Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 26 ottobre 2010

Le cassandre di Barcellona: Joseph Tainter e il collasso della società


Nel post precedente, ho accennato a come la presentazione di Joseph Tainter al convegno "AES2010" di Barcellona abbia generato una certa angoscia nel pubblico. In questo post cerco di spiegare perché Tainter è così pessimista, a mio parere con molte buone ragioni. Per una esposizione completa e dettagliata delle idee di Tainter, potete guardarvi questo suo post su "The Oil Drum".


E' interessante notare come si sia evoluta la visione degli storici riguardo al collasso delle società del passato. Per gli storici romani, che lo vivevano, il collasso era completamente invisibile. Anche molti secoli dopo, storici moderni come Edward Gibbon, erano incapaci di vedere il crollo dell'Impero Romano come qualcosa di più complesso che il semplice risultato dell'invasione militare dei barbari. Soltanto oggi, con il collasso della nostra stessa società imminente, o già in corso, riusciamo a vedere il parallelismo fra i nostri antenati del tardo impero romano e la nostra situazione. Lo storico moderno che ha analizzato in dettaglio questa analogia è Joseph Tainter e i risultati non sono forieri di ottimismo.

Tainter parte dal concetto di "complessità." Pur senza definirlo in modo esatto, lo intende come la somma di tutte quelle strutture economiche, sociali, burocratiche e militari che fanno parte di quella cosa che chiamiamo "civiltà". Il concetto di fondo che Tainter propone è che la civiltà reagisce a ogni crisi aumentando la propria complessità. Ovvero, crea delle strutture burocratiche, militari, o quant'altro, destinate a risolvere la crisi.

Ovviamente la complessità ha un costo. Più strutture complesse si creano, più si mette sotto stress l'economia della società che deve supportare queste strutture. Il punto cruciale della faccenda, secondo Tainter, è la contraddizione che si crea quando il problema da risolvere è la scarsità di risorse. La società cerca di risolvere il problema della scarsità creando strutture che lo aggravano. A lungo andare, è questa contraddizione che genera il collasso - un destino comune a tutte le società che conosciamo nella storia umana.

Pensiamo all'Impero Romano, il punto di partenza dell'analisi di Tainter. Nel terzo secolo a.d. l'Impero aveva un grosso problema: insufficienti risorse per mantenere sotto controllo tutto il territorio. La soluzione pensata da Diocleziano fu di aumentare le tasse e con quelle pagare più legioni. In pratica, Diocleziano raddoppiò le dimensioni dell'esercito e allo stesso tempo creò una pesante burocrazia per strizzare quanti più soldi possibile dai cittadini romani. Questa complessa struttura riuscì a risolvere il problema - per un po' - tenendo fuori i barbari dai confini dell'Impero. Ma, a lungo andare, ebbe l'effetto di strangolare l'economia dell'Impero di Occidente che finì per scomparire completamente un paio di secoli dopo.

Se ci pensiamo sopra, vediamo che la nostra società sta facendo qualcosa di simile. Non abbiamo un problema militare, abbiamo un problema di risorse (intese anche come la capacità dell'atmosfera di assorbire i prodotti della combustione dei fossili senza surriscaldarsi). La risposta che diamo al problema è di creare strutture sempre più complesse. Pensiamo a come il problema energetico veda come soluzioni proposte, per esempio, quella di strutture enormemente complesse come le centrali nucleari. Il problema climatico vede come soluzione proposta la creazione di una complessa burocrazia di "crediti di carbonio" e - anche quello - le centrali nucleari. Ci sono molti altri esempi che mostrano come, di fronte al problema di scarsità di risorse la società risponda con un aumento della propria complessità; ovvero creando strutture che lo dovrebbero risolvere ma che, in pratica, sono costose e lo aggravano.

