del charcoal.
    Tuttavia, correggetemi se sbaglio, il ruolo dell'agricoltura, rispetto ai grandi numeri della produzione di energia, specie se parliamo di carbone, resta pur sempre un piccolo ruolo.
    Argomento comunque interessante.

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  4. Alla questione del carbone vegetale non ci avevo pensato, ma in effetti forse andrebbe conteggiato pure quello. Il problema, per me, è proprio farmi un idea di massima di ciò che è o non è influente (sempre che esista qualcosa che non lo sia). I feedback ad un certo punto sono così intricati che è difficile per chi non è uno studioso farsi un’idea anche solo approssimativa del peso delle varie componenti in gioco. Anzi, ancor più spesso, è difficile persino rendersi conto dell’esistenza stessa di certi feedback. Faccio un esempio. L’anno scorso in Russia c’è stata una siccità inusuale, questa ha favorito estesi incendi che hanno seriamente danneggiato le coltivazioni russe di cereali. Contemporaneamente, sul versante del petrolio, c’è stato l’incremento di prezzi che abbiamo avuto modo di vedere in questi ultimi anni a causa delle crescenti difficoltà estrattive. Parrebbero due fatti completamente scollegati, invece no: così l’intero Nord Africa (che importava grano dalla Russia ed esportava petrolio) è stato strangolato su tre fronti con le conseguenze che tutti abbiamo visto. Il petrolio dei regimi nordafricani non bastava più a garantire livelli adeguati di produzione sia per sostenere l’economia interna sia per le esportazioni. La crisi economica globale, innescata dai prezzi eccessivi del petrolio ed amplificata dalle dinamiche finanziarie, ha contemporaneamente creato un ambiente economico internazionale sfavorevole. Così, alla prima difficoltà (ossia gli incendi in Russia dell’anno prima), tutto è saltato per aria. Ma per l’opinione pubblica, distratta dai soliti telegiornali, tutto si spiega con sole due parole “primavera araba”, ossia un evento puramente politico, per di più positivo, visto che ha colpito regimi dittatoriali pluridecennali e quindi sbrigativamente definito “democratico”. Personalmente mi ci è voluto un bel po’ di tempo (e di ricerche in Internet) per rendermi conto che la politica non era l’unica causa né la causa principale delle rivolte nordafricane. Temo che moltissimi (come me fino a poco tempo fa) non abbiano ancora colto la portata e le implicazioni di quel che sta accadendo. Qualcosa è cambiato, certo, ma cosa di preciso temo che sfugga ai più.
    Tornando all’agricoltura: il suolo ha "un piccolo ruolo"? Sinceramente non saprei proprio. La mia speranza è che qualcuno che ne sappia più di lo sappia e sia disposto a raccontarmelo. Io sono solo un impiegato di banca: come presunto climatologo sarei veramente ridicolo.
    L'idea mi è venuta semplicemente per accostamento, leggendo un libro sulla permacultura ed uno sull'agricoltura naturale e mischiando quanto letto sulla carta con quanto appreso su petrolio e clima in Internet e questo credo la dica tutta sulle mie assai scarse competenze in merito.

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  5. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  6. @ 2 anonimi (ma perché non usate almeno un nome finto per distinguervi?):

    Questo link, in particolare la tabella 2, dovrebbe rispondere - in parte - al vostro quesito.

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  7. Grazie Hydraulics. Link molto interessante. Sono (anzi ero) il primo dei 2 anonimi. Ho guardato la pagina del link che indicavi e, se l’IPCC si è preso la briga di misurare il carbonio stoccato nei vari biomi (compreso quello dei campi coltivati), mi viene da pensare che, forse, l’idea che ho avuto non è poi del tutto campata in aria: forse l’agricoltura intensiva, degradando la biomassa originariamente inclusa nello strato ferite del suolo, contribuisce effettivamente anche per quel verso all’effetto serra. Sommando alle supposte emissioni derivanti dallo snaturamento dei suoli coltivati quelle del precedente disboscamento, quelle per la costruzione e l’impiego dei trattori e dei vari macchinari per la lavorazione automatizzata, l’uso di fertilizzanti e prodotti chimici derivati da gas e petrolio, i consumi per l’irrigazione(che non devono essere pochi visto l’enorme consumo d’acqua), sommando inoltre le emissioni di gas serra dirette degli allevamenti intensivi (soprattutto quelli bovini), sommando inoltre i consumi per la refrigerazione, per i vari trattamenti agroalimentari, per i trasporti, per l’imballaggio, per la pubblicità, per l’immagazzinamento e per la distribuzione degli alimenti “industriali”, oltre ovviamente alle emissioni dovuti alla decomposizione in discarica dei residui e degli sprechi, mi verrebbe da dire, ad occhio e croce, che l’agricoltura moderna non sia poi tanto estranea né al problema picchista né a quello climatico. Certo che “a occhio e croce” detto da me, ammetto che non sia proprio il massimo.

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  8. Prego Pandemica-mente. :)
    C'è chi pensa non si tratti solo dell'agricoltura moderna ad avere influenza sul clima, ipotizzando che l'effetto dell'uomo sulle concentrazioni di CO2 e CH4 si possa far risalire a migliaia di anni fa: è l'ipotesi Ruddiman. Il suo libro è stato tradotto in italiano col titolo "L'aratro, la peste, il petrolio. L'impatto umano sul clima".

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  9. Di nuovo grazie Hydraulics. Non conoscevo l’ipotesi Ruddiman, ma era proprio il genere di informazioni che stavo cercando. Certo, di ipotesi si tratta, ma, viste le gravissime conseguenze, il principio di prudenza credo dovrebbe spingerci a provvedimenti immediati o quantomeno a svolgere una massiccia ricerca scientifica per confutare tale preoccupante ipotesi. Oggi, a differenza dei millenni scorsi, non mancano né le conoscenze né i mezzi per intervenire in tal senso se solo si volesse. So, ad esempio,che riforestare vasti appezzamenti di terra, persino zone desertiche, non solo è possibile, ma è già stato fatto (facendo per altro cambiare il microclima locale in termini di piovosità e facendo aumentare il reddito delle popolazioni coinvolte). Forse parlare prevalentemente dell’impatto industriale e dell’utilizzo delle auto senza considerare adeguatamente anche quello del cibo di cui tutti ci nutriamo è stato un errore, soprattutto se quanto sostiene Ruddiman fosse vero.

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