L'interessante della faccenda è che per supportare queste nuove strutture la società fa del suo meglio per diventare più "efficiente". Per esempio, in Italia abbiamo deciso che una struttura come l'educazione superiore, ovvero le università, deve essere resa più efficiente. In pratica la stiamo smantellando, ma probabilmente ne rimarrà in piedi una versione molto snella e efficiente (talmente snella e efficiente da rischiare di fare la fine dell'asino il cui padrone gli insegnava a non mangiare). Ora, si può discutere sull'opportunità o meno di mandare i baroni universitari a lavorare nei campi, come si faceva al tempo della rivoluzione culturale in Cina. Ma, indipendentemente da questo, il punto da considerare è che le risorse risparmiate smantellando l'università non vengono veramente "risparmiate". No, sono semplicemente spostate in aree che il governo (o, più esattamente, le lobby economiche che lo controllano) giudica più interessanti: centrali nucleari, la tratta ad alta velocità, il ponte sullo stretto, eccetera. In pratica, la società continua a consumare risorse al massimo ritmo possibile.

Quindi, la visione di Tainter si può considerare come una versione "forte" del principio di Jevons (impropriamente detto "paradosso"). Ovvero, un incremento di efficienza non porta a una riduzione dei consumi di risorse. Questo effetto è profondamente legato al modo in cui l'economia e la società funzionano, e lo si vede anche da un'analisi della situazione fatta con la "dinamica dei sistemi." Era già il risultato ottenuto quasi 40 anni fa con lo studio noto come "I limiti dello sviluppo." La società si comporta come un sistema complesso stabilizzato da una serie di "feedback" negativi che si oppongono a qualsiasi cambiamento. E' questo sistema di feedback che genera strutture sempre più complesse. Ma, notate, che non c'è nessun meccanismo nella società per favorire il cambiamento; ce ne sono soltanto per impedirlo (il che vuol dire, al massimo, ritardarlo).


Dove l'analisi di Tainter arriva a risultati veramente agghiaccianti e sulla questione del cambiamento climatico. Per il problema energetico, in fondo, si può pensare a soluzioni individuali: uno si può fare la casa ecologica, mettere pannelli fotovoltaici sul tetto, andare a lavorare in bicicletta, eccetera. Chi si organizza in questo modo avrà dei vantaggi sugli altri via via che il problema della scarsità di risorse si farà più grave. Ma il principo di Jevons ci dice che il problema climatico non si risolve in questo modo. Singoli o gruppi che si impegnano a consumare meno risorse ottengono il solo risultato di mettere a disposizione queste risorse a chi si impegna a consumarne di più. In altre parole, se io vado a lavorare in bicicletta metto a disposizione la benzina che non consumo a qualcuno che invece a lavorare ci va con la SUV. Quindi, le emissioni di gas serra continuano al massimo ritmo possibile. Il problema con il principio di Jevons è che non ti lascia scampo.

Evidentemente, pur con tutte le nostre super-tecnologie, alla fine dei conti non stiamo facendo meglio degli antichi Romani. Al tempo della crisi, il compito per i Romani era di cambiare la loro risorsa di base: passare da un'economia basata sulle conquiste militari a una basata sull'agricoltura. Non ci sono riusciti; anzi, hanno distrutto la loro agricoltura a furia di tasse eccessive e sovrasfruttamento del suolo. Il nostro compito è simile: si tratta di sostituire la nostra base economica. Dobbiamo passare da un'economia basata sui combustibili fossili, a una basata su risorse rinnovabili. Da come stanno andando le cose, è chiaro che non ci stiamo riuscendo - anzi, sembra che la crescita delle rinnovabili degli ultimi anni stia generando un fortissimo movimento di opposizione. E' il risultato dei sistemi di autoconservazione della società complessa.

Quindi, il collasso è inevitabile? Sembrerebbe proprio che lo sia, o perlomeno questa è l'impressione che ti resta dopo avere ascoltato Joseph Tainter analizzare la situazione. D'altra parte, è anche vero che la società si trasforma comunque, indipendentemente dagli sforzi che facciamo per mantenerla sempre uguale a se stessa. Il collasso non è niente altro che una transizione rapida e incontrollata verso una situazione che si sarebbe potuto raggiungere anche in modo graduale e controllato. I Romani non ci sono riusciti. C'è riuscito il collasso che li ha trascinati, volenti o nolenti, nel Medio Evo. Il Medio Evo, in un certo senso, era una soluzione ai problemi che l'impero cercò di risolvere senza riuscirci. Con il Medio Evo sparì la pesante burocrazia imperiale, si poterono ridurre le spese militari e la terra potè riposare per qualche secolo e recuperare la fertilità perduta.  Se a fare queste cose non c'era riuscito l'impero, c'è riuscita la realtà; anche se il processo non è stato piacevole per tutti.

Così, nel nostro caso, i problemi che fronteggiamo saranno comunque risolti a dispetto di tutti i nostri sforzi per negarne l'esistenza o di proporre soluzioni che li peggiorano. Un collasso è comunque una soluzione molto spiacevole e che dovremmo cercare di evitare. In effetti, dall'analisi di Tainter emerge un'interessante conseguenza; ovvero che dovremmo utilizzare le risorse che rimangono per costruire strutture che riducano l'impatto del collasso. Per esempio, usare risorse fossili per costruire impianti di energia rinnovabile vuol dire negare queste risorse a chi vorrebbe invece sprecarle per scopi inutili, tipo bruciarle nel motore dei SUV. Ogni impianto costruito oggi è un piccolo cuscino per ridurre l'impatto del collasso imminente - non dobbiamo darci per vinti!

Tuttavia, è possibile che una nuova società basata su risorse rinnovabili non riuscirà veramente ad emergere se non dopo il collasso di quella vecchia, basata sui fossili. E' un peccato che non si riesca a gestire il cambiamento in modo consapevole e graduale, ma - in ogni caso - la realtà la vince sempre sulla fantasia e questa è l'unica cosa sulla quale possiamo essere sicuri.

Quindi, allacciamo le cinture di sicurezza, ragazzi: la realtà ci sta facendo fare un bel giro di ottovolante. Non è detto che tutto sarà piacevole, ma molte cose saranno estremamente interessanti; alcune anche troppo. Buon viaggio a tutti!

13 commenti:

  1. Post molto interessante, grazie, anche se non del tutto nuovo. A proposito di collasso imminente, oggi c'è anche lo spunto che propone Rampini su Repubblica, a riguardo della scarsità dei metalli rari (tanto utili anche alla cosiddetta green economy e non solo). Scarsità molto più imminente di quella petrofilera. Caro Bardi, sono d'accordo anche io: non manca molto all'inizio dello spettacolo, e non ne vedremo solo delle belle.

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  2. Scusate ma vedo scritte delle enormità!
    "La soluzione pensata da Diocleziano fu di aumentare le tasse e con quelle pagare più legioni. (...) Questa complessa struttura riuscì a risolvere il problema - per un po' - tenendo fuori i barbari dai confini dell'Impero." No, no, no.
    I barbari erano tutt'altro che fuori dai confini e questo fin dall'inizio dell'Impero, nel quale tra uomini liberi, cittadini e schiavi, la quasi totalità era composta di (ex)barbari! Tanto più che Diocleziano stesso era di origine "straniera" (oggi sarebbe croato) se visto con gli occhi della prima romanità! Ed il sistema non è collassato per un continuo afflusso di nuovi barbari, tant'è vero che la stragrande maggioranza dei legionari era proprio pescata all'interno dei nuovi popoli più o meno recentemente romanizzati... Quindi casomai essi hanno aiutato a ritardare il collasso, forse aggravandone le ricadute a lungo termine per la "lenta" caduta.
    I libri di Alessandro Barbero aiuterebbero i più a capire una volta per tutte che era ed è solo con il diffuso malcostume, la mancanza di capacità di gestione delle complessità (e non di questo o quel gruppo sociale in più o in meno) di una classe dirigente sempre più dedita alla corruzione che una società crolla (vedasi anno 378 e caos sulle rive del Danubio; parlo della Battaglia di Adrianopoli). Vero è che continue scorrerie oltre i confini dell'Impero spostavano popoli "di qua", ma se un paio di stronzi romani, ex-barbari, che importa non avessero aumentato di ora in ora il pegno in giovani schiavi da pagare, nessuno dall'altra parte si sarebbe incazzato e forse l'Impero Romano sarebbe durato un altro secolo in più.

    Chiudo con una formula retorica: il problema non sono i barbari, i rom, i ricchi, le lobby, le risorse ma "il problema sono i problemi". E per diminiurli i problemi le società devono tornare a livelli di maggiore semplicità, o tramite decisioni in parte auto-mutilanti oppure tramite il passare del tempo che risemplifica il tutto entropicamente.

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  3. Caro Medo, prima di parlare di "enormità" sarebbe il caso di rendersi conto della complessità di quello di cui stiamo parlando.

    Il termine "barbari" viene usato normalmente dagli storici senza connotati peggiorativi. E' come il termine "immigrati" o "nomadi", uno gli da il significato che vuole. Anche presso i Romani era così. Volendo, si potrebbe parlare di "Popoli giovani", ma suona un po' buffo.

    Sul discorso dell'integrazione fra barbari e romani, ti suggerisco di leggere Tonybee che ha esaminato la faccenda in dettaglio. In sostanza, è vero che al tempo della repubblica e delle prime fasi dell'impero barbari e romani si mischiavano insieme - i Galli, per esempio, diventarono orgogliosi cittadini romani dopo essere stati sconfitti al tempo di Cesare.

    Ma da un certo punto in poi, soprattutto dopo la creazione dei limes, le muraglie ai confini dell'impero, la separazione fra "barbari" e "romani" divenne piuttosto netta e quasi impermeabile. Già al tempo di Ottaviano, con la sconfitta di Teutoburgo (9 a.d.) l'atteggiamento dei Romani nei riguardi dei barbari prese un tono che oggi chiameremmo razzista.

    Da un certo punto in poi, i romani cominciarono a considerare i barbari in modo del tutto analogo a come noi consideriamo i nostri immigranti. In entrambe i casi, il "problema" non lo era/è affatto, ma considerarlo tale e cercare di risolverlo peggiora nettamente le cose.

    Così, nel 405 a.d., i Romani si impegnarono in una bella pulizia etnica dei Goti arruolati nel loro esercito, arrivando a giustiziare il magister militum occidentalis, Flavius Stilicho, che era Vandalo di origine. (e, visto che c'erano, ammazzando anche sua moglie e suo figlio; tutto fa). Cinque anni dopo, Roma era in mano ai Goti che Stilicho aveva tenuto lontano. (fra l'altro, questo agosto era il 1600 anniversario del sacco di Roma da parte dei Goti guidati da Alarico)

    Il razzismo, decisamente non paga. Auto-mutilante, hai perfettamente ragione!

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  4. Ugo scusa se insisto, ma..
    dopo aver letto le cose fatte da Yunus, nobel per la pace, con la sua banca dei poveri e le varie iniziative di Business Sociale ecc..., ora leggere analisi così ben dettagliate sulla complessità della situazione e le relative difficoltà, senza prendere in considerazione, o per lo meno, senza neanche spendere una parola sulle questioni di fondo, sulla causa principale di tutti i problemi…. mi sorprende non poco.
    E cioè, a me sembra chiaro che l’errore sia nel sistema economico mirato esclusivamente al profitto da perseguire per aumentare il consumo…..e non per aumentare il benessere sociale e neanche per aumentare l’efficienza del sistema stesso, la dove anche la religione, almeno tutte quelle più importanti, fan da spalla e spingono in questo senso.
    Ma tu cosa ne pensi...sono andato totalmente fuori di testa ...o quello che ho scritto ha un senso?
    Ciao Giovanni

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  5. Marcus Prometheus:
    Complimenti sentiti per lo splendido articolo, dr. Bardi. Bravissimo.

    Un solo minuscolo appunto:
    Mi pare un po' azzardato affermare che la risorsa di base dell'impero romano siano state le conquiste.
    Gli imperatori raramente avevano voglia di condurre eserciti personalmente ed ancor meno di rischiare di allevare un nuovo Cesare fra i loro generali, e percio' preferivano la stabilita' e la difesa alle eventuali conquiste.
    Da Augusto a Domiziano, L'impero conquisto' abbastanza poco (Pannonia Tracia Britannia. Traiano fece una conquista importante e ricca la Dacia, ed una piu' effimera la Mesopotamia).
    Poi se si parla invece dei periodi di crisi iniziata, allora parrebbe proprio impossibile etichettare il problema economico di quei giorni la "riconversione da una economia di conquiste" per totale mancanza delle stesse. Parliamo dei tre secoli e mezzo in cui non vi furono assolutamente conquiste: gran parte del secondo secolo eppoi il terzo, quarto e quinto secolo.
    Dopo Traiano piu' niente conquiste e tuttavia vi fu l'epoca d'oro di Adriano e di Antonino Pio, e dopo questa l'epoca di crisi ma soprattutto per pestilenze sotto il buon impero di Marco Aurelio.
    Verissimo invece mi pare l'assunto principale di Tainter che il problema economico di base del tardo impero Romano sia stato la stabilizzazione di una agricoltura non troppo pesantemente tassata in presenza di crescenti spese militari per la difesa dai barbari (ma purtroppo anche per frequenti lotte intestine e rivolte militari per la mancata stabilizzazione di un meccanismo politico di trasmissione pacifica del potere imperiale, fosse questo il principio dinastico o la sovranita' del Senato o altro, ma incontestato, pacifico e stabile)

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  6. Grazie dei complimenti, Prometheus. A proposito delle conquiste come fattore economico - credo che sia proprio quello il punto cruciale. A mio parere (e non solo mio) le conquiste furono il fattore principale dell'economia Romana durante il periodo repubblicano. Con gli imperatori, invece, le conquiste persero importanza. E' un processo graduale che va di pari passo con la decadenza dell'impero.

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  7. Ottimo post, certo da un po l'impressione di inevitabilità, con relativo piangersi addosso, ma l'analisi è convincente, e azzarderei addirittura ovvia, per coloro che ragionano in termini di dinamica dei sistemi.

    Aggiungere consapevolezza e senso di colpa all'inevitabile non so però che effetto sociale possa avere, magari potrebbe far venire a qualcuno la voglia di andarsi a comprare un SUV.... !

    Mi sono permesso di cross-linkarlo anche sul nostro piccolo blog, grazie Ugo.

    http://mizcesena.blogspot.com/2010/10/gestire-il-collasso-della-societa.html

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  8. Quella romana fu una concomitante caduta della solidità finanziaria; non usando leve diverse che il deprezzamento della moneta, fin dai tempi della Repubblica, era esclusivamente a spese della forza delle braccia che si manteneva l'ordine anche sotto-forma di infrastrutture... Guardate in questo grafico come il contenuto di argento delle monete diminuiva costantemente (e per tanto doveva aumentare la requisizione di ricchezza in forma di tassazione, per mantenere la improbabilissima gittata di spese dell'impero) : http://www.financialsensearchive.com/fsu/editorials/2007/0112b.html

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  9. Ugo perdonami dei toni, e se sembravo offensivo, ma "l'enormità" è sostenere che sia l'arrivo di barbari non pacifici a coincidere con il "problema" che rimandato in modi più o meno efficaci ha garantito comunque una durata maggiore all'Impero. E' come dire, alla Tony Negri, che un impero ha un costante bisogno di nemici esterni per poter esistere perchè si fonda sulla paura della cittadinanza e quindi il nemico serve a giustificare una forma di totalitarismo oligarchico, e su questo discorso, filosoficamente e politicamente sono anche daccordo. Ma non ci spiega il perchè "l'albero si ammali di anno in anno", mentre ci relega a riflettere su "quanta intensità ha il fulmine che gli dà il colpo di grazia".
    E' come, al contrario, chi per spiegare le presunte origini dell'uni-verso parla del big bang e poi si chiede cosa esistesse prima del big bang, salvo poi dover cambiare le teorie ed eliminare il concetto di origine o tempo zero, no?
    Per l'Impero Romano, non esiste un problema che ne abbia "causato" la fine perchè la fine è nel fatto stesso della sua esistenza come fatto sociale, politico, culturale ed economico umano, al massimo il problema della discesa gotica del 400 e qualcosa lo ha accelerato, "dichiarandone" la fine. Io sposterei l'attenzione su una questione: a cosa dobbiamo tutti quanti, a partire dal proprio giardino, fare attenzione affinchè i ciclici collassi delle grandi strutture soc-eco-cult-polit ci tocchino in modo relativamente attenuato. E lo sanno bene quei romani che coltivarono dal 500 al 800 (ed in parte fino al XIX secolo) verdure nei fori di Traiano ed in altre vestigie romane. Se andate, fatevi una passeggiata ed ancora oggi ci sono resti di piante del genere "brassica", ridiventate selvatiche dopo lunga selezione e coltivazione, rendono chiaro che chi è "sopravvissuto" è solo colui che ha conservato la semente, cambiato regime economico con ritorno a forme di baratto (sovranità monetaria del reale e del singolo, contro sovranità monetaria astratta delle istituzioni complesse). Tutto qui.

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  10. Caro Medo, credo che l'oggetto del contendere sia più che altro dovuto al modo in cui mi sono espresso - che non è tanto chiaro. Non intendevo dire che il problema militare era "il" problema dei Romani al tempo di Diocleziano - era il problema che loro percepivano come il principale.

    Poi, ovviamente, il problema militare era causato da fattori interni che i Romani non riuscivano a percepire. E' il ragionamento dell'albero che cade per un colpo di fulmine, ma è perché era già malato.

    Ho provato a fare un analisi dinamica della caduta dell'impero romano, la trovi a

    http://europe.theoildrum.com/node/5528.

    Non so se è un'analisi giusta oppure no, ma rende chiaro che sono d'accordo che la faccenda non era soltanto militare.

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  11. Ah... poi, interessantissima la nota sulle piante (Brassica sono delle specie di cavolo, vero?) che i romani si erano messi a coltivare nei fori di Traiano. Sembra proprio come è successo a Cuba qualche anno fa!

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  12. Eh, sì caro Ugo, non si tratta di essere ottimisti o pessimisti, alla spagnola, all'inglese o all'italiana, ma d'intuire dal groviglio di segnali e indizi che dal mondo reale ci giungono, quanto catastroficamente si manifesterà il collasso che è in atto.
    In Campania è in atto uno scenario esemplare in proposito, e solo persone quali il sindaco di Salerno appaiono consapevoli e determinate ad affrontare le conseguenze di quella situazione terrificante.
    Abbiamo sprecato energie e risorse e continuiamo a farlo, ormai sapendo benissimo che ciò ci sta travolgendo verso una vita peggiore forse anche di quella dei nostri nonni, ma il tempo del cambiamento coatto è finalmente arrivato.Proprio perchè il tempo del cambiamento scelto e voluto è praticamente esaurito.Il tempo dei dinosauri finì per una coincidenza astronomica rara ma non impossibile.Quello di noi ingordoàntropi,finirà perl'incapacità di rendere coincidenti le nostre nature con quelle di tutti gli altri viventi.
    E'meglio vivere una breve vita da esseri saggi o una lunga da consumatori imbecilli?.

    Quello che si è sempre firmato, ma che ormai preferisce godersi i vantaggi di essere un pefetto nessuno.

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  13. Condivido tutto in modo generale. Condivido invece DEL TUTTO "la realtà la vince sempre sulla fantasia e questa è l'unica cosa sulla quale possiamo essere sicuri". (Sempre ammesso che si sappia o si possa sapere cosa sia "la realtà") Non credo comunque che si possa sapere come andranno a "finire" "le cose " adesso. (quali è di chi?) Ma molto probabilmente NON finiranno. Le teorie dei sistemi complessi ed i loro modelli e simulazioni, le idee di Tainter sulla complessità' , quelle di Jevons , o le idee di diversi storici su ciò che fu o non fu l'esperienza e la storia "reale e. vera" dell' Impero Romano (quante interpretazioni diverse ci sono della sola prima guerra mondiale durata solo pochi anni e solo un secolo fa?) ci possono forse aiutare a capire un po meglio come cercare di evitare un certo tipo di "collasso". Guardando indietro dal futuro (se ci sarà qualcuno per farlo) sembrerà una buona cosa o no? Credo che pochi oggi pensino che sarebbe stato molto meglio se l'impero Romano o quello Cinese od altri fossero durati qualche secolo o qualche millennio in più. La storia dell'umanita è andata avanti e continuerà a farlo. Per farla finire del tutto ci vorrà più di un "collasso". Speriamo che quel PIÙ non accadrà e cerchiamo nonostante le nostre scarse conoscenze e capacità di comprensione di fare cose che pensiamo possino evitare quel PIÙ. E credo che cercare di vivere in modo relativamente semplice e decente non possa senz'altro far del male e quindi facendolo ci sono più probabilità di trovarsi sulla strada buona, giusta e sicura. (ed anche più bella e piacevole)

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